Pagina 1 di 4 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 33
  1. #1
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Da chi e perchè è stato assassinato John Fitzgerald Kennedy?...



    I rampolli della famiglia Kennedy. John Fitzgerald e’ il secondo da destra, Robert il penultimo...

    cari amici
    e’ di questi ultimi tempi la notizia che una speciale commissione del Congresso americano ha ordinato un supplemento di indagini sul materiale video e sonoro custodito negli archivi dell’Fbi [che sarà analizzato con gli odierni strumenti tecnologici, inesistenti quarant’anni fa’…] allo scopo di fare, se possibile, un poco piu’ di chiarezza sulla morte del presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, avvenuta a Dallas il 22 novembre 1963. In particolare si vorrebbe stabilire quanti furono i colpi d’arma da fuoco sparati in quell’occasione, se tre, come afferma la ‘relazione ufficiale’ stesa dalla commissione Warren, oppure quattro come affermano alcun testimoni riascoltati di recente.
    Le morti violente di John Fitzgerald Kennedy e del fratello Robert [avvenuta a distanza di cinque anni…] nascondono ancora parecchi lati oscuri, non meno dei piu’ recenti avvenimenti dell’11 settembre 2001. Anzi a mio modo di vedere dietro di essi sicuramente vi sono stati registi che molto avevano ed hanno in comune, di modo che esaminare quanto e’ accaduto il 22 novembre 1963 a Dallas aiuta certamente a capire di piu’ su quanto e’ accaduto l’11 settembre 2001 a NewYork e Washington… e viceversa…
    Dal momento che sulla morte di Kennedy il materiale disponibile dentro e fuori dal web e’ sterminato, potrebbe sembrare presunzione da parte mia la pretesa di avere qualcosa di nuovo da dire al riguardo. Anche se cosi’ fosse cerchero’ di dire anche su questo ‘la mia’… sperando comunque di riscuotere anche l’attenzione che i lettori di PoL mi hanno fino ad oggi riservato…

    Chiaramente l’esposizione sara’ spezzettata in piu’ parti per dar modo al lettore di approfondire dicendo ‘la sua’… non rimane quindi che iniziare…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  2. #2
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Ultimo discorso di John Fitzgerald Kennedy, tenuto a Dallas la mattina di quel fatale 22 novembre 1963. Accanto a lui Lyndon Johnson, che di li’ a poco sara’ chiamato a sostituirlo

    Quegli spari a Dallas

    Sono le ore 12.30 di venerdi’ 22 novembre 1963 e su Dallas uno splendido sole ha alzato la temperatura bel al di sopra della media del periodo. William R. Greer [‘Bill’ per gli amici…], l’agente del servizio segreto alla guida della Lincoln Continental speciale targata GG 300 ha dovuto accontentare il ‘padrone’ e togliere dall’auto la capote trasparente la quale altrimenti avrebbe trasformato l’interno della vettura in una sauna. Il ‘padrone’ di Greer si chiama John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo Sant’Antonio, Houston, Fort Worth, Dallas e’ la penultima tappa della trasferta del presidente in Texas che si concludera’ domani ad Austin, capitale dello stato. Il viaggio in Texas e’ stato programmato ad un anno esatto dalle elezioni presidenziali ed e’ considerato di particolare importanza dal momento che il Texas ha fama di essere uno degli stati piu’ ostili alla politica del presidente, soprattutto per via delle sue iniziative contro la segregazione razziale e delle sue ‘aperture ai comunisti’. In nessun altro stato come nel Texas sopravvivono ancora i miti della ‘conquista dell’Ovest’ e della ‘legge delle pistole’. In un territorio immenso con una superficie pari a quella della Francia e Germania messe insieme vivono meno di dieci milioni di ‘americani’, e di questi un milione sono negri e un altro milione messicani. Sulla Lincoln Continental, accanto al presidente e alla moglie Jacqueline, siede John Bowden Connally jr., governatore dello stato. Connally proviene dalle file del partito democratico, ma e’ un ‘democratico del sud’, vale a dire designato da elettori accanitamente segregazionisti, conservatori e anticomunisti, assai sensibili ai discorsi nazionalisti e reazionari del candidato repubblicano Barry Goldwater. Nella Cadillac che segue a breve distanza la vettura presidenziale siede il vice-presidente Lyndon Baines Johnson, anch’egli un texano, colui che con la sua presenza ha consentito al giovane candidato democratico di imporsi tre anni prima, sia pure di stretta misura, sul candidato repubblicano Richard Nixon. In quella occasione il Texas aveva assegnato a Kennedy una assai risicata maggioranza [meno di 50.000 voti in piu’ rispetto a Nixon…] proprio in virtu’ del fatto che il ‘texano’ Johson si era presentato in campagna elettorale accanto a lui, anche se proprio a Dallas entrambi erano stati sonoramente fischiati dalla folla.
    Accanto a William R. Greer siede l’agente segreto Roy H. Kallermann, il cui compito e’ quello di scrutare la folla e le finestre degli edifici che si trovano lungo la via percorsa dal corteo per individuare ogni possibile minaccia alla vita del presidente. In quel momento il corteo percorre la Main Street [la ‘Via principale’…], gia’ addobbata non ostante manchi a Natale piu’ di un mese. Kellerman ha attentamente studiato il percorso nei giorni precedenti ed ha preso mentalmente nota dei punti critici di esso, verso i quali occorre prestare particolare attenzione. Dallas gode di vecchia fama di ‘capitale di Dixie’ [‘Dixie’ e’ il termine che designa il Sud conservatore e razzista…] , fama che il sindaco della citta’ Earle Cabell non manca mai di onorare. A Dallas ha scelto di stabilirsi il generale Edwin Anderson Walker, presidente della John Birch Society, organizzazione estremista avente come obiettivo la lotta contro la ‘cospirazione comunista che mina lo spirito degli americani’. Ogni volta che un rappresentante di Washington si reca a Dallas egli non manca mai di esporre innanzi alla sede del movimento la bandiera texana accanto alla bandiera della confederazione sudista, e cosi’ e’ stato anche in questa occasione. Kellerman e’ infornato del fatto che i militanti armati della John Birch Society, chiamati Minutemen, si aggirano in citta’ facendo bella mostra delle loro pistole Colt con il calcio in madreperla, l’arma tradizionale del texano, proprio come era solito fare il leggendario generale Patton. Queste ed altre armi [dalla piu’ modesta calibro 22 fino al cannone da 40 mm…] a Dallas sono liberamente in vendita senza distinzione di eta’, sesso e professione, presso migliaia di botteghe di armaioli. Quella mattina, nell’atrio dell’Hotel Texas dove la coppia presidenziale ha trascorso la notte, Kellermann ha sentito una battuta del presidente che lo ha messo assai a disagio. Kenneth O’Donnel, assistente speciale della Casa Bianca, aveva messo in guardia il presidente contro il pericolo di attentati in occasione dei contatti diretti con la folla, che egli prediligeva. Kennedy, visibilmente irritato, aveva alzato le spalle dicendo : ‘… se qualcuno ha intenzione di uccidere il presidente degli Stati Uniti non deve far altro che appostarsi all’interno di un palazzo a piu’ piani con un fucile munito di mirino telescopico. Per sventare questo non si puo’ fare nulla…’. Un’altra ragione di inquietudine era costituita dai manifesti distribuiti in citta’ il giorno prima, simili a quelli che si usavano per i ricercati e che i film western avevano reso popolari. In essi il presidente era effigiato come un volgare criminale, accusato di aver compiuto ‘attivita’ proditorie contro gli Stati Uniti’, tra le quali ‘aver illegalmente ordinato l’invasione di un altro stato sovrano da parte delle truppe federali’ [si riferivano al caso dello studente di colore Meredith, imposto a forza all’Universita’ del Mississipi…]. Quella stessa mattina poi sul Dallas Morning News una intera pagina bordata di nero, quasi una partecipazione ad un lutto, augurava il ‘benvenuto’ al ‘sig. Kennedy’, accusato anche qui delle cose piu’ turpi e invitato a rispondere ad un questionario di sedici domande riguardanti la ‘connivenza’ da lui concessa ai comunisti. Un’inchiesta condotta dall’Fbi permettera’ in seguito di risalire al firmatario di questa pagina. Si trattava di un certo Bernard Weissman, sedicente presidente dell’ American Enquiry Comittee, il quale aveva pagato 4.500 dollari [di allora…] per questa inserzione. Successivamente si verra’ a sapere che costui era un israelita di 26 anni senza risorse e senza domicilio fisso il quale pero’ viveva a Dallas in un lussuoso pied a terre e che nessuno aveva sentito nominare in precedenza il comitato di cui diceva di essere presidente. Sul conto di costui pero’ non si faranno ulteriori indagini…
    Roy Kellermann pero’ ha gia’ probabilmente scordato tutto questo nel momento in cui la vettura in testa al corteo, quella che porta il capo della polizia Jesse Curry ed e’ separata dalla Lincoln da qualche motociclista, gira a destra all’uscita della Main Street imboccando piazza Dealy. Anche ‘Bill’ Greer gira a destra, tenendo l’occhio sempre fisso alla vettura di testa che costituisce il ‘comando mobile’ del corteo ed ha a bordo, oltre a Curry, gli agenti del servizio segreto che hanno organizzato il viaggio del presidente, Forrest V. Sorrels e J.E. Decker, lo sceriffo della contea, anch’egli soprannominato ‘Bill’. Cento metri piu’ innanzi si erge un grande edificio a sei piani, fatto di mattoni rossi e sormontato dalla scritta Texas School Book Depository [Deposito di libri scolastici del Texas]. Di fianco all’insegna, sulla sinistra, si vede il pannello pubblicitario della Hertz, l’agenzia di noleggio di automobili, e un orologio che segna le 12.30 in punto. Greer ha studiato il percorso in precedenza e sa’ che quello stabile fa’ angolo con la Houston Street, quella che sta percorrendo, e la Elm Street, che dovra’ imboccare a sinistra. Dovra’ poi scendere un leggero dosso, passare sotto il ponte della ferrovia e infine tornare verso l’autostrada e procedere in direzione di Trade Mart, dove e’ stata allestita la sala dei festeggiamenti. In questa specie di palazzo delle esposizioni un migliaio circa di texani hanno pagato cento dollari [di allora] per avere l’onore di pranzare insieme con il presidente ed ascoltare il discorso di questi insieme al dessert. Roy Kellermann nel frattempo si tiene in contatto via radio con la vettura di testa, con la vettura di scorta [una Cadillac sulla quale vi sono otto agenti del servizio segreto con il colpo in canna e pronti a far fuoco…], con la vettura delle telecomunicazione della Casa Bianca, quella che segue sempre come un’ombra il presidente in ogni suo spostamento, con il comando di polizia al Trade Mart, con l’aeroporto di Love Field e con gli aerei del presidente del vice-presidente, rispettivamente Air Force One e Air Force Two. Non vi e’ nulla che desti sospetti. Sul marciapiede di sinistra della Houston Street non vi e’ molta gente, mentre ve ne e’ molta sul marciapiede di destra lungo le grandi costruzione che ospitano una il tribunale e la prigione della contea di Dallas, l’altra il deposito degli archivi della contea. Quasi tutti applaudono [alcuni messicani gridano ‘Ole’!…’] e sull’auto presidenziale la signora Connally, moglie del sindaco di Dallas, si rivolge al presidente dicendo : ‘… non si puo’ certo dire che a Dallas nessuno le vuol bene!…’. ‘That is obvious!…’, risponde Kennedy girandosi nuovamente verso la folla con il suo eterno sorriso. La vettura intanto ha raggiunto Elm Street e gira a sinistra. Kellerman esplora con lo sguardo un edificio con poche finestre [si tratta di un magazzino commerciale…] posto sull’angolo destro dell’incrocio, e poi il Texas School Books Depository, alle cui finestre egli non nota nessuno. L’auto raggiunge quindi una specie di piazza delimitata da un rialzo di cemento che divide la discesa di Elm Street dalla carreggiata a senso unico della Main Street. Qui la circolazione non e’ stata interrotta e alcune vetture incrociano il corteo ad alta velocita’ passando a qualche metro dalla vettura presidenziale. Davanti alla Lincoln vi e’ ora il ponte della ferrovia, sotto il quale occorre passare per imboccare il raccordo autostradale. Sul ponte Kellermann nota alcune sagome indistinte che sul momento non riesce ad identificare con sicurezza ma che ritiene essere agenti di polizia. In quel preciso momento, proprio mentre John Fitzgerald Kennedy si volge verso la moglie Jaqueline che, rivolta a sinistra, risponde ai saluti della folla ammassata sul terrapieno della ferrovia, si ode un colpo secco, come lo scatto a vuoto di un motore. Sulle prime Jaqueline non vi presta attenzione finche’ il governatore Connelly non lancia un grido. Sorpresa si volta verso di lui in tempo per vedere il marito che con un’espressione di dolore in volto si porta la mano sinistra sul collo. Non fa’ in tempo a chiedere a ‘Jack’ che cosa gli sta’ succedendo quando vede il cranio di lui aprirsi come un uovo che scoppia e contemporaneamente ode un’altra detonazione. Sangue e frammenti di materia cerebrale sono proiettati tutt'intorno e imbrattano l’abito rosa della First Lady. L’agente speciale Clinton G. Hill, il quale si trova a bordo della Cadillac della scorta, resosi conto immediatamente della gravita’ di quanto sta’ accadendo, si precipita verso uno dei predellini appositamente sistemati sul retro della Lincoln, sale sul cofano posteriore, spinge da parte Jaqueline, col suo corpo si pone a protezione del presidente [e’ pero’ troppo tardi…] e ordina a Greer di procedere a tutta velocita’ in direzione dell’ospedale Parkland Memorial




    La Lincoln sulla quale viaggia il presidente Kennedy ripresa nel preciso momento degli spari

    Dopo il primo colpo, senza nutrire il minimo dubbio sulla natura del rumore che ha udito, Roy Kellermann istintivamente si e’ voltato ed ha visto il presidente afflosciarsi e il governatore Connally piegarsi sulle ginocchia della moglie. Non appena ‘Bill’ ha pigiato sull’acceleratore urla con la radio alla vettura di testa di guidarli all’ospedale. Il ‘capo’ Jesse Curry sente il messaggio e lo ripete ai motociclisti in testa al corteo e alla macchina pilota. Trasmette quindi un ordine alla centrale radio della polizia affinche’ all’ospedale si tengano pronti. Le auto del corteo percorrono l’autostrada e il viale Harry Hines alla velicota’ di 130 kilometri orari e alle 12.35 giungono all’entrata del pronto soccorso dell’ospedale Parkland Memorial. L’agente Lawson balza dalla vettura di testa e impartisce ordini agli infermieri che spingono i carrelli verso le auto. Nella Lincoln presidenziale il governatore Connally, che ferito aveva perso conoscenza, si riprende al momento della frenata, come un automa si alza, scende dall’auto e subito crolla per il violento dolore. Mentre gli agenti della scorta, impugnando pistole e mitra, si dispongono intorno, alcuni barellieri caricano il governatore su di un carrello e altri cercano di sollevare il presidente, dalla cui testa continua a sgorgare sangue. Per nascondere ai fotografi le orribili ferite l’agente Hill si toglie la giacca e ricopre con essa la testa e il busto del presidente. Dolcemente ma con fermezza Kellermann e Lawson sollevano quindi John Kennedy e lo posano su di un carrello. Pallido in volto nel frattempo il vice-presidente Johnson e’ sceso dalla sua vettura e insieme a Jaqueline, che, sorretta da un agente speciale non vuole separarsi dal marito, entra nel pronto soccorso scortato dagli uomini del servizio segreto. Sono le 12.42. Alle persone in attesa al Trade Mart viene comunicato che ‘il programma ha subito un ritardo’ e che possono mettersi a pranzare senza il presidente.
    Nella Trauma room n. 1, il medico di servizio ventottenne Carlo James Carrico vede per la prima volta il presidente degli Stati Uniti in carne ed ossa. Sono le 12.43. John fitzgerald Kennedy e’ disteso sul carrello. Il colorito e’ grigiastro, gli occhi sbarrati e fissi, la respirazione impercettibile e i battiti del cuore si rivelano solo all’auscultazione. Carrico nota subito due ferite assai visibili, una alla base del cranio e l’altra, molto piu’ evidente, alla testa. Manca una parte di scatola cranica, da cui e’ fuoriuscita materia cerebrale. Nel tentativo di ripristinare le funzioni respiratoprie Carrico introduce un tubo nella trachea e lo collega ad una pompa d’aria. Con il laringoscopio osserva che l’interno della gola del presidente e’ lacerato. In quel momento giunge al Trauma room n.1 il chirurgo Malcom O. Perry, assistente del primario del reparto chirurgia [assente quel giorno dall’ospedale…]. Questi per prima cosa stacca il busto ortopedico del presidente [anni dopo si scoprira’ che Kennedy soffriva, tra le varie patologie, di acutissimi dolori alla schiena che lo obbligavano a portare il busto praticamente per l’intera giornata…] e, tentando il tutto per tutto, pratica una vasta tracheotomia nel tentativo di ripristinare la respirazione. Egli opera una larga incisione sul petto del presidente per consentire l’accesso diretto di aria nei polmoni senza passare per la trachea ostruita dal sangue. Cosi’ facendo sparisce la ferita alla base del collo. Alle ore 13.00, esauriti tutti i tentativi di drenaggio al torace, trasfusioni di sangue, massaggi al cuore ed elettroshock, dopo aver esaminato l’enorme ferita al cranio per la quale la medicina nulla puo’ fare, il capo neurologo dell’ospedale William Kemp Clark costata il decesso del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, dopo che il padre gesuita Oscar L. Huber gli ha praticato l’estrema unzione. Poiche’ la causa della morte e’ stata la distruzione del sistema nervoso, tocca a lui firmare l’atto del decesso. Dalla Trauma room n.2, dove e’ stato trasportato il governatore Connelly, si hanno notizie migliori. Il ferito e’ vivo e si hanno buone speranze di salvarlo.
    Tutta l’attenzione si porta ora verso un uomo che fino ad ora e’ stato alquanto in ombra. Lyndon Baines Johnson non e’ piu’ il vicepresidente, bensi’ il trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Subito dopo il suo arrivo in ospedale e’ stato preso in custodia dagli agenti speciali, i quali temono un nuovo attentato nell’ipotesi sia stata ordita una congiura per decapitare il governo. Quando viene annunciato che l’inevitabile e’ accaduto sono gli agenti del servizio segreto che gli ricordano quello che deve fare in una circostanza come quella. Prima di partire per Washington e’ necessario che egli presti giuramento e per questo e’ necessario un giudice. Si trova una donna, Sarah T. Hugues, che viene trasportata all’aeroporto di Love Field dove ha luogo la cerimonia del giuramento che dovra’ avvenire all’interno dell’Air Force One, che dovra’ subito dopo prendere il volo. Quando tutto e’ predisposto ecco che si verifica una strana serie di contrattempi che finira’ per avere il suo peso nei successivi sviluppi del caso. Senza dare spiegazioni Johnson rifiuta di partire senza Jaqueline Kennedy, la quale a sua volta rifiuta di partire senza la salma del marito. Bill Greer non ha altro fa fare se non consultare una guida telefonica, sulla quale trova il numero delle pompe funebri Oneal Funeral Home, alla quale chiede di inviare urgentemente la migliore bara di cui dispone, aggiungendo che questa e’ per il presidente degli Stati Uniti. E’ in tal modo, e puo’ sembrare incredibile, che il ‘segreto’ sulla morte di John Kennedy, mantenuto rigorosamente fino a quel momento, diviene di pubblico dominio. A quel punto il neo-presidente Lyndon Johnson lascia l’ospedale Parkland Memorial e, superscortato a bordo della Lincoln guidata da Jesse Curry, raggiunge l’aeroporto, sale sull’Air Force One e qui attende l’arrivo della salma del predecessore e della giovane vedova. Frattanto all’ospedale, nel momento stesso in cui il cadavere di Kennedy viene deposto nella bara, ha luogo un altro fatto ‘strano’. Due rappresentanti delle autorita’ di Dallas si oppongono a che il cadavere del presidente lasci la citta’, adducendo come motivazione che la legge americana prescrive che un omicidio, qualunque esso sia, cade sotto l’esclusiva giurisdizione dello stato nel quale e’ avvenuto… questo a meno che non si tratti di ‘cospirazione contro gli Stati Uniti’. Stando ai primi risultati dell’inchiesta che nel frattempo si stava svolgendo in Elm Street e dintorni, era stato un tiratore isolato ad uccidere Kennedy e pertanto i rappresentanti della Contea di Dallas esigono che il corpo della vittima resti in citta’ per essere sottoposto ad autopsia. Solo gli energici sforzi congiunti degli agenti federali e della vedova fanno si’ che il cadavere di Kennedy sia trasportato in aeroporto, dove alle 14.15 viene issato a bordo dell’Air Force One. Alle 14.38 Lyndon Baines Johnson, affiancato da Jaqueline Kennedy, presta giuramento come trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti e alle 14.47 il velivolo decolla alla volta di Washington...




