Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito I Bandiera Dalla Giovine Italia Alla Rsi

    I BANDIERA: DALLA "GIOVANE ITALIA" ALLA RSI

    Sono note, ai Lettori di questo e di altri forum, le polemiche che io ed altri “risorgimentalisti” abbiamo avuto con vari “antirisorgimentalisti”. Non voglio rispolverare quelle polemiche, ma solo rendere per l’ennesima volta evidente ciò che il sottoscritto e chi la pensa similmente va dicendo da anni, e cioè che esiste uno stretto legame, di causa ed effetto, storicamente accertabile, che comprende sia il piano ideale che quello pratico, tra il miglior Risorgimento e il migliore (soprattutto dal punto di vista etico e combattentistico) Fascismo.
    Nel suo recente, documentato ed interessante saggio “Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1948)”, edito da Il Mulino (Milano, ottobre 2006), lo storico Giuseppe Parlato ha ricordato l’abilità di Togliatti nel “ribaltare il giudizio negativo che il PCI aveva sempre formulato circa il processo unitario, collocando il Partito comunista quale continuatore di un Risorgimento democratico, sconfitto dai Savoia e dalla borghesia, che finalmente si sarebbe potuto realizzare nelle strutture della nuova Italia” (op. cit., p. 21). E facendo ciò Togliatti sottraeva, sempre con grande abilità, al neofascismo, salotino e postsalotino, l’interpretazione del Risorgimento data da Giovanni Gentile, che “era riuscito a creare un continuum tra Risorgimento e fascismo, nel quale il primo era il prodromo e il secondo la naturale conclusione e il provvidenziale completamento” (ibid.). Purtroppo, in questo quadro, nell’immediato dopoguerra si inseriva Julius Evola, il quale fin dalla prima uscita di “Orientamenti” (1950) accettava di fatto l’idea togliattiana della Resistenza quale “secondo Risorgimento” (v. il finale del paragrafo 8, nelle varie edizioni), convincendo così buona parte della gioventù neofascista a seguirlo acriticamente in tale idea, destinata a contribuire, “da destra”, alla demolizione del sentimento nazionale operata dall’estrema sinistra e dai cattolici.
    Certamente è tutt’altro che errato, storicamente ed ideologicamente, sostenere che esista un filo rosso che lega certe idee della sinistra risorgimentale all’antifascismo (assai poco a quello di matrice marxista, però), ma è indubitabile che esista un filo più decisamente significativo che lega soprattutto il Risorgimento mazziniano, garibaldino, crispino al Fascismo, ed in particolare a quello della RSI, come peraltro è stato più volte encomiabilmente sottolineato da un Giano Accame.
    A noi quest’altro filo sta particolarmente a cuore, perché è esso che ha alimentato nell’Italia contemporanea l’idea della Terza Roma e la nobilissima etica, di matrice squisitamente romana, del legionarismo e del sacrificio guerriero.
    Che quanto affermo non sia un’idea peregrina, ma un dato incontrovertibile, lo testimoniano certi fatti storici, ormai dimenticati dai più. E’ per questo che voglio proporre ora ai Lettori un vecchio articolo apparso nel 1958 sul periodico missino “Meridiano d’Italia”. Si tratta di un ritratto di uno dei giovani, eroici caduti della RSI nel giugno 1944, sul fronte di Nettuno: Ferdinando Camuncoli Bandiera, paracadutista di quella 7^ compagnia del Btg. “Nembo” che si sacrificherà quasi al completo al “Fosso dell’Acqua Bona”.
    Era, Ferdinando Camuncoli Bandiera, uno dei discendenti dei famosi fratelli Bandiera, e i Lettori che hanno una cultura tradizionale devono essere molto attenti nel valutare sia il dato che il sacrifico dei due giovani mazziniani e quello del loro emulo mussoliniano avvennero a 100 anni esatti di distanza (1844-1944), sia il dato dello stesso riproporsi in Ferdinando delle fattezze di Attilio. Devo anche ricordare che i fratelli Bandiera, la cui “personale” società segreta si chiamava “Esperia” (uno degli antichi nomi d’Italia), furono amici e fratelli nella cospirazione mazziniana del padre di Giacomo Boni, l’archeologo pagano che diede allo Stato fascista il simbolo esatto del Fascio littorio. Come si suol dire, “tutto si tiene”…

    Dopo l’articolo, consiglio di consultare:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Fratelli_Bandiera (qui è riprodotto anche il francobollo emesso dalle Poste della RSI il 6 dicembre 1944 per il centenario del sacrificio dei F.lli Bandiera).
    http://www.italia-rsi.org/farsianr/folgorenettunia.htm (qui è raccontata la storia del “Nembo” nella battaglia per Roma: si noti che i luoghi di combattimento furono quelli sacri del Lazio eneadico).

