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    Predefinito Il Cammino neocatecumenale visto dal Pontificio Consiglio per i Laici

    Il Cammino neocatecumenale visto dal Pontificio Consiglio per i Laici

    L’intervista integrale a monsignor Miguel Delgado Galindo, che per il dicastero vaticano segue l’iter di riconoscimento del Cammino. Fra passato e presente, uno sguardo a ciò che il futuro potrebbe riservare al popolo dei neocatecumeni.

    ROMA - Monsignor Miguel Delgado Galindo è Capo Ufficio al Pontificio Consiglio per i Laici, il dicastero vaticano che si occupa dei rapporti con le realtà ecclesiali. Ha vissuto in prima persona, lavorandoci, l'iter che ha portato alla redazione e all'approvazione - ad experimentum per cinque anni - dello Statuto del Cammino Neocatecumenale. A lui le nostre domande sul passato, il presente e il futuro dell'itinerario di formazione iniziato da Kiko Arguello e Carmen Hernandez.


    Quali sono stati i punti sui quali nei cinque anni ci si è confrontati con gli iniziatori del Cammino?
    Per l’avvio di quell’iter fondamentale fu la volontà di Giovanni Paolo II, che dopo aver incontrato gli iniziatori del Cammino formulò il desiderio che si procedesse alla redazione di uno Statuto nel quale mettere per iscritto gli elementi giuridici presenti nella realtà del Cammino Neocatecumenale. Il papa considerava quella una occasione di forte maturità. Da quel momento iniziò una fase di lavoro più intensa, avviata nel 1997, durante la quale ci si confrontò direttamente con l’équipe responsabile del Cammino, alla ricerca della figura giuridica più adeguata alle caratteristiche del Cammino. Non un compito facile, perché con molta nettezza gli iniziatori affermarono immediatamente che nessuna delle figure giuridiche previste dal Codice di Diritto Canonico (1983) era confacente alla natura del Cammino. I lavori subirono una nuova accelerazione con la lettera inviata da Giovanni Paolo II al cardinale Stafford, allora presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, nella quale il papa ribadiva la competenza a tal proposito di quel dicastero vaticano e chiedeva in tempi brevi di arrivare all’approvazione di uno Statuto. Nuove riunioni vennero subito organizzate per portare a compimento il desiderio di Giovanni Paolo II…

    Al momento della cerimonia di consegna dello Statuto approvato, il cardinale Stafford ricordando l’intero iter ha parlato di “dialogo vivace e a volte anche difficile” con i responsabili del Cammino. Non è stato un percorso in discesa, quindi.. Che successe?
    Il punto è che non si trattava di un compito facile: in fondo non è mai agevole il percorso che porta all’istituzionalizzazione di un carisma. Il dialogo fu senza dubbio vivace, ma anche sincero, da entrambe le parti. Il Pontificio Consiglio illustrava le proprie competenze, gli iniziatori manifestavano la natura del carisma che sta alla base del Cammino, permettendoci di capirlo meglio. Furono incontri capaci di facilitare molto la reciproca conoscenza.

    Lei personalmente aveva già avuto modo di conoscere il Cammino?
    Si, in Spagna. Allora lavoravo come sacerdote e conobbi alcune persone del Cammino. Ma gli iniziatori no, loro li ho conosciuti qui.

    Ci sono stati dei contributi a questo lavoro da parte delle altre Congregazioni vaticane?
    Assolutamente si. E’ stato un lavoro di collaborazione continuo e proficuo: del resto nello Statuto non si affronta ciò che è di piena competenza di queste congregazioni. Naturalmente però la reciproca collaborazione è stata ed è tuttora doverosa, tanto con la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, tanto con quella del Clero (in merito all’accenno che necessariamente si doveva fare nello statuto per ciò che riguarda i seminari Redemptoris Mater) e tanto con quella della Dottrina della Fede (per quanto concerne l’approvazione almeno provvisoria di questo itinerario di formazione).

    Il 29 giugno 2002 questo iter veniva completato. Lo Statuto era approvato con l’obiettivo di regolamentare la prassi del Cammino e garantirne il corretto inserimento nel tessuto ecclesiale. L’approvazione avvenne però con la formula “ad experimentum”. Quale ne è il senso, e avviene così – di solito – anche per le altre realtà?
    Si, generalmente si segue lo stesso percorso con tutte le associazioni internazionali riconosciute dal Pontificio Consiglio. Questo percorso prevede per tutti l’approvazione degli Statuti con la formula ad experimentum: è una fase di “rodaggio” che, prolungata per un periodo di tempo non breve (non uno o due anni, ma cinque), sappia fornire indicazioni sull’applicazione concreta. Ciò consente alle realtà approvate di continuare il loro sviluppo nel locale, di confrontarsi con i vescovi diocesani, di proseguire nel rapporto di stretta vicinanza con questo Pontificio Consiglio e di valutare esse stesse cosa fare alla scadenza del tempo stabilito; se cioè chiedere qualche modifica allo Statuto oppure la sua approvazione definitiva. Naturalmente, sia chiaro che quando parlo di approvazione definitiva non intendo dire che una volta giunta quest’ultima non si possano più fare modifiche allo Statuto: se sono necessarie, esse vengono concordate di buon grado. Ma nondimeno con l’approvazione definitiva la realtà ecclesiale raggiunge un aspetto definito.

    Lo Statuto del Cammino è uno strumento giuridico che – disse il cardinale Stafford – “non può costituire un orientamento sistematico in materia dottrinale, catechetica e liturgica”. Per tutti questi aspetti lo Statuto rimanda al Direttorio Catechetico, che attende l’approvazione congiunta delle congregazioni competenti. Perché questa approvazione definitiva non è ancora arrivata?
    Vede: il Direttorio, cioè tutti i volumi che lo contengono, sono stati approvati provvisoriamente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. E’ vero però che, come disse il cardinale Stafford, essi devono essere approvati definitivamente e anche in forma congiunta con la Congregazione per il Culto Divino e con la Congregazione per il Clero. La lettera del cardinale Arinze, nella quale si danno indicazioni in materia liturgica, ha rappresentato un gradino in più, un tassello ulteriore che si è aggiunto all’intero mosaico in costruzione. Tutto questo percorso porta via certamente molto tempo, anche perché i responsabili del Cammino devono avere contatti con ogni dicastero, trattando con ciascuno i temi di loro competenza.

    Il fatto che il Direttorio non sia ancora stato approvato non toglie forza e pregnanza allo Statuto stesso?
    E’ vero, all’interno dello Statuto ci sono continui rimandi al Direttorio. E’ però altrettanto vero che nello Statuto approvato nel giugno 2002 sono definiti molti aspetti che riguardano il modo di portare a compimento questo itinerario catechetico. La situazione è resa bene con l’esempio calzante del treno che trasporta un carico importante: c’è assoluto bisogno di persone che guidino la locomotiva (le equipes responsabili), conducendo il treno lungo i binari tracciati e avendo l’ok dei capistazione (i vescovi diocesani) ogni volta che si transita in una stazione. Come giurista riconosco anche io che la parte più importante è il contenuto, è quello che il Cammino fa nel concreto, ma non posso non sottolineare che la parte giuridica fornisce chiarimenti di primo piano riguardo al ruolo assunto dai catechisti, dai parroci, dai catechisti, dai vescovi diocesani. Persino un argomento delicato come la sostituzione di un membro dell’equipe di responsabili venuto a mancare è stata presa in considerazione e definita nel dettaglio. E sono momenti che prima o poi, nella vita di ogni realtà ecclesiale, giungono sempre. Ecco, fermo restando quanto detto prima penso che la valenza dello Statuto stia proprio in questa regolazione di aspetti di piano non secondario, quanto mai necessari e importanti.

