Obama, 100 giorni rivoluzionari
E agli americani va bene così


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di Stefano Trincia
ROMA (27 aprile) - Ventinove aprile 2009, primo giro di boa, Barack Obama taglia il traguardo dei cento giorni alla Casa Bianca. L’America fa i conti con lui e con se stessa. E non si riconosce quasi più. Complice una crisi economico-finanziaria globale e l’irruenza riformatrice del neo presidente gli States - osservano i media americani alla vigilia della ricorrenza - stanno cambiando volto sia sul fronte interno che in politica estera.

La Casa Bianca ha prima evitato di puntare sulla scadenza. Poi, visto il parziale miglioramento della congiuntura economica, ha deciso di valorizzarla: cogliendo in pieno l'opportunità rituale che si ripresenta a ogni cambio della guardia alla Casa Bianca dai tempi di F. D. Roosevelt di un primo bilancio e di un giudizio sull'efficacia del nuovo presidente.

Obama ci arriva infatti forte di sondaggi - l'ultimo AbcNews-Washington Post lo fotografa come il più amato dai tempi di Ronald Reagan - che gli danno la fiducia di due terzi degli elettori e di un americano su due convinto, difficile in questi tempi di crisi, che il paese vada nella giusta direzione: è il vero «barlume di speranza», a lato degli altri barlumi che gli economisti hanno riscontrato dopo gli interventi di stimolo a raffica, dalle banche alla casa, dalla sanità alle infrastrutture.

Arrivando alla Casa Bianca Obama aveva promesso agli americani il cambiamento e il cambiamento è arrivato a velocità sostenuta: una nuova legge per dare la mutua a quattro milioni di bambini senza assicurazione, allentamento delle restrizioni dell'era Bush per la ricerca sulle staminali, nuove regole per Wall Street, il licenziamento del Ceo di Gm, rivelazioni shock sugli interrogatori sotto tortura, l'impegno a chiudere con la guerra in Iraq e a rafforzare la presenza in Afghanistan, a farla finita una volta per tutte entro un anno con la “macchia sulla coscienza” di Guantanamo.

La Casa Bianca di Obama ha proiettato una nuova immagine internazionale di un'America pronta ad ammettere errori e chiedere scusa, a dialogare con i nemici, dall'Iran a Cuba, a far marcia indietro sul clima. Il cambiamento nei primi cento giorni si è visto anche nelle piccole cose: Obama è stato il primo presidente a ospitare alla Casa Bianca un seder per la Pasqua ebraica, e nel giorno di Pasquetta ha invitato alla tradizionale corsa all'ovetto nei giardini della Casa Bianca bambini figli di coppie gay e lesbiche.

«In un certo senso i suoi 100 giorni sono stati più drammatici di quelli di Roosevelt che aveva solo a che fare con una crisi interna. Obama ha dovuto riscrivere la politica estera, comprese due guerre. Ed ecco la ragione perché sembra così spettacolare», ha osservato al Time Elaine Kamack della Kennedy School of Government di Harvard. Il bilancio dei primi 100 giorni non è ovviamente tutto rose e fiori: molti posti dell'amministrazione non sono stati ancora assegnati e a Obama ci sono voluti tre tentativi prima di azzeccare il ministro del Commercio e due per il ministro della Sanità.

Ma è soprattutto al banco di prova di comunità toccate dalla crisi, le ground zero dell'America in recessione, che si giocherà la sfida a partire del 29 aprile. «Ho votato per Obama perché pensavo che avrebbe aiutato gente come me: i poveri», ha detto al quotidiano britannico Independent Tina Blanco, una infermiera di Stockton che ha perso il lavoro quando si è ammalata di cancro e adesso, che la malattia è in remissione, sta rischiando di perdere anche la casa: «Ma la mia pazienza non durerà a lungo: finora ha aiutato le banche, l'industria dell'auto, i manager di Aig. Quando verrà in aiuto dei piccoli come noi?».

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