    Lyndon Johnson presta giuramento come trentaseiesimo presidente degli Stati Uniti. Accanto a lui Jaqueline Kennedy


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  3. #3
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Il Texas School Book Depository, ‘edificio costruito con mattoni rossi’, visto dal luogo dove si trovava il corteo presidenziale al momento degli spari. La freccia indica la finestra dalla quale Lee Harvey Oswald, secondo la relazione redatta dalla commissione Warren, avrebbe sparato contro il presidente degli Stati Uniti tre colpi in rapida successione, due dei quali andati a segno con effetto letale…

    In meno di un’ora l’assassino e’ catturato

    Dopo aver descritto, sia pure in maniera alquanto sommaria, quello che è accaduto a Dallas in uno spazio di dieci minuti [dalle ore 12.25 alle ore 12.35…] il 22 novembre 1963, facciamo subito alcune considerazioni. Abbiamo visto che sulla vettura presidenziale coloro che non sono stati feriti hanno reagito agli avvenimenti in modo rapido e ragionevole. Mentre J.F. Kennedy, bersaglio dell’azione omicida, non ha avuto tempo di prendere coscienza degli avvenimenti, il governatore Connally si e’ reso perfettamente conto che si stava verificando un attentato contro il presidente degli Stati Uniti, al punto che prima di crollare sulle ginocchia della moglie avrebbe pronunciato, secondo i testimoni, le seguenti parole: ‘… mio Dio, stanno per massacrarci tutti!…’. Le due donne hanno avuto una reazione del tutto normale in una circostanza del genere, ossia hanno tentato di proteggere i loro mariti. I due agenti del servizio segreto a bordo della Lincoln presidenziale si sono comportati abbastanza bene. Greer, l’autista, ha affondato l’acceleratore e si e’ diretto verso il piu’ vicino ospedale. Kellermann ha comunicato tempestivamente l’emergenza alle forze di polizia e all’ospedale. Alcune perplessita’ invece desta il comportamento degli occupanti la Queen Mary [cosi’ era chiamata la Cadillac della scorta presidenziale…]. Su di essa viaggiavano otto agenti del servizio segreto, due sul sedile davanti, due sul sedile posteriore e quattro sugli appositi predellini posti ai due lati. Ciascuno di questi uomini era armato con una pistola calibro 38 e sul pavimento della Queen Mary si trovavano un fucile di precisione e un mitra. Degli otto il solo agente speciale Clinton Hill aveva avuto la prontezza di passare all’azione tentando, sia pure invano, di proteggere il presidente, cio’ che costituiva la specifica missione loro affidata. Hill si trovava sul predellino anteriore sinistro. L’agente speciale John D. Ready, che si trovava sul predellino anteriore destro, dopo essere anche lui balzato in strada era stato richiamato dall’agente speciale Emory P. Roberts, comandante la vettura di scorta. Tutti gli altri agenti speciali avevano messo mano alle armi, compreso il mitra, imbracciato da Gorge W. Hichey con la sicura sollevata. Con fare un poco disorientato si erano messi poi a scrutare i dintorni, le finestre degli edifici e i tetti, senza pero’ riuscire a scorgere nulla. Una squadra di specialisti addestrati quotidianamente a sventare ogni possibile minaccia e a riconoscere tutti i tipi di arma da fuoco dal solo rumore degli spari non sono stati in grado di identificare in quella circostanza neppure approssimativamente la direzione dalla quale erano venute le pallottole!... Prima pero’ di accusarli di incompetenza o faciloneria e’ giusto dire che dal luogo dove si trovavano era praticamente impossibile stabilire se vi erano uno o piu’ tiratori e dove si trovavano. Non e’ pero’ irragionevole ipotizzare che se le pallottole erano tutte quante passate sopra le loro teste percorrendo all’incirca la medesima traiettoria, come affermera’ poi la ‘tesi ufficiale’, per ‘riflesso automatico’ avrebbero girato lo sguardo e mirato tutti verso un punto ben preciso. Per cercare di capirci un poco di piu’ riavvolgiamo la pellicola all’indietro ed esaminiamo quanto e’ accaduto tra le 12.30 e le 12.31 sulla strada che scende da Elm Street, tra il Texas School Book Depository e il ponte della ferrovia…

    Nel momento in cui la Queen Mary corre in direzione del ponte ferroviario, dietro la Lincoln presidenziale, Roberts si accorge che la vettura del vice-presidente e’ arretrata di circa cinquanta metri rispetto alla posizione che dovrebbe tenere. La cosa non e’ del tutto normale. La prassi vuole che la vettura di Lyndon Johnson segua la Queen Mary di pochi metri in modo che l’attenzione della folla si sposti automaticamente dalla vettura del presidente alla vettura del vice-presidente senza soffermarsi sulla Cadillac occupata dagli uomini della scorta. Roberts pertanto fa’ vistosi cenni all’autista della vettura del vice-presidente, un agente della polizia stradale del Texas di nome Hurchel Jacks, di avvicinarsi di piu’ alla Queen Mary. Accanto a Jacks siede Rufus W. Youngblood, agente speciale del servizio di sicurezza del vice-presidente, mentre Lady Bird, moglie di Lyndon Johnson, occupa il centro del sedile posteriore, tra il vice-presidente e il senatore Yarborough. Nel momento in cui si ode il primo colpo Youngblood fa’ fronte alla situazione nel modo che descrivera’ in diverse sue testimonianze…

    … subito notai un’agitazione insolita tra la folla. Vidi persone che si gettavano a terra e si disperdevano e vidi alcuni movimenti rapidi sulla vettura della scorta. A quel punto mi voltai, battei sulla spalla del vice-presidente e gridai : ‘Si abbassi!…’. Portai nuovamente lo sguardo in avanti e vidi che i movimenti non cessavano. Allora saltai sul sedile posteriore e mi misi sopra il vice-presidente, il quale non ebbe alcuna parola di protesta. Poi gridai all’autista: ‘Via di qui per Dio!…’

    La corsa della vettura che trasporta Lyndon Johnson terminera’ la sua corsa davanti all’ospedale Parkland Memorial. Dunque e’ testimoniato che nel momento in cui risuonano gli spari una gran confusione unita ad un principio di panico si impadronisce della folla allineata lungo la Houston Street, davanti al Book Depository e lungo la discesa di Elm Street. I quattro stabili che si trovano all’altezza del gomito formato da Houston Street ed Elm Street e che circondano i giardinetti della Dealy Plaza hanno poche finestre, alle quali vi sono degli spettatori. L’edificio del tribunale e’ un edificio amministrativo. Gli altri tre, ossia il deposito degli archivi, il magazzino e il Book Depository, non hanno locali abitativi. Le finestre alle quali vi e’ della gente sono facilmente individuabili da parte dei poliziotti che si trovano sulla vettura di scorta o tra la folla e il cui compito e’ proprio quello di sorvegliare finestre e tetti. Nessuno di loro ha visto nulla di particolare o di sospetto. Lungo la Houston Street e la Elm Street parecchie persone si buttano pancia a terra. Altri si mettono a correre in tutte le direzioni. Alcuni individui di colore gridano come impazziti temendo una sommossa razziale. Sul ponte della ferrovia una dozzina di spettatori e alcuni poliziotti osservano tutta quella confusione senza capire che cosa sta succedendo. Le ricetrasmittenti dei poliziotti sono intasate di ordini di origine non identificata che ripetono incessantemente: ‘Portatevi tutti verso la stazione di smistamento!…’. Guardando nella direzione del corteo la stazione di smistamento e’ situata a destra, sul prolungamento del ponte della ferrovia oltre la massicciata erbosa che si trova all’altezza di Elm Street e che termina con un muretto. Abbandonando le motociclette in strada i poliziotti che si trovano in testa al corteo davanti alla vettura di Jesse Curry si precipitano tutti in quella direzione, come per una specie di riflesso condizionato. Un altro poliziotto si arrampica lungo il pendio che prolunga il ponte della ferrovia e si trova dinnanzi una cancellata che lo costringe a fermarsi. E’ l’agente Seymour Weitzman, della polizia di Dallas, cui era stato ordinato di presidiare l’angolo della Main Street con Houston Street. Egli comincia a scalare la cancellata ma ‘qualcuno’ [che non si riuscira’ ad identificare…] gli comunica che i colpi d’arma da fuoco provengono dal Book Depository e cosi’ Weitzman torna sui suoi passi per recarsi la’. Altri agenti corrono lungo i binari e altri hanno invaso la stazione di smistamento, salendo sui carri merci. Li’ alcuni testimoni riferiranno di aver visto del fumo uscire di sotto agli alberi e qualcuno che fuggiva. Tre individui vengono arrestati nella stazione di smistamento e il vice-sceriffo di Dallas H. Elkins li consegna al capo della squadra omicidi J. Will Fritz. A quanto risulta questi individui verranno rilasciati quasi subito e i loro nomi resteranno sconosciuti. In quel momento la radio della polizia diffonde il seguente appello: ‘Tutte le unita’ e tutti gli agenti che di trovano nei dintorni della stazione devono recarsi immediatamente nel settore della ferrovia a nord di Elm Street!…’.

    Nel momento degli spari davanti al Texas School Book Depository non vi e’ neppure un poliziotto di presidio. Tuttavia nel gruppo di agenti motociclisti che segue la Queen Mary vi e’ un agente della polizia di Dallas di nome Marrion L. Baker. Proprio nel preciso istante il cui si trova di fronte al Book Depository egli sente distintamente uno sparo e vede alcuni piccioni levarsi in volo dal tetto dell’edificio con la facciata di mattoni rossi. Agendo d’istinto Baker, grande appassionato di caccia al cervo, da’ il tutto gas dirigendosi verso il Depository e, mentre echeggiano altri spari, balza a terra dinanzi all’ingresso dello stabile. Scartando alcuni spettatori va’ a sbattere contro un uomo che dice di essere il capo del personale del Book Depository e si chiama Roy S. Truly. ‘Hanno sparato dal tetto di questo edificio!…’, urla Baker e insieme si precipitano all’interno. Accortisi che gli ascensori sono immobilizzati a uno dei piani superiori, cominciano a salire le scale, Truly davanti e Baker dietro con in mano la Colt con il colpo in canna e la sicura sollevata. Arrivato al primo piano Baker ha l’impressione che una sagoma si sia defilata attraverso la finestra a vetri della porta che immette in un’anticamera che a sua volta porta alla cantina del Depository. Si avvicina a quella porta, l’apre, attraversa l’anticamera, raggiunge la cantina e qui vede un uomo giovane davanti ad un distributore automatico di Coca Cola. ‘Venga qui!…’, gli ingiunge Baker con la pistola puntata. Truly nel frattempo, accortosi di essere rimasto solo e chiedendosi che cosa sia successo, ridiscende al primo piano e sente delle voci provenienti dalla cantina. Qui ritrova Baker che gli chiede: ‘Conosce quest’uomo?…’. Il capo del personale risponde affermativamente. Si tratta di Lee Harvey Oswald, assunto in qualita’ di magazziniere con la paga di 52 dollari la settimana. Lui stesso lo ha intervisto e assunto il 15 ottobre dietro raccomandazione di una certa signora Ruth Paine di Irving e siccome gli aveva fatto una discreta impressione lo aveva inscritto nella lista del personale del Depository. Oswald non ha l’aria di essere particolarmente spaventato, piuttosto e’ sorpreso come lo sarebbe chiunque con una pistola puntata contro. Baker per il momento si convince e riparte, seguito da Truly, in direzione delle scale. Sale fino a tetto ma non trova nulla. Riscende quindi in strada [siamo tra le 12.35 e le 12.40…] e si trova davanti ad un caotico via vai di persone. Mentre Baker e’ intento nella sua infruttuosa ispezione, all’incirca alle 12.32, la signora R. A. Reid, amministratore del Texas School Book Depository, la quale stava sul marciapiede davanti allo stabile mentre passava il corteo presidenziale ed ha udito gli spari, risale di corsa al primo piano e si imbatte anch’essa in Lee Harvey Oswald, il quale ha in mano una bottiglia di Coca Cola. Ancora visibilmente emozionata gli dice: ‘Hanno sparato al presidente!…’. Oswald brontola qualcosa di incomprensibile e se ne va. La signora Reid sul momento non fa’ caso a questo. La scala da cui ella e’ salita si trova nell’angolo dell’edificio che da’ su Elm Street e Houston Street, mentre la scala presa da Baker e Truly si trova sull’angolo opposto. Truly ha trascinato Baker su quella scala perche’ aveva inteso che il poliziotto voleva salire sul tetto, dal quale era convinto provenisse il primo sparo, e sapeva che con l’altra scala si poteva raggiungere al piu’ il terzo piano. Sono le 12.35 e davanti al n. 411 di Elm Street, dove si trova il Depository, regna un’enorme confusione. Le auto del corteo presidenziale sono sparite a tutta velocita’ mentre numerosi poliziotti continuano le ricerche. Alcuni agenti raccolgono delle testimonianze piuttosto slegate, dalle quali sembra tuttavia che i colpi d’arma da fuoco siano partiti dall’edificio in mattoni rossi. Alcuni hanno visto delle persone alle finestre del quarto e quinto piano. Alle 12.34 un messaggio trasmesso dalla radio della polizia di Dallas fornisce informazioni in tal senso. Le testimonianze si fanno sempre piu’ numerose e dettagliate cosi’ che alle 12.36 il sergente D.V. Harkness lancia con la sua trasmittente un appello nel quale precisa che un testimone ha visto qualcuno sparare dalla finestra del quarto piano all’angolo di Houston Street. Il testimone, Amos Lee Evins, studente negro di quindici anni, in realta’ si riferiva alla finestra del secondo piano partendo dal tetto [ossia al quinto piano…] ma nella fretta Harkness aveva capito male. L’agente W.E. Barnett dal canto suo si era recato sul retro dello stabile per verificare se, non si sa’ mai, qualcuno stesse scendendo lungo la scala antincendio. Non avendo visto nulla era corso all’angolo di Houston Street con Elm Street e qui si era imbattuto in un agente che non conosceva. Questi gli aveva ordinato di rilevare il nome dell’edificio [scritto a caratteri cubitali sulla porta di ingresso…]. Mentre adempiva a questo incarico Barnett aveva incontrato un personaggio che non fara’ fatica poi ad identificare. Si trattava di Howard Leslie Brennan, un muratore con indosso una tuta blu’ e un casco metallico. Brennan riferisce a Barnett di aver visto lo sparatore appostato ad una finestra sull’angolo dell’edificio. In mancanza di precisi ordini Barnett si piazza all’ingresso del Depository e osserva con attenzione le persone che entrano ed escono dallo stabile, mentre Brennan gli continua a raccontare quello che ha visto e ho creduto di vedere. Alla finestra del quinto piano vi era un uomo che fino a pochi minuti prima dell’arrivo della Lincoln presidenziale di tanto in tanto si affacciava. Quando erano echeggiati gli spari, Brennan aveva visto un fucile in mano all’uomo, il quale, per quel poco che era riuscito a vedere, era un bianco sui trent’anni e alto circa un metro e ottanta. Dopo l’ultimo sparo era rimasto immobile un secondo o due, come volesse accertarsi che i colpi erano andati a segno, e poi era scomparso. Brennan e’ condotto dall’ispettore J. Herbert Sawyer, la cui auto e’ posteggiata da qualche minuto davanti al n. 411 di Elm Street. Era stato Sawyer ad inviare il primo messaggio radio con il quale aveva comunicato che i colpi di arma da fuoco erano partiti dal Depository. Fatto questo era salito aveva con l’ascensore fino al terzo piano e lo aveva interamente frugato. Non aveva pero’ trovato nulla ed era ridisceso in strada senza dare un’occhiata agli altri piani. A questo punto gli portano un testimone. Sono circa le 12.40. Tanto per cominciare Sawyer dimentica di chiedere al testimone le generalita’ e non fa’ neppure caso al fatto che egli abbia in testa o in mano un casco metallico [cosa che doveva essere se il testimone era veramente Brennan…]. Comunque sia, a lui il testimone racconta quello che ha visto o creduto di vedere. Sawyer risale quindi in auto e con la sua trasmittente, il cui codice e’ ‘9’, invia al comando di polizia il seguente messaggio, registrato alle 12.43…

    Da 9 a 531 – La persona ricercata e’ un bianco, snello, circa trent’anni, alto cinque piedi e dieci [m 1.78], del peso di centosessantacinque libbre e in possesso di un’arma 30-30 di tipo Winchester…

    Da 531 a 9 – E’ un fucile?…

    Da 9 a 531 – Si’, un fucile…

    Da 531 a 9 – Avete una descrizione del vestito?…

    Da 9 a 531 – Il testimone che lo ha visto non ricorda…


    A questo punto il lettore avra’ certamente notato alcune ‘stranezze’ non da poco nella ‘testimonianza’ che ha appena letto. E’ infatti a dir poco inverosimile che nei brevi istanti in cui il testimone ha potuto osservare l’individuo sospetto alla finestra del quinto piano abbia potuto valutare con notevole precisione eta’, altezza, peso [!?…] e finanche il modello di fucile e non sia stato in grado di dire il colore del vestito che portava [!!…]… e siamo solo all’inizio!… Sia come sia pero’ , dopo aver trasmesso il suo appello, Sawyer affida il testimone ad alcuni poliziotti che si trovano nei paraggi incaricandoli di accompagnarlo nell’ufficio dello sceriffo che si trova sulla Houston Street, dunque non molto lontano da li’.
    Nel frattempo si sono fatte le 12.50 e Forrest V. Sorrels, rappresentante permanente del servizio segreto presso il distretto di Dallas e facente anch’egli parte dell’equipaggio della Queen Mary, ritorna sul luogo. Viene dall’ospedale Parkland Memorial e posteggia l’auto accanto a quella di Sawyer. Sorrels constata subito che lo stabile non e’ stato chiuso e chiunque e’ libero di entrare e uscire come gli pare. Entrato nel Depository, si imbatte in Truly al quale chiede l’elenco completo del personale. Ritorna poi sul marciapiede e grida [parole testuali!…] : ‘C’e’ qualcuno qui che ha visto qualcosa?…’. Brennan viene cosi’ spinto verso di lui. E’ certo che si tratta di Brennan perche’ porta il casco da muratore. Brennan riferisce i fatti ancora una volta, aggiungendo pero’ la descrizione di come era vestito l’uomo alla finestra del quinto piano: portava una camicia o una giacca chiara. Questo ‘dettaglio’ contrasta dunque non poco con quanto riferito pochi minuti prima da Sawyer. Sorrels ascolta anche il giovane Evins e quindi accompagna i due nell’ufficio dello sceriffo, dove un vice-sceriffo li prende in consegna. Torna poi al Elm Street.
    Sono le 12.58. Il capitano J. Will Fritz, capo della squadra omicidi della polizia di Dallas, fa’ a sua volta ritorno dal Parkland Memorial e nota subito l’assembramento davanti al n. 411 di Elm Street. Chiesta spiegazione ad uno degli agenti che si trovano sul posto si sente rispondere che ‘forse l’uomo che ha sparato a Kennedy si trova nell’edificio’. Sono trascorsi 28 minuti dall’attentato e 24 minuti dal primo messaggio nel quale si indicava il Depository come il luogo dal quale erano partiti i colpi d’arma da fuoco. Fritz cosi’ decide di fare quello che si sarebbe dovuto fare da subito, vale a dire bloccare gli accessi dell’edificio e perquisirlo palmo a palmo cominciando dai piani in basso. Il vice-sceriffo Luke Mooney inizia verso le 13 la perquisizione del quinto piano e nota presso la finestra che da’ sull’angolo tra Elm Street e Houston Street un mucchio di scatole di cartone piene di libri. Nota subito che altre scatole sono state disposte dietro di esse in modo da costituire una specie postazione di tiro che prende d’infilata Elm Street in direzione del ponte ferroviario. Tra quelle scatole il vice-sceriffo Monney rinviene tre bossoli. Sono le 13.12. Avvertito da Mooney, Fritz da’ ordine di non toccare nulla prima dell’arrivo degli specialisti del laboratorio di criminologia. Giunti rapidamente sul posto al comando del tenente J.C. Day, questi iniziano i loro rilievi. Le ricerche si estendono all’intero quinto piano e alle 13.22 il vice-sceriffo Eugenio Boone e il vice-conestabile Seymour Weitzman scoprono, nell’angolo opposto del quinto piano nascosta tra due file di scatole di libri, una carabina munita di mirino a cannocchiale. Questa viene fotografata. Il tenente Day rileva che non vi sono impronte digitali all’estremita’ della leva di caricamento e che il calcio in legno e’ troppo rugoso per conservare impronte. Il tenente Day afferra quindi l’arma per il calcio e il capitano Fritz manovra l’otturatore in modo da estrarre il colpo non sparato. Prima di portarla al laboratorio Fritz prende nota delle scritte che figurano sulla carabina: Made in Italy cal. 6,5 – 1940 – C. 2766.
    Seymour Weitzman, il quale aveva partecipato pochi minuti prima alle ricerche effettuate nei pressi del ponte ferroviario ed aveva raccolto la testimonianza di un addetto al deposito della ferrovia che aveva visto qualcuno gettare qualcosa in un cespuglio, non vede queste scritte e dira’ in seguito a tutti coloro che lo interrogheranno che si tratta di un fucile tedesco Mauser cal. 7.65 e confermera’ questo, sotto giuramento, anche nel rapporto ufficiale da lui steso il giorno dopo.





    Anche se la cosa puo’ sembrare a prima vista sorprendente l’arma in questione e’ un fucile di fabbricazione italiana, derivato dallo storico ‘moschetto 91’ che ha costituito l’armamento standard dell’Esercito Italiano a partire dalla guerra di Libia [1911-12], e in seguito nella Grande Guerra [1915-18], nella Guerra d’Abissinia [1935-36], nella guerra di Spagna [1936-39], per tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale [1940-45] e anche oltre. Si tratta della Carabina cal 6.5 Manlicher Carcano 91/38 [ossia progetto originale del 1891 (!) rielaborato nel 1938…]. Per la sua descrizione lascio la parola a Robert Harris, uno dei piu’ qualificati esperti di armi degli Stati Uniti, il quale ha pubblicato una dettagliata indagine su quanto accadde in quel tragico mezzogiorno a Dallas, indagine sulla quale ritorneremo…

    … l’arma che si ritiene abbia ucciso il presidente Kennedy e’ una Carabina Manlicher Carcano appartenuta Lee Harvey Oswald. Come possessore di un esemplare di essa posso confermare che l’arma non e’ cosi’ scadente come qualcuno ha frettolosamente affermato. Pur essendo un progetto del XIX° secolo è un’arma ragionevolmente accurata e facile da maneggiare. Anche nelle mani di un tiratore mediocre e poco esercitato puo’ risultale letale e del tutto in grado di sparare il fatale proiettile dalla distanza di 90 yard che separava il davanzale del sesto piano del Book Depository dall’auto presidenziale…

    Naturalmente sulla questione del ‘fucile’ ritorneremo quanto prima. Di mio aggiungo che il calibro dell’arma [6.5 mm] e’ del tutto unico nel suo genere, il che significa che il munizionamento da essa impiegato e’ diverso da quello di qualsiasi altro tipo di fucile e questo, come vedremo, finira’ per avere importanza decisiva. Mentre il tenente Day porta via quello che il capitano Fritz gia’ considera ‘l’arma del crimine’, compare il capo del personale del Depository, Roy S. Truly, e riferisce che, facendo l’appello dei suoi quindici dipendenti, si e’ accorto che manca Lee Harvey Oswald. Truly ha portato con se’ l’indirizzo di Oswald quale risulta dalla scheda di servizio del personale. E’ un indirizzo di Irwing, un sobborgo di Dallas situato a una ventina di chilometri dal centro. Un gruppo di altri impiegati del Depository che dicevano di aver notato qualcosa che poteva essere utile all’inchiesta siono stati condotti alla sede della polizia dall’agente C. W. Brown, addetto di servizio del capitano Fritz. Quest’ultimo, proprio nel momento in cui riceve da Truly la segnalazione e l’indirizzo di Oswald, viene a sapere che una mezz’ora prima, verso le 13.15, un poliziotto di Dallas, J. D. Tippit, e’ stato ucciso da uno sconosciuto a colpi di pistola nel quartiere di Oak Cliff, a pochi isolati di distanza. Fritz decide di telefonare alla sede della polizia per avere informazioni piu’ precise. Gli risponde l’agente Brown: ‘E’ stato portato qui un momento fa l’uomo che pare abbia ucciso Tippit. Shelbey, uno degli impiegati del Depository convocato qui da noi, lo ha riconosciuto come uno dei dipendenti. Si chiama Lee Harvey Oswald…’. ‘Saro’ li’ tra pochi minuti!…’, risponde brevemente Fritz. Quando poco dopo le 14 Fritz arriva alla sede di polizia trova che al secondo piano, dove si trova il suo ufficio e quello del chief Jesse Curry, regna un insolito disordine. Il piano e’ affollato di poliziotti, testimoni, persone sospette, giornalisti, uomini di ogni sorta. I locali, surriscaldati dai fari delle Tv e illuminati dai riflessi dei flash dei fotografi, risuonano di voci, rumori di sedie smosse, cineprese… Oswald e’ condotto da un ufficio all’altro e interrogato senza alcun discernimento. Ha il viso tumefatto e la camicia scura strappata. Ha tentato di opporre resistenza ed e’ stato picchiato. Mantiene pero’ un’aria arrogante e dice di non aver nulla a che vedere con l’attentato al presidente e con l’assassinio di Tippit. Definisce i poliziotti ‘cani della Gestapo’ , vuole un avvocato e ai giornalisti mostra un sorriso beffardo e ironico. Una specie di delirio isterico si impadronisce di tutti, i quali sono convinti di aver in mano l’assassino e non vi e’ bisogno di saperne di piu’. Telefoni e telescriventi sono in continua attivita’. Trasmessa dall’Fbi arriva a Washington la ‘carta d’identità’ di Oswald. E’ stato in Unione Sovietica e risulta essere filo-comunista e filo-castrista. I computer del ministero della giustizia, in Pennsylvania Avenue d Washington, hanno identificato in dieci minuti il certificato penale di Oswald: quando era in Russia ha rinunciato alla cittadinanza americana. Nessuna incriminazione e’ ancora stata emessa, eppure il chief Curry, il capitano Fritz, il district attorney Henry W. Wade si alternano ai microfoni lanciando dichiarazioni sbalorditive e contraddittorie, tutte però sulla stessa falsariga: Oswald ha ucciso il presidente, Oswald ha ucciso Tippit, Oswald ha agito da solo, abbiamo tutte le prove che servono, Oswald e’ un comunista, Oswald e’ un pazzo che nulla ha a che vedere con la citta’ di Dallas. Cosa a dir poco stupefacente, l’inchiesta in pratica e’ abbandonata appena poche ore dopo l’assassinio del presidente degli Stati Uniti. Le perquisizioni sono sospese, come pure i controlli alle strade, ferrovie e aeroporti. Dall’aeroporto di Love Field gli aerei partono regolarmente per i voli interni e internazionali senza che la polizia prenda neppure visione della lista dei passeggeri. A mo’ di ciliegina sulla torta, a partire dalle 17 giornalisti, curiosi e chiunque altro e’ lasciato libero di percorrere in lungo e in largo l’edificio del Texas School Book Depository, toccare quello che vuole e abbandonarvi quello che crede. Non vi sono ne’ guardie ne’ sigilli…