    Dunque, lo Statuto ha una sua valenza indipendentemente dalla sorte del Direttorio…
    Esatto.

    A proposito di Direttorio, lei ha certamente avuto in mano i volumi delle catechesi, e certamente le ha lette. Quale impressione ne ha tratto?
    E’ un vero corso di catechesi, formulato con uno stile proprio, molto personale, figlio del fatto che di nient’altro si tratta se non della trascrizione fedele delle registrazioni audio degli interventi di Kiko e Carmen effettuati nelle comunità del Cammino nel corso degli anni. E con la sola aggiunta, ovviamente, di molti rimandi al Catechismo della Chiesa Cattolica. Traspare con evidenza dalle catechesi il modo di essere degli iniziatori, la loro assoluta spontaneità nell’affrontare le cose, lo stile diretto e personale che utilizzano, tipico peraltro di chi – e ci sono anche io – ha sangue spagnolo. Sono persone che hanno un carisma e lo stanno trasmettendo con la forza della vita e delle parole, e debbo dire che personalmente ritengo della massima importanza l’apporto di Carmen… Ora, è naturale che molte persone siano attratte da questo tipo di approccio, come è anche comprensibile che per qualcuno l’impatto possa essere troppo forte, possa spaventare… anche se direi che ormai in larga misura è la stessa mentalità del tempo presente a richiedere forme colloquiali di questo tipo.

    Momenti troppo forti, spaventi... Uno dei aspetti più critici del Cammino è quello dei passaggi, degli “scrutini”, nei quali si entra in grande profondità nell’intimo di una persona. Si è riflettuto anche di questo durante il percorso di riconoscimento? E’ stata data a tutto ciò un’attenzione particolare?
    Tutti gli aspetti della vita del Cammino sono stati approfonditi, e si è parlato molto anche del rispetto della persona, della sua coscienza, di tutto ciò che appartiene al foro interno e che può essere trattato in momenti comunitari alla presenza di altre persone. Di tutto questo si è discusso e su tutto questo si trovano riferimenti anche nello Statuto. Naturalmente poi nella realtà concreta molto dipende dalle persone che guidano questi incontri, dalle loro capacità e dalle loro sensibilità, e dalle stesse persone che vi partecipano, che possono avvertire alcuni interventi come invasivi. Si, questo è senza dubbio un punto delicato.

    Guardiamo al futuro, ora. Il cardinale Stafford, il 29 giugno 2002, disse: “Trascorso tale periodo di cinque anni, ricorrerete al dicastero per una ulteriore conferma”. Che cosa significa nel concreto? Che succederà, da qui al 29 giugno 2007? Di chi è la prima mossa?
    Generalmente, nella maggioranza dei casi, le associazioni riconosciute si rivolgono al dicastero al termine del periodo di sperimentazione, informando che non si ritengono necessarie modifiche allo statuto e chiedendone dunque l’approvazione definitiva. In altri casi la stessa realtà ecclesiale, al termine dei cinque anni, evidenzia degli aspetti da modificare o da ritoccare, facendocelo presente. Nel caso del Cammino Neocatecumenale si aggiunge un altro elemento, che il dicastero dovrà valutare al momento debito: parlo dell’approvazione congiunta del Direttorio Catechetico. Questo sarà un importante elemento di valutazione per l’approvazione definitiva.

    Si può ritenere che non vi sarà approvazione definitiva dello Statuto se prima non sarà arrivato l’ok congiunto delle congregazioni competenti al Direttorio Catechetico?
    Questo lo si valuterà: oggi è prematuro avanzare ogni ipotesi. Manca ancora del tempo e del resto bisognerebbe capire quale è – esattamente – lo stato dell’iter di approvazione del Direttorio. Per il momento, fino al 29 giugno 2007, viviamo questa fase. Anticipare di più, al momento, non è possibile.

    Attualmente, su questo specifico punto, vi sono contatti diretti con l’equipe neocatecumenale?
    No, ci sono i comuni rapporti che intercorrono sempre fra il Pontificio Consiglio per i Laici e gli iniziatori. Kiko, ad esempio, ha partecipato regolarmente qualche giorno fa alla plenaria del dicastero, nella sua veste di consultore. Ma incontri comuni per impostare la conclusione del tempo ad experimentum non ve ne sono stati: davanti c’è ancora del tempo.

    Da un punto di vista legale, è possibile il rinnovo del periodo ad experimentum, ad esempio per altri cinque anni?
    Certamente si. Alcune realtà lo hanno anche chiesto espressamente, ad esempio nei casi in cui siano previste a breve o media scadenza appuntamenti assembleari di tale importanza che appare saggio attendere ancora prima di prendere qualsiasi decisione definitiva. In questi casi, valutata la ragionevolezza della richiesta, il Pontificio Consiglio per i Laici concede altro tempo e rinnova il periodo ad experimentum.

    E possibile invece che non vi sia né l’approvazione definitiva né il rinnovo del tempo ad experimentum, e che sia disposto il riavvio completo dell’iter di riconoscimento?
    No, questo no. Il riavvio completo dell’iter di riconoscimento significherebbe l’annullamento di tutto quanto fatto fino a quel momento: non sarebbe giustificabile. Certo, capita che qualche associazione si dimentichi della scadenza del periodo ad experimentum, e tocchi a noi ricordare loro che deve essere presentata una richiesta di approvazione definitiva o di rinnovo dell’experimentum... ma neppure in questi casi il superamento della data di scadenza configura il decadimento di tutto l’iter seguito fino a quel momento.

    Dunque, a rigore, il 29 giugno 2007 non è una data imperativa. Se anche non succedesse nulla fino ad allora, il giorno dopo la situazione non sarebbe mutata…
    Esatto: qualora non avvenisse nulla fino al 30 giugno, quel giorno ci si troverebbe comunque nella stessa situazione del giorno prima. Non è per qualche giorno di ritardo che crolla l’intero castello. E' di giorni, al massimo qualche settimana che si parla: non di più, comunque, perchè poi naturalmente, una iniziativa vi deve comunque essere, ed è sempre realizzata dalla realtà ecclesiale. Anche noi comunque abbiamo il nostro calendario, e in assenza di un contatto, come detto, ci facciamo vivi noi per sollecitare una richiesta.

    Bene, dunque la prima mossa, in vista della scadenza di giugno, spetterà al Cammino, non al Pontificio Consiglio. C’è però anche un’altra scadenza, quella fissata dal cardinale Arinze nella lettera sugli aspetti liturgici: due anni per modificare il modo di distribuire l’Eucaristia. Dunque, c'è tempo fino al dicembre 2007. Le chiedo: pensa che da un punto di vista liturgico con quella lettera la Congregazione per il Culto Divino abbia terminato il lavoro di sua competenza riguardo al Cammino? Possiamo dire cioè che in attesa delle decisioni della Congregazione per la dottrina della fede e per il clero, quella per il Culto divino ha terminato il suo lavoro?
    Su questo punto non saprei dirle esattamente: la competenza è naturalmente della Congregazione, non del Pontificio Consiglio. A me pare che in quella lettera vi sia la sintesi degli aspetti più importanti, quelli basilari, ma che in vista dell’approvazione del Direttorio nulla vieta che ci si possa pronunciare anche su altri aspetti della liturgia. E’ una possibilità. Peraltro, su quanto finora deciso non c’è neppure bisogno di aspettare due anni prima di uniformarsi nel modo di ricevere la comunione: le indicazioni contenute nella lettera del cardinale Arinze sono chiarissime. La si conosce, e dunque la si può anche applicare subito. Ma d’altronde le comunità neocatecumenali sono tante, e si è dato del tempo forse anche in considerazione di questo. Comunque, ogni punto affrontato in quella lettera ha una sua storia: ciò che è stato detto è stato detto, ma non è affatto scontato che sia tutto. Ma sarà solo la Congregazione del Culto Divino a potercelo dire.

