Il 20 novembre 1936 veniva fucilato ad Alicante José Antonio Primo de Rivera, fondatore e capo della Falange, figlio del dittatore militare Miguel Primo de Rivera e prigioniero eccellente nelle prigioni rosse dove si trovava recluso dalle idi di marzo, ovvero da quattro mesi prima dell’avvio della guerra civile.
José Antonio aveva fondato la Falange nell’ottobre del 1933, in concomitanza con l’undicesimo anniversario della Marcia su Roma.
Tra due tenaglie
La situazione politica spagnola era particolarmente burrascosa; impazzava la guerra sociale che trovò un vero e proprio detonatore nella repressione della rivolta dei minatori nelle Asturie da parte del governo democristiano di Gil Robles nell’ottobre 1934.
Pur essendo nettamente contrapposti i fronti e pur militando i minatori nella sinistra anarchica e socialista più ancora che in quella comunista, i falangisti si schierarono con i lavoratori e non con il governo.
Con l’inacerbirsi della situazione politica e il fiorire dei fermenti rivoluzionari, la Falange si era frattanto unita con le Juntas Ofensivas Nacional Sindicalistas dando vita, proprio nel 1934 alla Falange de las Jons.
Quest’ultima organizzazione era presente in ambito operaio, era militarizzata più della Falange ed era diretta da Ramiro Ledesma Ramos.
José Antonio possedeva un carisma personale notevole mentre Ramiro aveva una preparazione politica più spiccata ed un anelito culturale e rivoluzionario di primo piano, tanto da averlo spinto ad apprendere il tedesco per meglio conoscere le produzioni politiche del movimento hitleriano.
La sinistra comunista e anarchica non tollerava concorrenti e si diede immediatamente agli assassinii politici eliminando in stile terroristico numerosi militanti falangisti. Mentre Ramiro era convinto assertore dell’opportunità di rispondere colpo su colpo, José Antonio cercava di rifiutare la guerra civile, purtroppo inevitabile, e questo fu uno dei principali motivi di separazione fra i due capi. Che vennero entrambi arrestati per delitto d’opinione all’avvento al potere del Frente Popular e quindi assassinati in prigione durante la guerra civile. Ramiro il 29 ottobre del 1936, José Antonio il 20 novembre.
José Antonio cercò di scongiurare la guerra civile anche quando si ebbe il Pronunciamiento del 17 e 18 luglio; quindi disse che si schierava ob torto collo.
I due fronti, infatti, erano riuniti quasi in modo casuale ed assai eterogenei al proprio interno.
I due fronti
Tra i “repubblicani” militavano socialisti, anarchici, comunisti libertari, comunisti stalinisti, nazionalisti baschi e catalani, massoni radicali e massoni liberali.
Tra i “nazionali” c’erano monarchici, carlisti, falangisti ma anche repubblicani (Franco lo era inizialmente), sindacalisti e massoni (molti degli ufficiali insorti erano affiliati alle logge).
Il caos era totale e investiva tutti i campi tanto che perfino la questione istituzionale non fu mai risolta e Franco se la cavò con una reggenza.
Neppure dal punto di vista della composizione delle classi sociali i due campi erano così diversi l’uno dall’altro; entrambi contavano la presenza di nobili, borghesi, contadini, operai e sottoproletari; la situazione era così caotica che quasi tutte le famiglie spagnole, con eccezione forse di quelle galiziane e navarre, quasi per intero schierate nel campo nazionale, misero in campo fratelli contro fratelli, padri contro figli.
Per José Antonio la cosa era tragica; a tal punto che il 20 novembre, subito prima di essere fucilato, disse ai suoi carnefici. “Chi vi ha detto che sono vostro nemico? Chiunque ve l’abbia detto non ha alcuna ragione di affermarlo. Il mio sogno era la patria, il pane e la giustizia per tutti gli Spagnoli e soprattutto per quelli che sono sacrificati. Quando si sta per morire non si può mentire. Ve lo ripeto prima di essere ucciso: io non sono vostro nemico!”