    Fino a questo punto si e’ avuto cura di riferire unicamente i fatti accertati testimonianze ‘irrefurabili’, delle quali pero’ non sempre terra’ conto nei mesi successivi la commissione d’inchiesta nominata dal neo-presidente Johnson e diretta uno degli americani piu’ integerrimi, il chief justice [presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti] Earl Warren. Tutto il resto, come si vedra’ in seguito, e’ infatti quanto di piu’ opinabile sia stato mai dato a vedere…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  4. #4
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Lee Harvey Oswald fotografato con in mano il suo fucile poche settimane prima del 22 novembre 1963…


    Chi è Lee Harvey Oswald?…

    A questo punto facciamo nuovamente un passo indietro, allo scopo di rivedere le circostanze in cui e’ stato ucciso Tippit e renderci conto di che tipo era questo Lee Harvey Oswald. Sono le 12.54. L’emittente del comando della polizia di Dallas trasmette senza sosta appelli alle auto di pattuglia. La maggior parte di esse riceve l’ordine di dirigersi verso Elm Street. Ad altre però è ordinato di percorrere a bassa velocità gli altri quartieri di Dallas alla ricerca minuziosa dell’individuo sospetto i cui connotati [assai vaghi come si è visto…] sono quelli forniti dalla testimonianza di Brennan. J. D. Tippit, da undici anni agente della polizia di Dallas, è considerato un funzionario competente e fidato. Sposato con tre figli, percepisce uno stipendio di 490 dollari al mese [circa 300.000 lire di allora…]. A bordo della sua vettura bianca a nera con la mano destra afferra il microfono per comunicare alla centrale che egli si trova nel quartiere di Oak Cliff ed eseguirà le istruzioni ricevute. Nei successivi venti minuti egli non comunica più con la centrale di polizia. Alle 13.15 la sua auto di trova all’altezza della Decima strada Est e ha appena superato l’incrocio con la Patton Avenue. Sul marciapiede un uomo cammina con le spalle voltate in direzione dell’auto. Tippit si avvicina all’uomo, si ferma, piega verso destra e abbassa il vetro della portiera. L’uomo quindi si avvicina all’auto, appoggia i gomiti sulla portiera e scambia alcune parole col poliziotto. Pochi istanti dopo l’uomo si rialza e Tippit alza il vetro come volesse ripartire. Apre invece la portiera di sinistra portiera, scende dall’auto e le gira intorno come volesse raggiungere l’uomo che si trova sul marciapiede. Nel momento in cui Tippit si trova all’altezza della ruota anteriore sinistra l’uomo sul marciapiede impugna una rivoltella e spara ripetuti colpi ad intervalli rapidissimi: tre, quattro, cinque… Tippit, il quale ha portato la mano alla sua Colt ed è riuscito ad estrarla solo per metà, cade di schianto fulminato. L’assassino torna quindi indietro verso la Decima Strada estraendo i bossoli vuoti dal suo revolver. Barbara Jeannet Davis e sua cognata Virginia Davis, che abitano in una casa all’angolo con Patton Avenue, lo vedono. L’assassino passa quindi davanti ad una terza donna, Helen Markham, in attesa di attraversare l’incrocio. Helen vede terrorizzata l’assassino che viene dritto verso di lei con la pistola in mano. A lei pare piccolo di statura, robusto e con i capelli ricci e scombinati. Indossa una giacca o un giubbotto di colore bianco. Senza occuparsi di lei l’uomo armato svolta nella Patton Avenue. Accanto al marciapiede è fermo il taxi di William Scoggins, il quale fino a poco prima stava gustando un sandwitch. L’assassino passa correndo davanti all’autista il quale ha potuto vedere la sparatoria. Spaventato, Scoggins balza dal sedile riparandosi dietro la sua auto. L’uomo passa a meno di quattro metri da Scoggins, il quale nota il suo giubbotto chiaro, e brontola qualcosa. A Scoggins sembra di aver sentito Poor damn cop!… o Poor dumb cop!…, ossia ‘Povero diavolo quel poliziotto!…’. L’uomo passa poi oltre il taxi e si inoltra nella Patton Avenue. Due uomini stanno arrivando verso di lui. Sono Ted Callaway e Sam Guinyard, entrambi addetti ad un garage che vende auto d’occasione situato in Patton Avenue. L’uomo, sempre con la rivoltella in pugno, cambia marciapiede, passa a meno di tre metri da Guinyare e Callaway gli grida :’Hey man, what the tell is going on?… [‘Hei, che stà accadendo perbacco!…’]. L’uomo risponde confusamente qualcosa o si dirige di buona lena verso l’angolo con la Jefferson Avenue. Passa davanti al garage delle auto d’occasione, nel quale si trovano quattro uomini. Due di loro, Warren Reynolds e Pat Patterson, lo inseguono ma quello si infila tra le auto parcheggiate in un posteggio che si trova accanto al garage e si dilegua. Callaway e Guinyard intanto hanno svoltato sulla Decima Strada e si sono trovati davanti il cadavere di Tippit immerso in una pozza di sangue. Lì vi sono anche la signora Markham, Scoggins, un poliziotto appena giunto e molta altra gente. Callaway, che non manca di spirito di iniziativa, si prende la libertà di raccogliere ed esaminare la Colt di Tippit che era finita sotto il suo corpo. Sale quindi sul taxi di Scoggins e insieme decidono di dare la caccia all’assassino attraverso le strade di Oak Cliff, ma senza risultato. Altri poliziotti sopraggiungono e caricano il corpo di Tippit su di un’autoambulanza che si dirige a tutta forza verso l’ospedale Parkland Memorial, dove nel frattempo stanno deponendo nella bara il corpo del presidente Kennedy e il governatore Connally sta lottando contro la morte. Sulla stessa ambulanza vi è un uomo, Domingo Benavides, il quale per primo ha avvertito la polizia dell’accaduto. Al volante del suo camioncino aveva appena superato l’auto di Tippit ferma accanto al marciapiede quando ha sentito distintamente i colpi d’arma da fuoco. Si ferma circa otto metri più avanti ma non scende prima di aver visto nella specchietto retrovisore l’assassino voltare l’angolo di Patton Avenue. Subito si precipita verso l’auto di Tippit e servendosi della radio trasmette il seguente messaggio: ‘Qui c’è stato un assassinio!…’. Sono esattamente le 13.16. Dopo sei minuti, alle 13.22, giungono i poliziotti, sentono alcuni testimoni e subito diffondono i connotati dell’assassino…

    E’ un uomo di razza bianca, circa trent’anni, alto 1.73, capelli scuri, snello, porta un giubbotto bianco, camicia bianca, pantaloni neri…

    Poco più tardi, alle 13.24, la polizia diffonde un altro messaggio…

    La persona sospetta è stata vista l’ultima volta in Jefferson Avenue mentre correva in direzione ovest all’altezza del numero 400…

    Il capitano di polizia W. R. Westbrook accorre con alcuni uomini nel settore indicato e nel parcheggio della auto d’occasione scopre un giubbotto abbandonato di colore grigio con la chiusura lampo. Non occorrono più di cinque minuti alla centrale di polizia di Dallas per fare il raffronto tra le segnalazioni delle persone sospette del Book Depository e di Oak Cliff. Alle 13.24 il raffronto è già stato fatto e un quarto d’ora dopo, alle 13.45, viene diffuso un nuovo messaggio…

    Siamo stati informati che una persona sospetta è entrata ora nella sala cinematografica Texas Theater di West Jefferson…

    Che cosa era accaduto?… Mentre le auto della polizia passano a sirene spiegate lungo Jefferson Avenue dirette verso il luogo in cui Tippit stato ucciso, Johnny Calvin Brewer, proprietario di una calzoleria, nota davanti al suo negozio un uomo dal fare sospetto che ha tutta l’aria di essere inseguito. Brewer esce dal negozio per osservare meglio l’uomo, nota che deve avere corso parecchio e lo vede sparire nell’ingresso del cinema Texas Theater che si trova lì vicino. La signorina Julia Postal, cassiera del cinema, è uscita per vedere che cosa sta accadendo in strada e non vede l’uomo che. di nascosto, si è infilato nella sala. Brewer allora avvicina la cassiera e le chiede dell’individuo sospetto: ‘Ha comprato il biglietto?…’. La signorina Postal risponde ‘No, by golly, he didn’t!… [‘No per Dio, non l’ha comprato!…’]. La cassiera ritorna alla cassa e telefona alla polizia dicendo: ‘Non so se è l’uomo che cercate. Deve però avere un motivo per nascondersi…’. Brewer entra nella sala per vedere se il suo uomo è ancora lì. Pochi istanti dopo sopraggiungono davanti al Texas Theater alcune vetture con a bordo una quindicina di poliziotti. Quattro entrano dal retro passando dall’uscita di sicurezza, trattando brutalmente Brewer che si trovava proprio sul loro cammino. Altri salgono in galleria passando dall’ingresso principale. Un agente entra nella cabina di proiezione e ordina di illuminare la sala. Le immagini del film War is hell continuano a girare sbiadite sullo schermo. Proprio sotto lo schermo un gruppo di uomini armati circonda Johnny Brewer, il quale indica un uomo tranquillamente seduto in fondo alla sala. Vi sono pochissimi spettatori, al massimo una ventina. I poliziotti, con l’agente M. N. Mc Donald in testa, risalgono verso il fondo della sala passando per il corridoio centrale. Mc Donald si avvicina da prima a due spettatori seduti nelle prime file, li perquisisce, poi si avvia verso l’uomo che Brewer gli ha indicato e che sembra attenderlo immobile. Gli ordina di alzarsi in piedi con le mani in alto. Nel momento in cui inizia la perquisizione Mc Donald ha uno scatto improvviso come dovesse proteggersi da una minaccia. Altri agenti si precipitano allora sull’uomo e cominciano a dargliele di santa ragione. L’uomo rotola a terra. I poliziotti lo rialzano e gli mettono le manette. Dal groviglio è saltato fuori un revolver che è stato subito impugnato dall’agente Bob K. Carrol. Sul posto nel frattempo arriva il vice-sceriffo Eddy R. Walthers. Il prigioniero è condotto via su di un’auto della polizia. Non si dibatte più e si accontenta di lanciare ingiurie ai poliziotti e di accusarli di brutalità. Indossa una camicia sportiva scura sotto la quale porta una T-shirt bianca. Sono le 13.51 quando la vettura n.2 della polizia di Dallas annuncia per radio che sta arrivando alla centrale con a bordo l’uomo sospetto. Al volante è il sergente Gerard L. Hill. Esaminando i documenti trovati addosso all’arrestato, il vice-sceriffo Walters viene a sapere che il suo nome è Lee Harvey Oswald , abitante a Irwing in una stanza affittata di recente situata al n. 1026 di North Beckley Avenue, a meno di due chilometri di distanza.

    Chi è questo Lee Harvey Owsald, il cui nome, in quel pomeriggio del 23 novembre 1963, è divenuto quello dell’assassino del presidente Kennedy per volere della polizia di Dallas e per la incosciente complicità della stampa, della radio e della televisione’?… Ecco la sua biografia quale può essere ricostruita con certezza, senza le ‘aggiunte’ e le ‘supposizoni’ tipo quelle [avvallate dalla commissione Warren] che gli atribuirono perfino un tentativo di assassinio nei confronti del generale Walker, su cui avremo modo di tornare. Lee Harvey Oswald è nato il 18 ottobre 1939 a New Orleans. Nel 1963 aveva dunque 24 anni, con alle spalle già una vita avventurosa nella quale non aveva combinato un gran chè. Quando nacque suo padre era già morto da alcuni mesi. Sua madre, Margareth Oswald, aveva già due figli: John Edward Pic [nato da un precedente matrimonio] e Robert Denton Oswald. I tre ragazzi hanno condotto così un’esistenza piuttosto misera. La loro madre si era risposata ma aveva divorziato nel 1948 senza ottenere gli alimenti. Ha fatto per un certo tempo l’infermiera a domicilio per poi lavorare in una fabbrica di confetti a Forth Worth, nel Texas. Lee frequenta qui le elementari e poi segue sua madre a New York, dove si iscrive al liceo del Bronx. In quattro mesi di scuola colleziona 47 assenze. Preferisce restare a casa e guardare la televisione. Uno psicologo, il dottor Renatus Hartogs, lo descrive a quell’epoca come ‘violento, represso, nemico dell’autorità, duro, testardo e solitario’. Quando Margareth Oswald fa ritorno a New Orleans, sembra che si trovi meglio. Legge anche molto e tra le sue letture primeggia Il Capitale di Marx che, come scriverà più tardi, diverrà per lui una ‘nuova Bibbia’. A sedici anni vorrebbe arruolarsi nei Marines, ma non viene accettato perché troppo giovane. Ripropone la sua candidatura un anno più tardi e questa volta viene accettata. Nei Marines Lee Harvey Oswald non si distingue in modo particolare. Tra l’altro è classificato ‘tiratore di media capacità’, appena al di sopra del minimo richiesto nei Marines. E’ mandato in Giappone, dove si interessa molto alla lingua russa, che impara presto a leggere e parlare, oltre a tutto quello che viene dall’URSS, libri, giornali e letteratura marxista. Ha anche alcune piccole noie. Una volta è trovato in possesso di una rivoltella ‘personale’ e un’altra volta insulta un sottoufficiale. Nel 1959, dopo tre anni di servizio, chiede di essere congedato e all’età di vent’anni torna dalla madre, che nel frattempo si è stabilita nuovamente a Fort Worth, con in tasca un gruzzolo di 1.600 dollari [960.000 lire di allora]. Senza parlare alla madre delle sue intenzioni, si imbarca su di una nave olandese diretta in Europa, dopo aver richiesto e ottenuto il passaporto. Oswald sbarca a Le Havre e di qui raggiunge prima Londra e poi Helsinki, dove chiede al consolato sovietico un visto turistico per l’URSS. Lo ottiene, secondo la prassi normale, dopo alcuni giorni e il 19 ottobre 1959 arriva a Mosca. Dopo alcuni giorni di permanenza nella capitale sovietica decide di stabilirsi nella Russia comunista, di rinunciare alla cittadinanza americana e di chiedere quella sovietica. Per rendere note queste sue intenzioni si reca all’ambasciata americana, dove consegna una dichiarazione in tal senso, e confida ad alcuni corrispondenti della stampa americana che i russi non sembrano aver fretta nel dare seguito alla sua richiesta. L’ambasciata americana, seguendo le istruzioni del Dipartimento di Stato, decide di temporeggiare, spiegando a Oswald che non è così semplice rinunciare alla cittadinanza americana. La sua avventura ha comunque una certa risonanza negli Stati Uniti. La stampa di destra lo copre di ingiurie. Viene radiato dai quadri dei Marines, cosa che desta in lui profonda amarezza. Da Mosca scrive al ministro della Marina, che a quell’epoca è il senatore del Texas Connally, per protestare contro questa decisione. Dopo un paio di mesi i sovietici si decidono finalmente a dargli l’autorizzazione di soggiorno. Gli rifiutano però la cittadinanza e lo assegnano ad una fabbrica di Minsk, in Bielorussia. A Minsk Oswald conosce una giovane farmacista, Marina Nicolaievna Prusakova. La sposa e da lei ha una figlia. I coniugi Oswald hanno a Minsk una vita relativamente agiata. Il salario di Lee è integrato con una certa larghezza dagli assegni della ‘Croce Rossa’ sovietica, prassi normale nei confronti degli occidentali che hanno rinnegato il proprio paese. Improvvisamente però Oswald decide di far ritorno nel proprio paese. Cominciano allora per lui e per la moglie mesi difficili. La ‘Croce Rossa’ sovietica sospende le sovvenzioni di denaro e la polizia politica comincia a fare domande. Marina Nikolaievna dal canto suo intende seguire il marito, portandosi via anche la piccola. Dimentico delle sue precedenti prese di posizione, Oswald comincia ora a bombardare di richieste di aiuto l’ambasciata americana. Questa chiede l’intervento del Dipartimento di Stato. Il transfuga è pur sempre cittadino americano in quanto la sua rinuncia alla cittadinanza giuridicamente non ha valore e il suo ritorno compenserà politicamente con gli interessi la sua partenza di tre anni prima. Grazie al denaro anticipato da una organizzazione assistenziale americana, gli Oswald sbarcano a New York il 13 giugno 1962. Comincia però per loro una vita difficile, ancor più difficile di quella vissuta da loro negli ultimi mesi di permanenza in Unione Sovietica. Dapprima so trovano a dover fronteggiare gli interrogatori degli agenti dell’Fbi, i quali vogliono essere sicuri che Lee Harvey non è diventato una spia sovietica. Poi sopravvengono difficoltà finanziarie. Oswald trova parecchi impieghi, che però perde in poco tempo. A volte non viene accettato per ‘incompetenza’. Più spesso però i suoi datori di lavoro vengono a conoscenza del suo passato ‘sospetto’ oppure si indispettiscono nel vederlo leggere la stampa comunista e professare idee comuniste. Oswald ha scritto molto sia a Minsk sia dopo il suo ritorno negli Stati Uniti. Tra l’altro anche righe come queste…

    … nessuno, dopo aver vissuto sotto il sistema comunista russo e quello capitalista americano, ha la possibilità di fare una scelta. Il primo offre l’oppressione, il secondo la povertà. Entrambi offrono l’ingiustizia imperialista, sfumata soltanto da due diversi tipi di schiavitù…

    La sua è una forma di anarchismo che urta la mentalità americana più di qualsiasi altra cosa. Oswald si iscrive al partito comunista americano, all’organizzazione castrista Fair Play for Cuba e a altre associazioni progressiste. Anche in questi ambienti tuttavia viene ‘schedato’. Tutti diffidano di lui. All’inizio del 1963 fa ritorno a New Orleans, dopo aver lasciato la famiglia a Irwing, un sobborgo di Dallas, presso Ruth Paine, una donna quacquera di origine russa che ha preso Marina sotto la sua protezione. A New Orleans Oswald distribuisce manifestini filocastristi, prende parte a disordini, partecipa a dibattiti da radiofonici e infine si fa arrestare. Pensa che il suo nome è destinato prima o poi a sfondare, ma ogni volta salta fuori la storia della sua fuga dalla Russia. In tal modo è ‘bruciato’ e non interessa a nessuno. Inoltre vi sono sempre le attenzioni che gli riserva l’Fbi, i cui agenti lo pedinano, gli danno appuntamenti e gli fanno domande. Alle delusioni si aggiungono presto problemi economici. Tutto quello che Lee può offrire alla moglie, che ha fatto tornare con lui, sono i 33 dollari la settimana [19.800 lire] degli assegni di disoccupazione. Marina è incinta di otto mesi. Il suo carattere è messo a dura prova. Ha visto la ricchezza di comodità della vita americana e soffre di non poterne godere. Rimprovera il marito, diventa intrattabile e alla fine scrive all’ambasciata sovietica a Washington chiedendo il rimpatrio. Non le piacciono le attività di Lee, i suoi misteriosi spostamenti, il fucile che si è portato a casa, i suoi strani discorsi filosofici e politici. A questo punto si rifà viva la buona ed energica signora Paine. Nel settembre 1963 questa arriva a New Orleans, carica sulla sua automobile la famiglia Oswald con pochi bagagli e la conduce a casa sua, a Irving. Lee, anche se di malumore, segue la famiglia. Ben presto decide però di ripartire. Racconta alla moglie delle storie un poco confuse. Da prima dice che andrà a cercar lavoro a Houston, poi che farà un viaggio segreto a Cuba, via Messico, per incontrare Fidel Castro. In effetti parte su di un autocarro alla volta di Città del Messico, dove arriva il 27 settembre. Ha chiesto e ottenuto un passaporto americano valido per l’estero. Nella capitale messicana Oswald si presenta al consolato cubano per chiedere il visto di transito. Dal momento che egli dice di essere diretto a Mosca ma di voler fare tappa intermedia all’Avana, gli rispondono che potrà ottenere il visto cubano solo dopo che avrà ottenuto il visto sovietico. Assai contrariato Oswald si reca allora all’ambasciata sovietica e qui chiede il visto di ingresso. Gli rispondono che dovrà aspettare parecchie settimane. Deluso e amareggiato, rientra a Irving il 3 ottobre, sempre su di un autocarro. Il 9 novembre scrive all’ambasciata sovietica a Washington una lettera nebulosa, nella quale accenna a non ben specificate ‘attività segrete’ da lui effettuate in Messico. La lettera sarà consegnata poi, insieme con altri documenti, dalle autorità sovietiche all’Fbi. Il 14 ottobre si reca a Dallas per presentarsi, con la raccomandazione della signora Paine, a Roy S. Truly, capo del personale della Texas School Book Depository. Affitta una camera ad otto dollari la settimana presso la signora Nord Beckley fornendo il nome O.H. Lee e dal quel giorno rientrerà ad Inving solo nei fine settimana. Qui passerà poi la maggior parte del tempo litigando con la moglie che lo rimprovera di non guadagnare abbastanza [ha appena dato alla luce una seconda figlia…], di non comprarle la lavatrice e di vivere a Dallas sotto falso nome.
    La sera del 21 novembre, fatto insolito perché è un giovedì, Oswald rientra ad Irving con la macchina di Buell Wesley Frazier, un giovane compagno di lavoro. Litiga ancora una volta con Marina e alle 7.10 di venerdì 22 novembre fa ritorno a Dallas sempre con l’auto di Frazier. Con sé reca un pacco voluminoso. ‘Che cos’è?…’, gli domanda Frazier. ‘Sono dei reggitenda…’, gli risponde Oswald. Si tratta invece di un fucile munito di cannocchiale. Verso le 8 arrivano al Texas School Book Depository. Ognuno riprende il suo lavoro...