    Sandro Consolato





    FERDINANDO CAMUNCOLI BANDIERA
    Di Dante R. Stritoli (da “Meridiano d’Italia”, n. 66 n.s., 21 luglio 1958)

    “…Oggi la morte è la tua sola gloria e destino l’oblio. Ma dalle calde viscere, un giorno, degli Eroi fanciulli, per i fati novissimi, l’auspicio trarranno i vivi quando alle redente sabbie dell’Agro apparirà dai Colli vindice il segno della Patria nuova…”.
    (Carlo Borsani a Ferdinando Camuncoli Bandiera, Caduto nella difesa di Roma)

    La vicenda dei Bandiera che essi stoicamente congegnarono ed impersonarono con incredibile bravura, malamente conosciuta sui banchi di scuola e di cui sono ignote ai più le ragioni sconcertanti che ne precipitarono il finale, deve sembrare assurda a certi giovani nostri contemporanei comunemente noti per le loro imprese niente affatto eroiche e tuttavia gradite sotto il segno dell’edonismo. I Bandiera erano, infatti, anch’essi giovani, ricchi e nobili quando scelsero il modo di rovinare il mondo dorato al quale appartenevano, e si dissero rivoluzionari e si associarono a coloro che rifiutavano il governo dello straniero. All’alba del 29 giugno 1844 Attilio ed Emilio lasciarono le loro spoglie nel triste vallone di Rovito e salirono nella storia. Cent’anni dopo, come per un fatale nesso, un altro dei Bandiera cadde per una causa, disperata al pari di quella di un secolo prima, accettata e sofferta perché il sacrificio autorizzasse il riscatto.
    Ferdinando Camuncoli Bandiera, nato a Milano il 27 maggio 1927, da pochi mesi aveva compito i 16 anni quando la giornata dell’8 settembre 1943 gli si avventò addosso ed egli conobbe le ombre, i dubbi e lo smarrimento dell’estate fosca di colori brucianti e greve d’incubi. Con la famiglia era sfollato a Gatteo a Mare; gli studi liceali glieli avevano interrotti i bombardamenti su Rimini; amava discorrere, con gli amici più cari, di letteratura e di arte, di medicina e di storia. Portato ad osservare gli uomini e la natura con commozione, per l’entusiasmo che gli faceva ricercare in sé stesso e negli altri le fonti del sentimento, aveva una sensibilità acuta e pronta alle percezioni che lo adiva alle generosità maggiori con una subitaneità gravida di gesti e di atti pregevoli. Bambino, in collegio, non si era gettato d’inverno nelle acque tumultuose di un fiume ed aveva salvato un coetaneo, mai accennando ai suoi il non piccolo evento? Il suo fisico era splendente di vigore, per la passione che poneva nelle pratiche sportive; rassomigliava straordinariamente ad Attilio Bandiera. Il destino l’aveva certamente preparato in fretta al vicino e supremo collaudo, maturando anzi tempo il corpo e l’animo.
    L’8 settembre il ragazzo fu dunque colpito dall’irrompere del dramma e sembrò non potesse reagire al precipitare degli avvenimenti che con l’inerzia di chi, impotente di fronte alla piena minacciosa, guarda con doloroso stupore ed in silenzio. Vide poi partire compagni di studio ed altri compagni, si riscosse e gli si risvegliò la speranza: la guerra l’aveva sofferta anche lui e forse non tutto era andato smarrito se si poteva far spiegare dalla storia che gl’italiani, riprendendo le armi, avevano condannata l’onta della resa. Lasciò tre lettere: una al padre per dirgli che sapeva che l’avrebbe apprezzato poiché, altrimenti, non sarebbe stato l’ottimo italiano che lui conosceva; una alla madre per scongiurarla di non raggiungerlo; una agli amici per spiegare perché era fuggito di casa e per esortarli a seguirlo.
    Si presentò a Ferrara e quindi al centro di reclutamento del ‘Folgore’ a Pistoia. A Ferrara la madre era corsa a stringerselo al seno per l’ultima volta, ed egli le aveva detto che l’Italia era in grande pericolo ed andava difesa, per cui non doveva piangere e semmai inorgoglirsi che lui fosse cresciuto degno degli ammaestramenti datigli. Il periodo d’addestramento fu fitto di lavoro perché il nemico era alle porte di Roma e l’argine eretto dai germanici andava rafforzato. Ed a Nettuno il ‘Folgore’ lottò con lo slancio che i pochi reduci dall’Africa settentrionale avevano fatto accettare, come un normale comportamento, ai giovani che nutrivano i ranghi del battaglione ed erano privi di precedenti esperienze. L’epica tradizione degli uomini che nel deserto conteso e perduto si erano scagliati quasi inermi contro l’acciaio del nemico, rifiorì in tal modo di fronte al mare diventato avverso e con alle spalle l’infida e sterminata moltitudine accampata nella città eterna ed in attesa di acclamare il vincitore. I paracadutisti del generale Student osservarono criticamente questi ragazzi che li emulavano, ed il loro capo potette finalmente dire: “I paracadutisti italiani, che in Sardegna ed in Corsica non avevano abbandonato i loro camerati tedeschi, ridavano l’onore alle armi italiane”.
    Il 3 giugno 1944 la marea nemica si riversò sulle opere a difesa della capitale che voleva essere invasa, le squassò, le potette superare e dilagò verso nord-est, nereggiando attorno ai trinceramenti rimasti. Ferdinando Camuncoli Bandiera era a Castel di Decima ripeteva a sé stesso, mentre sparava, ciò che aveva detto prima ai compagni: ‘Noi vivi non passeranno!’. Ma come contendere al nemico il passo con i pochi residui di vita? La battaglia aveva spiegata la sua orrida bellezza quando alle 15,30 il ragazzo sentì l’urto alla spalla, il braccio intorpidirsi, l’uniforme inzupparsi di sangue. I compagni fecero per allontanarlo dall’arma ma egli non volle e riprese a sparare e continuò fino a quando la mano non resse più allo sforzo; si decise così a lasciare l’arma ad un compagno, ma prese a rifornirla servendosi del braccio sano.
    Quando l’alimento per il fuoco stava per finire i 20 sopravvissuti della 7^ compagnia del ‘Folgore’ si dissero che il nemico lo si poteva ancora offendere col pugnale e con le bombe, e si poteva dare l’estremo addio alla vita stando in piedi, nel sole primaverile. A Roma, fervevano segretamente i preparativi per accogliere i ‘liberatori’! Ferdinando sfilò il pugnale con la mano destra e s’ingegnò di collocarlo nella sinistra inerte; ancora con la destra raccolse le bombe da lanciare e, con uno sforzo che il volto esangue non diede a vedere, si alzò e sembrò più alto di tutti. Guardò i compagni e gridò: ‘Per l’onore d’Italia! Folgore!’, si gettò contro il nemico ed i compagni lo seguirono. Fu colpito in fronte e cadde: negli occhi sbarrati qualcuno gli vide una luce. Gli avi che l’avevano preceduto - Attilio ed Emilio Bandiera – lo aspettavano per introdurlo nell’immortale senato degli eroi e dei martiri.
    Alla sua memoria fu decretata la medaglia d’oro al V.M. sul campo.
    Onore a loro w il risorgimento italiano....

