ROMA - "Ma come faccio a chiedere ai senatori del centrosinistra di venire da noi se nemmeno i nostri si prendono il disturbo di votare contro il governo? Quelli giustamente restano alla finestra e aspettano di vedere come ci comportiamo. Di questo passo la crisi la rischiamo noi". Chi ha raccolto lo sfogo di Silvio Berlusconi al telefono assicura che il leader di Forza Italia non fosse affatto arrabbiato per il successo della maggioranza a palazzo Madama dove, grazie ai senatori a vita e a due assenti della Cdl, il decreto fiscale è stato approvato in souplesse e senza bisogno di ricorrere alla fiducia. Peggio, era "rassegnato".

Consapevole che la fine del governo Prodi non è cosa di oggi ma neppure di domani. "E' una partita che si gioca sui tempi lunghi - ammette il senatore azzurro Gaetano Quagliariello - perché è venuto fuori un livello di tenuta eccellente della maggioranza, al di là dei senatori a vita". Appoggiato al banco della buvette del Senato, finita la battaglia in aula, anche Lucio Malan non si nasconde la realtà: "Ora il governo tirerà il fiato per un po' di tempo. E d'altronde noi siamo come un pugile a cui mancano 3 cm di braccio per arrivare a colpire l'avversario, così prendiamo solo pugni. Il tempo lavora a nostro favore, come si è visto con le elezioni in Molise, ma dobbiamo capire tutti alla svelta che sarà una guerra d'usura, non un blitzkrieg".

Certo, il sospetto che qualcuno nel centrodestra stia dando di proposito una mano a Prodi è una merce altrettanto diffusa tra i banchi della Cdl. Come sostiene Learco Saporito, un ex dc passato ad An, "sul più bello sembra che ci sia sempre una sorta di pronto soccorso a favore dell'Unione". Ieri mattina ad esempio, quando il centrista Antonio De Poli (assente per malattia in numerose altre votazioni da settimane) preme "per errore" il pulsante del "sì", a favore del decreto fiscale, due banchi sotto di lui il forzista Malan si copre il volto con le mani per la disperazione e inizia a scuotere la testa.

Altra scena. Pochi secondi dopo rientra in aula Gianfranco Rotondi della Dc, assente al momento del voto perché impegnato in una conversazione con il governatore molisano Michele Iorio. Il capogruppo forzista Renato Schifani gli va incontro minaccioso e sibila: "Ho visto che non hai votato. No, no, non mi devi spiegare nulla: è tutto molto chiaro". E Rotondi: "Ti do quattro minuti per chiedermi scusa, poi parlo alle agenzie". I minuti scorrono invano e Rotondi effettivamente suggerirà ai giornalisti che "è tempo che i gruppi dell'opposizione al Senato cambino conduzione e, forse, anche qualche conduttore". Un'altra pagina eloquente del clima che si respira nel centrodestra.

Ma non sono solo i sospetti reciproci. Ieri infatti sembra essersi rotto definitamente qualcosa, è come se il centrodestra abbia preso atto che il colpo di forza non è "aritmeticamente" possibile. E' vero che l'ex dipietrista Sergio De Gregorio, come gioisce la forzista Alberti Casellati, "ha votato con noi e d'ora in poi la situazione del governo sarà sempre più dura". Ma per un De Gregorio che se ne va c'è un Luigi Pallaro che ritorna e che fa tuonare l'azzurro Antonio Tomassini contro "quei soldati di ventura che vengono dall'estero e che si vendono per due o tre emendamenti". Seduto su una poltrona accanto all'aula, Francesco Storace dà la sua rappresentazione icastica della tattica sin qui seguita dal centrodestra: "Ogni mattina andiamo a dargli la spallata e la sera torniamo a casa con una gomitata in faccia".

Certo è vero che il governo stavolta non ha posto la fiducia e i (pochi) emendamenti della Cdl hanno potuto essere discussi e votati. E' vero, come dice orgoglioso il centrista Mario Baccini, che "non c'è stato il muro contro muro, la nostra strategia del confronto è stata premiata". Ma tutto questo non ha cambiato molto la realtà delle cose, visto che nessun emendamento della Cdl ha fatto breccia nella maggioranza e, alla fine, l'Unione si è bevuta anche il voto finale senza bisogno della fiducia. Né il dialogo parlamentare quindi né la "mistica della spallata", come la chiama Quagliariello, sembrano incrinare il governo. Allora cosa? La strada sembra per ora senza uscita. E dunque tanto vale usare il mito della "spallata" per creare un po' di mobilitazione: "Se non caricassi un po' i miei - si giustificava ieri Schifani con un amico - lo sai cosa succederebbe? Con le truppe che abbiamo ci sarebbero 20 assenti, altro che 2".