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  5. #5
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Oswald è ucciso da Jack Ruby senza che i poliziotti intorno reagiscano

    La lunga catena di morti misteriose ha inizio

    Quello che è accaduto in seguito, dalle 12.30 in poi, di quel 22 novembre 1963 lo abbiamo già raccontato. I fatti che si svolgono nelle successive 48 ore sono assai confusi. Un po’ per partito preso la polizia vuole considerare la faccenda conclusa. Si da per scontato di aver definitivamente smascherato Oswald. Nessuna testimonianza di segno contrario ha quindi valore. Il capo della polizia di Dallas e il district attorney Henry Wade sfornano dichiarazioni su dichiarazioni al secondo piano della centrale di polizia di Dallas, trasformata ormai in un luna park. L’atmosfera che lì regna spiega molte cose. L’ambiente è divenuto locale riservato della stampa, della radio e della televisione. Ogni cosa avviene sotto gli occhi di decine di milioni di americani inchiodati davanti agli schermi televisivi. I normali programmi delle emittenti televisive sono stati soppressi. Non vi è più pubblicità, e alle trasmissioni in diretta da Dallas si alterna musica classica. Alla centrale di polizia sembra che gli agenti siano diventati gli invitati dei giornalisti. Alcuni siedono alle scrivanie, altri frugano nei cassetti, altri leggono rapporti. Altri ancora giocano a carte, mangiano panini e bevono birra o caffè serviti da persone che non dovrebbero avere l’autorizzazione ad essere in quel luogo, come un certo Jack Ruby, il quale si aggira in lungo e in largo nel locale, riceve le comunicazioni destinate al procuratore Wade, al chief Curry e al capitano Fritz, e interviene per combinare interviste radiodiffuse…
    I tecnici delle Tv dettano legge. Si muovono a loro agio nel groviglio di chilometri di cavi che ingombrano il pavimento, svitano lampadine, trafficano intorno a prese e contatori, scambiano tra loro ricordi di servizi effettuati a Tokio o Buenos Aires, dicono parolacce e prestano appena attenzione al pallido individuo che è continuamente trasferito da un locale all’altro, dall’ascensore delle prigioni all’ufficio del capitano Fritz dove siedono anche alcuni funzionario dell’Fbi e della Cia. Tutto il mondo assiste a questo andirivieni, alle dichiarazioni di Curry, di Fritz, di Wade, che hanno finito per diventare delle vere e proprie star televisive. Nessuno ha più il minimo dubbio. Anche la stampa americana, da sempre legata al principio sacrosanto secondo il quale una persona sospetta rimane tale fino a che non è stata giudicata e condannata, non esita a descrivere Oswald come assassino. Solo i giornalisti europei sono un poco meravigliati di questa strana atmosfera di allegra fiera paesana. Oswald da parte sua tiene duro. Da lui non si riesce estorcere nulla che somigli ad una confessione. ‘Non ho ucciso Tippit…’, ripete imperterrito al capitano Fritz e agli agenti dell’Fbi. ‘Perché ha sparato a Kennedy?…’, gli chiede un giornalista. ‘Sparato a Kennedy?… - ribatte Oswald – Nessuno mi ha detto che sono implicato in questa faccenda. E’ ridicolo!…’. Si lamenta della brutalità dei poliziotti e chiede un avvocato. Non uno qualsiasi però, vuole John Abt, un avvocato di New York specializzato nella difesa di persone sospettate di ‘attività antiamericane’. Non riesce però a raggiungere Abt per telefono e allora chiede un avvocato della American Civil Liberties Union. I rappresentanti di questa associazione a Dallas non riescono però ad arrivare fino a lui. Fatto sta che nelle sue ultime 48 ore Oswald rimarrà senza la difesa di un avvocato. Oswald riceve le visite della madre, del fratello Robert e della moglie la quale, arrestata ad Irving, ha rivelato che il marito possedeva un fucile che lei ha identificato come identico a quello trovato al Depository. Davanti ai poliziotti Oswald continua a negare tutto. Non ha ucciso Tippit ed è uscito dal Depository pensando che non ci sarebbe stato più nulla da fare per il resto della giornata. Se ne è andato dunque a casa a cambiarsi d’abito e poi tranquillamente al cinema dove è stato arrestato. E la rivoltella?… Ammette che ne aveva una con sé, ma questo non significa nulla. Chi non ha una rivoltella in Texas?… Per quanto possa sembrare strano nessun poliziotto parlerà più di questa rivoltella sequestrata al Texas Theater… e cosa ancor più strana di tutto quello che Oswald ha detto alla polizia nel corso degli innumerevoli interrogatori non resterà alcuna traccia scritta. Il chief Curry non dispone né di uno stenografo né di un magnetofono, e le dichiarazioni di Oswald si trovano solo per via indiretta nei rapporti redatti dai poliziotti che si sono avvicendati negli interrogatori. Le cose si trascinano così fino alla domenica mattina, quando è previsto il trasferimento del prigioniero dalla stazione di polizia di Dallas alla prigione della Contea. La sera prima Jesse Curry ha rispedito a casa i giornalisti dicendo loro: ‘Se tornate domani alle 10 sarete in tempo per vedere quello che volete…’. Quella mattina presto una telefonata anonima annuncia però che si è formato un misterioso ‘comitato per l’uccisione di Oswald’ . Alcuni agenti federali, come ad esempio Forrest Sorrel, suggeriscono al capitano Fritz di operare l’immediato trasferimento di Oswald senza attendere la stampa. Fritz risponde: ‘Il chief Curry ci tiene a rimanere in buoni rapporti con la stampa e non vuole metterle i bastoni fra le ruote…’. Finalmente alle ore 11.20 di domenica 24 novembre, meno di 48 ore dopo la morte del presidente Kennedy, Oswald, con indosso un pull-over, scende circondato da numerosi agenti e con il braccio destro ammanettato a quello del poliziotto Joe R. Leavelle. Nello scantinato della centrale di polizia di Dallas, dal quale sale una scala che sbocca sulla Main Street, vi sono una settantina di poliziotti e quasi altrettanti giornalisti. Il furgone cellulare che deve servire da ‘civetta’ e l’auto della polizia sulla quale Oswald deve effettivamente salire sono sotto i riflettori, in quanto la scena è trasmessa in diretta da tutte le catene televisive degli Stati Uniti. Ecco che dalla massa dei giornalisti esce all’improvviso un uomo robusto, con in testa un capello grigio. Ha in mano una Colt 38, la punta contro il petto do Oswald e spara un unico proiettile. Il prigioniero si abbatte a terra con una smorfia di dolore. Per la prima volta nella storia decine di milioni di telespettatori hanno assistito ad un assassinio in diretta. L’uomo è subito circondato e arrestato. Si chiama Jack Ruby e gestisce un cabaret. E’ anche un ‘amico’ dei poliziotti di Dallas e frequenta regolarmente il loro quartier generale. Dichiarerà di aver agito in un momento di ‘depressione e collera’ conseguenti all’assassinio del presidente Kennedy: ‘Volevo vendicare la povera Jacqueline Kennedy…’. Alle 13.17 l’ospedale Parkland Memorial comunica che Lee Harvey Oswald è morto senza riprendere conoscenza. Sono trascorsi esattamente 48 ore e sette minuti dal decesso di colui che per tutti è stato la sua vittima…

    Ecco che cosa si può leggere nella relazione finale redatta dalla commissione Warren…

    … Jack Ruby entrò nel seminterrato della centrale di polizia di Dallas domenica 24 novembre 1963 alle ore 11.17 e uccise Lee Harvey Oswald alle 11.21. Non esiste alcuna prova che confermi le voci secondo le quali Ruby potrebbe essere stato aiutato da alcuni membri della polizia di Dallas per attuare il crimine…

    La prima parte di questa conclusione è certamente esatta, ma non fa che rendere assai sospetta la seconda. Ruby era di fatto ‘di casa’ nella centrale di polizia di Dallas e conosceva tutti i più alti funzionari di questa istituzione, compresi il procuratore Henry Wade, il chief Jesse Curry e il capitano Fritz. Se si tiene conto delle ‘usanze’ locali, la cosa non deve destare meraviglia in quanto Ruby era proprietario di due locali notturni specializzati in strip tease e in passato era stato un gangster di bassa levatura, formatosi alla scuola di Chicago anteguerra. E’ stato provato senza ombra di dubbio che il trasferimento di Oswald, inizialmente previsto per le 10, era stato ritardato di quarto d’ora in quarto d’ora. Sia nel caso che gli agenti di guardia non abbiano fatto caso a lui, sia che lo abbiano confuso con i giornalisti, sia che l’abbiano lasciato passare perchè lo conoscevano, resta il fatto che Ruby è entrato nel seminterrato della stazione di polizia quattro minuti prima di uccidere Oswald. Dal momento che la sola cosa che si è potuta stabilire al processo di Ruby del febbraio 1964 [conclusosi con la condanna a morte che non verrà mai eseguita…] è stata la premeditazione dell’assassinio, si deve ritenere che qualcuno lo abbia tenuto al corrente fino all’ultimo dell’ora del trasferimento di Oswald. Questo processo, del quale Frederic Pottecher ha fatto un eccellente resoconto, è stato unanimemente classificato come ‘scandaloso’. L’accusa, rappresentata dal district attorney Henry Wade, e la difesa, condotta dal noto avvocato californiano Melvin Belli, sembrano essersi passate parola affinché il nocciolo della faccenda si perdesse nei meandri delle formule procedurali, nel rifiuto dei testimoni, in interminabili e spettacolari diatribe tra periti psicanalisti. Dal momento che non vi erano dubbi su chi fosse l’assassino [milioni di telespettatori erano stati testimoni…] il dibattito, diretto dal giudice Joe Brown, doveva determinare il movente. Si trattava in sostanza di sapere se Jack Ruby era stato preso da un impeto di follia che lo aveva spinto a procurarsi un enorme successo pubblicitario, oppure se tale follia avesse armato il suo braccio per vendicare, come aveva asserito, la vedova e i figli di John Fitzgerald Kennedy e tutto il popolo americano con loro… oppure se lo scopo era un altro, magari mettere a tacere per sempre colui che per tutti doveva rimanere il solo colpevole della morte del presidente degli Stati Uniti… E Ruby che cosa ha detto?… Nulla, assolutamente nulla. Durante l’intero processo egli non ha mai aperto bocca. Quando un cronista della televisione gli ha chiesto: ‘Perché non ha parlato lei stesso ai giurati?…’, egli ha risposto in perfetta buona fede: ‘Avrei voluto farlo, ma i miei avvocati si sono opposti. Loro sanno meglio di me che cosa si deve fare…’. Jack Ruby ha mantenuto un ostinato silenzio fino alla morte, avvenuta il 3 gennaio 1967 in quello stesso ospedale di Parkland Memorial in cui erano stati registrati i decessi di John Fitzgerald Kennedy, dell’agente Tippit e di Lee Harvey Oswald. Soltanto in due occasioni l’assassino di Oswald ha detto qualcosa forse di importante. Il 7 giugno 1964, dopo la sua condanna a morte, il chief Justice Earl Warren si è recato personalmente nella sua cella per interrogarlo. Ruby gli ha raccontato che la sera del 22 novembre 1963 un poliziotto e una spogliarellista [Harry Olsen e Katty Kay] avevano cercato di convincerlo che doveva fare giustizia di Oswald. Mentre stava esponendo i fatti il suo avvocato [allora era Joe Tonnahill…] ha scritto su di un pezzo di carta che poi ha mostrato al giudice Warren: ‘E’ questa la ragione che ha indotto Jack a sparare…’. Chiesto di poter vedere il foglietto, Ruby è andato in collera , dicendo che il suo avvocato era un ‘impostore’. In occasione di un altro interrogatorio Ruby si è mostrato ancora più nervoso. Dagli atti allegati al rapporto Warren risulta che egli abbia detto: ‘Vorrei fare una richiesta: fatemi trasferire a Washington. Là potete farmi tutte le domande che volete. E’ molto importante signori. Finchè non mi avrete trasferito a Washington da me non otterrete un gran che…’. Il giudice Warren non ha accolto la richiesta di Ruby, prendendosi così la responsabilità di rifiutare l’implicita proposta da parte del condannato a morte di dire qualcosa in un’altra sede. Nell’autunno 1966 la corte d’appello di Dallas cassava la sentenza di condanna a morte, stabilendo che nel febbraio dell’anno successivo si tenesse un nuovo processo in una città diversa da Dallas. Il 9 dicembre 1966 Ruby, ufficialmente perchè colpito da polmonite, lasciava la sua cella per essere ricoverato all’ospedale Parkland Memorial. Là i medici diagnosticheranno un cancro diffuso. Prima della sua morte, avvenuta negli ultimi giorni del 1966, qualcuno [non si è mai saputo chi…] è riuscito a registrare un’intervista ‘clandestina’ al capezzale del malato. Ormai condannato dal male e in condizione di non aver più nulla da perdere, Ruby ha ripetuto ancora una volta di aver agito di testa sua e di non aver mai conosciuto Oswald. La registrazione, incisa su dischi, è servita a pagare parte dei 73.000 dollari [44 milioni di lire di allora…] che Ruby doveva al fisco, somma alla quale si erano poi aggiunte le spese processuali. Qui termina, diciamo così, la pura e semplice cronaca dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e di quanto accaduto nelle 48 ore successive. Prima di procedere oltre nell’esame un dettaglio che pochi forse conoscono ma che ha certo la sua importanza. Il vero nome di Jack Ruby era… Jack Rubinstein… cognome che è, se possibile, più ebreo di ogni altro negli Stati Uniti…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  6. #6
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    La commissione Warren, incaricata dell’inchiesta

    Lee Harvey Oswald ha veramente ucciso il presidente John Fitzgerald Kennedy?…

    La risposta ufficiale a questa domanda è ‘sì’. Il buon senso farebbe propendere per il ‘no’. Il mistero più fitto che nessuno fino a questo momento ha svelato in maniera convincente riguarda il numero di colpi d’arma da fuoco che sono echeggiati a Dallas quel mezzogiorno del 22 novembre 1963. Si tratta di un enigma colossale, uno dei più colossali della storia e comunque quello di maggior risonanza in tutto il XX° secolo. In occasione del processo a Jack Ruby una signora francese ha detto ad un giornalista parigino: ‘Vi compiango per il fatto che dovete fare il resoconto di questo processo. La verità non si saprà mai perché non si sa mai che cosa c’è dietro alle faccende sudiste…’. Anche il chief justice Earl Warren, presentando il suo rapporto, ha riconosciuto che certi fatti non possono essere rivelati prima che sia passata almeno una generazione. Ma che cosa raccoglie il rapporto della commissione Warren nell’enorme massa dei suoi ventisei volumi?… Esso riferisce di una serie di fatti e testimonianze, ma anche una impressionante quantità di affermazioni completamente gratuite, deduzioni sbagliate, evidenti contraddizioni che hanno più il sapore del romanzo kafkiano che non di un’inchiesta di polizia. Soprattutto presenta lacune palesi. In esso si evidenzia, anche oltre il dovuto, l’insufficienza delle misure di protezione attuate sia nei riguardi del presidente degli Stati Uniti durante il suo viaggio ufficiale, sia nei riguardi del detenuto Oswald da parte della polizia di Dallas. La polizia e gli organi giudiziari vengono inoltre rimproverati per aver fatto affermazioni irresponsabili e per aver tollerato il disordine avvenuto dopo l’arresto di Oswald. Viene però categoricamente escluso nei loro confronti ogni sospetto di incompetenza nella conduzione dell’inchiesta e, ovviamente, di complicità in entrambi gli attentati. Stessa cosa, nel modo più assoluto, per quanto riguarda l’Fbi e le altre istituzioni federali.
    Una delle conclusioni del rapporto Warren [che ha richiesto in tutto otto mesi di lavoro…] che lascia a dir poco perplessi è in realtà, riportata tale e quale, la tesi che la polizia di Dallas ha sostenuto senza esitazioni da subito: dopo aver ucciso dil presidente Kennedy ed aver ferito il governatore Connally, Oswald è uscito dal Texas School Book Depository, ha preso prima un autobus e poi un taxi, è tornato a casa in North Becley Avenue, ha preso rivoltella e giubbotto, si è diretto nella Decima strada, qui è stato riconosciuto dall’agente Tippit, lo ha ucciso e infine ha tentato di rifugiarsi nella sala del Texas Theater dove è stato arrestato. Questa tesi ad un attento esame non resiste. In particolare non esistono riscontri su come Oswald abbia trascorso il tempo quel venerdì 22 novembre tra le 12.32 [quando è stato visto per l’ultima volta dalla signora Reid con indosso una T-shirt bianca…] e le 15.30 [quando, vestito con una camicia scura indossata sopra la T-shirt, è stato atterrato dai poliziotti…]. Il conduttore dell’autobus non lo ha riconosciuto con certezza. Una passeggera dell’autobus, la signora Bledsoe, affittacamere che in passato aveva alloggiato Oswald, lo ha visto con la stessa camicia, con la manica destra strappata, che egli indossava quando è apparso per la prima volta sugli schermi televisivi subito dopo il suo arresto. L’agente Roger Craig, vice-sceriffo della Contea, ha visto Oswald salire su di un Rambler chiaro alle ore 12.45 addirittura in Elm Street. Dal canori suo il tassista Whaley, che lo avrebbe trasportato nelle vicinanze di casa sua, lo ha descritto ‘vestito con pantaloni da lavoro ormai stinti, camicia scura [sempre la stessa che tutti hanno visto in televisione…] e con una specie di giubbotto di tessuto quasi simile a quello dei pantaloni…’. L’affittacamere del n. 1026 di North Beckley Avenue infine ricorda di aver visto Oswald arrivare verso le 13 e uscire alcuni minuti dopo chiudendosi la cerniera lampo del giubbotto di colore grigio. L’assassino di Tippit descritto dalla signora Markham, come abbiamo visto, era piccolo, con i capelli folti e una giacca o giubbotto bianco. Secondo la polizia invece dall’analisi accurata delle diverse testimonianze risulta che Oswald era vestito con un giubbetto bianco indossato sopra una camicia anch’essa bianca. Gli stessi connotati cioè che essa ha diffuso alle 13.22. Dal canto suo Lee Harvey Oswald prima di morire aveva dichiarato di essere tornato a casa dal Depository, essersi cambiato d’abito ed essere andato quindi al Texas Theater che distava meno di due chilometri. Tutte queste testimonianze sono chiaramente in contraddizione fra loro, specie tenendo conto del fatto che l’affittacamere, la signora Roberts, ha successivamente testimoniato di aver appreso dalla televisione che era stato trovato un giubbotto di colore grigio nel parcheggio di Jefferson Boulevard. Tutto questo per dire che basandosi sul rapporto Warren è impossibile appurare che cosa Oswald ha veramente fatto tra le 12.32 e le 13.50, tanto più che le testimonianze in questione sono state rese da persone che hanno riconosciuto Oswald nel corso delle line up organizzate dalla polizia di Dallas dopo che la figura e i tratti caratteristici del sospettato erano stati diffusi dalle televisioni e dai giornali, e quindi quando tutti i testimoni ormai ‘conoscevano’ Oswald. La line up consiste nell’allineare davanti ai testimoni diversi individui tra i quali si trova la persona sospetta e nel verificare se il testimone la riconosce. Quando vi è stata la line up di Oswald, questi era facilmente identificabile dai segni che la lotta sostenuta al Texas Theater gli aveva lasciato sul viso e per il suo modo di fare. Egli infatti continuava ad insultare i poliziotti e a lamentarsi di essere stato malmenato e di vedersi rifiutare un avvocato. Tutto questo stato di cose toglie ovviamente gran parte del valore alle identificazioni così ottenute.
    Anche la relazione esistente tra gli spari di Elm Street e gli spari della Decima strada sembra essere assai vaga, se si tiene conto del fatto che Tippit si è avvicinato al suo assassino da dietro e doveva quindi avere un fiuto eccezionale per riconoscere di spalle un uomo sulla sola base dei dati diffusi dalla polizia in seguito alla testimonianza di Brennan. Il sintesi si può affermare senza tema di smentita che gran parte dei fatti ‘accertati’ dal rapporto Warren si fondano su supposizioni assai deboli e che in certi casi per poter stare in piedi hanno richiesto l’eliminazione dei riscontri che avrebbero potuto in qualche modo contraddirle.

    A quale conclusioni sono giunti i membri della commissione Warren sulla scorta degli elementi forniti loro dalla polizia di Dallas, dall’Fbi e dalle altre istituzioni federali?… Vediamoli cercando di stabilire quale valore avrebbero avuto in un regolare dibattito processuale [l’inchiesta della commissione non ha dovuto infatti affrontare alcun contradittorio]...


    Dalla finestra d’angolo del quinto piano del Texas School Book Depository furono sparati tre colpi contro il presidente Kennedy. Una pallottola andò a vuoto, un’altra trapassò la gola del presidente prima di ferire il governatore, la terza infine fracassò il cranio del presidente…

    Tale conclusione può essere definita come infondata. Se é possibile che uno o più colpi siano stati sparati da quella finestra [come confermato dalla testimonianza di Brennen e dalla scoperta di bossoli di fucile Carcano-Manlicher 91 all’interno dell’edificio…], è altrettanto possibile che altri colpi siano partiti da altri edifici [ad esempio il deposito degli archivi e il magazzino…] che si trovavano all’estremità di Elm Street e da cui si poteva benissimo prendere di mira una vettura che scendeva verso il ponte ferroviario. E’ anche possibile che uno o più colpi siano stati sparati dal davanti rispetto alla Lincoln presidenziale, cosa che spiegherebbe perché diversi poliziotti siano accorsi verso la massicciata erbosa sulla destra del ponte ferroviario. A questo proposito esistono le testimonianze dei poliziotti che si trovavano sulle vetture del corteo, quella dello steso governatore Connally e di numerosi spettatori. Thomas Buchanan, uno di coloro che più hanno criticato il rapporto Warren, ha fatto alcuni conti. Su 121 testimoni citati nei 26 volumi del rapporto, 38 non hanno una precisa idea da dove siano partiti i colpi, 32 ritengono siano stati sparati dal Book Depository e 51 ritengono che chi ha sparato doveva trovarsi di fronte alla vettura presidenziale.
    Anche il numero degli spari è stato stabilito in maniera del tutto arbitraria. Né gli interventi subiti dal presidente Kennedy all’ospedale Parkland Memorial , né l’autopsia praticata successivamente all’ospedale della Marina di Betsheda, né la testimonianze di Jacqueline Kennedy e del governatore Connally consentono di affermare, come invece fa il rapporto Warren, che una stessa pallottola ha attraversato il corpo del presidente e poi quello del governatore per essere alla fine ritrovata sulla barella di Connally all’ospedale di Dallas. L’abbondanza di particolari nel descrivere l’aspetto delle ferite inferte al presidente o i proiettili e frammenti di proiettili ritrovati non fa che mettere in evidenza la mancanza di prove consistenti. A tutto questo si aggiunga il fatto che, stando al rapporto, il proiettile andato a vuoto fu da prima trovato e poi di nuovo perduto…


    I colpi d’arma da fuoco che uccisero il presidente Kennedy e ferirono il governatore Connally furono sparati da Lee Harvey Oswald…

    Anche questa affermazione si basa su diverse circostanze che il rapporto da per scontate in partenza. Si sa per certo che il 20 marzo 1963 un tale A. Hidell, la cui grafia [in stampatello] era straordinariamente uguale a quella di Oswald, ha ordinato e ricevuto all’indirizzo di una casella postale di Dallas la carabina che, secondo la polizia di Dallas e l’Fbi, è servita a parare le pallottole che hanno ucciso il presidente. Pur affermando che la cosa è ‘molto probabile’, gli esperti si sono ben guardati dal dichiarare con certezza che tutti i proiettili sono stati sparati dalla carabina Carcano-Manlicher 91. Ci sono molte probabilità in vero che Oswald sia stato in possesso di quella carabina e anche che sia stato lui a portarla nell’edificio del Depository la stessa mattina dell’attentato. Si è saputo anche che Oswald era in possesso di almeno un documento con la sua foto recante il nome ‘Hidell’. Per contro vi sono almeno due elementi che mettono seriamente in discussione la conclusione della commissione. Il primo è che per un tiratore mediocre come Oswald mettere a segno in rapida successione due colpi su tre da quella distanza sarebbe stato del tutto fuori della sua portata. Il secondo è legato alle caratteristiche tecniche dell’arma. E’ denominata ‘carabina’ un’arma da fuoco a canna lunga nella quale dispositivo di caricamento è interamente manuale. Ciò significa che dopo aver premuto il grilletto e sparato un colpo l’armiere per espellere il bossolo ed inserire un nuovo colpo nella camera di scoppio deve agire manualmente sull’apposito meccanismo. Ciò consente una grande accuratezza nel tiro a scapito di un tempo relativamente lungo che intercorre un colpo e il successivo, tempo necessario per ricaricare l’arma, riposizionarla e prendere accuratamente la mira. Questa categoria appartiene l’arma con la quale, secondo la commissione Warren, è stato ucciso il presidente Kennedy. Ebbene il rapporto Warren stabilisce che il lasso di tempo in cui ha avuto luogo la successione di spari è strettamente compreso tra i 5 e i 7 secondi. Perché non vi siano dubbi in merito, lasciamo ancora una volta la parola a Robert Harris…



    Fotogramma ripreso durante i test condotti dall’Fbi per stabilire il tempo necessario ad un tiratore esperto per ricaricare l’arma e tirare un nuovo colpo con un fucile del tipo di quello posseduto da Oswald

    … l’arma in questione tuttavia presenta un serio problema. Progettata nel XIX° secolo, presenta un meccanismo di caricamento assai ferraginoso. Anche quando è ben lubrificata, l’operazione di espulsione del bossolo e di successivo ricaricamento è lenta e macchinosa. Una lunga serie di test condotti anni fa da esperti dell’Fbi e dell’HSCA [House Select Committee on Assassinations] hanno confermato che anche un tiratore di grande esperienza necessita di un tempo pari ad almeno tre secondi per ricaricare l’arma, prendere la mira e far fuoco. Ovviamente tali risultati sono incompatibili con le conclusioni originarie della commissione Warren, in base alle quali Oswald avrebbe sparato in successione tre colpi in un tempo di cinque secondi e mezzo. In seguito, per fornire risposta a questo genere di obiezioni, si è ipotizzato che i tre colpi siano stati sparati in un periodo di tempo maggiore, otto secondi o più. Per chiarire questo punto la commissione Warren ha chiamato a deporre l’esperto dell’Fbi Robert Frazier. Questi ha illustrato i risultati di una serie di test eseguiti da tre tiratori esperti, i quali hanno sparato contro bersagli posticci collocati su di una vettura radiocomandata che ha seguito lo stesso percorso della Lincoln presidenziale. Questo è stato da lui dichiarato: ‘Killion ha sparato tre colpi in 9 secondi [in media 4.5 secondi tra un colpo e il successivo]. Cunningham ha sparato tre colpi in circa 7 secondi [in media 3.5 secondi tra un colpo e il successivo]. Chi vi parla ha sparato tre colpi in 6 secondi [in media 3 secondi tra un colpo e il successivo]…’. Il risultato migliore conseguito fu dunque quello conseguito da Frazier, pari a 6 secondi. Il test venne condotto il 27 novembre 1963, vale a dire cinque giorni dopo l’attentato. Nel marzo del 1964, in base alle testimonianze raccolte, la commissione Warren stabiliva che Oswald doveva aver sparato i tre colpi in un tempo pari a 5.5 secondi, inferiore a quello impiegato da tutti i tre gli esperti che avevano condotto i test nel novembre precedente. Pertanto il 16 marzo del 1964, prima che fosse nuovamente convocato dalla commissione, Frazier ha ripetuto i test da solo e dopo parecchi tentativi è riuscito a sparare tre colpi in appena 4.6 secondi [in media 2.3 secondi tra un colpo e il successivo]. Secondo il mio parere il disperati sforzi fatti da Frazier per rendere credibile lo scenario della sparatoria di Dallas alla commissione Warren sono stati inutili. Quello che Frazier è riuscito a stabilire nel marzo 1964 è unicamente un suo record personale che in ogni caso deve ragionevolmente essere considerato inarrivabile non solo da parte di un mediocre tiratore come Oswald, ma della stragrande maggioranza degli esperti esistenti al mondo…

