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Discussione: Dove va la Lega Nord?

  1. #1
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    Predefinito Dove va la Lega Nord?

    Lunedí 20.11.2006 17:00



    Umberto Bossi ha temporaneamente stoppato il dialogo con il Centrosinistra. E non poteva fare altrimenti. Non tanto per le parole di Silvio Berlusconi, il quale si è detto certo della lealtà del Senatur, quanto per la contestata (anche dal Carroccio) Finanziaria che inizia il suo iter al Senato. Il leader leghista ha lanciato il sasso nello stagno dell'Unione e ha raccolto la disponibilità in particolare dei Ds. Ma ora è troppo presto per ipotizzare un appoggio esterno. Impossibile a pochi giorni dalla grande manifestazione contro la manovra del 2 dicembre a Roma, durante la quale lo stesso Bossi prenderà la parola al fianco del Cavaliere e di Gianfranco Fini.



    Umberto Bossi
    Ma il Senatùr non ha alcuna intenzione di restare nell'angolo, vuole tornare a contare e far pesare i suoi voti in Parlamento. Per il momento ha ascoltato le parole dell'ex presidente del Consiglio, secondo il quale il governo Prodi ha i mesi contati (certo anche del 'tradimento' di 4-5 senatori del Centrosinistra). E per questo ha aperto alla possibilità delle larghe intese, proprio per entrare in una Grande Coalizione strappando un minimo impegno sul federalismo.

    Ma secondo quanto risulta ad Affari, il numero uno della Lega ha confidato ai suoi più stretti collaboratori di aver dato una sorta di ultimatum a Berlusconi: o l'esecutivo del Professore cade e non arriverà veramente a mangiare l'uovo di Pasqua oppure il movimento padano avrà le mani libere. D'altronde la Casa delle Libertà - spiegano in Via Bellerio - aveva senso di esistere come maggioranza, proprio in funzione della devolution, ma non come opposizione. Mani libere per fare cosa? Per trattare direttamente con il ministro per le Riforme Vannino Chiti e con il vicepremier Massimo D'Alema; o lo stesso Bossi in prima persona o attraverso il capogruppo alla Camera Roberto Maroni.

  2. #2
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    Il Senatùr, soddisfatto delle aperture di una parte della Quercia, ha in mente una sorta di decalogo (dal federalismo fiscale all'ttuazione del Titolo V della Costituzione, dal Senato delle autonomie alla riforma delle legge elettorale) da sottoporre all'Unione e sul quale trattare. In caso di accordo, poi, nessuna ipotesi viene esclusa. Nemmeno l'appoggio esterno. Il segretario federale, che ormai si è rassegnato alle dimissioni di Giancarlo Giorgetti dalla guida del movimento in Lombardia (altro che delfino del capo!), punta a riconquistare quel ruolo di ago di bilancia che aveva in passato. Con la Lega forze regionale, autonomista, che di volta in volta dialoga con chi sta a Palazzo Chigi, indipendentemente dal colore politico. Insomma, il progetto catalano che tanto piace a molti colonnelli leghisti e che è anche alla base delle clamorose sconfitte degli uomini voluti dall'alto (e troppo filo-berlusconiani) nei congressi provinciali della Lega a Varese e Bergamo. In Via Bellerio non hanno dubbi: "Se restiamo cinque anni all'opposizione, come una costola sbiadita di Forza Italia, probabilmente nel 2011 non esisteremo più". Bossi, che sa ascoltare gli umori della base, l'ha capito.

    Ma ora è troppo presto per mollare il Centrodestra e aprire un confronto con l'esecutivo (che comunque non significherebbe passare da uno schieramento all'altro), a causa della Finanziaria e dei fragili equilibri politici in Lombardia e in Veneto. Il Senatùr però continua a ripetere che "il federalismo non è né di destra né di sinistra". Quindi il Cavaliere è avvisato: o si concretizzeranno presto le sue previsioni funeste sul governo Prodi, e quindi via alle larghe intese, oppure ognuno per la sua strada. Con la Lega libera di bussare alla porta di Palazzo Chigi.