    Ad ogni modo, anche per le vostre decisioni, ne terrete conto…
    Senza dubbio. Il nostro contatto con le altre congregazioni è costante: siamo al corrente dei passaggi che vengono attuati dalle congregazioni competenti. E al momento debito, ne terremo conto.

    Fonte - Korazym.org

    P.S. - CI TENGO A METTERE IN RISALTO CHE IN QUESTO POST PARLA LA CHIESA UFFICIALE, NON UNO QUALSIASI COME ME O ALTRI, QUINDI SE CRITICHE O DISSENSI CI SARANNO, ESSI VANNO RIVOLTI A MONSIGNOR MIGUEL DELGADO GALINDO (Capo Ufficio al Pontificio Consiglio per i Laici).



    IO MI SONO LIMITATO A EVIDENZIARE IN ROSSO ALCUNI ASPETTI CONTRADDITTORI E A VOLTE MOLTO AGGRESSI NEI TONI DIBATTUTI IN PASSATO. STAVOLTA E' LA CHIESA CHE SOSTIENE IPOTESI DA ME ESPOSTE MA RESPINTE PER IGNORANZA DEL TEMA

  2. #2
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    Si, questo è senza dubbio un punto delicato.
    niocatt, a me pare che la stessa chiesa ufficiale dica che il tema degli "scrutini" è un tema delicato.

    tradotto dall'ecclesialese a mio parere significa che è un grosso problema.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da bottero Visualizza Messaggio
    niocatt, a me pare che la stessa chiesa ufficiale dica che il tema degli "scrutini" è un tema delicato.

    tradotto dall'ecclesialese a mio parere significa che è un grosso problema.
    Non prendere mai frasi isolate dal contesto generale.

    In eccliasalese hanno visto tutto (tipo non entrare nel "foro" interno ecc.) e in più:

    Naturalmente poi nella realtà concreta molto dipende dalle persone che guidano questi incontri, dalle loro capacità e dalle loro sensibilità, e dalle stesse persone che vi partecipano, che possono avvertire alcuni interventi come invasivi. Si, questo è senza dubbio un punto delicato.


    Quindi alla capacità di formare buoni catechisti che si sappiano attenere anche a quello che la Chiesa ci dirà alla fine di questo percorso.

    Comunque in 15 anni da catechista con decine e decine di scrutini alle spalle, ti assicuro mai avuto problemi, questo perchè siamo anche un equipe abbastanza giovane e vorrei aggiungere non Kikina di ferro (come ce ne erano 30 -40 anni fa)

  4. #4
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    si potrebbe avere delle notizie certe su alcune cose ?
    I preti ordinati nei seminari redemptoris mater una volta ordinati nei vari seminari da chi dipendono giuridicamente ?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da apoliticos Visualizza Messaggio
    si potrebbe avere delle notizie certe su alcune cose ?
    I preti ordinati nei seminari redemptoris mater una volta ordinati nei vari seminari da chi dipendono giuridicamente ?
    dal vescovo della diocesi dove si trova il seminario

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da ontheroad Visualizza Messaggio
    dal vescovo della diocesi dove si trova il seminario

    e quali legami conservano col cammino allora ?

  7. #7
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    Predefinito Cercando tra scartoffie ho trovato e vi invito a leggere

    Sapevo che da qualche parte doveva esserci.

    Ora l'ho trovata e mi chiedo un Vescovo in perfetta comunione con la Chiesa parla a nome della Chiesa e non si può "rivederlo" solo perchè non fa piacere.

    Vero?

    ARCIDIOCESI DI CATANIA

    Luigi Bommarito
    Arcivescovo di Catania


    Ai fratelli e alle sorelle
    delle Comunità neocatecumenali
    della Chiesa che è in Catania
    Per conoscenza
    ai presbiteri dell'Arcidiocesi

    Carissimi nel Signore Gesù,
    lungo il mio servizio episcopale svolto per circa quattordici anni nella santa Chiesa di Dio che è in Catania, non ho mai cessato di ringraziare il Signore per la ricchezza, la varietà e la vivacità pastorale incontrate non solo nelle comunità parrocchiali e nella vita religiosa ma anche nelle associazioni, nei movimenti e nelle varie aggregazioni ecclesiali di cui è ricca la nostra Diocesi catanese.
    In sintonia con il S. Padre Giovanni Paolo II e con l'Episcopato italiano, reputo un grande «dono di Dio», una vera e propria «ondata di grazia» le varie forme di aggregazione di fedeli, da quelle più antiche a quelle più recenti, che nella loro molteplicità sono segni «della ricchezza e della versatilità delle risorse che lo Spirito del Signore Gesù alimenta nel tessuto ecclesiale» (Christifideles laici, 20), tanto da essere «accolte con gratitudine e responsabilmente valorizzate», come sottolinea. la nota pastorale della CEI Le aggregazioni laicali nella Chiesa (nella introduzione).
    In verità in questo prezioso contesto di grazia, come pastore di tutto il gregge affidatomi da Dio, quando mi è stato possibile, sono stato gioiosamente presente per incoraggiare, benedire, stimolare e promuovere, ma contemporaneamente - come era ed è mio preciso dovere - anche per correggere quegli aspetti che, a volte, nelle loro espressioni si sono manifestati in maniera piuttosto «problematica», ora per difetto ora per eccesso.