    Se poi si valuta quello che è avvenuto dopo gli spari altre incompatibilità appaiono subito evidenti. E’ quasi certo infatti che Oswald non ha materialmente potuto nei due minuti di tempo intercorsi tra le 12.30 e le 12.32 [quando è stato visto dalla signora Reid…] pulire il fucile facendo sparire le impronte digitali, attraversare tutto il quinto piano del Depository zigzagando tra le scatole di libri, nascondere la carabina, scendere le scale fino al primo piano arrivando prima di Truly e Baker che salivano di corsa, farsi vedere da questi calmo e non trafelato in cantina ad azionare il distributore della Coca-Cola e poi con tutta calma andare incontro alla signora Reid. D’altro canto è ridicolo cercare di dar credibilità a tutto questo invocando, come fa il rapporto Warren, contro Oswald il fatto che egli ha mentito su altri particolari nel corso degli interrogatori. Questo non ha nulla a che vedere infatti con quello che il rapporto deve provare. Come non ha nulla a che vedere con questo l’accusa rocambolesca secondo la quale il 10 aprile 1963 Oswald avrebbe sparato un colpo della sua carabina contro il generale Edwin Walker mentre questi stava lavorando nello studio della sua villa a Dallas. Questa ulteriore accusa è fondata su perizie assai vaghe, sulle testimonianze imprecise di Marina Oswald, praticamente sequestrata dall’Fbi dal 22 novembre 1963 all’autunno dell’anno successivo, e su libere interpretazioni di alcuni appunti stesi da Oswald. Nessun codice infatti, e meno di tutti quello americano, ammette valore alla testimonianza tra coniugi e anche se Oswald avesse veramente voluto uccidere il leader della John Birch Society, questa sarebbe una ragione in più per ritenere che non avesse alcun valido movente per uccidere il presidente Kennedy, liberale e contrario ai movimenti estremisti reazionari o razzisti. Pertanto, pur persistendo numerosi e gravi sospetti contro Oswald in relazione all’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, il rapporto Warren non ha prodotto prove significative su alcuno di essi…


    Oswald ha ucciso l’agente di polizia Tippit che lo aveva riconosciuto come sospetto dell’attentato di Elm Street…

    Già abbiamo detto qualcosa riguardo alla consistenza delle testimonianze anche in questo caso. Aggiungiamo che tra i testimoni invitati ad identificare Oswald durante le line up ce ne è stato uno che si e rifiutato di farlo. Si trattava di Warren Reynolds. Nel gennaio 1964 Reynolds è stato vittima di un misterioso attentato. Uno sconosciuto gli ha sparato una pallottola in testa. Raynolds però non è morto e durante l’inchiesta successiva è stato arrestato un individuo decisamente sospetto. Costui è stato successivamente rilasciato grazie ad un ‘alibi’ fornito da una spogliarellista di nome Betty Mc Donald. Questa ‘bella di notte’ è stata arrestata poco tempo dopo per ‘schiamazzi notturni’. Pochi giorni dopo l’arresto Betty è stata trovata impiccata nella sua cella alla centrale di polizia di Dallas. Dopo essersi ristabilito Reynolds, chissà perché, ha cambiato idea e davanti alla commissione Warren ha indicato sotto giuramento Oswald come l’assassino di Tippit.
    Anche se Oswald aveva ammesso di essere stato in possesso di una rivoltella nel momento del suo arresto, dell’arma dell’omicidio di Tippit non si è più parlato fino al 26 novembre 1963, vale a dire quattro giorni dopo il fatto. Si trattava di una Smith & Wesson 38 con la canna segata, che sempre lo stesso misterioso A. Hidell aveva acquistato per corrispondenza, facendola pervenire alla stessa casella postale di Dallas in cui doveva arrivare la carabina proprio lo stesso giorno: 20 marzo 1963. Gli esperti dell’Fbi hanno dichiarato di non poter affermare con assoluta certezza che i bossoli ritrovati nel posto in cui Tippit è stato ucciso e le quattro pallottole estratte dal suo cadavere siano partiti da quella rivoltella, pur ammettendo che la cosa era ‘molto probabile’. La motivazione sarà la stessa che cinque anni dopo sarà addotta nelle indagini per l’assassinio del fratello di John Fitzgerald, Bob Kennedy: i proiettili erano troppo danneggiati per consentire una perizia sicura…


    Oswald ha opposto resistenza al momento del suo arresto al Texas Theater e ha tentato di uccidere un poliziotto con la sua rivoltella…

    In realtà da tutte le testimonianze risulta che, ben lontano dal manifestare intenzioni bellicose, Oswald ha atteso con calma che il poliziotto Mc Donald si avvicinasse a lui. La storia della rivoltella è assai confusa e trova riscontro solo nelle testimonianze dei poliziotti di Dallas e del calzolaio Brewer. Nessuno ha annotato i nomi di quella ventina di spettatori che si trovavano in quel momento della sala e che quindi non sono stati interrogati. Solo due di loro hanno fornito deposizioni contraddittorie…


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  7. #7
    Studente Milanese
    Data Registrazione
    16 Oct 2004
    Località
    We have won all our wars, but we have paid for them. We don't want victories anymore-Golda Meir-
    Messaggi
    114
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Veramente pieno di informazioni complimenti!!
    Vi aggiungo un link per il sito dove si possono trovare tutti i discorsi di JfK in versione audio: http://www.jfklibrary.org/
    This Guy votes Democratic.
    SO-CAL Taste the Fire!!!!

  8. #8
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito ... piccola 'pausa di meditazione'...

    Ringrazio di tutto cuore l’amico italo-americano per i complimenti che ha voluto tributarmi e approfitto di questo per concedermi, diciamo così, una ‘pausa di meditazione’. Quanto avete letto fino ad ora e che spero abbiate apprezzato costituisce in un certo senso la ‘parte facile’ del lavoro che ho intrapreso. Ora invece inzia la ‘parte diffcile’ di esso, vale a dire provare a formulare una qualche ipotesi che dia risposta alla domanda posta nel titolo stesso del thread. Come ho già detto il materiale esistente al mondo riguardo l’assassinio dei due fratelli Kennedy è vastissimo. Questo però non è motivo valido perché non solo da me ma da chiunque non possa venire [scusate la presunzione…] qualche nuovo contributo…
    ‘Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno…’. A pronunciare queste parole profetiche fu il giudice Giovanni Falcone, ucciso da Cosa Nostra il 23 maggio del 1992, quasi trent’anni dopo John Fitzgerald Kennedy. Oggi sono rimasti davvero in pochi a credere che il presidente Kennedy sia stato vittima della follia di un singolo individuo e l’ipotesi che, come il giudice Falcone, egli sia stato eliminato con un ben orchestrato ‘complotto’ è oramai diffcile da non accettare. Un recente sondaggio dimostra che oltre il 60% dell’opinione pubblica americana non crede alle conclusioni presentate dalla commissione Warren, secondo la quale l’uccisione del presidente è da attribuire al gesto di un individuo isolato, ma pensa si tratti di una cospirazione. Il noto giornalista Gianni Bisiach è stato tra i primi giornalisti italiani ad indagare sulla morte del presidente Kennedy e ha portato avanti , attraverso il film I due Kennedy [1969] e il libro Il Presidente - la lunga storia di una breve vita, l’ipotesi del ‘complotto mafia -Cia - petrolieri - grandi industriali’. A parziale sostegno di questa ‘teoria’ vi è il rapporto finale, redatto nel 1979, di un’altra commissione di inchiesta, la Select Committee on Assassination of the U.S. House of Representatives. Anche l’ex-direttore della Cia William E. Colby, morto come molti di voi ricorderanno in circostanze misteriose mentre remava da solo sul fiume Potomac, ha in qualche modo ammesso, durante la presentazione del libro di Gianni Bisiach, che la Central Intelligence Agency ha collaborato con la mafia, pur escludendo categoricamente la sua partecipazione nell’assassinio di Kennedy. Con tutto il rispetto per tutte queste autorevoli fonti tuttavia ritengo che , a differenza del caso di Giovanni Falcone, nel caso di Kennedy la mafia c’entri proprio come, scusate l’espressione, i famosi ‘cavoli a merenda’. La giustificazione di questa mia affermazione, che potrebbe sembrare un poco velleitaria, se ci si pensa bene non è difficile a trovare. Come nel caso di Giovanni Falcone da sempre la mafia ha compiuto i suoi delitti in modo, diciamo così, ‘del tutto trasparente’, vale a dire non si è mai data la pena di cercare di ‘mascherare’ in qualche modo la sua responsabilità, e questo proprio perché il ‘messaggio’ nascosto dietro ogni suo delitto fosse chiaro per tutti. E’ evidente che nel caso dell’assassinio del presidente Kennedy così non è stato e pertanto della mafia ci possiamo, almeno secondo me, tranquillamente scordare…
    Per cercare poi di ‘depistare’ in qualche modo i tentativi di arrivare alla ‘verità’ sui motivi per i quali John Fitzgerald Kennedy [ e cinque anni dopo il fratello Robert…] è stato assassinato, da parte di qualcuno si è fatto ricorso alle trovate talmente ‘fantasiose’ da entrare nel Guinnes dei primati. Una delle ipotesi più ‘fantasiose’, ma anche oramai troppo ‘usata’ in altri casi per essere utile, vuole che il presidente Kennedy sia stato assassinato dagli extraterrestri. Vi prego di non ridere, cari amici, e anzi di leggere il seguente articolo assai istruttivo [detto senza ironia…] tratto da un sito ‘ufologico’…

    … ovviamente… buona lettura!…




    Prima pagina di un quotidiano americano che annuncia l’atterraggio di una astronave di extraterrestri a Roswell nel 1947. Da allora gli ‘alieni’ sono stati usati spesso come comodo ‘specchietto per allodole’. Secondo alcuni per esempio, anche il Dc9 precipitato ad Ustica nel 1980 sarebbe opera di costoro…



    Esiste una teoria, per la quale simpatizziamo, che vede tra i moventi dell’omicidio di Kennedy la sua intenzione di rivelare informazioni top-secret relative all’esistenza di civiltà extraterrestri nell’universo. Secondo l’investigatore Salvador Freixedo, autore di numerosi libri tra i quali Videntes o Visionarios, ‘quando Kennedy salì alla presidenza, la sua relazione con gli esseri provenienti da altre parti del cosmo [quelli denominati ‘grigi’] fu talmente intensa da sembrare una fiction, nonostante vi siano molti fattori che ne provano la veridicità…’. Qualcuno sostiene addirittura che Marilyn Monroe sarebbe stata uccisa dai servizi segreti perché minacciò di rivelare alcune informazioni segrete sulla realtà extraterrestre che le erano state riferite da John e dal fratello Bob. I fratelli Kennedy sarebbero rimasti turbati dall’accaduto e John avrebbe affermato che ‘lo stesso ufficio del presidente viene usato per sovvertire i diritti dei cittadini, ed è mio diritto renderlo noto’. Per togliere potere ai servizi d’intelligence avrebbe quindi deciso di rivelare i segreti sugli UFO. Queste informazioni sono state confermate dall’ex agente della Cia e pilota aeronautico John Lear. L’ufficiale della Marina statunitense Milton William Cooper gli avrebbe raccontato di aver visto i documenti militari relativi agli oggetti volanti non identificati mentre si trovava a bordo del sottomarino dell’US Navy USS Tiru, nel 1966 e nel 1988 riportò tali notizie all’interno di un sito internet. Lo stesso Cooper riferì poi a John Lear che Kennedy sarebbe stato ucciso perché intenzionato a rendere nota la verità sugli UFO, ‘e così il MJ-12 decise di farlo fuori’. Disse ancora di aver visto i documenti del MJ-12 che illustravano i piani per l’uccisione del presidente. Nello stesso anno, nel corso di una riunione di ex agenti dei servizi segreti statunitensi, Lear chiese ai colleghi se, su richiesta dei loro superiori, avrebbero accettato di uccidere il presidente degli Stati Uniti. Quattro persone risposero affermativamente. Sarebbe in seguito emerso un documento risalente al 3 agosto 1962 e redatto dalla Cia che riguardava Marilyn Monroe e la giornalista Dorothy Kilgallen [che fu assassinata dopo aver intervistato Jack Ruby]. Secondo il documento, le due donne sarebbero venute a conoscenza di storie di misteriosi crash e cadaveri alieni e per questo assassinate. Un’ulteriore ipotesi è quella presentata, in data 22 giugno 1999 da Il Messaggero. Nelle pagine del quotidiano si legge: ‘Ottanta cartelle top secret sull’assassinio Kennedy, conservate per decenni negli archivi inaccessibili del KGB, ora finalmente dissigillate dal presidente russo Boris Eltsin per essere consegnate a Bill Clinton in nome dell’amicizia, della trasparenza e della fine della guerra fredda […] nel dossier potrebbero esserci addirittura le prove della natura extraterrestre dell’assassinio di Kennedy. Il Presidente della ‘Nuova Frontiera’ avrebbe deciso nel 1962 di diffondere notizie documentate sull’esistenza di civiltà aliene nell’universo, ed i ‘marziani’ avrebbero risposto chiudendogli per sempre la bocca…’.Noi riteniamo sia molto probabile che Kennedy avesse avuto accesso ad archivi segreti riguardanti gli UFO e che fosse sua intenzione rivelare, con il tempo, la verità sulla realtà extraterrestre. Non pensiamo comunque che questa possa essere una delle motivazioni che abbiano spinto i suoi ‘nemici’ ad assassinarlo. E’ vero però, che con la sua morte è stato sventato il pericolo che informazioni top secret divenissero di dominio pubblico…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  9. #9
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    cari amici
    fino ad ora il discorso riguardante l’assassinio del presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy ha seguito un binario ‘regolare’, nel senso che sono stati riportati i fatti nella loro ‘nudità’. Da ora in avanti si comincerà a lavorare intorno ad alcune ‘ipotesi’, alle quali il gentile lettore è naturalmente invitato a fornire elementi sia in favore sia contro. Perché lo scenario che andiamo indagare sia il più possibile a lui chiaro, consiglio vivamente il gentile lettore di andarsi a leggere, pubblicato su questo stesso forum, il thread dal titolo Qual è l'obiettivo del 'progetto per il nuovo secolo'?... [http://www.politicaonline.net/forum/...threadid=48443], ed in particolare i capitoli intitolati...

    Il furgone bianco[http://www.politicaonline.net/forum/...834#post484834],
    La lobby al lavoro [http://www.politicaonline.net/forum/...294#post495294] e
    Hamas psichiatrico [http://www.politicaonline.net/forum/...513#post510513]

    Il perché di questa mia raccomandazione sarà chiaro assai presto al lettore…

    Senza frapporre altro tempo iniziamo senz’altro… e ovviamente… buona lettura!…




    Doroty Kilgallen, la giornalista che ha voluto un po’ troppo ‘ficcare il naso’ nella morte di Kennedy e di Oswald, è stata rinvenuta cadavere nella sua stanza da letto. Secondo il referto della polizia la morte è stata causata da ‘eccessiva ingestione di sonniferi’…


    La ‘Organizzazione X’ al lavoro…

    Di tutte le ‘conclusioni’ contenute nel rapporto Warren, una assai più delle altre necessita di esser approfondita e in essa si trova il ‘cuore del problema’…


    La commissione non ha trovato alcuna prova di una eventuale partecipazione di Lee Harvey Oswald o di Jack Ruby a un qualsiasi complotto nazionale o straniero che avesse di mira l’uccisione del presidente Kennedy…

    Dal momento che non si può provare un fatto sulla sola base di elementi negativi non è possibile in alcun modo provare che non vi è stata collusione di terze persone con Oswald o con Ruby. Di tutte le ‘conclusioni’ del rapporto Wareen da noi citate, questa ha il pregio per lo meno di essere franca. Ciò nonostante è opinione di chi scrive [e non solo ovviamente…] che una ‘collusione’ [ o meglio una ‘cospirazione’… ] in realtà ci sia stata. Diciamo che, a prescindere dal giudizio più o meno ‘romanzesco’ che se ne può dare, una ipotesi di come siano andate le cose può essere il seguente…

    Un ‘gruppo di interessi’, non meglio definito per il momento ma con estesi e sofisticati mezzi a disposizione, ha deciso di eliminare il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Questo gruppo, che d’ora in avanti chiameremo ‘Organizzazione X’, è assai bene informato su tutto quello che accade a Washington. All’inizio del 1963 l’Organizzazione X viene così a sapere che il presidente Kennedy farà un viaggio in Texas. Questo stato, tenuto conto del suo particolare clima politico ed emotivo, offre la cornice ideale per un possibile attentato. E’ però assolutamente essenziale che l’Organizzazione X non sia in alcun modo coinvolta né lontanamente sospettata di essere il regista di questo attentato e così è necessario disporre di un capro espiatorio che si addossi tutta la responsabilità e sparisca il più in fretta possibile. Gli agenti dell’Organizzazione X che hanno pianificato che l’attentato abbia luogo in Texas scoprono così l’esistenza di un certo Lee Harvey Oswald, vengono a conoscenza delle sue peregrinazioni in Russia e dei suoi contatti con le organizzazioni comuniste e castriste. Studiano quindi le sue tendenze anarcoidi, le sue difficoltà economiche, il suo carattere chiuso ed impulsivo. L’Organizzazione X decide quindi che Oswald è proprio l’uomo che ci vuole, anche perché sanno che l’Fbi lo ha schedato e lo sorveglia. Le sue idee e i suoi addentellati verranno certamente scoperti rapidamente dopo l’attentato. I rapporti degli agenti che lo hanno individuato sottolineano però che si tratta di un tipo velleitario sul quale non si può riporre totale fiducia. I capi dell’Organizzazione X decidono quindi che Oswald dovrà avere nella vicenda un ruolo passivo ed inconscio. L’incarico di sparare sarà affidato a specialisti dell’organizzazione, lasciando ad Oswald unicamente il ruolo dell’assassino. Quanto più egli sarà sicuro della propria innocenza, tanto meglio andranno le cose. Egli apparirà cosi ancora più odioso e meritevole di condanna. Del resto sono elevate le probabilità che egli sia ucciso nel momento stesso dell’arresto. Se questa auspicabile eventualità non dovesse però verificarsi si dovrà in ogni caso provvedere a sopprimerlo per evitare che a lungo andare fornisca delle tracce utili per risalire all’organizzazione. Per questo compito occorre trovare un esecutore inconsapevole quanto lui e che al momento opportuno possa essere ‘teleguidato’. Gli agenti dell’Organizzazione X trovano allora Jack Ruby, un gangster da quattro soldi piagnucoloso, esibizionista [si denuda nei camerini delle sue spogliarelliste…], debitore di più di 40.000 dollari nei confronti del fisco e che, come informatore dell’Organizzazione X, conosce a tu per tu quelli della polizia di Dallas. Quest’ultimo particolare è essenziale poiché l’eventuale eliminazione di Oswald avrà luogo con ogni probabilità presso la centrale di polizia di Dallas.
    Per cominciare un agente dell’Organizzazione X sotto il falso nome Hidell fa amicizia con Oswald. Solleticando il suo gusto per il mistero e la politica gli racconta chissà quali avventure romanzesche di cui sarebbe stato protagonista, magari nelle schiere anarchiche e filocastriste. Poi aggiunge di essere sorvegliato dall’Fbi e che ha bisogno di una persona veramente fidata che acquisti e custodisca per lui delle armi. La cosa funziona e Oswald accetta di affittare una casella postale e di ricevere per conto del suo amico Hidell un fucile e una rivoltella che è fiero di dover custodire. Di tanto in tanto Hidell si fa vivo e ‘chiede in prestito’ queste armi, soprattutto il fucile Carcano-Manlischer 91 con il quale il 10 aprile sparerà un colpo contro la villa del generale Walker. Di questo parla poi ad Oswald descrivendolo come un ‘attentato fallito’ . A questo punto l’ingenuo ex-marine non ha più dubbi sul ruolo che sta svolgendo nella ‘grande rivoluzione mondiale’. Nel frattempo la pallottola è nelle mani della polizia e questo potrà servire al momento giusto. Poco tempo dopo Oswald, che nel frattempo si è fatto fotografare con il ‘suo’ fucile e la ‘sua’ rivoltella, viene indotto da Hidell a sollevare un’agitazione filocastrista a New Orleans. Dopo che la sua famiglia si è trasferita dalla signora Paine a Irving, Hidell fa fare ad Oswald un viaggio in Messico nel tentativo di raggiungere l’Avana e incontrare Fidel Castro. Oswald obbedisce docilmente… si può dire che Oswald ‘funziona sempre’… Dopo che Oswald è ritornato deluso dal suo viaggio in Messico , Hidell e altri agenti dell’Organizzazione X che nel frattempo sono confluiti a Dallas organizzano la parte più importante del piano. Uno sconosciuto che si presenta con il nome di Oswald si reca dall’armaiolo Dial Ryder di Irving e fa montare sul fucile di fabbricazione italiana un mirino telescopico. Un altro sconosciuto che somiglia ad Oswald si reca spesso al poligono di Grand-Prairie, vicino a Dallas, per esercitarsi con un fucile a cannocchiale. Fa anche di tutto per farsi notare, sparando anche sui bersagli di altri. Quello stesso uomo, o un altro ma sempre somigliante a Oswald, si reca dal concessionario della Lincoln-Mercury di Dallas per provare una vettura. Andandosene dichiara che ‘presto avrà molto denaro’ ma non tornerà più. Lascia però un nome: Lee Oswald. E’ stato poi provato che in nessuno dei tre casi si è trattato di Oswald.
    Si arriva così alla vigilia di quel fatale 22 novembre 1963. L’itinerario e l’orario del corteo presidenziale sono pubblicati da tutti i giornali. Hidell a questo punto si fa di nuovo vivo. Spiega ad Oswald che ha bisogno del fucile Carcano-Manlicher per il giorno dopo e sarebbe bene che egli portasse anche la rivoltella, dal momento che si prevedono dei disordini da parte degli estremisti di destra. Restano d’accordo che Oswald lascerà il fucile il un luogo convenuto del Book Depository, dove si può entrare come si vuole. Ancora una volta Oswald esegue con cura quanto gli viene detto. Venerdì mattina porta con sé il fucile avvolto in fogli di carta da pacchi. Sotto la T-shirt, infilata nella cintura dei pantaloni, porta la Smith & Wesson
    Quando alle 12.30 la Lincoln presidenziale imbocca la discesa di Elm Street, tre o forse quattro colpi d’arma da fuoco vengono esplosi sul presidente in un arco di tempo compreso tra cinque e sette secondi. Uno di questi proviene dal quinto piano del Depository, dopo di che l’attentatore, Hidell o forse un altro, pone due bossoli vuoti accanto a quello espulso dal Carcano-Manlicher, lascia lì vicino la carta nella quale era avvolto il fucile, nasconde l’arma in un vano nei pressi della scala, e quindi ha tutto il tempo per scendere con calma ed uscire in strada, mescolandosi tra la folla. Potrebbe essere lui l’uomo che l’agente Roger Craig ha visto salire su di un Rambler bianco alle ore 12.45 in Elm Street…
    Mentre il primo uomo si dà da fare nel Depository, altri due o forse tre colpi vengono esplosi. Uno proviene dalla massicciata del ponte ferroviario. L’uomo che ha sparato scopare poi in direzione della stazione di smistamento. Un altro o altri due vengono tirati dal deposito degli archivi o dal magazzino, che formano i due angoli di Houston Street ed Elm Street, di fronte al Depository. Chi ha sparato da qui non ha avuto poi alcun problema ad allontanarsi, dal momento che a quei due edifici nessuno ha prestato attenzione. Non è escluso che tra i ‘testimoni’ che hanno attirato l’attenzione dei poliziotti sul quinto piano del Depository ci sia stato il primo tiratore, il quale stava aspettando il furgone Rambler bianco che doveva venire a prelevarlo…
    Sentendo la sparatoria Oswald, il quale è sceso in cantina per bersi una Coca-Cola, rimane con tutta probabilità disorientato. Capisce che sta accadendo qualcosa di terribile e che lui rischia di andarcene di mezzo. Vedendo l’agente Baker che arriva scendendo la scala di corsa, Oswald, che ha una pistola nella cinta dei pantaloni, già è rassegnato ad avere delle noie. Provvidenzialmente il capo del personale Roy Truly interviene però in tempo per toglierlo [per il momento…] dai pasticci. Dopo che l’agente Baker si è allontanato di corsa senza perquisirlo, Oswald ha una sola preoccupazione: lasciare il più presto possibile quel posto. All’uscita incrocia la signora Reid e da lei viene a sapere che hanno sparato al presidente. A quel punto si allontana in T-shirt rinunciando a prendere il giubbotto…
    Un poliziotto di Dallas su di un’auto in sosta davanti al Depository lo vede uscire e comincia a seguirlo. Alcuni testimoni ricorderanno poi che vi era un’auto della polizia ferma davanti al Depository prima dell’arrivo del corteo. Diciamo che il nome del poliziotto è Tippit e che il giorno prima è stato ‘ingaggiato’ da alcune persone che gli hanno detto di essere dell’Fbi. Promuovendolo per l’occasione ‘agente segreto’, gli hanno affidato l’incarico di non perdere di vista un secondo, qualunque cosa succeda, l’uomo del quale gli ordinato di esaminare con estrema attenzione la foto. Tippit sa che alle 13.15 dovrà incontrare gli ‘agenti dell’Fbi’ nella Decima strada, non lontano dall’abitazione dell’uomo che deve pedinare, e relazionare loro. Oswald prima in autobus e poi in taxi arriva nel quartiere di Oak Cliff, sempre seguito da Tippit. Entra in casa e poco dopo ne esce con indosso una camicia e un giubbotto grigio. Si reca quindi al Texas Theater pensando di mettersi al riparo da tutta quell’agitazione. Due o tre ore dopo tornerà per vedere se casa sua è sorvegliata o no. Come gli ha ‘ordinato’ Hidell porta con sé la Smith & Wesson, anche se comincia a chiedersi se ha fatto bene ad ascoltarlo e che cosa ne è stato del fucile Carcano-Manlicher. Entrato nel cinema nota che vi è poca gente. Siccome fa caldo si toglie il giubbotto e lo mette nel sedile vicino…
    Come gli è stato ordinato, Tippit ha seguito come un’ombra Oswald, troppo assorto nei suoi pensieri per accorgersi di essere pedinato. Davanti al n. 1026 della North Beckley Avenue un agente dell’Organizzazione X è di guardia. Tippit lo conosce per averlo visto il giorno prima. La sua presenza lì è prevista. Con un leggero colpo di claxon segnala che è là. L’affittacamere, la signora Roberts, testimonierà poi di aver visto un’auto della polizia e sentito un colpo di claxon mentre Oswald saliva nella sua stanza. Oswald esce di nuovo, ripercorre la North Beckley Avenue fino a Jefferson Boulevard, svolta a destra ed entra nel Texas Theater. Tippit lo segue dopo che ha preso a bordo l’agente dell’Organizzazione X. Giunti al Texas Theater costui scende e segue Oswald. Ha una cosa da fare e deve farla in fretta. Un particolare dell’abbigliamento di Oswald potrebbe mandare all’aria tutto. Entrato in sala si avvicina ad Oswald, vede il giubbotto grigio sulla poltroncina, silenziosamente se ne appropria e quindi esce dall’uscita di emergenza…
    Nel frattempo Tippit è ripartito per recarsi all’appuntamento nella Decima strada. Vi arriva in poco tempo poiché il luogo dell’appuntamento dista non più di 800 metri dal Texas Theater. Un ‘uomo dell’Fbi’ è là ad attenderlo. Tippit nota che la sua andatura è simile a quella di Oswald, anche se è più basso di statura e i suoi capelli sono più folti. Indossa un giubbotto molto più chiaro di quello indossato da Oswald, quasi bianco. Tippit si ferma. L’uomo dal giubbotto bianco si avvicina alla portiera per parlare con lui. Tippit riferisce: ‘L’uomo sospetto è al Texas Theater. Il tuo collega lo ha seguito nel cinema e mi ha detto che ti aspetta nel posto stabilito!…’. ‘Molte grazie e arrivederci!…’, risponde l’uomo dal giubbotto bianco. Prima di allontanarsi però fa notare a Tippit che il pneumatico anteriore è a terra. Il poliziotto scende allora per vedere. Dopo che ha fatto due soli passi l’uomo estrae una rivoltella e spara. Tippit fa appena in tempo a mettere mano alla sua Colt prima di crollare a terra. Sopprimendo un complice involontario ma imbarazzante l’uomo dal giubbotto bianco ha aggiunto un’altra maglia alla rete che sta imprigionando Oswald. Si dirige quindi verso il ‘posto stabilito’. Si tratta del parcheggio di macchine d’occasione in Jefferson Avenue, a meno di 300 metri dal luogo dove l’agente Tippit giace a terra privo di vita…
    L’uomo che ha seguito Oswald e gli ha sottratto il giubbotto arriva anch’egli nello stesso luogo. Tra i due agenti dell’Organizzazione X ha luogo un rapido conciliabolo: ‘Il giubbotto di Oswald è molto più scuro del tuo… bisogna lasciarlo qui… Oswald ha una camicia scura… mettiamoci subito in un luogo appartato qui vicino… lì ti toglierai il giubbotto, ti toglierai la camicia bianca e te ne metterai una più scura…’
    Alle 13.45 l’uomo che ha ucciso Tippit compare davanti al negozio di Brewer e fa in modo da attrarre la sua attenzione. Quindi si infila nel Texas Theater senza pagare il biglietto. Ha indosso una camicia scura. Dopo aver attraversato la sala esce dall’uscita di sicurezza. E’ trascorsa mezz’ora da quando Tippit è stato ucciso. E’ evidente che l’assassino non può aver impiegato tutto questo tempo per percorrere di corsa gli 800 metri che separano la Decima strada dal Texas Theater. Nessuno ci farà però caso. In realtà la mezz’ora è servita per l’appuntamento al parcheggio e il cambio della camicia…

