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ossoduro
Nomine Anas, Lunardi dovrà pagare 2,7 milioni
Sandra Amurri
L´ex ministro Pietro Lunardi è stato condannato dalla Corte dei Conti - sezione giurisdizionale del Lazio - a restituire 2 milioni e 750mila euro per aver «liquidato» i membri del Consiglio di Amministrazione dell´Anas. Nella sentenza (n.2282) emessa il 10 novembre, che accoglie la richiesta della Procura, si legge: «Danno erariale sul presupoposto che trattasi di esborsi privi di giustificazione e, quindi, non dovuti». Scelta che la Corte ritiene «palesemente arbitraria… un´azione che travalica i princìpi di economicità e di razionalità, tanto da configurare il vizio di eccesso di potere». Una sentenza che dà la misura di uno dei primi atti compiuti dal governo Berlusconi: il ministro delle «grandi opere», appena insediatosi non esitò un attimo a nominare un nuovo Consiglio di amministrazione dell´Anas, facendo pagare allo Stato 5 miliardi e 400 milioni (2.800 milioni per le «dimissioni» dell´amministratore delegato D´Angiolino e 650 milioni a testa per quelle dei quattro consiglieri Migliavacca, Urbani, Carta e Cicconi).
Una sorta di «liquidazione» di amministratori pubblici da lui inventata con la motivazione, poi contraddetta dai fatti, di trasformare l´Anas in agenzia dello Stato. Una decisione sconcertante, che l´Unità denunciò e ripropose in più occasioni. Il ministro pensò fosse opportuno rimanere in silenzio, nonostante la denuncia fosse forte e sottolineata. Mentre alcuni parlamentari, tra cui il senatore ds Paolo Brutti, firmarono un´interrogazione citata nella sentenza della Corte. «Il Consiglio di amministrazione dell´Anas, nominato nell´ottobre del 2000, con D´Angiolino presidente e Migliavacca, Urbani, Carta e Cicconi consiglieri», scriveva l´Unità il 16 febbraio del 2002 «sarebbe dovuto scadere nell´ottobre del 2005. Ma il ministro Lunardi, appena insediato, sollecitò le dimissioni del presidente e dei consiglieri ricevendo uno scontato diniego.
Nel settembre 2001 infatti Lunardi apre una trattativa con D´Angiolino offrendogli una liquidazione di 2 miliardi e 800 milioni in cambio delle dimissioni. Ottenuto questo risultato propone di sostituirlo con Vincenzo Pozzi chiedendo, come prevede la legge, il parere delle commissioni parlamentari competenti. Nelle commissioni il parere viene rinviato per ben tre sedute, a fronte di una crescente protesta dell´opposizione. A questo punto Lunardi, per evitare di incassare una pesante bocciatura dalle commissioni (parere consultivo ma obbligatorio) ritira dalle Camere la richiesta e contemporaneamente ottiene dai consiglieri Migliavacca e Urbani le dimissioni in cambio del pagamento delle indennità (650 milioni a testa).
Il ministro Lunardi, avute tre dimissioni su cinque, annuncia e procede al commissariamento dell´Anas, imponendo in tal modo agli altri due consiglieri, Carta e Cicconi, di accettare la transizione per la loro definitiva liquidazione. Cicconi chiede però che la proposta gli venga messa nero su bianco e la invia alla Corte dei Conti, prevedendo che Lunardi, contrariamente a quanto sostenuto, anziché procedere alla trasformazione dell´Anas, avrebbe nominato il nuovo consiglio di amministrazione. Previsione fondata: il 14 febbraio, infatti, Berlusconi firma il decreto con cui nomina Vincenzo Pozzi nuovo presidente e amministratore delegato dell´Anas a cui seguirono le nomine dei quattro nuovi consiglieri. Sostituzione che costò allo Stato 5 miliardi e 400 milioni..
E nientemeno, ai nuovi consiglieri sono state attribuite consulenze operative su tutta l´attività diventando di fatto «sub direttori generali» che ricevono compensi aggiuntivi, addirittura superiori a quelli che percepiscono come consiglieri. Insomma, una vera e propria aggressione alle casse dello Stato con il parere favorevole del Collegio Sindacale che controlla l´Anas, come dire: volpi messe a guardia delle galline. E dunque, dato che Lunardi non è proprietario del ministero delle Infrastrutture, ecco che dovrà rimborsare di tasca propria la stessa cifra che ha attinto dalle casse dello Stato. L´ex ministro ha però impugnato la sentenza: «Io ero da poco insediato al ministero e non potevo che fidarmi di quello che il Gabinetto prevedeva. Non ho avuto forse la prontezza di andare a fare altre verifiche... ».
Un´«ingenuità politica» credibile considerando che nel Ministro prevaleva la dimensione tecnica-imprenditoriale. Un´ingenuità che rischia di costargli cara, a meno che, nel caso in cui la sentenza dovesse divenire definitiva, non risultasse nulla tenente. Cosa non improbabile visto che per fare correttamente il ministro senza il peso del conflitto di interesse dovette con immenso sacrificio intestare le sue società alla moglie e ai figli.