    É stato ed è anche il caso delle comunità neocatecumenali che ho seguito con stima, affetto e - come tutti sapete - con alcune perplessità. Ho avuto modo di discuterne con responsabili del «Cammino» dentro e fuori la nostra Diocesi.
    Posso confermare che le mie perplessità di tipo teologico‑pastorale che sto per comunicarvi hanno incontrato dappertutto - a partire da molti miei confratelli Vescovi - una perfetta consonanza sia sul piano delle idee come su quello delle esperienze concrete vissute con una certa sofferenza nell'ambito di molte chiese locali italiane e non solo italiane.
    Mi sono chiesto tante volte, e nel contempo sento di chiedere anche a voi, se non sia opportuno far luce e dare precise risposte a delle richieste di chiarimento che fino ad oggi purtroppo sono rimaste evase, col rischio che si possano continuare a fomentare ancora di più perplessità e insofferenze varie in mezzo al popolo di Dio. Credo opportuno, pertanto, elencare alcuni aspetti del vostro «Cammino» che mi sembrano bisognosi di necessarie, pertinenti e urgenti chiarificazioni.
    Se non l'ho fatto prima - mai però ho nascosto le mie perplessità anche se unite a sentimenti di ammirazione - è perché ho atteso l'approvazione del Cammino da parte del S. Padre. Ritardando ancora tale approvazione, vi confido le ragioni che, da sempre, cioè da quando, a Monreale, da sacerdote ho frequentato la catechesi del Cammino, mi hanno lasciato perplesso.
    1) Si nota che in molte comunità neocatecumenali ai Presbitero viene di solito riconosciuta o quasi «concessa» solo la dimensione cultuale e funzionale dell'ordine sacro, mortificandolo se non addirittura privandolo della sua connaturale dimensione giurisdizionale che - come ben sappiamo - è parte integrante e costitutiva dell'Ordine stesso. Spesso, infatti, è il catechista che si appropria indebitamente della potestà giurisdizionale propria del sacerdozio ministeriale.
    Ci si chiede: quale consonanza ci sia col n. 28 della Lumen Gentium la quale precisa che «nelle singole comunità locali i sacerdoti rendono; per così dire, presente il Vescovo, ...santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata»?
    Un presbitero, a me carissimo, mi ha confidato che dopo oltre 20 anni non ha chiaro ancora il suo ruolo di presbitero nell'equípe dei catechisti.
    2) Lungo l'iter catechetico del «cammino» viene rigidamente e pesantemente sviluppata la situazione della nullità dell'uomo anche se battezzato e quindi l'incapacità dello stesso cristiano di aprirsi - senza l'apporto della comunità neocatecumenale - alla grazia redentiva di Cristo, come se l'evento storico della Risurrezione non avesse risolto e provocato i benefici dell'Alleanza di tutti e di ciascuno con Dio. In altre parole: come se la virtù teologale della Speranza - virtù infusa dallo Spirito in ciascun battezzato col Battesimo - rimasta impoverita e defenestrata, non avesse più nessuna voce in capitolo. Ma la fede cristiana corredata dalla preghiera e dai Sacramenti non è già in se stessa portatrice di luce, di pace, di forza, di gioia, di vittoria sul male? A cosa si riduce il cristianesimo se viene a mancare la teologia della Speranza?
    3) Con molti Vescovi di mia conoscenza - di cui accludo interventi e testimonianze che fanno molto pensare - faccio osservare che va provocando confusione, malumori e disagi pastorali, il fatto che ancora da parte delle comunità neocatecumenali si continua a celebrare in forma riservata e privata l'Eucaristia del sabato sera e addirittura la Veglia della Pasqua del Signore, evento strepitoso dell'Amore di Dio teso per natura sua a radunare insieme tutto il popolo di Dio in un'unica grande famiglia.
    Si divide il popolo di Dio in due, come blocchi composti in classi e categorie diverse, l'uno di serie A e 1'altro di serie B, come fossero cioè schieramenti separati e contrapposti, incapaci di riconoscersi tutti fratelli. Hanno proprio torto coloro che pensano che le comunità neocatecumenali costituiscono una chiesa parallela?
    Non dobbiamo accogliere in un'unica comunità anche i più poveri e i più deboli, i meno catechisticamente preparati che spesso, senza volerlo né saperlo, sono ritenuti fuori del recinto o forse sono rimasti «fuori» per colpa di noi stessi che ci riteniamo i più vicini, più praticanti e osservanti?
    Qualcuno può pensare: ma il Sacramento non agisce proficuamente già «ex opere operato»? Perché allora dare tanta importanza solamente alla partecipazione del gruppo dei più qualificati? Forse che l'ex opere operantis (inteso anche come azione di comunità di prescelti) per merito della sua modalità di «cammino», e solo perché diversa da altri «cammini», riesca a rendere più meritevole ed effica­ce il Sacramento?
    4) Sappiamo da San Paolo che lo Spirito affida i suoi carismi ai singoli battezzati - e di conseguenza anche ai singoli gruppi ecclesiali - per il bene comune (cfr. 1 Cor 12, 7), per esempio per il bene comune dell'intero popolo di Dio presente in ogni parrocchia. La comunità neocatecumenale, come pure qualche altro movimento ecclesiale, impongono invece esattamente il percorso inverso, comportandosi in modo tale da strumentalizzare il bene comune per garantire il loro proprio carisma, assolutizzando le loro scelte e imponendo il loro metodo come fosse insuperabile, unico rispetto a tutti gli altri e, per qualcuno addirittura, l'unico salvifico.
    5) Di conseguenza, non di rado capita di constatare che nelle parrocchie ove sano presenti in maniera consistente le comunità neocatecumenali, non sempre è facile la convivenza né tanto meno la collaborazione con le altre realtà ecclesiali operanti in loco.
    Con coloro che mi hanno accompagnato, durante la Visita pastorale, in una parrocchia, ne abbiamo fatto amara constatazione.
    Penso che una maggiore sintonizzazione con il piano e gli indirizzi pastorali del Pastore della diocesi potrebbe ridimensionare la presunta convinzione che il proprio metodo sia il più perfetto fino ad avere la precedenza su tutti gli altri, come se avesse l 'imprimatur dello Spirito?
    6) Sappiamo dal vangelo che il messaggio di Gesù procede dolcemente sul versante libero e liberante del «Si vis...» (se vuoi...) e si evidenzia fino a svilupparsi chiaramente e amichevolmente su di un piano di amore la cui espressione emblematica è la «parabola del figliol prodigo»: un padre che attende il figlio perduto, gli va incontro, lo abbraccia, lo perdona per lo sbaglia commesso, lo riveste, gli mette l'anello al dito, fa festa, lo scusa persino di fronte al fratello maggiore che non la pensa come lui!...
    Il cammino neocatecumenale a volte sembra invece camminare sul versante intransigente del «tu devi», sul filo di un «imperativo categorico» di kantiana memoria, col rischio molto facile di cadere in una sorta di fondamentalismo integralista destinato, come purtroppo accade, a fomentare divisioni e separatismi vari, creando inevitabilmente piccoli ghetti o pericolose «chiesuole» nell'ambito della stessa chiesa di Dia nata invece per essere un'unica grande famiglia del Padre.
    7) Non vorrei parlare degli scrutini che, spesso, scarnificano le coscienze con domande che nessun confessore farebbe. Ma come ciò può essere permesso ad un laico sia pure catechista?
    Non vorrei parlare neppure delle confessioni pubbliche... Ma chi può autorizzare uno stile che la Chiesa, nella sua saggezza e materna prudenza, ha abolito da secoli?
    8) Ho letto con attenzione e interesse la lettera che recentemente (Roma, 5-4-2001) il Santo Padre ha rivolto al Card. Francis Stafford, Presidente del Pontificio Consiglio per i laici: una lettera molto significativa e oltremodo importante. Il Sommo Pontefice chiede un giudizio definitivo sul «Cammino neocatecumenale» proponendo un attento e accurato discernimento da parte dello stesso Consiglio Pontificio alla luce degli indirizzi teologico pastorali del Magistero.
    In realtà, non essendoci stata fino ad ora - dopo decenni di presenza delle vostre comunità in vari paesi del mondo - una vera e ufficiale approvazione dello Statuto alla luce delle norme emanate dalla S. Sede e dalla CEI, i giudizi sulla bontà del vostro «Cammino» non sono sempre concordi perché di fatto variano da diocesi in diocesi e da parrocchia in parrocchia, in base a comportamenti ed esperienze locali. Vi si chiede pertanto molta riflessione prima di continuare il cammino in maniera sicura e definitiva. La sottomissione al giudizio della Chiesa é il biglietto di presentazione più credibile, valido e decisivo.