Ma la situazione era già sfuggita di mano a chiunque avesse buon senso e senso della misura.
In particolare la fretta e l’odio cieco che animavano le oligarchie più estremistiche del campo repubblicano fecero sì che nulla potesse essere risolto. Le persecuzioni, i roghi, le torture, gli omicidi, le stragi che addirittura precedettero il Pronunciamiento misero infatti insieme tutti gli oppressi e impedirono qualsiasi soluzione che non fosse il muro contro muro.
La composizione dei due campi
La discriminante non potendo così essere sociale né istituzionale divenne religiosa (cristiani contro atei) e patriottica (giacobini contro nazional/regionalisti). Tra l’altro accadde un fatto singolare: la parte nazionale si ritrovò ad essere al contempo cristiana e giacobina (in quanto propugnatrice del centralismo che, figlio degli afrancesados liberali negava la tradizione confederale ispanica dei fueros). La parte repubblicana si scoprì invece anticristiana e nazional/regionalista!
Insomma, per una delle tante stranezze della storia, le due parti che si contrapponevano in Ispagna fin dai tempi di Napoleone, si trovarono ad aver improvvisamente mischiato le carte.
Quella “tradizionalista” per tutto il XIX secolo era stata cristiana e anticentralista, in difesa delle tradizioni, delle lingue e delle autonomie.
Quella “modernista” era stata costantemente anticristiana e centralista.
Nella guerra civile degli anni Trenta la composizione dei due campi fu invece diversa e le storiche eredità caratteriali vennero ridistribuite.
Quanto i due fronti fossero compositi lo attestano del resto le scelte poi compiute durante la Seconda guerra mondiale. Tra le autorità dei nazionali, ovvero tra i vincitori, i sostenitori dell’Asse non sarebbero stati più numerosi o più influenti di quelli che avrebbero invece appoggiato gli angloamericani.
Né il ruolo di Franco durante la guerra fu esente da responsabilità. In particolare il fatto di non aver accordato agli Italiani e ai Tedeschi, cui pure doveva molto, l’autorizzazione di occupare Gibilterra da terra coordinando l’attacco con un’azione navale pesa molto sugli esiti stessi del conflitto mondiale.
Se il campo nazionale si rivelò diviso alla prova più importante della storia, nemmeno i residui del fronte nemico furono del tutto compatti; tra gli sbandati repubblicani vi sarà infatti anche chi sosterrà l’Asse, in particolare in occasione della guerra di Russia.
Insomma, benché la contrapposizione fu netta, le due metà antagoniste erano molto differenziate al loro interno.
In ambo i fronti erano presenti fermenti ideologici di notevole interesse. In quello repubblicano le note più acute vennero dai comunisti libertari, dai sindacalisti anarchici e da ambienti nazional-repubblicani. In quello nazionale, ovviamente, spiccavano i falangisti e i nazional-sindacalisti.
Ma la situazione a metà 1936 era degenerata e non si poteva non scegliere: a costo di trovarsi ad uccidere in combattimento qualcuno più affine di colui che ci si ritrovava a fianco. E, come José Antonio, non si poteva non scegliere, sia pure ob torto collo, il campo nazionale. Una volta scelto quel campo, non se ne può oggi non celebrare l’epopea bellica che fu altissima, come del resto lo fu per la controparte.
Parafrasando Drieu, ognuno deve restare fedele alle scelte fatte, anche se avrebbe preferito avere la libertà di compierne altre.
Le due controrivoluzioni
La guerra civile purtroppo non ebbe per le idee rivoluzionarie lo stesso effetto-detonatore che avevano avuto due decenni prima le trincee della Grande Guerra.
Al contrario, le insorgenze e le autonomie vennero stroncate. Dal 1937 in poi andò in scena quella che lo storico Hugh Thomas ha definito come la “storia di due controrivoluzioni”.