    Quella sera, guardando la televisione, i membri dell’Organizzazione X hanno tutti i buoni motivi per essere soddisfatti del loro lavoro. Kennerdy è morto, Oswald è stato arrestato, polizia, Fbi e stampa sono concordi nell’indicare il ‘colpevole’. Durante la giornata di sabato però la situazione evolve non in senso favorevole. Wade, Curry e Fritz cominciano a ‘farla fuori dal vaso’. Dicono un cumulo di sciocchezze e cose evidentemente inverosimili, e questo fà gioco di Oswald. Un avvocato di grosso calibro poi comincia a fare il nome ‘Hidell’ . Meglio farla finita…
    La notte tra sabato e domenica Jack Ruby, che per attestare l’orrore suscitato in lui dall’assassinio del presidente ha chiuso i suoi locali notturni in segno di lutto, riceve una visita ‘strana’. Già la sera prima lo avevano contattato Harry Olsen, un ufficiale di polizia che egli conosce bene, e di una delle sue spogliarelliste il cui nome è Kay Helen Colerman, ma che si fa chiamare Kathy Kay. I due avevano fatto con lui una lunga chiacchierata. ‘Parlavano e si entusiasmavano – racconterà poi Ruby al giudice Early Warren – dicevano che ero l’uomo più formidabile del mondo. Mi dissero che quel tipo doveva essere fatto a pezzi e così via…’. La ragazza aveva anche detto: ‘Se fosse accaduto in Inghilterra, lo avrebbero trascinato per le strade ed impiccato!…’. La notte successiva alcune persone del mondo del crimine che Ruby conosce bene bussano alla sua porta. Gli presentano uno sconosciuto che rimane solo con lui per un paio d’ore. Questo tipo gli spiega che è necessario uccidere Oswald e che soltanto lui lo può fare. In tal modo egli dimostrerà il proprio coraggio e diverrà un eroe americano. I suoi affari, che al momento non stanno andando bene, ritorneranno a fiorire. Se verrà arrestato con ogni probabilità verrà rilasciato sotto cauzione che verrà pagata da ‘amici’ di questo sconosciuto che gli garantiranno anche la migliore assistenza legale. Se ‘avrà coraggio’ nel peggiore dei casi uscirà presto di prigione… se no per lui sarà un disastro… Il fisco gli metterà il coltello alla gola per costringerlo a pagare i 40.000 dollari di cui è debitore. Nasceranno disordini nei suoi locali notturni che così verranno chiusi. Certe ‘cose’ accadute a Chicago quando gestiva scommesse clandestine salteranno nuovamente fuori. Certi episodi di ‘moralità’ che lo riguardano, messi un tempo a tacere, finiranno sui giornali. Per Jack a questo punto non c’è scelta… è non dovrà parlare di questo incontro ad anima, a meno che proprio non desidero una morte certa e assai poco piacevole…
    L’indomani Ruby si mette in una tasca la fida ‘Colt’ a canna segata e nell’altra 2.200 dollari [poco più di un milione e trecentomila lire di allora…] nell’eventualità, un poco improbabile invero, che gli riesca di fuggire. Poi si reca al seminterrato della centrale di polizia. Per conoscere l’ora definitivamente prevista per il trasferimento di Oswald non ha dovuto far altro che chiedere a qualche poliziotto suo amico…

    Tutto ciò può andar benissimo per scrivere un romanzo, ma per sostenere che così sia andata occorrono prove?… Certamente!… Sperò facciamo nostra l’espressione contenuta nel rapporto Warren che abbiamo riportato all’inizio, possiamo affermare con certezza questo…


    Data l’impossibilità di provare un fatto con elementi negativi, non possiamo dimostrare che effettivamente sia esistita una cospirazione del tipo ora descritto, nella quale Oswald e Ruby [e in misura minore Tippit…] non sono stati altro che ‘strumenti’, ma possiamo asserire che nulla prova che uno degli episodi ora descritti non abbia potuto verificarsi nella realtà



    Il Dallas Police Chief Jesse Curry

    Al contrario molti fatti accaduti in seguito non hanno fatto altro che infittire dubbi e perplessità. Anche anni dopo l’impressionante sequenza di sparizioni, decessi in serie, prese di posizione ‘strane’, voltafaccia ‘spettacolari’ [che in parte abbiamo descritto e in parte ancora dobbiamo ancora descrivere…] , ogni tanto spunta fuori qualche ‘fatto nuovo’ che mette un tassello in più alla tesi di coloro che sostengono che si è ben lontani dalla conoscenza della ‘verità’…
    Per esempio il poliziotto Harry Olsen e la spogliarellista Kathy Kay nel gennaio 1964, meno di due mesi dopo i fatti di Dallas, si sono sposati e quindi eclissati e ancora oggi nessuno sa dove stanno passando la luna di miele. Olsen prima di sposarsi si è dimesso dalla polizia, come se lui e Kathy avessero improvvisamente vinto una lotteria guadagnando quanto bastava per andare a vivere beatamente altrove. Il giudice Brown, lo stesso che ha presieduto il processo contro Jack Ruby, ha più tardi sostenuto che Oswald intendeva in realtà colpire il governatore Connally [ex-ministro della Marina] per vendicarsi di essere stato radiato dai quadri dei Marines. Connally spesso però di è sempre dichiarato convinto che la pallottola che ha ferito lui è diversa da quella che ha ucciso il presidente. Il chief Curry ha chiesto e ottenuto di essere messo in pensione nel 1966, quando aveva solo cinquantadue anni. La vedova di Tippit dal canto suo ha ricevuto ‘doni’ per seicentomila dollari [trecentosessanta milioni di lire di allora…], mentre la vedova di Oswald, la testimone più ‘collaborativa’ della commissione Warren, ne ha ricevuto per duecentomila dollari [centoventi milioni di lire di allora…]. Abbiamo già detto del misterioso attentato di cui è stata vittima Warren Reynolds, uno dei testimoni chiave dell’assassinio di Tippit, e della strana fine della spogliarellista che ha scagionato il supposto autore di questo attentato. Quella povera donna trovata morta impiccata nella sua cella, che si chiamava Nancy Jane Mooney all’anagrafe e Betty Mc Donald in arte, non è stata la sola a lasciare questo mondo in circostanze strane. Delle cinque persone che per prime sono entrate nell’appartamento di Ruby subito dopo l’uccisione di Oswald, tre sono morte nel giro di soli due anni. Il primo, Bill Hunter, reporter del The Long Beach Press Telegram, convocato dal giudice Warren in commissione, è morto il giorno prima della sua comparizione. Stava ‘leggendo’ nella sala-stampa del commissariato di Long Beach in California, quando un poliziotto, ‘giocando con la rivoltella’ ha fatto partire ‘accidentalmente’ un colpo che lo ha ucciso. Il secondo, Jim Koete, reporter del Times Herald di Dallas, è stato assalito nel suo appartamento cinque mesi dopo la morte di Hunter da uno sconosciuto che lo ha ucciso con un colpo di karatè. Il terzo, Tom Howard, avvocato di Ruby, è morto a Dallas nel maggio 1965 in seguito ad una ‘crisi cardiaca’. Non è stata fatta l’autopsia al suo cadavere. Gli amici hanno detto che prima della morte aveva cominciato a comportarsi in maniera ‘strana’. Le altre due sono un certo Senator, amico di Ruby che divideva con lui l’appartamento, e il suo avvocato Jim Martin. Senator ha sempre detto di non sapere assolutamente nulla e non è stato neppure ascoltato dalla commissione Warren. Altra morte strana è stata quella di Henry Thomas Killam, marito di Wanda Joice Killam, la quale era molto amica di uno degli affittacamere della casa in cui viveva Oswald al n. 1026 di North Backley, John Carter. Non si sa se Oswald avesse fatto amicizia con questo Carter. Il marito dell’amica di quest’ultimo però ha lasciato Dallas quando è iniziato il processo a Ruby. Traferitosi a Pensacola, in Florida, il 17 marzo 1964 è stato trovato morto in una strada di quella città con la gola tagliata. Secondo il rapporto della polizia egli, cadendo, aveva frantumato la vetrina di un negozio e una scheggia di vetro gli aveva tagliato la gola. La morte, e per di più una morte violenta, non ha risparmiato neppure William Whaley, il tassista che aveva caricato Oswald dopo l’attentato in Elm Street. Il 18 settembre 1964 è morto in un incidente automobilistico. Un mese prima una giornalista che aveva seguito da vicino tutta la faccenda e in particolare aveva assistito agli interrogatori di Ruby ad opera di Earl Warren, è stata trovata morta nel suo letto. Si chiamava Doroty Kilgallen. La morte di Doroty assomiglia in modo incredibile alla morte di Marilyn Monroe, avvenuta in California nel 1962 e della quale oggi nessuno si la sente più di affermare che John Fitzgerald Kennedy sia stato del tutto estraneo. Secondo il referto della polizia, la Kilgallen è morta per aver ingerito una forte dose di sonniferi. Chiude temporaneamente la serie di ‘morti sospette’ Lee Bowers, testimone ‘essenziale’ per suffragare la tesi secondo la quale almeno un colpo d’arma da fuoco è stato sparato dal di fronte della Lincoln presidenziale. Bowers era un ferroviere che quel mezzogiorno si trovava su una torre di controllo dietro la massicciata che fiancheggia il ponte ferroviario. Il 6 agosto 1966 è morto al volante della sua auto nei pressi di Dallas. Viaggiava a velocità modesta quando la vettura è andata a sbattere contro un muro. Bowers aveva dichiarato di aver visto uno strano movimento di auto e un uomo con indosso una camicia bianca e in mano ‘qualcosa’ nel parcheggio situato dietro il Depository prima e dopo l’attentato…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  10. #10
    memoria storica di PoL
    Data Registrazione
    07 Mar 2002
    Località
    Piacenza
    Messaggi
    4,109
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito



    Alcuni fotogrammi del filmato di Abraham Zapruder che riproducono il momento esatto in cui il colpo mortale raggiunge il presidente Kennedy alla testa…


    Alta scuola di depistaggio

    E’ chiaro che la domanda che inevitabilmente ci si deve porre a questo punto è del tutto scontata: da chi era composta e per chi agiva l’Organizzazione X?… Senza perderci troppo in preliminari diciamo subito che di essa si può dire un cosa con livello di certezza pressoché assoluto: si tratta di un servizio segreto che al tempo agiva per conto di una nazione in condizione di elevatissima conflittualità. Le ragioni che inducono a questa conclusione sono essenzialmente due:

    a)l’elevato grado di professionalità, intesa proprio in senso militare, che è stata necessaria per attuare l’attentato di Dallas del 22 novembre 1963

    b)l’elevato grado di ‘disinformazione’ che è stato creata intorno alla vicenda per impedire che si potesse risalire alle reali responsabilità di quell’attentato, dal momento che l’assassinio di un capo di stato da parte di un altro stato è agli effetti del diritto internazionale un vero e proprio atto di guerra

    Per avere una esatta percezione del punto b) è utile rievocare, sia pure per sommmi capi, tutta la colossale opera di disinformazione attuata da questa organizzazione per sviare le indagini condotte negli anni successivi. Per la qualità inarrivabile del lavoro svolto è probabile che quanto viene ora descritto sia riportato nei manuali di insegnamento dei principali servizi segreti esistenti al mondo e non è affatto improbabile che abbia fatto scuola negli anni successivi…

    Cinque giorni dopo l’attentato di Dallas Charles Goodell, deputato di New York, aveva chiesto che un comitato congiunto delle due camere conducesse un’indagine. Il comitato doveva essere composto da sette deputati e sette senatori. Due giorni dopo però, prima che il Congresso potesse discutere la proposta di Goodell, il neo-presidente Lyndon Johnson annunciava di aver già costituito una commissione d’inchiesta e scelto sette membri. Per evitare le possibili critiche di voler escludere il Congresso dalla faccenda, aveva incluso due rappresentanti per ognuna delle due camere. Una semplice occhiata ai dati biografici dei prescelti rivelava immediatamente che il gruppo era formato da uomini che si muovevano nei servizi informativi e negli ambienti militari. Allen Dulles era stato direttore della Cia per nove anni, e prima ancora aveva diretto la rete dell’Oss [predecessore della Cia…] in Europa durante la seconda guerra mondiale. Il deputato della camera Gerald Ford veniva definito dal Newsweek come ‘il migliore amico della Cia in seno al Congresso’. Il senatore Richard Russel presiedeva il comitato senatoriale per le forze armate e i servizi di informazione. John J. McCloy aveva ricoperto l’incarico di vice segretario alla difesa, e prima ancora quello di alto commissario del governo degli Stati Uniti nella Germania occupata alla fine della seconda guerra mondiale. Ai tempi della commissione Warren, veniva generalmente considerato come il massimo esponente dell’establishment della politica estera americana. Completavano la commissione il presidente della corte suprema Earl Warren, da cui la commissione prendeva il nome, il deputato della Louisiana Hale Boggs e il senatore John Sherman Cooper del Kentucky. Allo stesso modo con cui sia la polizia di Dallas sia l’Fbi avevano concluso il loro lavoro nel giro di qualche settimana, anche la commissione Warren non aveva perso eccessivo tempo e in soli sei mesi aveva condensato in 26 volumi le motivazioni che confermavano senza ombra di dubbio la colpevolezza di Oswald.

    Tra il 1963 e il 1966 Lyndhon Jonsnson ed il suo ‘vice’ Edgar Hoover erano riusciti a contenere in qualche modo le critiche dell’opinione pubblica ricolte alle evidenti lacune contenute nel rapporto Warren. Nel 1966 però, dopo la pubblicazione di alcuni report volentemente critici nei confronti delle conclusioni di quel rapporto, un sondaggio condotto dalla Gallup rivelava che il 66 per cento degli americani non credeva più nel rapporto Warren e il Congresso incominciava a sollecitare nuove indagini. Il collasso di credibilità dei risultati della commissione Warren richiedeva che in un modo o nell’altro il caso venisse in qualche modo riaperto per il tempo necessario a creare su di esso una cortina di disinformazione talmente fitta da annientare ogni speranza da parte dell’opinione pubblica di poter arrivare un giorno alla tanto auspicata ‘verità’. In questa operazione di ‘depistaggio’ l’Organizzazione X rivelerà la sua eccelsa maestria, al punto da servire da 'manuale' per altre operazioni del genere avvenute negli anni successivi. Qualcosa di analogo dovrà accadere per esempio alcuni lustri dopo in Italia a proposito delle ‘indagini’ condotte sui due episodi che avevano insanguinato l’estate del 1980, vale a dire la caduta del Dc9 ad Ustica avvenuta la sera del 27 giugno e la bomba esplosa sei settimane dopo [il 2 agosto] alla stazione di Bologna, anche se possiamo ben affermare che i servizi segreti italiani non eguaglieranno neppur lontanamente la performance dimostrata dall’Organizzazione X alcuni anni prima. Seguendo i classici schemi militari, l’offensiva di disinformazione è stata condotta simultaneamente su più fronti, in modo da accentuare al massimo gli effetti di ‘disorientamento’ sull’opinione pubblica americana. Ad accendere la miccia doveva essere il gangster di Las Vegas Johnny Roselli. Nel gennaio 1967 l’avvocato di Roselli dichiarava pubblicamente di essere in possesso di ‘importanti informazioni’ riguardo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, in grado di soddisfare la curiosità dei due terzi degli americani che non credevano nelle conclusioni della commissione Warren. Roselli indicava senza esitazioni Fidel Castro quale il responsabile della morte di Kennedy. Anche se del tutto priva di qualsiasi riscontro tale ‘accusa’ veniva fatta propria da Lyndon Johnson e dal suo staff. Hoover per prima cosa dava incarico all’Fbi di preparare, evitando accuratamente di fare il nome di Roselli, un ‘memorandum’ che denunciava una ‘cospirazione’ ordita dal leader dell’Avana per assassinare Kennedy. L’inquilino della Casa Bianca in persona, intervistato d Howard K. Smith, speaker di una nota rete di informazione televisiva, annunciava in tono drammatico: ‘Vi rivelerò qualcosa che pesa più di un macigno. Kennedy voleva far fuori Castro, ma Castro ha colpito per primo… ’. Anche se non detto con parole esplicite si capiva che, essendo Lyndon Johnson nemico irriducibile di Fidel Castro, egli non poteva aver avuto nulla a che fare con l’assassinio di Kennedy. La ‘sorgente’ da cui le provenivano le ‘informazioni’ che dovevano dar corpo a tutto questo era tuttavia nota, come erano noti anche i ‘problemi’ che questa ‘sorgente’ [Roselli per l’appunto…] aveva con la legge. Essendo poi noto anche il ruolo avuto da Roselli in uno dei tanti complotti orditi dalla Mafia e dalla Cia per assassinare Castro, non poteva ragionevolmente essere considerato come sponsor ‘autorevole’ della ‘verità’ sulla morte di Kennedy.

