CRESCERE NELL’INFERNO di Jabaliya.
Imparare a fare i conti ogni giorno con la paura e la morte. Essere educato al mito degli «shahid». Ma scegliere una strada diversa tra l’azione suicida e la rassegnazione. È la storia di un diciassettenne palestinese che in una notte di fuoco decide di fare un uso diverso del suo corpo
Paura e morte, che sono compagne di strada per chi è nato a Jabaliya, uno dei più popolosi e degradati campi profughi nella Striscia di Gaza. Questa è la sua storia. «Avevo cinque anni - racconta - quando un pomeriggio sentii bussare alla porta della nostra casa. Mia madre mi chiamò assieme ai miei sei fratelli e sorelle per dirci che Mahmud, nostro padre, era morto da “shahid” (martire, ndr.) in uno scontro con i soldati israeliani. Il giorno dopo i miei amici mi fecero festa, ma io pensavo solo che non avrei più potuto giocare con mio padre...». Così Redwan, cresce, come uno dei tanti «bambini dell’intifada». Quei bambini che diventano «grandi» troppo in fretta, costretti a perdere da subito la loro innocenza. Jabaliya è una delle roccaforti dei duri dell’intifada nella Striscia di Gaza. Cosa sia la «normalità» per i bambini di Jabaliya durante una delle innumerevoli operazioni di «bonifica» condotte da Tzahal, lo racconta Zahira, la nonna di Redwan. «I soldati - dice - lasciano che i bambini giochino fuori solo a turno, li spaventano e a volte li picchiano. Per entrare in casa dobbiamo chiedere il permesso. Per uscire, dobbiamo chiedere il permesso. Ci devono essere sempre quattro membri della famiglia in casa. Quando mio figlio ha il permesso di andare a Gaza a cercare provviste, può tornare solo con due sacchi di plastica, non di più. Siamo prigionieri con i nostri bambini. Non è vita». No, non è vita.
«Il gioco di noi bambini del campo profughi - dice Redwan - era quello dello “shahid”. I più forti facevano la parte dei “martiri” a quelli meno capaci toccava il ruolo dei soldati israeliani». Gioco e realtà s’intrecciano indissolubilmente nell’inferno di Jabaliya. Racconta il dottor Awni, uno dei più affermati neurologi palestinesi: «I bambini si svegliano nel pieno della notte a causa delle bombe sonore, oppure per gli spari e capiscono benissimo che questi rumori sono per uccidere...I bambini hanno una intelligenza vivace e forte e vivono la paura costantemente. Ma nessuno può immaginare come il bambino realizza la paura, in che maniera essa incide sulla sua personalità, sulla sua vita. Non si può prevedere come crescerà un bambino costantemente spaventato». Redwan cresce nel mito dei «kamikaze»: le loro foto ricoprono i muri del campo profughi, Redwan e i suoi amici partecipano ai funerali dei miliziani uccisi dagli israeliani; funerali che si trasformano in manifestazioni popolari contro il «nemico sionista». Non c’è spazio per sognare a Jabaliya. Non c’è spazio per la speranza. In questo humus di rabbia e disperazione che Redwan cresce. Cresce assieme a Bassem, il suo migliore amico. «Eravamo sempre insieme - dice -. Bassem aveva un fratello più grande militante della Jihad islamica. Era invidiato per questo e perchè con la sua famiglia aveva fatto il viaggio alla Mecca». Bassem aveva un desiderio: quello di diventare «shahid». «Una volta - ricorda Redwan - parlammo di questo. Mi meravigliai del fatto che Bassem si mostrasse taciturno. Da un po’ di tempo si era isolato, non partecipava più alle manifestazioni. Noi amici pensavamo che si fosse ammalato. Invece...». Invece Bassem era stato reclutato dalle brigate Al-Quds, il braccio armato della Jihad Islamica. Era stato scelto per una missione suicida. «Ho appreso della sua morte dalla radio - afferma Redwan -. Dicevano che un giovane terrorista palestinese si era fatto esplodere a un check-point israeliano. Qualche ora dopo ho visto tanta gente riunirsi attorno alla casa di Bassem. Allora ho capito: il mio amico aveva coronato il suo sogno». Un «sogno» che era costato la vita a due giovani soldati di Tzahal.
Ma Redwan non lo ha seguito sulla strada del martirio. «Non è per paura di morire - dice subito -. Chi è nato a Jabaliya ha imparato a convivere con la morte». E non è nemmeno per quelle parole che Intizar, sua madre, gli ha rivolto il giorno del «martirio» di Bassem. Redwan le ricorda ancora. «Mia madre mi chiese di giurarle che non avrei mai fatto quella cosa...Dopo la morte di mio padre avevo degli obblighi con la mia famiglia, dovevo pensare alle mie quattro sorelle...». Ma non è per questo che un giorno Redwan ha detto no al «reclutatore di shahid». Se lo ha fatto è perchè aveva incontrato il signor Faisal, il maestro che aveva fatto conoscere ai ragazzini di Jabailya la storia di «Grandi uomini» che avevano sconfitto armate potenti con la non violenza e la disobbedienza civile. «Grazie a lui abbiamo conosciuto la storia di Gandhi, di Mandela...». «Certo - aggiunge - loro non dovevano fare i conti con gli israeliani, però hanno fatto il bene di loro popoli. Hanno conquistato la libertà». Si può resistere senza trasformarsi in «shahid». Non è facile, ma è possibile. Si può vivere per un ideale senza che ciò significhi farsi strumento di morte. «Tra rassegnazione e terrorismo c’è una terza strada da battere: quella della intifada popolare non violenta», dice Hanan Ashrawi, già ministra dell’Anp, paladina dei diritti umani nei Territori. Redwan ne è convinto. E nasce da qui la sua storia di scudo umano. Nasce per difendere la casa di un suo vicino, Wael Barud, un comandante dei Comitati di resistenza militare (Crp), uno dei gruppi dell’intifada. «Nessuno me lo ha imposto - afferma deciso -. Ho visto delle donne che si radunavano attorno alla casa dei Barud. Le ho seguite. Era ancora notte. Sentivamo volare sopra di noi gli Apache (gli elicotteri da combattimento israeliani, ndr.). Il rumore era assordante. Poi sono arrivati i blindati e e i soldati. Avete mezz’ora di tempo per abbandonare la casa, poi inizieremo la demolizione, aveva avvertito un ufficiale israeliano». «Ma noi - dice orgoglioso Redwan - non ci siamo mossi. Ci siamo stretti uno accanto all’altro, abbiamo cantato, pregato. E abbiamo vinto». La casa difesa da Redwan è ancora in piedi. «I soldati israeliani - racconta - hanno minacciato di tornare. Ma noi saremo ancora qui ad aspettarli».
Parola di Redwan Abu Daya
U.d.G su l'Unità del 21 novembre
saluti




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