  2. #2
    ulfenor
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    Suuuuuuuu.....

  3. #3
    Dalla parte del torto!
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    Sinistra Nazionale!

  4. #4
    Orazio Coclite
    Ospite

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    Questa la discussione da cui il tutto è tratto:

    I Bandiera: dalla "Giovane Italia" alla RSI

    Nel frattempo si sono succeduti diversi interventi interessanti sui fratelli Bandiera, sul libro Fascisti senza Mussolini di Giuseppe Parlato, sulla Repubblica Romana, sulla RSI e quant'altro.

    Saluti.

  5. #5
    ulfenor
    Ospite

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    Beh mi fa piacere che questo 3d sia al centro dell'attenzione
    vale....


    Attilio Bandiera (1810-1844) - Emilio Bandiera (1819-1844)


    Il martirio dei patrioti italiani


    1844 i fratelli Bandiera sbarcano in Calabria


    6 dicembre 1944, emissione di una serie di tre valori celebrativa del "centenario della morte dei Fratelli Bandiera". Stampa in rotocalco della sezione di Novara dell'I.P.S. Soggetto unico che illustra il volto d'Attilio ed Emilio Bandiera.

  6. #6
    ulfenor
    Ospite

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    ATTILIO EMILIO BANDIERA DOMENICO MORO
    FIGLI DI VENEZIA
    NELL'ALBA DELL'EPICA LOTTA
    PER LA INDIPENDENZA DELLA PATRIA
    LE AFFERMARONO L'INDOMITO AMORE
    CON GLI EROICI ARDIMENTI
    E NEL VALLONE DI ROVITO
    CON IL SACRIFICIO DELLA GIOVINE VITA
    AI FRATELLI D'OGNI PARTE D'ITALIA
    AUSPICIO DI SECURO TRIONFO

    MCMXVI



    Calle larga de l'Ascension, Venezia.

 

 

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