    Nel Centrosinistra, però, mentre anche Enrico Letta apre all'intesa con il Carroccio, almeno sul federalismo fiscale, c'è anche chi si oppone. Rifondazione Comunista per motivi ideologici, mentre i partiti minori come l'Italia dei Valori del ministro Di Pietro e la Rosa nel Pugno perché un allargamento della maggioranza farebbe perdere loro il potere di condizionare l'esecutivo. Lo stesso discorso vale per l'Udeur di Mastella, anche se il ministro della Giustizia nei giorni scorsi ha lanciato segnali positivi a Bossi.

  3. #3
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    Bossi =

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Furlan Visualizza Messaggio
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    Bossi =
    Nella pettinatura effettivamente gli assomiglia.

  5. #5
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    é proprio SBIRULICTUS...

    Luca
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  6. #6
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    La sofferenza della Lega, la tentazione di infrangere i tabù

    Roma, 20 nov (Velino) - Sarà il congresso federale, conclusivo di una stagione che si è appena aperta, a determinare la linea della Lega nel panorama politico italiano. Un appuntamento che non sarà fissato prima dell’estate prossima. Intanto – mentre nelle regioni del Nord ci sono elezioni per rinnovare le segreterie a tutti i livelli - il confronto è però avviato e un punto sembra acquisito: con Romano Prodi, la possibilità di confronto è a zero. Roberto Maroni in Aula, con la sua dichiarazione di voto sulla Finanziaria, sabato ha chiuso tutte le porte in faccia al Professore, sollecitandone il licenziamento immediato. Ma con i Ds, e altre componenti della maggioranza, il dialogo è cominciato. Con qualche risultato. Sempre Maroni, nello stesso intervento, ha espresso apprezzamenti positivi all’indirizzo di due ministri, Vannino Chiti e Pierluigi Bersani, che hanno interloquito negli ultimi tempi con la Lega. E il segnale non è certo caduto nel vuoto e il sottosegretario Enrico Letta lo ha persino rilanciato. Si potrebbe concludere che la Lega, come del resto Umberto Bossi aveva spiegato nell’ultima intervista a Panorama, è pronta a quelle grandi intese che, caduto Prodi, dovrebbero dare vita a un governo tecnico-istituzionale. E dopo Panorama il leader del Carroccio è tornato a parlare di equilibri governativi in un’intervista rilasciata oggi a Telepadania: “Finché siamo in questa situazione siamo bloccati. Certo, se cambiasse la compagine di governo cambierebbe tutto”, anche se – aggiunge – l’attuale maggioranza “farà di tutto per restare”. Dopo aver sottolineato che “occorre andare in piazza per far sentire la voce del popolo sulla Finanziaria”, Bossi ha anche espresso un auspicio: “Occorrerebbe che qualche senatore della sinistra votasse da questa parte invece che dalla loro: tutto può essere”. Ma non sembra questa la previsione condivisa da chi, nel partito della Padania, sta cercando di pronosticare le possibili evoluzioni del quadro politico.

    La realtà è che chi guarda dall’interno della Lega a un possibile confronto con i “riformisti” ds o della Margherita non dà affatto per scontata, sulla base dell’esperienza e dei colloqui riservati che si stanno infittendo, la caduta del governo nei prossimi mesi. Uno scenario, questo, che alimenta più di un interrogativo sulla tenuta del movimento nei tempi medi e lunghi se non dovesse individuare una strategia di riserva, che non sia legata soltanto all’ipotesi della caduta di Prodi. Quello che è successo nei primi mesi di legislatura costituisce, sotto questo profilo, un motivo di preoccupazione più o meno acuta, sulla quale però nel gruppo dirigente della Lega si sta riflettendo. E il motivo di allarme è legato soprattutto al recupero di consensi di Forza Italia, riscontrato in tutti i sondaggi, e che è significativo anche al Nord, dove la Lega sta inoltre soffrendo il ruolo sempre più incisivo dei governatori. E non solo di quelli espressione del centrodestra, Roberto Formigoni e Giancarlo Galan, ma anche di Mercedes Bresso e di Riccardo Illy, anch’essi impegnati su un doppio fronte: quello delle rivendicazioni federaliste e l’altro della difesa dei ceti produttivi del Nord, colpiti come non mai dalle politiche del governo centrale. Così, lo spazio della Lega si riduce.