    L’eccentrica messinscena di Roselli non era però destinata ad essere un episodio isolato ma era parte di un ben orchestrato piano che prevedeva la quasi simultanea entrata in scena di un secondo ‘attore’ assai più ‘credibile’ e dotato di assai più presa sul pubblico americano. Si tratta di Jim Garrison, colui che ha ricoperto la carica di District Attorney di New Orleans dal 1962 al 1973 per poi essere eletto nel 1978 giudice alla Corte d’Appello della Luisiana, ruolo da lui espletato fino alla morte, avvenuta nel 1993. Garrison rimane ancora oggi una figura assai controversa. Per alcuni si tratta di un devoto servitore della legge che ha avuto il coraggio di indagare a fondo sull’assassinio di Kennedy e che per questo è stato perseguito con ogni mezzo dalla Cia e dal governo degli Stati Uniti al fine di far fallire il suo nobile intento di mettere a fuoco la ‘verità’. Per altri invece si tratta di un cinico individuo, una specie di Baltasar Garzon in anticipo sui tempi e in formato americano, che ha agito unicamente allo scopo di procurarsi fama e celebrità. A sostegno della tesi di questi ultimi occorre dire che Jim Garrison è stato autore di ben tre best-seller [A Heritage of Stone [1970], The Star Spangled Concratct e infine il più famoso di tutti, On the trail of the Assassins[1988]…], libri dai quali nel 1991 Oliver Stone tratto il celebre film nel quale lo stesso Garrison ha interpretato la parte del giudice Earl Warren. Affermare pertanto che Jim Garrison non abbia tratto grossi vantaggi personali dalla vicenda che lo ha reso famoso, il processo contro Clay Shaw che ora descriveremo, sarebbe, diciamo così, assai azzardato. Per non correre il rischio di subire critiche comunque tutto quello che ora racconteremo sarà assolutamente ‘fedele’ alle ‘memorie’ che Jim Garrison ha voluto lasciarci…

    Tutto ha avuto inizio venerdì 22 novembre 1963. Il procuratore distrettuale Jim Garrison stava lavorando alla sua scrivania presso la sede del tribunale di New Orleans, quando all’improvviso il vice-procuratore aveva spalancato la porta gridando: ‘Hanno sparato al presidente!…’ Tra l’incredulità e la speranza che il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti fosse stato soltanto ferito, Jim Garrison aveva attentamente ascoltato la cronaca televisiva presso un ristorante poco lontano dal suo ufficio. Due notizie erano sulla bocca della popolazione americana quel giorno, la morte del suo giovane presidente e l’arresto di un uomo, Lee Harvey Oswald, accusato di essere il suo assassino. Non poteva di certo sfuggire alla memoria del procuratore che Oswald aveva trascorso tre mesi nella sua città, dove il 9 agosto 1963 era stato arrestato per aver causato una zuffa con numerosi cubani anticastristi mentre distribuiva volantini pro-Castro. Sui volantini era stampato un indirizzo: 544 Camp Street. Garrison si era recato così sul posto e aveva constatato che il 544 di Camp Street era l’ingresso di servizio di un locale il cui ingresso principale era il 531 di Lafayette Street e sulla cui porta vi era un’unica scritta: Guy Banister Associates Inc.. Garrison conosceva abbastanza bene Guy Banister dal momento che entrambi avevano parte anni prima della sezione dell’Fbi di Chicago, come ricordava assai bene anche che Banister condivideva il pensiero dell’allora capo dell’Fbi di Chicago J. Edgar Hoover nei confronti dei comunisti, aveva partecipato ad ogni genere di azioni anti-comuniste ed era altresì tra i capi della Anti-Communist League of Carabbean. Il fatto che quell’indirizzo comparisse sui volantini distribuiti da un individuo che subito dopo l’arresto aveva partecipato alla trasmissione radiofonica presso la WDSU nella quale egli si era dichiarato marxista e filo-castrista era parso allora un poco misterioso. ‘Una possibile spiegazione –scrive Garrison - era che Oswald stesse ‘lavorando’ per Guy Banister [per altro un genere di ‘lavoro’ tutt’altro che… ehm!… chiaro…], un ex-funzionario dell’Fbi il quale avrebbe potuto all’occorrenza sistemare facilmente ogni cosa…’. Garrison aveva poi scoperto che per distribuire i volantini, Oswald si recava nell’ufficio di collocamento dove assoldava uomini per aiutarlo nel lavoro. ‘Uno di questi giovanotti comparsi nelle foto dell’arresto assomigliava molto al figlio di un ufficiale artigliere che stava con me nella Guardia Nazionale…’, scrive Garrison. Aveva dunque chiamato Charles Steele ed avuto da questi la conferma che si trattava di suo figlio Charles Junior. Parlando con il ragazzo aveva saputo che Oswald dava due dollari l’ora a lui e agli altri per distribuire i volantini fino quando i fotografi non se ne fossero andati. ‘Questo metodo di reclutamento era altamente improbabile nel caso di un vero gruppo marxista. La maggior parte di questi gruppi ha degli aderenti che svolgono gratuitamente l’opera di volantinaggio. Invece, il Fair Play for Cuba Commitee di Oswald, che non aveva apparentemente altri soci oltre lui, aveva sufficiente denaro per poter impiegare dei disoccupati… Questa era la prima prova trovata da me che Lee Harvey Oswald non era stato né un comunista né un marxista di alcun genere. Quello che risultava molto più probabile, ora che avevo visto l’ubicazione della sede al 544 di Camp Street, era che Guy Banister, o qualcuno dei suoi soci, avesse utilizzato Oswald come agente provocatore…’. Desideroso di andare più a fondo nella cosa, Garrison aveva allora costituito team ufficioso di collaboratori con l’incarico di reperire tutte le informazioni disponibili su Oswald. Quasi subito si era constatato però che, vuoi a causa dei trascorsi di Oswald vuoi per altri motivi, la maggior parte della documentazione riguardante la vita del killer del presidente era classificata top secret e l’accesso veniva negato anche alla procura distrettuale per motivi di sicurezza nazionale. Garrison aveva avuto accesso però alle dichiarazioni dei vari commilitoni di Oswald al tempo del suo servizio nei Marines e tutti, fatta eccezione per uno, avevano affermato di non averlo mai sentito parlare di politica e di socialismo e ancor di più, Nelson Delgado, che gli era stato vicino più di tutti, non solo aveva giurato che Oswald ‘non aveva mai fatto dichiarazioni sovversive’, ma anche che era un pessimo tiratore. Altra cosa che Garrison era riuscito a scoprire di Oswald era che al momento del suo arrivo a New York con la moglie russa e la figlioletta era stato accolto nientemeno che dal segretario generale dell’ American Friends of the Anti-Bolshevik Nations Inc. , associazione privata anticomunista con estesi rapporti con i servizi segreti. Trasferitosi nel Texas, quasi subito Oswald aveva poi trovato lavoro presso la Jagger-Stovall-Chiles di Dallas, un ente che, sulla base di un contratto con il Pentagono, produceva carte geografiche e mappe per uso militare. Lo scrittore Henry Hurt ha osservato che parte del lavoro sembrava essere connesso con le missioni top secret degli U-2, alcune delle quali prevedevano voli su Cuba. A Lee Harvey Oswald non solo fu dato il lavoro una sola settimana dopo il suo arrivo, ma fu anche consentito l’accesso a vari documenti classificati come segreti. ‘Se fosse stato vero che Oswald non aveva nessun rapporto con il mondo dell’intelligence, se veramente avesse avuto tendenze comuniste, come il nostro governo ci aveva assicurato, allora la disinvoltura dei sistemi di sicurezza posti a protezione del lavoro della Jagger-Stoval-Chiles [che poteva stabilire le sigle, i nomi sulle mappe usate dagli U-2 nella ricerca delle basi dei missili sovietici a Cuba] poteva proprio essere considerata come dell’ottimo materiale da film comico andato sprecato…’, conclude ironicamente Garrison nelle sue ‘memorie’. Nella primavera del ‘63 Oswald si era poi trasferito a New Orleans, impiegato presso la Reily Coffee Company che si trovava, tra le altre cose, proprio sul lato opposto della posta centrale e quindi nelle vicinanze dell’ufficio di Banister, il che lasciava supporre che i due avevano cominciato a vedersi a partire da quel periodo. Inoltre Guy Banister, proprio lo stesso giorno in cui il presidente Kennedy veniva assassinato, era stato protagonista di un episodio a dir poco emblematico che era stato riferito a Garrison da Jack Martin, ex-agente segreto alle dipendenze di Guy Banister, ex-agente speciale dell’ Fbi e vicecommissario della polizia di New Orleans. Quel giorno Banister e Martin avevano avuto un violento battibecco allorché quest’ultimo aveva ricordato al suo ex-capo che non si era dimenticato del via vai di ‘strane persone’ che c’era stato nel suo ufficio l’estate precedente. Di tutta risposta Banister lo aveva quasi ammazzato di botte con la sua Magnum 357. Garrison, che conosceva abbastanza bene Banister per via del loro comune passato all’Fbi, era rimasto sorpreso di quella violenta aggressione da parte di un uomo rispettato e dalla reputazione di intransigente difensore della legge e dell’ordine. Tra le ‘persone strane’ citate da Martin vi era un certo David Ferrie, un personaggio decisamente ‘eccentrico’ noto per le sua abilità di pilota e coinvolto nella fallita invasione di Cuba alla Baia dei Porci e in varie attività anticastriste. Risultava d altre fonti che il giorno precedente all’attentato al presidente Ferrie aveva intrapreso un viaggio precipitoso in Texas. Ce n’era dunque abbastanza per nutrire qualche sospetto e Garrison aveva pertanto deciso di interrogare Ferrie. Alla domanda se avesse mai conosciuto Lee Harvey Oswald aveva risposto di no, tuttavia Garrison era stato del parere che su questo strano individuo dovevano essere svolte ulteriori indagini. Lo aveva quindi fatto registrare e consegnato all’Fbi perché fosse interrogato, ma poco tempo dopo Ferrie era stato rilasciato…




    David Ferrie [a destra] con Julian Buznedo, anch’egli ‘veterano’ della fallita impresa della Baia dei Porci a Cuba…

    Al momento dell’insediamento della commissione Warren le ‘indagini’ di Garrison erano arrivate al punto che abbiamo descritto e il procuratore di New Orleans, non dubitando neanche per un momento della ‘serietà’ dell’indagine condotta da un così elevato ente governativo, decide di lasciare che siano altri a chiarire se Lee Harvey Oswald ha ucciso o no il presidente Kennedy e se ha agito o no da solo. Passano quasi tre anni e un bel giorno di autunno del 1966 Garrison, al pari di San Paolo, ha una specie di ‘folgorazione sulla via di Damasco’. Come lo stesso Garrison scrive nelle sue ‘memorie’, nel corso di una conversazione del tutto casuale con il senatore della Louisiana Russel Long, caduti sull’argomento Kennedy, questi esordisce con una frase che cambia completamente la sua vita: ‘Quei colleghi della commissione Warren si sono maledettamente sbagliati... non c’era nessuna possibilità a questo mondo, per un uomo solo, di colpire Jack Kennedy in quella maniera…’. Sorpreso dalle dichiarazioni di un uomo che considerava tra i più intelligenti del senato, il procuratore distrettuale decide seduta stante di riaprire le indagini e per prima cosa evoca a sé tutti i volumi dei lavori della commissione Warren, le udienze, la documentazione e la relazione finale. Una domanda assai ovvia a questo punto è la seguente: questa sorta di ‘folgorazione’ del procuratore Jim Garrison a distanza di tre anni dai fatti è credibile?… La domanda è ovvia, come del resto è ovvio il fatto che a d essa è impossibile rispondere con elementi sicuri in mano. Quello che è certo è che, credibile o no, essa si è verificata proprio quando più serviva…

    Volendo riprendere in mano le indagini da dove le aveva lasciate tre anni prima, per Garrison la mossa più ovvia sarebbe stata quella di interrogare il personaggio il cui nome più di ogni altro era stato tirato in ballo, Guy Banister. C’era però un piccolo problema. Guy Banister era morto nel luglio del 1964, al tempo in cui la commissione Warren stava finendo il proprio lavoro, in circostanze che, tanto per cambiare, non erano del tutto chiare. Sul certificato di morte di Banister è scritto che egli è deceduto in conseguenza di una ‘crisi cardiaca’. Più di un testimone successivamente affermerà che il suo cadavere presentava un foro di proiettile…




    Guy Banister

    Venuta così a mancare un’importante pedina, gli unici in grado di ricostruire gli avvenimenti di quegli anni erano Jack Martin e David Ferrie. Nelle sue ‘memorie’ Garrison ricorda con abbondanza di particolari l’interrogatorio di Jack Martin e la fatica che dovette fare per cavargli di bocca alcune ‘confessioni’ a dire il vero un poco ‘imbarazzanti’. Dovendo dare una spiegazione sul perché Banister lo avesse violentemente aggredito la sera del 22 novembre 1963, Martin da prima tergiversa alquanto. Poi, messo alle strette, rivela il vero motivo della sfuriata di Banister. Dopo che entrambi avevano bevuto ‘forse qualcosa più del solito’ in un locale notturno e si erano recati nell’ufficio dell’investigatore privato, Martin incautamente aveva accennato a ‘certa gente che aveva bazzicato in ufficio quell’estate’ e a quel punto Banister aveva estratto la sua enorme Magnum e con quella aveva cominciato a dargliene di santa ragione sulla testa. Alla ovvia domanda di Garrison: ‘… e chi erano quelle persone?…’, Martin da prima resta sul vago [‘… c’erano tutti quei cubani che andavano e venivano… a me sembravano tutti uguali…’], poi tira fuori un nome [‘… poi c’erano tutti quegli altri tipi… c’era Dave Ferrie che tu già conosci… veniva spesso… anzi praticamente abitava lì…’], infine pur con qualche titubanza sputa il rospo [‘… Lee Harvey Oswald?… ah, sì, c’era anche lui… qualche volta si incontrava con Guy Banister con la porta chiusa… altre volte chiacchierava con lui insieme a David Ferrie… a lui stava bene…]. All’ulteriore domanda del non mai contento Garrison: ‘… e che faceva Guy Banister mentre tutto questo accadeva?…’, la risposta di Martin è, diciamo così, di quelle che possono prestarsi a ‘molteplici interpretazioni’: ‘… diavolo!… era lui che gestiva il casino!…’. Garrison aveva in tal modo tirato fuori da Jack Martin tutto quello che era umanamente possibile, ed era inutile continuare a ‘raschiare il fondo del barile’. Era però essenziale capire che tipo di ‘attività a porte chiuse’ si svolgesse nell’ufficio di Guy Banister, se cioè progettavano un altro sbarco nella Baia dei Porci, studiavano la maniera di togliere di mezzo il presidente Kennedy o semplicemente se la spassavano allegramente mettendoselo l’un l’altro nel di dietro []. Per chiarire questo punto si doveva rintracciare David Ferrie…

    Ferrie nel ‘62 e nel 63’ aveva lavorato come investigatore part-time da Wray Gill, uno dei migliori avvocati della città. Wray si ricordava molto bene di Ferrie per le salate bollette telefoniche che gli aveva lasciato da pagare. Garrison si fa dare quindi da Gill tutte le fatture e, per caso nota che quelle del mese di novembre del ‘63 sono sparite. La segretaria non sa spiegare perché. Il procuratore confronta quindi tutte le chiamate con quelle registrate nella commissione Warren. Una coincide perfettamente. Il numero corrisponde ad una certa Jean Aase, il cui vero nome è Jean West. Nel frattempo Louis Ivon, uno dei collaboratori di Garrison, ha individuato un ex-motorista d’aereo di nome Jimmy Johnson che ha lavorato per Ferrie. Costui riferisce che Ferrie ha ricevuto una grossa quantità di denaro in una scatola che egli stesso ha dovuto recuperare da una misteriosa auto. Si scopre poi che nelle settimane precedenti all’omicidio del presidente, Ferrie ha depositato settemila dollari in contanti sul suo conto. Ferrie era stato anche alle dipendenze della Eastern Air Lines ed era stato oggetto di indagini da parte di un’agenzia privata. Nel rapporto risulta che si recava spesso in visita ad un uomo di nome Dante Marachini. Dopo una breve ricerca risulta che questi risiedeva al 1309 di Dauphine Street. Quel nome, Dante Marachini, riemerge anche anche nella lista dei colleghi di lavoro di Oswald alla Reily Company

    Nel frattempo, procedendo ad attenta lettura del rapporto Warren, Garrison si è imbattuto in Dean Andrews, un noto avvocato che sarebbe stato chiamato da un certo Clay Bertrand nell’estate del 1963 per risolvere alcuni problemi legali con l’ufficio immigrazioni della moglie di Oswald. Dal momento che si conoscono, Garrison invita Andrews a cena e gli chiede chi è questo Clay Bertrand. Come già ha risposto alla commissione Warren, Andrews prima dice di non conoscere Bertrand, poi di non averlo mai visto di persona. Spazientito Garrison minaccia di farlo arrestare, al che Andrews, stando almeno alle ‘memorie’ di Garrison, si alza da tavola urlando: ‘Hai la minima idea di quello in cui ti stai cacciando, grand’uomo?… Vuoi metterti a fare a cazzotti con il governo?… E’ questo che vuoi?… Allora accomodati!… Ma te la passerai male, ti dico che sarà dura!…’. Garrison e il suo staff dunque cominciano la ricerca sull’identità di questo misterioso Clay Bertrand. Visto che Andrews è un assiduo frequentatore del quartiere francese, il team del procuratore, al quale si era aggiunto Andrew Sciambra, cresciuto proprio in quella circoscrizione, decide di indagare presso i vari bar e night club che Dean è solito bazzicare. All’inizio nessuno dei gestori o clienti sembra conoscere questo nome. Poi però, dopo una telefonata del vecchio zio di Sciambra, il barista di Cosimo’s dice tranquillamente che Clay Bertrand è in realtà Clay Show e che tutti nel quartiere lo sanno. Tutti in pratica sanno che Clay Bertrand è Clay Shaw, il presidente della International Trade Mart di New Orleans, uno degli uomini più rispettabili e in vista della città. Proseguendo nell’indagine sulla vita di Oswald il cerchio comincia a stringersi. Due uomini di Garrison si recano a Clinton dove la maggior parte della cittadinanza ricorda bene Oswald per una vicenda assai particolare. Un giorno, per la prima volta nella storia del profondo Sud, era in corso un censimento generale degli elettori e per la prima volta anche la popolazione di colore era stata ammessa. Moltissime persone testimoniano di aver visto Oswald tra la folla di neri che, in fila, si presentava a reclamare il suo diritto al voto. A questo punto avviene una scoperta che segna una decisa svolta nelle indagini. Lee Harvey Oswald non si era recato a Clinton da solo, ma in compagnia di due individui. Uno era alto, capelli grigi, uomo elegante e distinto… Clay Shaw. L’altro era basso con una vistosa parrucca e ciglia finte, decisamente un tipo estroso… David Ferrie. Uno sceriffo del luogo infatti ha controllato quel giorno un’insolita vettura e dalla targa è risultato che era proprietà della International Trade Mart di New Orleans…




    Clay Shaw

    Lo staff della procura a questo punto si rende conto di quanto sia difficile provare all’opinione pubblica un’amicizia tra un uomo serio e rispettato come Clay Shaw e un individuo ‘scarmigliato e bizzarro’ come David Ferrie. La 'prova' viene però da un certo Jules Ricco Kimble, un estremista di destra che testimonia di essere stato a casa di Clay Shaw più volte per ‘prestazioni particolari’ e di aver partecipato ad alcuni festini [gay] insieme ad entrambi. Dice anche di aver sentito altre persone presentare Clay Shaw come Clay Bertrand e che nel periodo in cui ha frequentato Ferrie e Shaw ha avuto contatti con diversi agenti della Cia. Fa i nomi di Steinmeyer, Natt Brown, e un terzo agente chiamato Red, di cui non conosce il cognome. Questi agenti gli lasciavano spesso delle istruzioni presso una casella postale alla sede centrale della posta di Lafayette Street. Raymond Broshears, un amico di vecchia data di Davie Ferrie, racconta poi di essere stato presentato a Shaw da Dave stesso e che avevano cenato insieme una volta. Testimonia poi che Dave non parlava mai del suo coinvolgimento nell’assassinio Kennedy, tranne quando era ubriaco. In una di queste occasioni gli ha rivelato che il suo incarico consisteva esattamente nell’attendere a Houston, il giorno dell’ omicidio, fino a quando non fossero arrivati due degli assassini da Dallas. Uno di loro era un tale di nome Carlos che avrebbe dovuto attenderlo alla pista di pattinaggio a Houston, ma non si era presentato. Entrambi erano esiliati cubani convinti che Kennedy li avesse venduti ai comunisti…

    A questo punto la situazione è matura perché un’altra ‘morte sospetta’ vada ad aggiungersi al già lungo elenco. Stando sempre a quanto Garrison riporta nelle sue ‘memorie’ ma che nessuno però ha mai confermato, Clay Shaw e David Ferrie vengono a sapere che il procuratore distrettuale stà facendo indagini su di loro di loro in relazione alla tragedia del 22 novembre. Cercano di assoldare un killer per ucciderlo ma questi, saputo il bersaglio, rifiuta. Dopo di che Garrison riesce a rintracciare Dave Ferrie che, terrorizzato, conferma tutto… anche se non esiste alcun verbale che riporti quello che Ferrie ha dichiarato durante l’interrogatorio al quale lo ha sottoposto Garrison … Una domenica di febbraio del 1967 il procuratore invita i suoi collaboratori nella sua casa di Lakeview, nella zona ovest di New Orleans. Insieme devono decidere se portare Ferrie davanti al Gran Jury per fargli raccontare tutto quello che sa. Mentre discutono giunge una telefonata. Ferrie è stato ritrovato morto nel suo appartamento dove ha lasciato due lettere a conferma del suo atto suicida. Le cause della morte rimangono tuttavia, tanto per cambiare, assai misteriose. Sparito di scena anche Ferrie, non rimane altro da fare che incriminare Clay Shaw…

    Il 1° Marzo 1967 Clay Shaw viene arrestato tra un diluvio di critiche e polemiche che nel frattempo si sono scatenate contro la procura. Per premunirsi contro le ‘accuse’ di voler incriminare un uomo rispettabile come Clay Shaw solo per egoistici scopi di carriera, Garrison chiede l’intervento di una giuria speciale costituita da tredici uomini che devono stabilire se rinviare Shaw a giudizio in un’udienza preliminare. Sentiti i testimoni e preso atto delle prove, Clay Shaw è rinviato a giudizio con l’accusa di aver cospirato in un complotto contro il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. Il 29 gennaio 1969 il processo ‘Lo stato della Louisiana contro Clay Shaw’ ha inizio. A causa delle festività carnevale è aggiornato ai primi di febbraio, quando finalmente il procuratore distrettuale Garrison presenta i capi di accusa e spiega le indagini lo hanno convinto fermamente della ipotesi del complotto. Nel momento stesso in cui Garrison accusa Clay Shaw, il ministro della giustizia degli Stati Uniti Ramsey Clark e il presidente della Corte Suprema Earl Warren si schierano contro la sua inchiesta. Niente del genere è mai accaduto prima negli Stati Uniti. Lo staff della procura imperterrito và avanti e presenta i suoi testimoni. Vengono ascoltati i cittadini della piccola città di Clinton che ricordano di aver visto Clay Shaw in compagnia di Lee Harvey Oswald e di David Ferrie nel ‘63 in occasione del censimento. I due veri ‘assi’ nella manica dell’accusa sono però Perry Russo e Vernon Bundy. Il primo dice di essersi recato nel settembre del 1963 casa di Ferrie, dove ‘una specie di party’ stava per volgere al termine. Lì ha conosciuto un uomo alto distinto con i capelli bianchi, un certo Clay Bertrand, e un giovane che veniva chiamato Leon Oswald [Russo ha dichirato però di non essere totalmente certo che fosse Lee Harvey Oswald]. Dopo che se tutti se ne erano andati erano rimasti ‘Oswald’, Bertrand, Ferrie e Russo. La conversazione era caduta allora sulla ‘politica’, più precisamente sulla ‘liberazione di Cuba’. Sembra che Ferrie fosse ipertiroideo e quando beveva si agitava e diventava assai loquace. Aveva parlato della possibilità di eliminare Castro, aperto una cartina di Cuba sul tavolo e indicato una baia dove si sarebbe potuto sbarcare. Russo era un giovane molto determinato, con le idee chiare e visto che condivideva, in linea di principio, le idee di Ferrie erano diventati molto amici. Per questo nel momento in cui si era passati da Castro a Kennedy, era stato ammesso tranquillamente alla conversazione. Kennedy sembrava molto più accessibile di quanto non lo fosse il dittatore cubano. Ferrie parlava di una ‘triangolazione di fuoco incrociato’ per cui sarebbe stato molto più facile colpirlo. Shaw, molto più calmo e composto, diceva che in quella occasione loro sarebbero dovuti essere molto lontano dalla zona d’azione. Solo in quel momento Russo aveva capito che si stava parlando seriamente di colpire il presidente. Qualche mese più tardi, nel marzo del 64, Russo dice di aver visto Ferrie parlare con un uomo alto, distinto, dai capelli bianchi. In aula, senza la minima esitazione, Russo lo identifica con Clay Shaw. Quando la palla passa alla difesa però, questa ha buon gioco nel dimostrare che l’accusa per ottenere quella testimonianza ha sottoposto il teste al trattamento ipnotico con il Sodium Pentotal…