Ma se la controrivoluzione franchista trovò agio nella scomparsa prematura, praticamente immediata, dell’intera classe politica falangista e nazional-sindacalista nonché delle altre figure militari di spicco (Mola, Sanjurjo), la controrivoluzione massonico/stalinista fu una vera e propria guerra nella guerra che comportò le stragi di anarchici e comunisti libertari.
Per ironia della sorte una delle più importanti figure del campo repubblicano, il capo anarchico Buenaventura Durruti venne ucciso proprio il 20 novembre del 1936 in battaglia intorno a Madrid.
Molti interrogativi si sono posti sulla sua morte e non pochi anarchici parlano di omicidio politico commesso dai comunisti che temevano di perdere la gestione del fronte madrileno con il rischio che si arrestasse la loro particolare controrivoluzione.
Forse sono solo fantasticherie. Come fantasticherie sono probabilmente le ripetute accuse dei falangisti a Franco di aver lasciato uccidere José Antonio invece di liberarlo.
Di certo era più facile per i comunisti eliminare Durruti di quanto lo fosse per Franco liberare José Antonio, ragion per cui le accuse mosse per decenni al Caudillo sono probabilmente ingenerose.
Una morte emblematica
In ogni caso la morte di José Antonio, praticamente agli inizi della “Crociata” per la Spagna, è emblematica. José Antonio muore nel campo giusto ma non è affatto entusiasta di trovarsi in quel campo, soffre perché la Spagna si lacera in una guerra civile. E soprattutto muore agli inizi di quella guerra spietata. Addirittura prima di lui è stato assassinato Ramiro; tutti i dirigenti falangisti cadono al fronte nei primi combattimenti. Nello stesso giorno di José Antonio viene falciato, dall’altra parte, Durruti. È come se il Fato ci dicesse che quella guerra civile sta uccidendo lo spirito creativo della Spagna, di entrambe le Spagne.
Complici gli esiti della Seconda guerra mondiale, infatti, poco o nulla sopravviverà di quell’anelito irruento, in nessuna delle parti politiche.
Forse canti e gesti. Ed anche coincidenze sorprendenti, come la data della morte di Franco che avverrà anch’essa il 20 novembre, trentanove anni dopo quella di Primo de Rivera. Ma se la simbologia e la terminologia saranno utilizzati dal vincitore per dare un lessico al suo Regime nazional/conservatore va detto che più nulla che poco quel Regime erediterà dal verbo di José Antonio, di Ramiro, di Onesimo Redondo.
Pur apprezzabile nel contingente, in quanto con la sua vittoria scongiurò l’avvento di una dittatura forsennata e in seguito avrebbe fatto molto bene alla Spagna del dopoguerra, il franchismo non sarà comunque mai falangismo. E gli somiglierà anche poco.
Di sicuro al suo attivo l’esperienza dei trentasei anni di franchismo può vantare progressi economici, saldezza sociale, fierezza e ruspante autenticità iberica. Ancora può vantarsi di aver assicurato il passaggio indolore dalla dittatura alla cosiddetta democrazia.
Tuttavia la mentalità reazionaria, che si fonda sul costume, la morale e l’apparenza, ha mostrato tutti i suoi limiti strutturali.
Se ha persino esagerato nel reprimere quello che si vede, vietando addirittura i balli regionali, il franchismo si è rivelato cieco o incurante di pericoli sostanziali, visto che ha lasciato prendere piede nelle facoltà universitarie alla classe dirigente marxista.
Non si è preoccupato di creare le condizioni per una continuità ma solo di consegnare alle nuove classi dirigenti un bilancio in ordine.
Insomma, se lo si ama, si può rimpiangere Franco, si può essere nostalgici del suo tempo, ma non c’è alcun punto fermo dal quale ripartire per un’architettura nuova che s’ispiri al franchismo.
C’è invece molto da recuperare dalla Spagna degli albori della guerra civile.
Onore a José Antonio! E a chi condivide con lui la generazione di una grande idea cui il destino decise che fossero tarpate le ali; ma non l’anima.




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