    Insomma, i dirigenti di via Bellerio stanno facendo i conti con un quadro politico, istituzionale e sociale che ne restringe i margini di manovra, forse per la prima volta in modo così soffocante. E questo spiega, almeno in parte, i molti segnali contraddittori degli ultimi tempi e i rumors su quale sia, realmente, la strategia del Carroccio, del suo gruppo dirigente e soprattutto di Umberto Bossi. C’è chi ai vertici del movimento sintetizza: “In passato abbiamo perso le elezioni in termini politici, come nel 1996, ma le abbiamo vinte in termini di consenso per il movimento. Nel 2001 abbiamo perso voti ma abbiamo vinto le elezioni insieme alla coalizione di centrodestra. Questa volta abbiamo perso sul piano del consenso e su quello politico”. E aggiunge: “Per recuperare, dobbiamo affidarci alla politica, individuare interlocutori nel centrosinistra, distinguerci da Forza Italia, dire ad alta voce che si tratta di un partito che si presenta al Nord come federalista ma che tiene conto anche delle esigenze delle clientele meridionali. Questo però non significa aiutare Prodi, al contrario. La Lega deve ribadire il suo ruolo e la sua identità e tornare a giocare la partita in autonomia a Roma e sul territorio. Quantomeno, deve prendere in considerazione questa possibilità. E poi…”. E poi? “Basta con queste cene di Berlusconi e Bossi ad Arcore, dove si fanno quattro battute e si chiacchiera con belle ragazze. È il modo peggiore per concludere l’esperienza della Lega nel Partito unico…”. Un affondo, per ora solo sussurrato, che sembra quasi voler infrangere in un certo senso un tabù.
    (Remo Urbino) 20 nov 18:43

  7. #7
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    Berlusconi invia il cavallo di Troia della Lega Nord dentro le mura dell'Unione
    Giovedì, 16 novembre

    Nei corridoi del ministero invitano alla prudenza: "Il ministro Chiti ha detto cose che da mesi va ripetendo, e cioè che su alcuni temi bisogna cercare il consenso. Con tutti i partiti". Tuttavia, nell'intervista ad Affaritaliani.it, pubblicata integralmente da 'La Padania' con richiamo in prima pagina, il responsabile dei Rapporti con il Parlamento si rivolge direttamente alla Lega, più che agli altri partiti dell'opposizione, come interlocutore ideale con cui avviare "un confronto costruttivo, leale e alla luce del Sole" su alcuni temi. Spingendosi fino ad ipotizzare un appoggio esterno del Carroccio al Governo, che sarebbe "utile al Paese e anche al centrosinistra".


    Sul tavolo del confronto con la Lega, il ministro Chiti porterebbe una ricca dote: dal federalismo fiscale, all'interno di un'attuazione del Titolo V, al Senato federalista, fino all'approvazione di una nuova legge elettorale. Con questi presupposti, Bossi e i suoi non avrebbero problemi a sedersi al tavolo delle trattative. Lo aveva già annunciato il senatur nei giorni scorsi, lo ripete oggi Roberto Cota, vicepresidente dei deputati leghisti, chiedendo che alle parole "seguano fatti concreti". E anche parte della maggioranza si mostra disposta a trattare sui singoli punti: da Luciano Violante, presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, che però precisa il suo no a un'intesa politica; al senatore Nicola Latorre, Ds, secondo cui "il ministro Chiti sta svolgendo un lavoro prezioso per creare le condizioni ambientali per aprire un dialogo sulle riforme".

    Persino Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato, si dice disponibile a un dialogo su alcuni argomenti, precisando che "il problema è tutto sui contenuti". E il ministro Clemente Mastella ricorda che "le riforme vanno fatte sempre con il massimo consenso possibile", ma "se noi siamo muti, nessuno risponde". Ma l'intervento di Chiti non manca di causare qualche mal di pancia. Da Palazzo Madama, il diessino Cesare Salvi avverte che "per andare in cerca di ipotetici appoggi ulteriori alla maggioranza, c'è il rischio di perderne altri, forse più numerosi". E in Transatlantico, a Montecitorio, c'è chi nel centrosinistra fa notare che "troppo spesso Chiti viene frainteso" e "si muove a volte come un elefante in cristalleria", perché capita in politica che "la trasparenza non aiuti, non si può mettere sul piatto un'offerta e trattare così, alla luce del sole".

    L'ipotesi più malevola è quella di un voto di scambio: federalismo fiscale per qualche senatore che magari, nel momento della verità, possa porgere una mano al governo o assentarsi dall'Aula. "Se vogliono aiutarci va bene - osserva Migliore - ma non se viene deciso così, a tavolino e a priori e in cambio di qualcos'altro". Sull'ipotesi di sostenere dall'esterno il governo Prodi, le reazioni arrivano soprattutto dal centrodestra. Se Bossi si dice disponibile alle larghe intese in cambio del federalismo ("al federalismo dico sempre sì"), il capogruppo leghista alla Camera, Roberto Maroni, lo dice chiaramente: "Non siamo interessati a un appoggio esterno". Pur avvertendo, in serata, che l'acco

    rdo di cinque anni fa "sulla devolution è una pagina ormai chiusa" e che "non siamo vassalli di nessuno, né di Berlusconi, né di Prodi. A noi interessano i progetti". E anche il vicecapogruppo, Cota, boccia l'ipotesi con qualche cautela. Sottolinea che "non è in discussione la permanenza della Lega nella Cdl" e che la Lega "riconosce Berlusconi come leader della Cdl e gli è fedele". E però, ammette, "noi siamo nella Cdl per il federalismo", la cifra che "connota la nostra attività politica e ci differenzia dagli altri". Come a dire che prima della fedeltà al Cavaliere, viene quella per la Padania. "E poi sarà Bossi a decidere", conclude. Il Carroccio si trova infatti alla vigilia di una difficile stagione congressuale con la necessità di ritrovare motivazioni che possano carburare l'appoggio di un elettorato assai deluso dal nulla di fatto dell'esito referendario. E nel centrosinistra c'è chi scommette che il 'caso Chiti' sia stato montato ad arte dai leghisti per mandare messaggi al proprio popolo e alla Cdl, in vista di un ipotetico riequilibrio interno che potrebbe veder ridimensionata la leadership di Berlusconi.

    E se Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini bollano come un "chiacchiericcio" le aperture della Lega al governo, il Cavaliere, pur ammettendo "fibrillazioni" in casa del Carroccio, assicura di "non avere dubbi sulla lealtà di Umberto Bossi". D'altra parte, lunedì scorso Bossi apriva all'ipotesi di 'soccorrere' la maggioranza ("se chi governa manda dei messaggi buoni, tutto può accadere"). E, sempre lunedì, andava a cena ad Arcore, a casa Berlusconi. Bizzarro sarebbe se i due non avessero affrontato il tema dei rapporti con il centrosinistra. E allora la manovra che avrebbe avvicinato la Lega al governo potrebbe essere stata studiata a tavolino: Berlusconi, è l'idea di qualcuno, avrebbe dato libertà di movimento al leader del Carroccio perché, mostrando disponibilità al dialogo e all'ipotesi di appoggio esterno, fosse in grado di sondare il terreno all'interno della maggioranza. Una strategia che, se riuscita, avrebbe permesso alla Lega di funzionare da cavallo di Troia per la spallata che il centrodestra aspetta di dare al governo Prodi.

  8. #8
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    se saran spine pungeranno.

  9. #9
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    L' unica cosa che trovo azzeccata nei confronti della LN è la parola "troia"

  10. #10
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