    Carissimi, come vedete - lo dicevo già all'inizio - le parole che vi scrivo. invocano semplicemente chiarezza su alcuni punti rimasti ancora in zona d'ombra e di conseguenza attendono adeguati cambiamenti di prassi pastorale, per i1 bene delle nostre comunità parrocchiali.
    Sono certo che l'amore che vi lega all'ascolto della Parola, all'Eucaristia, al servizio della carità e al giudizio della Chiesa, riuscirà a modificare ciò che é modificabile e a correggere ciò che è opportuno e urgente correggere, allo scopo di vivere serenamente, insieme con tutti i fedeli delle nostre parrocchie, quell'unità e quella comunione che fu e che è il grande anelito di Gesù: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola» (Gv 1-7,21).
    Posso attestare comunque di vedere, senza ombra di dubbio - nelle vostre comunità, come in ciascuno di voi - la presenza vivificante dello Spirito di Gesù che vi ha portati e vi porta a compiere opere pastorali degne di ammirazione, perché realizzate con sacrifici di tempo, di affetti, di denaro e di gesti di zelo missionario anche fuori il nostro Paese. Adesso occorre però riesaminare i passi compiuti e rivedere e verificare - alla luce della ecclesiologia conciliare, del Catechismo della Chiesa cattolica, degli orientamenti del Piano pastorale dell'Episcopato italiano e del Piano pastorale del proprio Pastore - quanto le nostre comunità parrocchiali attendono dal carisma che vi è stato affidato dal Signore e che speriamo venga riconosciuto quanto prima dallo Spirito attraverso l'approvazione dello Statuto da anni presentato alla S. Sede.
    Il Signore Gesù e la Vergine Santa benedicano e assistano il vostro Cammino perché sia illuminato dalla Scrittura santa da voi meditata e perché viva in stretta comunione col Vescovo, con i parroci e con tutte le realtà ecclesiali che lo Spirito suscita per il cammino di santità di tutto il popolo di Dio.
    Con larga cordiale benedizione anche per l'Avvento e per il Natale del Signore nostro Gesù.

    Avvento 2001 vostro + Luigi, arciv.


    a presto
    via del Campo

  8. #8
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    e quali legami conservano col cammino allora ?
    i legami col cammino sono relativi. innanzitutto c'è l'obbedienza al proprio vescovo, che ne dispone secondo le necessità pastorali.

    nel periodo del seminario seguono il cammino con una loro comunità, una volta ordinati svolgono il loro ministero per almeno due anni in diocesi, poi possono essere inviati altrove, a discrezione del vescovo, secondo le necessità di altre diocesi che ne fanno richiesta o del cammino stesso, per il quale vanno a sostegno di equipes itineranti o famiglie in missione. seguire il cammino non è comunque il presupposto fondante, sei innanzitutto sacerdote, non neocatecumeno, quindi vai dove la chiesa ti manda.

    giusto per cultura generale, cito dal sito del RM di Macerata:

    I seminari "Redemptoris Mater" non sono seminari del Cammino Neocatecumenale bensì, come specificano lo statuto e la regola di vita, veri Seminari diocesani alle dipendenze del Vescovo. Gli alunni di questi istituti ricevono la stessa formazione filosofica e teologica degli altri seminaristi della diocesi. Svolgono un anno di pastorale nelle parrocchie come diaconi e due anni nella diocesi come presbiteri prima che il Vescovo li possa mandare in missione. Se il Vescovo, però, ha delle emergenze per qualche zona particolarmente difficile della propria diocesi, può disporre di loro, dal momento che sono stati ordinati senza condizioni. Una caratteristica di questi Seminari sta nell'internazionalità che rende visibile in modo concreto la nuova realtà annunciata dal cristianesimo, nel quale non ci sono più né bianchi né neri, bensì una nuova creatura, un uomo celestiale. L'esperienza ha dimostrato che l'unire alla formazione del presbitero un itinerario di iniziazione alla vita cristiana, come il Cammino Neocatecumenale, costituisce un aiuto per la maturazione psicologica, affettiva e umana dei candidati e soprattutto per unire la missione con la parrocchia.
    Il primo Seminario "Redemptoris Mater" nacque in Roma. Attualmente ce ne sono più di trenta nel mondo, a concreta attuazione di quanto auspica il Concilio Vaticano II : "Ricordino i Presbiteri che a essi incombe la sollecitudine di tutte le Chiese... E dove ciò sia reso necessario (per mancanza di clero) si faciliti non solo una funzionale distribuzione dei Presbiteri, ma anche l'attuazione di peculiari iniziative in favore di certe regioni o nazioni o anche di tutto il mondo. A questo scopo potrà essere utile la creazione di Seminari Internazionali per il bene di tutta la Chiesa secondo norme da stabilirsi e rispettando i diritti dell'Ordinario del luogo" (PO,10).

  9. #9
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    Avvento 2001 vostro + Luigi, arciv.


    a presto
    via del Campo


    Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando fu scritta questa lettera.

    Troppe cose sono cambiate in questi 5 anni
    riguardo a questo passaggio:

    Posso confermare che le mie perplessità di tipo teologico‑pastorale che sto per comunicarvi hanno incontrato dappertutto - a partire da molti miei confratelli Vescovi - una perfetta consonanza sia sul piano delle idee come su quello delle esperienze concrete vissute con una certa sofferenza nell'ambito di molte chiese locali italiane e non solo italiane.


    Risponde lo stesso Monsignor Miguel Delgado Galindo
    Capo Ufficio al Pontificio Consiglio per i Laici:

    Lo Statuto del Cammino è uno strumento giuridico che – disse il cardinale Stafford – “non può costituire un orientamento sistematico in materia dottrinale, catechetica e liturgica”. Per tutti questi aspetti lo Statuto rimanda al Direttorio Catechetico, che attende l’approvazione congiunta delle congregazioni competenti. Perché questa approvazione definitiva non è ancora arrivata?
    Vede: il Direttorio, cioè tutti i volumi che lo contengono, sono stati approvati provvisoriamente dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. E’ vero però che, come disse il cardinale Stafford, essi devono essere approvati definitivamente e anche in forma congiunta con la Congregazione per il Culto Divino e con la Congregazione per il Clero. La lettera del cardinale Arinze, nella quale si danno indicazioni in materia liturgica, ha rappresentato un gradino in più, un tassello ulteriore che si è aggiunto all’intero mosaico in costruzione. Tutto questo percorso porta via certamente molto tempo, anche perché i responsabili del Cammino devono avere contatti con ogni dicastero, trattando con ciascuno i temi di loro competenza..................

    A proposito di Direttorio, lei ha certamente avuto in mano i volumi delle catechesi, e certamente le ha lette. Quale impressione ne ha tratto?
    E’ un vero corso di catechesi, formulato con uno stile proprio, molto personale, figlio del fatto che di nient’altro si tratta se non della trascrizione fedele delle registrazioni audio degli interventi di Kiko e Carmen effettuati nelle comunità del Cammino nel corso degli anni. E con la sola aggiunta, ovviamente, di molti rimandi al Catechismo della Chiesa Cattolica. Traspare con evidenza dalle catechesi il modo di essere degli iniziatori, la loro assoluta spontaneità nell’affrontare le cose, lo stile diretto e personale che utilizzano, tipico peraltro di chi – e ci sono anche io – ha sangue spagnolo. Sono persone che hanno un carisma e lo stanno trasmettendo con la forza della vita e delle parole, e debbo dire che personalmente ritengo della massima importanza l’apporto di Carmen… Ora, è naturale che molte persone siano attratte da questo tipo di approccio, come è anche comprensibile che per qualcuno l’impatto possa essere troppo forte, possa spaventare… anche se direi che ormai in larga misura è la stessa mentalità del tempo presente a richiedere forme colloquiali di questo tipo. .............


    Momenti troppo forti, spaventi... Uno dei aspetti più critici del Cammino è quello dei passaggi, degli “scrutini”, nei quali si entra in grande profondità nell’intimo di una persona. Si è riflettuto anche di questo durante il percorso di riconoscimento? E’ stata data a tutto ciò un’attenzione particolare?
    Tutti gli aspetti della vita del Cammino sono stati approfonditi, e si è parlato molto anche del rispetto della persona, della sua coscienza, di tutto ciò che appartiene al foro interno e che può essere trattato in momenti comunitari alla presenza di altre persone. Di tutto questo si è discusso e su tutto questo si trovano riferimenti anche nello Statuto. Naturalmente poi nella realtà concreta molto dipende dalle persone che guidano questi incontri, dalle loro capacità e dalle loro sensibilità, e dalle stesse persone che vi partecipano, che possono avvertire alcuni interventi come invasivi. Si, questo è senza dubbio un punto delicato.

    NOTA


    A cura di Ezechiele Pasotti
    Vice Rettore seminario RM di Roma
    e direttore del centro studi

    Nel 1964, Francisco (Kiko) Argüello, un pittore nato a León (Spagna), e Carmen Hernández, laureata in chimica e formatasi nell’Istituto Misioneras de Cristo Jesús, si incontrano tra i baraccati di Palomeras Altas, alla periferia di Madrid. Dopo tre anni, in questo ambiente composto soprattutto da poveri, si forma una sintesi kerigmatico-catechetica che, sostenuta dalla Parola di Dio, dalla Liturgia e dall’esperienza comunitaria, e sulla scia del Concilio Vaticano II, diventerà la base di ciò che il Cammino Neocatecumenale porterà in tutto il mondo.
    Dalle baracche l’esperienza passa presto ad alcune parrocchie di Madrid e di Zamora. Nel confronto, al quale fu sottomessa la sintesi kerigmatico-catechetica formatasi tra i baraccati di Palomeras Altas, presto si vide come nelle parrocchie soprattutto benestanti le catechesi erano usate per "sopravvestirsi", come conferenze, non come un cammino di conversione e di "kenosis", dove far morire a poco a poco l'uomo vecchio, per poter essere rivestiti della nuova creazione nello Spirito Santo.
    Così gradualmente venne apparendo il Battesimo, come cammino da percorrere per arrivare a una fede adulta, capace di rispondere ai cambiamenti sociali che si stavano verificando.
    Ben presto apparve la necessità di fare una prima riflessione sull’esperienza di ciò che stava accadendo, di ciò che il Signore stava compiendo in quelle comunità. Nell’aprile del 1970, a Majadahonda, nei pressi di Madrid, gli iniziatori del Cammino, Kiko e Carmen, insieme ai responsabili, presbiteri e qualche parroco delle prime comunità esistenti, si riunirono per fare una prima riflessione su ciò che lo Spirito Santo stava attuando in mezzo a loro. Si preparò un questionario con una domanda base: Che cosa sono queste comunità che stanno sorgendo nelle parrocchie?
    Dopo tre giorni di preghiera e di lavoro si giunse, all’unanimità, a questa riposta:

    Che cos'è la Comunità
    - La comunità è la Chiesa: che è il Corpo visibile del Cristo risorto. Nasce dall'annuncio della "Buona Novella" che è Cristo, vincitore in noi di tutto quello che ci uccide e distrugge.
    - Questo annuncio è apostolico: unità e dipendenza dal Vescovo, garanzia della verità e della universalità.
    - Siamo chiamati da Dio a essere sacramento di salvezza all'interno dell'attuale struttura parrocchiale; inizia un cammino verso la fede adulta, attraverso un Catecumenato vissuto mediante il tripode: Parola di Dio, Liturgia e Comunità.
    Missione di queste comunità nell'attuale struttura delle Chiese
    - Rendere visibile un nuovo modo di vivere oggi il Vangelo, tenendo presente le profonde esigenze dell'uomo e il momento storico della Chiesa.
    - Aprire un cammino. Chiamare a conversione.
    - Non si impongono. Sentono il dovere di non distruggere niente, di rispettare tutto, presentando il frutto di una Chiesa che si rinnova e che dice ai suoi Padri che sono stati fecondi, perché da essi sono nate.
    Come si realizza questa missione
    - Queste comunità sono nate e desiderano rimanere dentro la Parrocchia, con il Parroco, per dare i segni della fede: l'amore e l'unità. "Amatevi l'un l'altro come io ho amato voi. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli" (Gv 13,34-35). "Padre, io in essi e tu in me; affinché siano perfettamente uno e il mondo sappia che tu mi hai mandato" (Gv 17,23). L'amore nella dimensione della Croce e l'unità sono i segni che creano gli interrogativi necessari perché si possa annunciare Gesù Cristo (…).
    Al termine della convivenza venne l’allora Arcivescovo di Madrid, che già aveva conosciuto l’esperienza delle baracche e aveva invitato a portarla nelle parrocchie. Gli venne letta la riflessione maturata durante l’incontro. L’Arcivescovo, dopo averla ascoltata, esordì dicendo: "Se l’avessi scritta io, sarebbe la pagina più bella della mia vita".

    Alcuni anni più tardi, quando il Cammino era già diffuso in molte parrocchie di Roma e in varie diocesi d’Italia, gli iniziatori furono chiamati dalla Congregazione del Culto divino, perché volevano sapere in che cosa consisteva quell’itinerario di riscoperta del Battesimo e i riti che facevamo. L’allora Segretario della Congregazione, Mons. Annibale Bugnini, e il gruppo di esperti che erano con lui, rimasero enormemente impressionati nel vedere che ciò che stavano elaborando da alcuni anni sul catecumenato per gli adulti – e che presto sarebbe stato pubblicato come "Ordo Initiationis Christianae Adultorum" (OICA) –, lo Spirito Santo, partendo dai poveri, lo stava già mettendo in opera. Dopo due anni di studio di ciò che le comunità facevano, pubblicarono nella rivista ufficiale della Congregazione (Notitiae), in latino, per tutta la Chiesa, una nota laudatoria: "Praeclarum exemplar" dell’opera che stava svolgendo il Cammino neocatecumenale . Con loro si concordò il nome da dare al Cammino: "Neocatecumenato", come itinerario di formazione cristiana post-battesimale che segue le indicazioni proposte nel Capitolo IV dello stesso Ordo. In esso si dice infatti che alcuni riti per i non battezzati, proposti dall’OICA possano essere adattati anche a coloro che sono già battezzati, ma non sufficientemente catechizzati.

    Insieme a questi momenti salienti della storia del Cammino, va ricordata la caratteristica di fondo che lo costituisce e che lo Statuto riconosce: la possibilità di vivere la vita cristiana in comunità, recuperando il modello ecclesiale dei primi secoli.
    Il Cammino neocatecumenale si è proposto, sin dal suo sorgere, come un cammino di iniziazione alla fede: non è una spiritualità particolare, ma un cammino di gestazione, "un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni" (Giovanni Paolo II, Lettera "Ogniqualvolta").
    È un processo di maturazione alla fede che ricostruisce la comunità cristiana: e questa diventa segno per il mondo, resiste al processo di secolarizzazione. In questo cammino di fede verso la radicalità del proprio Battesimo diventa centrale la comunità cristiana e, come nucleo fondamentale di essa, la famiglia. È in seno ad una comunità cristiana concreta che si fa, in prima persona, un’esperienza viva e diretta della vita cristiana. Si riceve una parola, che si fa liturgia, che cresce, poco a poco, in koinonia, in comunità. Dio stesso è comunità di persone.

    Molti sono stati i doni dello Spirito che hanno caratterizzato lo sviluppo del Cammino, in particolare i Catechisti itineranti, le Famiglie in missione, i Seminari "Redemptoris Mater".
    Vari Vescovi, preoccupati per la situazione di secolarizzazione presente in tante parrocchie, vedendo che in quelle parrocchie dove era nato il Cammino Neocatecumenale si costituivano delle piccole comunità vive, piene di lontani, hanno sollecitato di poter aprire lo stesso percorso di iniziazione cristiana, chiedendo catechisti da altre città e nazioni. Ciò ha dato luogo alla nascita dei Catechisti itineranti. Negli incontri dei catechisti si espongono queste richieste dei Vescovi e si invitano liberamente coloro che si sentono chiamati partire per annunziare il Vangelo a rendersi disponibili a tale missione, in base al mandato del proprio battesimo. Appare così di nuovo un modello di Chiesa primitiva evangelizzata da apostoli e catechisti itineranti, senza che questi formino nessun gruppo particolare. Essi restano inseriti nelle proprie comunità e parrocchie, dalle quali partono e alle quali ritornano periodicamente.
    Così, a poco a poco, attraverso l'esperienza e in tante convivenze di formazione, si sono costituite équipes itineranti di evangelizzazione, formate da donne e uomini celibi, o da coppie, e da un sacerdote che ottiene il permesso dal proprio Vescovo o dal proprio Superiore religioso. Esse vanno durante un tempo in un'altra diocesi, d'accordo con il Vescovo che li chiama, ad aprire il Cammino Neocatecumenale nelle parrocchie. Detta struttura di evangelizzazione, come un'impalcatura, è coordinata dall'Équipe responsabile del Cammino Neocatecumenale, composta dagli iniziatori, Kiko e Carmen, e da un presbitero, Padre Mario Pezzi. Così, nell'arco di questi anni, il Cammino si è esteso nei 5 continenti.

    Di fronte alla situazione del Nord Europa, dove la secolarizzazione dura ormai da molti anni, la Chiesa si va riducendo e si trova in una situazione di debolezza estrema – soprattutto è distrutta la famiglia –, ispirati dalle parola del Santo Padre, Kiko e Carmen hanno visto la necessità di inviare famiglie in missione, sia per fondare la chiesa in alcune zone di "terra nullius", come una "implantatio Ecclesiae", sia per aiutare a rafforzare le comunità esistenti con famiglie che mostrino il volto di una "famiglia cristiana".
    Anche nell’America del Sud, a causa dell'enorme emigrazione dalle campagne verso le periferie delle grandi città e della scarsità del clero per aprire nuove parrocchie, questi enormi agglomerati urbani sono preda delle sette. I vescovi, vista la forza di evangelizzazione che ha il Cammino, hanno chiesto l’invio di famiglie in questi centri periferici, spesso baraccopoli immense, per formare nuclei di evangelizzazione che possano contenere le sette, formando piccole comunità, nell’attesa di poter inviare un presbitero e fondare nuove parrocchie.
    Tutto ciò ha fatto sì che il Santo Padre Giovanni Paolo II nell’anno 1988 inviasse le prime cento famiglie in molte Diocesi, i cui Vescovi ne avevano fatto richiesta.
    Queste famiglie, che restano unite alla propria comunità neocatecumenale, inserita nella parrocchia, sono sostenute dalla stessa comunità e dalla parrocchia per ciò che si riferisce a spese di viaggi, affitto delle case, costruzione di nuove chiese, sostegno morale, lettere, preghiere, ecc. Nasce così una proficua collaborazione fra comunità, parrocchia e missione.

    Dall’opera di evangelizzazione, iniziata dalle famiglie in diverse zone, è apparsa ben presto la necessità di presbiteri che sostenessero le nuove comunità appena formate e con cui si potessero costituire eventuali nuove parrocchie.
    In questo contesto sono nati i Seminari "Redemptoris Mater": grazie alla visione profetica degli iniziatori del Cammino, al coraggio del Papa Giovanni Paolo II e allo slancio missionario delle famiglie in missione, quasi tutte con molti figli. Fondamentale per la rievangelizzazione e formazione di nuove parrocchie è stata proprio la testimonianza di fede dei figli di queste famiglie.
    Questi Seminari sono diocesani, eretti dai Vescovi, in accordo con l'Équipe Responsabile internazionale del Cammino, e si reggono secondo le norme vigenti per la formazione e l’incardinazione dei chierici diocesani; sono missionari: i presbiteri che in essi vengono formati, sono disponibili ad essere inviati dal Vescovo in ogni parte del mondo; sono internazionali: i seminaristi provengono da paesi e continenti diversi, sia come segno concreto della cattolicità, sia come segno di disponibilità ad essere mandati ovunque.
    Ma il dato più significativo di questi Seminari è che essi, da un parte, sono un dono che aiuta le Diocesi ad aprirsi alla missionarietà, ad andare in tutto il mondo e, dall’altra, trovano nel Cammino Neocatecumenale, un sostegno che accompagna i seminaristi durante il tempo della loro preparazione e, divenuti presbiteri, continua a sostenerli nella formazione permanente.



  10. #10
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    In realtà, non essendoci stata fino ad ora - dopo decenni di presenza delle vostre comunità in vari paesi del mondo - una vera e ufficiale approvazione dello Statuto alla luce delle norme emanate dalla S. Sede e dalla CEI, i giudizi sulla bontà del vostro «Cammino» non sono sempre concordi perché di fatto variano da diocesi in diocesi e da parrocchia in parrocchia, in base a comportamenti ed esperienze locali. Vi si chiede pertanto molta riflessione prima di continuare il cammino in maniera sicura e definitiva. La sottomissione al giudizio della Chiesa é il biglietto di presentazione più credibile, valido e decisivo.


    Intervento di Kiko alla Vigilia di Pentecoste.


    Carissimo Padre, grazie per l’occasione che mi si offre di dire una parola. Abbiamo ascoltato il Salmo 146 nel quale siamo invitati a lodare Dio perché “Il Signore ricostruisce Gerusalemme”.
    Gerusalemme e sopratutto il suo Tempio, è stato ricostruito da Zorobabele e Giosuè, un laico e un sacerdote. Prima Mosè e Aronne, poi Pietro e Paolo: i due testimoni di cui parla l’Apocalisse, possiamo dire: carisma e istituzione. Carisma e istituzione, uniti sono co-essenziali alla missione della Chiesa, ha detto papa Giovanni Paolo II nella Pentecoste del 1998.
    In riferimento alla festa di Pentecoste che oggi celebriamo, Papa Giovanni Paolo II, al Simposio dei vescovi Europei, nell’anno 1986, parlando della necessità di ricostruire la Chiesa con una nuova evangelizzazione, ha detto: “Per realizzare un'efficace opera di evangelizzazione dobbiamo ritornare a ispirarci al primissimo modello apostolico. Tale modello, fondante e paradigmatico, lo contempliamo nel cenacolo: gli apostoli sono uniti e perseveranti con Maria in attesa di ricevere il dono dello Spirito. Solo con l'effusione dello Spirito comincia l'opera di evangelizzazione. Il dono dello Spirito è la prima sorgente, il primo soffio dell'autentica evangelizzazione. Occorre, dunque, cominciare l'evangelizzazione invocando lo Spirito e cercando dove soffia lo Spirito (cfr. Gv 3,8). Alcuni sintomi di questo soffio dello Spirito sono certamente presenti oggi in Europa. Per trovarli, sostenerli e svilupparli bisognerà talora lasciare schemi atrofizzati per andare là dove inizia la vita, dove vediamo che si producono frutti di vita «secondo lo Spirito»...”.
    Questo lo ha detto ai vescovi europei dopo aver parlato della distruzione della famiglia e della secolarizzazione dell’ Europa, affermando che lo Spirito Santo ha già dato la risposta. Sta dando la risposta: eccoci Santo padre, ecco i nuovi carismi, le nuove realtà che lo Spirito Santo suscita in aiuto ai preti, alle parrocchie, ai vescovi, al papa. “Il Signore ricostruisce Gerusalemme”, il Signore continua a ricostruire la sua Chiesa come dice l’Apocalisse. Ma quanto è difficile, Santo Padre, che le istituzioni capiscano che hanno necessità dei carismi! Ecco che abbiamo bisogno che si attui la ecclesiologia del Vaticano II, una ecclesiologia di comunione, della chiesa come corpo. In definitiva è l’attuazione del Concilio Vaticano II che ci urge oggi più che mai.
    Il Papa Giovanni XXIII nella Costituzione Apostolica “Humanae salutis” (1961) con cui indiceva il Concilio esordiva dicendo: “La chiesa oggi assiste ad una crisi in atto della società. Mentre l’umanità è alla svolta di un’era nuova, compiti di una gravità e ampiezza immensa attendono la Chiesa , come nelle epoche più tragiche della sua storia. Si tratta di mettere a confronto con le energie vivificanti e perenni dell’evangelo il mondo moderno”. Il Papa Giovanni XXIIImo ha profetizzato quello che ci sommerge oggi, la “svolta di una era nuova”, la postmodernità, l’ateismo nihilista, l’apostasia dell’Europa.
    L’Apocalisse dice che l’Agnello sgozzato vince la bestia. Perchè i cristiani diventino questo agnello hanno bisogno dei carismi, delle nuove realtà ecclesiali, i movimenti e le nuove comunità. Abbiamo bisogno di una fede adulta, e perciò è necessario aprire nelle parrocchie la iniziazione cristiana. Comunità come la Santa famiglia di Nazareth. Nostro Signore Gesù Cristo per diventare adulto ha avuto bisogno di una famiglia, della famiglia di nazareth. La piccola comunità cristiana salva la famiglia e la famiglia salva la Chiesa. Ecco la missione del Cammino neocatecumenale nella Chiesa, nelle parrocchie.
    Termino Santità dicendo che il Cammino neocatecumenale, insieme a tanti altri che oggi sono presenti in questa piazza, sono il segno della attuazione di questo Salmo: “Il Signore ricostruisce Gerusalemme. Il Signore ricostruisce la sua Chiesa.
    Spero che tale fatto, in questo vespro mirabile della pentecoste del 2006 sia per lei e per tutti noi un segno forte di speranza e di grande consolazione.


    LETTERA "Ogniqualvolta"
    DI SUA SANTITA' PAPA GIOVANNI PAOLO II
    A MONSIGNOR PAUL JOSEF CORDES
    30 Agosto 1990
    Al Venerato Fratello
    Monsignor PAUL JOSEF CORDES
    Vice Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici
    Incaricato "ad personam"
    per l'Apostolato delle Comunità Neocatecumenali
    Ogniqualvolta lo Spirito Santo fa germinare nella Chiesa impulsi di una maggiore fedeltà al Vangelo, fioriscono nuovi carismi che manifestano tali realtà e nuove istituzioni che le mettono in pratica. E' stato così dopo il Concilio di Trento e dopo il Concilio Vaticano II.
    Tra le realtà generate dallo Spirito ai nostri giorni figurano le Comunità Neocatecumenali, iniziate dal Signor K. Argúello e dalla Signora C. Hernandez (Madrid, Spagna), la cui efficacia per il rinnovamento della vita cristiana veniva salutata dal mio predecessore Paolo VI come frutto del Concilio: "Quanta gioia e quanta speranza ci date con la vostra presenza e con la vostra attività... Vivere e promuovere questo risveglio è quanto voi chiamate una forma di "dopo il Battesimo" che potrà rinnovare nelle odierne comunità cristiane quegli effetti di maturità e di approfondimento che nella Chiesa primitiva erano realizzati dal periodo di preparazione al Battesimo" (Paolo VI alle Comunità Neocatecumenali, Udienza Generale, 8 maggio 1974, in Notitiae 96-96, 1974, 230).
    Anch'io, nei tanti incontri avuti come Vescovo di Roma, nelle parrocchie romane, con le Comunità Neocatecumenali e con i loro Pastori e nei miei viaggi apostolici in molte nazioni, ho potuto constatare copiosi frutti di conversione personale e fecondo impulso missionario.
    Tali Comunità rendono visibile, nelle parrocchie, il segno della Chiesa missionaria e "si sforzano di aprire la strada all'evangelizzazione di coloro che hanno quasi abbandonato la vita cristiana, offrendo loro un itinerario di tipo catecumenale, che percorre tutte quelle fasi che nella Chiesa primitiva i catecumeni percorrevano prima di ricevere il sacramento del Battesimo; li riavvicina alla Chiesa ed a Cristo" (cfr. Catecumenato postbattesimale in Notitiae 96-96, 1974, 229). Sono l'annuncio del Vangelo, la testimonianza in piccole comunità e la celebrazione eucaristica in gruppi (cfr. Notificazione sulle celebrazioni nei gruppi del "Cammino Neocatecumenale" in L'Osservatore Romano, 24 dicembre 1988) che permettono ai membri di porsi al servizio del rinnovamento della Chiesa.
    Vari Fratelli nell'Episcopato hanno riconosciuto i frutti di questo Cammino. Voglio limitarmi a ricordare l'allora Vescovo dì. Madrid, Mons. Casimiro Morcillo, nella cui diocesi e sotto il cui governo sono nate, nell'anno 1964, le Comunità Neocatecumenali che egli accolse con tanto amore.
    Dopo oltre vent'anni di vita delle Comunità, diffuse nei cinque continenti,
    - tenendo conto della nuova vitalità che anima le parrocchie, dell'impulso missionario e dei frutti di conversione che sbocciano dall'impegno degli itineranti e, ultimamente, dall'opera delle famiglie che evangelizzano in zone scristianizzate d'Europa e del mondo intero;
    - in considerazione delle vocazioni, sorte da codesto Cammino, alla vita religiosa e al presbiterato, e della nascita di Collegi diocesani di formazione al presbiterato per la nuova evangelizzazione, quale il Redemptoris Mater di Roma;
    - avendo preso visione della documentazione da Lei presentata:
    accogliendo la richiesta rivoltami, riconosco il Cammino Neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valida per la società e per i tempi odierni.
    Auspico, pertanto, che i Fratelli nell'Episcopato valorizzino e aiutino - insieme con i loro presbiteri - quest'opera per la nuova evangelizzazione, perché essa si realizzi secondo le linee proposte dagli iniziatori, nello spirito di servizio all'Ordinario del luogo e di comunione con lui e nel contesto dell' unità della Chiesa particolare con la Chiesa universale.
    In pegno di tale voto, imparto a Lei e a tutti gli appartenenti alle Comunità Neocatecumenali là mia Benedizione Apostolica.
    Dal Vaticano, il 30 Agosto dell' 1990, XII di Pontificato
    (AAS 82 [1990] 1513-1515).






 

 
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