E' veramente diventata una situazione comica, se non fosse grottesca - e tragica per coloro che non si vogliono allineare al regime.
Si pretende dalla Turchia che - se vuole "entrare in Europa" - abbandoni alcuni atteggiamenti illiberali, tra i quali il carcere comminato agli intellettuali giudicati politicamente "eretici".
Va bene.
Ma noi - "l'Europa" - siamo esenti da questo difetto?
Ieri sera Bruno Vespa ha mandato in onda un'intervista al premier turco Erdogan in cui il nostro giornalista - dall'alto della sua superiorità di europeo, occidentale, e democratico - bacchettava il presidente turco sul fatto che nel suo paese la magistratura si accanisse contro la libertà di espressione, "COSA CHE DA NOI NON SUCCEDE, PERCHE' LA LIBERTà DI ESPRESSIONE E' GARANTITA".
Non ho sentito la risposta di Erdogan, che pareva storcere il naso durante la domanda, anche perché probabilmente il giornalista ha tagliato la risposta che poteva contenere notizie scomode per lo spettatore europeo.
La notizia scomoda - se Erdogan l'avesse voluta dire - è che NON E' AFFATTO VERO CHE DA NOI IN EUROPA/OCCIDENTE LA LA LIBERTà DI ESPRESSIONE E' GARANTITA, poiché nel caso della ricerca storica sulla questione olocaustica E' PROIBITO RENDERE PUBBLICHE LE RICERCHE REVISIONISTE, PENA IL CARCERE PIU' DURO E LA MORTE CIVILE.
La domanda è:
perché da loro questo comportamento è condannabile, e da noi invece lecito?
E la seconda domanda è:
perché i giornalisti, gli attivisti dei dirittti umani, e lo stesso estabilshment accademico, fanno finta che tutto vada bene, e che ci sia libertà di ricerca e di espressione?




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