    Esaurito così il primo ‘asso’ senza aver ottenuto un bel niente, Garrison ricorre al secondo, Vernon Bundy. Si tratta di un pregiudicato che una sera era andato a drogarsi sulla diga di cemento del lago Pontchartrain. Stava preparando la sua dose di eroina quando aveva visto una berlina a quattro porte avvicinarsi. Dice di aver osservato un uomo alto e distinto uscire dall’auto e lo riconosce come l’imputato Clay Show. Dice anche che non era solo e che si trovava in compagnia di Lee Oswald, al quale aveva consegnato un rotolo di banconote. Per dare credito alla sua ‘testimonianza’, a sorpresa il teste si sposta dal banco dei testimoni, si siede sulla predella al di sotto della postazione del giudice e chiede a Shaw di camminare dal fondo dell’aula verso di lui. A quel punto Bundy fa notare all’assemblea l’impercettibile andatura zoppicante di Shaw, cosa della quale neppure Garrison si è accorto. Sembra di primo acchito che Garrison abbia messo a segno un colpo veramente magistrale. Il guaio però è che una cosa è dimostrare che Oswald per mettere insieme i quattrini necessari per acquistrare la lavatrice alla moglie si esibiva in ‘prestazioni particolari’ a beneficio di Clay Show, Guy Banister e quanti altri, altro è dimostrare che insieme a costoro ha ordito e attuato un piano per assassinare il presidente degli Stati Uniti…

    Seguono altre e altre dichiarazioni, tutte però decisamente ininfluenti, fino a che ne spunta a sorpresa una che da sola manda all’aria tutto l’impianto dell’accusa. Poco prima dell’inizio del processo si è offerto testimone ‘spontaneo’ un certo Charles Spiesel, il quale ha detto di aver sentito Clay Shaw, Oswald e Ferrie parlare della cospirazione contro il presidente. Controinterrogato dalla difesa, risulta che Spiesel è in realtà un paranoico che prende le impronte digitali alla figlia quando parte per il college e quando ritorna per essere sicuro che sia sempre sempre lei []… La giuria non può fare altro che assolvere Clay Shaw. Al momento del verdetto un rappresentante di essa dirà che prima del processo non credeva ai risultati del rapporto Warren e che il processo gli aveva fatto cambiare idea [!?]…

    Il grottesco finale del processo intentato da Jim Garrison contro gli ‘assassini’ del presidente Kennedy ha segnato il sucesso pieno di quella che certo può essere definita come ‘la più riuscita operazione di depistaggio del XX° secolo’. E’ pur vero che il processo ha messo in crisi, probabilmente in maniera definitiva, tutta la ridicola montatura di falsità che caratterizza il rapporto della commissione Warren dalla prima all’ultima pagina. Uno dei riscontri più eclatanti venuti alla luce era il fatto, ad esempio, che la commissione aveva trascurato di esaminare i risultati del test al nitrato che era stato condotto su Oswald subito dopo il suo arresto e che era risultato negativo. Ciò significava che Oswald non aveva sicuramente fatto uso di armi da fuoco nelle ventiquattro ore precedenti al test. La commissione aveva poi del tuuto ignorato il filmato girato da Abraham Zapruder [dal quale poi egli stesso ha ricavato un film…], nel quale si coglie l’attimo in cui il colpo fatale alla testa del presidente arriva a segno. Anche se la questione è a tutt’oggi controversa, i più ritengono che il filmato dimostra inequivocabilmente che il colpo proveniva da davanti. Vi era poi la questione irrisolta della ‘pallottola magica’ sparata dal fucile di Oswald, la quale in sequenza avrebbe trafitto la spalla al presidente, sarebbe fuoriuscita e poi rientrata perforandogli la gola, nuovamente uscita avrebbe colpito il governatore alla spalla causandogli una lesione di dodici centimetri, avrebbe quindi trapassato, fratturandolo, il polso dello stesso governatore per finire intatta sul pavimento della vettura prima e sulla barella d’ospedale poi. In sede di dibattimento Garrison aveva mostrato una pallottola dello stesso calibro che era stata sparata attraverso il polso di un cadavere all’obitorio. Era completamente distrutta. Garrison ha poi dimostrato che non solo la commissione Warren aveva ignorato completamente molte testimonianze decisive, ma addirittura che il alcuni casi queste erano state modificate se non completamente alterate. Sconcertante è il caso Julia Ann Mercer, impiegata di una ditta di distributori automatici. Julia stava dirigendosi in auto nei pressi della collinetta erbosa sulla Elm Street. Finita in un ingorgo di traffico, si era trovata bloccata a fianco di un furgone bianco parcheggiato parzialmente sul marciapiede. Ad un certo momento aveva visto un giovane con un fucile inserito nella custodia scendere dal furgone e arrampicarsi lungo il pendio. Incuriosita aveva allora osservato l’uomo che era rimasto nell’automezzo. Due giorni giorno dopo lo aveva rivisto in televisione e lo aveva riconosciuto. Si trattava dell’uomo che aveva ucciso Lee Harvey Oswald, Jack Ruby. Il giorno seguente Julia Ann aveva riferito questo sconcertante episodio sia al locale ufficio dell’Fbi, sia all’ufficio dello sceriffo di Dallas. Garrison ha dimostrato che la sua deposizione era stata alterata. Anche se la presenza di Jack Ruby in Elm Street quella mattina non è stata sufrragata da altre testimonianze e pertanto non può essere considerata sicura, il misterioso furgone bianco che sembra essere stato usato per portare sul luogo e recuperare i componenti del commando assassino è stato visto da almeno altri tre testimoni. Uno di questi è il già ricordato Lee Bowers, addetto al controllo degli scambi del deposito ferroviario e pertanto situato in una cabina di vetro posta a un’altezza di quattro metri e mezzo dal terreno. Stando alla sua testimonianza, poco prima della sparatoria aveva notato due sconosciuti che se ne stavano dietro le assi in cima alla collinetta, in attesa dell’avvicinarsi del corteo. Poco prima aveva visto un individuo guidare un furgone bianco nei pressi dello scalo ferroviario dietro la collinetta e gli era sembrato che stesse parlando in un microfono che teneva in mano. In una dichiarazione giurata sottoscritta nell’ufficio dello sceriffo J.C. Price, un operaio edile, seguendo la direzione da cui veniva la scarica di colpi aveva detto: ‘... ho visto un uomo correre verso i vagoni passeggeri lungo i binari... aveva qualcosa in mano… non sono certo ma potrebbe essere stata la canna di un fucile…’. Alcuni testimoni, contrariamente alle conclusioni della commissione Warren, non solo avevano udito i colpi provenire dalla palizzata, ma anche visto del fumo, evidentemente prodotto da uno sparo, sollevarsi dal boschetto. Come J.C. Price, molte persone ne avevano avuto l’impressione netta dopo la sparatoria e si erano dirette verso lo scalo ferroviario. Joseph Smith, un agente di polizia che era di scorta in motocicletta a fianco dell’auto del presidente, era salito di corsa il pendio della collinetta in direzione della palizzata. S. M. Holland, supervisore degli impianti di segnalazione della Union Trade Railroad, aveva descritto la sparatoria in questo modo: ‘… ho sentito un terzo sparo e ho contato quattro colpi e... in questo gruppo di alberi c’è stato uno sparo, uno scoppio… non so se fosse uno sparo, non posso dirlo… è venuto fuori uno sbuffo di fumo all’altezza di circa due metri o due metri e mezzo da terra proprio da sotto quegli alberi... non ho alcun dubbio d’aver visto quello sbuffo di fumo venire fuori dagli alberi... ho visto distintamente lo sbuffo di fumo e sentito lo scoppio proveniente dagli alberi...’. O.V. Campbell, il presidente del deposito libri, aveva dichirato che ‘la sparatoria veniva dall’area erbosa in questa direzione - indicando la direzione verso cui avanzava il corteo una volta superato il deposito dei libri - … ho sentito che i colpi venivano esplosi da un punto che pensai fosse nei pressi dei binari ferroviari...’. James Tague, un piazzista di Dallas rimasto ferito alla faccia forse da un proiettile di rimbalzo, aveva affermato: ‘… la mia prima impressione è stata che su da... da quello che chiamate il monumento o quel che è... c’era qualcuno che sparava dei petardi... e la polizia stava correndo in quella direzione…’. Bill Lovelady, dipendente del deposito libri che stava facendo uno spuntino sui gradini di fronte, si era ricordato che ‘gli spari provenivano dritti qui dai paraggi di quella zona in cemento su quella collinetta... fra il sotto passaggio e l’edificio su quella collinetta…’.
    Abraham Zapruder, divenuto famoso per aver ripreso in un film la sparatoria, era in piedi su una soletta di cemento sul pendio della collinetta erbosa con la schiena rivolta alla palizzata. Quanto alla direzione da cui provenivano gli spari, aveva aggiunto: ‘… ho anche pensato che provenissero da dietro di me…’. Forrest Sorrels, responsabile del Secret Service locale, stava in testa al corteo. Questa la sua testimonianza: ‘… quando ho sentito gli spari un tantino troppo forti per essere petardi ho guardato al di là di questa parte del costone… perché il suono era stato tale da sembrare provenire da dietro e da più in alto in quella direzione…’. William Newmann, ingegnere progettista di Dallas, stava osservando il corteo con la sua famiglia dal marciapiede situato alla base della collinetta erbosa a breve distanza dalla palizzata. Questa la sua dichiarazione: ‘… stavamo in piedi sul bordo del marciapiede guardando l’auto che veniva verso di noi e tutto d’un colpo ci fu un rumore secco, apparentemente quello di uno sparo… il presidente sobbalzò sul sedile… sembrò come se un petardo fosse scoppiato e pensai che anche lui se ne fosse reso conto… è stata proprio come un’esplosione e come se lui si sollevasse… in quel momento stava direttamente davanti a noi e io stavo guardando verso di lui quando è stato colpito alla testa... allora ci siamo buttati giù distesi sull’erba in quanto ci sembrava di stare proprio nel mezzo degli spari… ho creduto che i colpi venissero dal boschetto, proprio dietro di me… non ricordo di aver guardato in direzione del deposito libri della Texas School… ho guardato indietro in prossimità del boschetto…’. L.C. Smith dell’ufficio dello sceriffo stava in Main Street quando aveva udito i colpi. Era quindi corso ‘il più veloce possibile verso Elm Street in direzione ovest rispetto alla Houston Street’. Qui una donna gli aveva detto che ‘il presidente era stato colpito alla testa e che i colpi erano venuti dalla palizzata sul lato nord di Elm Street…’, riferendosi alla palizzata di assi all’interno dell’area della collinetta erbosa. Malcolm Summer, proprietario di un servizio postale locale, ricordava così il momento in cui la sparatoria era cessata: ‘… a quel punto tutta la gente ha cominciato a correre verso il costone in alto… ognuno si dirigeva verso i binari ed era chiaro che lì avevano intrappolato qualcuno...’. Una signora, Jean Hill, aveva effettivamente seguito uno degli uomini. Aveva anche amesso di non essere ben certa di quello che avrebbe fatto se lo avesse raggiunto. Questa la sua testimonianza: ‘… ho visto l’uomo andare verso i binari in direzione ovest…’. Sulla base del racconto della Hill, lo scalo ferroviario, in alto sulla destra rispetto a dove il presidente era stato colpito, era evidentemente la destinazione degli uomini che avevano appena lasciato il luogo deove si erano appostati per l’assassinio. Tutte questo imponente materiale [che per dirla con le parole di Garrison ‘avrebbe fatto rizzare le orecchie a qualsiasi giudice istruttore’…] era stato praticamente ignorato dalla commissione Warren. Lo stesso era stato con l’interrogatorio del sergente D.V. Harkness, addetto alla perquisizione dei treni in partenza. Costui aveva dichirato al consigliere Belin della commissione che ‘numerosi estranei stavano per lasciare in treno la zona nella quale il presidente era appena stato assassinato e che erano stati portati alla stazione e interrogati’. Ebbene l’imperturbabile consigliere della commisione non solo aveva beatamente ignorato quedseta testimonianza, ma neanche si era dato la pena di di appurare il perché né presso l’ufficio dello sceriffo di Dallas nè presso il dipartimento di polizia vi era copia e alcuna documentazione del loro interrogatorio. Allo stesso modo la commissione nopn si era interessata dei gravi indizi sul fatto che sul luogo dell’attentato potevano esserci stati degli individui che si spacciavano per agenti del Secret Service. Joe M.Smith, l’agente che dirigeva il traffico all’incrocio della Elm Street con la Houston Street e al quale una donna aveva detto che la sparatoria proveniva dal boschetto, aveva abbandonato il suo posto e si era diretto su per la collinetta fin dietro la palizzata posta in cima. Interrogato dalla commissione ha risposto che aveva estratto la sua pistola dalla fondina, così, istintivamente, senza nessun motivo specifico e che l’aveva rimessa immediatamente a posto dopo che un uomo si era fatto riconoscere mostrandogli il tesserino del Secret Service. Ciò che non quadra affatto è che, stando al rapporto della commissione Warren, tutti gli agenti del Secret Service assegnati al corteo si erano allontanati insieme in direzione dell’ospedale. Il Secret Service ha sempre dichiarato ufficialmente che nessuno dei suoi agenti si trovava sul luogo dell’assassinio, a parte quelli che stavano passando con il corteo, e tutti erano spariti in pochi minuti. Questo significa che o il Secret Service ha mentito, o che si è sbagliato, oppure che l’uomo incontrato dall’agente Smith non era realmente un agente del Secret Service. Diverse altre erano state le testimonianze di questo tipo. Non vi è dubbio che tutto questo imponente materiale dimostrava chiramante, se ce ne fosse stato ancora bisogno, quanto fosse ‘ridicola’ [nel vero significato del termine…] l’impalcatura sulla quale si reggevano le conclusioni della commissione Warren. Ciò nonostante l’esito finale di tutta la manovra imperniata sul procuratore di New Orleans è stato [si badi bene però… apparentemente…] quello di squalificare di fatto nel modo più completo ogni ipotesi di ‘complotto’ intorno alla’ssassinio del prediente John Fitzgerald Kennedy. Perché?… Semplicemente perché se da un lato era ‘ridicola’ l’impalcatura sulla quale si basavano le conclusioni della commissione Warren, l’idea di far passare un gruppo di froci che organizzavano orge e festini nei quali Lee Harvey Oswald se lo prendeva a pagamanto in quel posto per un gruppo di cospiratori decisi a far fuori il presidente degli Stati Uniti perché considerato ‘amico di Fidel Castro’ è di gran lunga più ‘ridicola’…

    Anche se il processo a Clay Shaw è stata la più rilevante [e proficua dal punto di vista dei risultati…] delle operazioni di depistaggio portate avanti dalla ‘Organizzazione X’, essa non poteva rimanere un fattom isolato per la semplice ragione che coinvolgeva solo alcuni dei possibili ‘bersagli designati’, vale a dire il governo degli Stati Uniti, la Cia, il Pentagono, l’Fbi e in misura minore la polizia di Dallas. Queste sono state le parole con le quali Jim Garrison ha iniziato la sua arringa accusatoria in detto processo…

    … credo che quello che è successo nella Dealey Plaza di Dallas il 22 novembre 1963 sia stato un colpo di stato. Ritengo che sia stato proposto e programmato con notevole anticipo da fanatici anticomunisti membri della intelligence degli Stati Uniti. Che sia stato realizzato, molto probabilmente senza un’approvazione ufficiale, da individui della Cia appartenenti agli apparati delle operazioni segrete e da altri collaboratori esterni, non appartenenti direttamente alle agenzie governative, e mascherato da gente con le stesse opinioni politiche del Fbi, del Secret Service, del dipartimento di polizia di Dallas e degli ambienti militari. E penso infine che il loro scopo sia stato quello di impedire a Kennedy di portare a termine la sua politica di distensione con l’Unione Sovietica e con Cuba, e di mettere fine alla guerra fredda…

    Le parole del ‘coraggioso’ [nonché autore di diversi fortunati best-sellers che, inutile dirlo, gli hanno procurato dollari a palate…], procuratore distrettuale di New Orleans illustrano assai bene gli ingredienti necessari per una ben orchestrata operazione di ‘depistaggio’. L’affermazione secondo la quale l’uccisione del presdente degli Stati Uniti avvenuta il 22 novembre 1963 [come pure quanto è accaduto a New York e Washington l’11 settembre 2001] sia da considerare un vero e proprio colpo di stato è sostanzialmente e inequivocabilmente esatta. Il resto, come il dibattito processuale ha inequivocabilmente dimostrato, è in gran parte ‘fuffa’ ed assicura che lo scopo del depistaggio, vale a dire l’occultamanto della ‘verità’, sia conseguito. La ‘fuffa’ però si sa che non basta mai e ogni tanto bisogna aggiungerne per evitare che qualcosa prima o poi ‘affiori in superficie’. Così negli anni successivi un ‘protagonista’ che fino a quel momento, a parte le già descritte uscite fantasiose di Roselli, era stato tenuto fuori dalla cosa farà la sua apparizione, la Mafia. Il ‘rapporto Stokes’ della Select Committee on Assassinations of the U.S. House of Representatives, commissione creata negli anni settanta per investigare sulla morte di Kennedy colmando se possibile le evidenti ‘lacune’ del lavoro della commissione Warren, tra le altre cose afferma…

    … alla fine del 1962 e all’inizio del 1963 l’operazione Cia-Mafia si arenò perché il crimine organizzato non aveva più interesse ad assassinare Fidel Castro. L’influenza sovietica a Cuba rendeva la prospettiva dei mafiosi di riconquistare l’Avana meno probabile, tanto più che c’era da raccattare la fortuna col gioco d’azzardo e il resto nelle Bahamas e dintorni. Si può ragionevolmente ritenere che la Mafia ha continuato a simulare la sua partecipazione ai complotti politici per mantenere i rapporti con la Cia, nella speranza di evitare persecuzioni contro i capi della Mafia coinvolti in quei complotti. Questa teoria è comprovata dalle azioni di Robert Maheu, un agente dell’Fbi, che poi diventò investigatore privato e mantenne i contatti fra Cia e mafia, in particolare con John Roselli. Roselli partecipò al complotto, secondo questa commissione, per evitare la propria estradizione dagli Stati Uniti nel 1966 e nel 1971, e per sfuggire all’incriminazione per attività illegali nel gioco d’azzardo, nel 1967. E’ stato John Roselli che ha fornito le informazioni relative al ‘cambio di obbiettivo’ del complotto Mafia-Cia, dall’uccisione di Castro all’uccisione di Kennedy. Nel 1963 i capi del crimine organizzato coinvolti dalla Cia nei complotti politici potevano aver perduto la motivazione di assassinare Castro. Ma potevano avere sufficienti motivi, in seguito al programma del dipartimento della giustizia contro il crimine organizzato, per eliminare il presidente Kennedy. Le investigazioni di questo comitato hanno rivelato che i boss della Mafia sono degli ‘uomini d’affari’ pragmatici, che adeguano le loro alleanze e cambiano amicizie a seconda dei loro interessi. Nel 1963 anche gli esuli cubani che si opponevano più duramente a Castro erano rimasti frustrati dalla politica dell’amministrazione Kennedy. E molti di loro sono giunti alla conclusione che il presidente Kennedy era un ostacolo che doveva essere eliminato anche più urgentemente che non il dittatore cubano Fidel Castro… [Rapporto Stokes, conclusioni, p. 131]

    Sulla base di questo ‘rapporto’ il giornalista Gianni Bisiach ha elaborato una interessante ‘teoria’ che attribuisce a un ‘complotto Mafia-Cia’ l’uccisione del presidente John F. Kennedy. Un sicario di Cosa Nostra, il già ricordato Johnny Roselli, sarebbe stato il vero assassino del presidente Kennedy. Nel maggio del 1992 Bisiach ha invitato a Roma Sam Giancana junior, nipote del boss Sam Giancana, che come scrive lo stesso Bisiach, ‘…partecipò al mio ‘speciale TG Uno’ sulla morte di Marilyn Monroe per testimoniare sulla parte che vi aveva avuto lo zio. Sam Giancana junior confermò sia la tesi del film I due Kennedy, sia quanto ho scritto nel libro Il Presidente . Giancana Jr. raccontò che a suo padre Chuck, il fratello minore del boss di Chicago, Sam rivelò: ‘… abbiamo sistemato Kennedy in combutta con la Cia… ’. Nel libro scritto da Chuck e Sam Giancana Jr. tra le altre cose si legge: ‘… Mooney [nomignolo con il quale veniva chiamato Sam Giancana ndr.] rivelò a Chuck di essersi servito di Roselli come tramite personale con Marcello, Trafficante e la Cia, istruendo contemporaneamente i suoi luogotenenti di affidare a Ruby il compito di sovrintendere alla partecipazione dell’Organizzazione all’attentato di Dallas, collaborando con gli agenti del governo […] Ruby, disse Mooney a Chuck, era stata la scelta logica. Aveva già dimostrato in precedenza la sua estrema lealtà e capacità a cooperare con la Cia durante la preparazione dell’invasione della Baia dei Porci. […] Mooney disse che il ‘presunto tiratore solitario’ Lee Harvey Oswald, al pari di Ruby, era legato sia all’Organizzazione che alla Cia. […] Tornato a New Orleans con la moglie russa, venne indirizzato dalla Cia ad un personaggio ben noto a Mooney, l’ex agente dell’Fbi di Chicago Guy Banister… ’.

    Naturalmente non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti l’ipotesi sempre suggestiva del complotto Cia-Mafia’ non manca di sostenitori. In Bound by Honour, a Mafioso’s Story, libro stampato dalla St. Martin Press, l’erede di una delle più celebri famiglie criminali d’America afferma anche di sapere che fine fece il cadavere del leggendario capo del sindacato dei camionisti Jimmy Hoffa e perfino le ragioni segrete dietro la guerra del Vietnam. Questa sarebbe stata combattuta dal governo degli Stati Uniti per proteggere gli introiti del lucroso traffico di eroina dal sud est asiatico. ‘… io conosco i fatti…’, ha scritto Bonanno jr. raccontando di aver ascoltato in carcere dalla bocca dello stesso Roselli che questi avrebbe personalmente sparato il colpo mortale contro Kennedy su ordini del boss Sam Giancana. Lo stesso Roselli avrebbe riferito la sua rabbia quando l’auto che avrebbe dovuto servire a lui e ai suoi complici per la fuga era scomparsa. Ma i gangster al completo, tranne Oswald che era stato destinato a fare da capro espiatorio, sarebbero riusciti a lasciare Dallas indisturbati con il fucile del delitto che Roselli avrebbe poi nascosto in una fattoria nello stato di New York. Di recente è stata diffusa negli Stati Uniti una videocassetta dal titolo Confession of an assassination, in cui un detenuto della prigione di Joliet [Illinois], James E. Files, confessa di essere stato uno degli assassini del presidente John Kennedy. Si è venuti a conoscere questo testimone grazie al lavoro di indagine svolto dall’investigatore privato di Houston, Joe West che aveva ricevuto una ‘soffiata’ da un agente anonimo dell’Fbi. West aveva dedicato tre lunghi anni alla ricerca di ulteriori indizi che potessero fare luce sui reali esecutori del delitto Kennedy, poi aveva convinto Files a parlare, ma proprio quando ci stava riuscendo è morto a causa di una malattia. Dopo più di un anno i collaboratori di West sono riusciti ad ottenere un’intervista da Files in cui egli ammette di aver sparato al presidente nel periodo in cui aveva contatti con la malavita. Coinvolti nell’esecuzione dell’omicidio, Johnny Roselli, che avrebbe sparato direttamente a Kennedy, Charles Nicoletti e il boss mafioso Sam Giancana…

    Questo a tutt’oggi… chissà cosa salterà fuori domani o dopo!…



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

 

 
Pagina 1 di 4 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 19-05-13, 00:31
  2. John Fitzgerald Kennedy
    Di albertsturm nel forum Il Termometro Politico
    Risposte: 19
    Ultimo Messaggio: 05-01-08, 19:16
  3. Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 08-12-07, 13:21
  4. Perché Milosevic è Stato Assassinato
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 15-03-06, 19:44
  5. Israele assassinò John Fitzgerald Kennedy ?
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 28-07-04, 17:35

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito