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    Arrow Il risparmio e la corsa al consumismo

    | Mercoledì 29 Novembre 2006 - 16:11 | Carmelo R. Viola |

    di Carmelo R. Viola


    In Italia, paese ormai attaccato dalla malattia a decorso fatale del liberismo selvaggio, come per commemorare l’origine animale dell’uomo, per 365 giorni, ovvero ininterrottamente, si persegue e si incentiva il “culto a chi consuma di più”: per un solo giorno - il 31 di ottobre - si celebra il risparmio.
    Il fatto non è soltanto grottesco e ridicolo per sé stesso ma denuncia la gestione fraudolenta del potere monetocratico della piovra appunto monetaria, interna e internazionale, proprio quando il ben retribuito governatore di Bankitalia ci viene ad esortare al risparmio non dopo aver dato, alla maggioranza parlamentare, saggi consigli, come quello, per esempio, di mandare in pensione più tardi in un periodo in cui bisognerebbe ridurre il tempo lavorativo. Tutto questo significa prendersi gioco della gente, che crede di vivere in democrazia, in uno Stato di diritto e per lo meno autonomo.
    Tutte menzogne, che vengono portate allo scoperto - ma solo per chi non si è definitivamente abituato ai paraocchi del sistema fino a non accorgersene - quando un personaggio della monetocrazia interna - che sa di potere mentire con gli onori del parlamento e delle istituzioni - esorta, per l’appunto al risparmio, nello stesso momento in cui innumeri spot pubblicitari, soprattutto televisivi, scorrono ininterrottamente negli schermi della TV, pubblica e privata, ad esortare ad una gara - puerile e soprattutto sociolesiva (come dire “antieconomica”) - a chi consuma di più.
    Facciamo cenni di chiarezza. Diciamo anzitutto che il sistema, dentro cui siamo costretti a vivere, non è l’economia - come vorrebbe far credere un esercito di economisti convenzionali - ma la predonomia, l’artescienza di predare il prossimo secondo l’antico meccanismo della giungla ma, in quanto uomini, nel rispetto di alcune regole, tese a camuffare un comportamento di fatto predatorio, a ridurre l’uso della violenza fisica (a differenza della predonomia semiclandestina, paralegale “mafiosa”, che mostra il vero volto del capitalismo) e a legittimare i risultati: la disoccupazione, la povertà e la ricchezza senza limite.
    In un sistema economico - l’economia avendo una funzione universale e non sperequativa - il risparmio è fondamentale: consiste nel con consumare senza misura fonti esauribili di energia, di alimentazione e di cura medica, nell’evitare lo spreco e nel destinare il superfluo a chi ne ha bisogno (fuori i confini del proprio paese) ma anche nell’evitare che il consumo eccessivo possa nuocere a sé stessi, alla natura e, di rimando, a tutta l’umanità (come purtroppo accade sempre più a causa della pratica della predonomia).
    Al posto di tale risparmio ad effetto molteplice e combinato vige il culto del consumo fine a sé stesso, ovvero finalizzato, da una parte, a far credere ai consumatori di essere liberi e di diventare vieppiù importanti consumando beni sempre più sofisticati e più cari, dall’altra, a portare profitti (effetti predatori) alle industrie, insomma agli uomini di affari (i cui successi sono i valori ufficiale di uno Stato capitalista).
    A “predicare a tappeto”, e con insistenza sfacciata, tale culto è la cosiddetta pubblicità. La pubblicità, ovvero l’industria della pubblicità, è una vergogna essenziale del sistema, una vera e propria attività criminosa, nascosta, ma non troppo, dietro regole ridicole che hanno lo scopo di legittimarla. Essa consiste in una sistematica-scientifica “pressione dei consumi” con l’utilizzo, questo davvero mostruoso, della psicologia e di ogni modo e mezzo atto a incidere nella psiche dell’ascoltatore. Essa comincia con una menzogna, che è la stessa parola pubblicità usata come se sottintendesse l’attributo “informativa” mentre nasconde la parola “consumistica”.
    Tale vergogna-crimine del sistema è assurta al rango di scienza ed ha varcato la soglia dell’università. L’età adolescenziale - antropozoica - della specie umana spinge a tal punto il talento predatorio da abbandonarsi a comportamenti suicidi anche per coloro che al momento ottengono i maggiori profitti. La pressione dei consiste si attua attraverso una ripetizione incessante di immagini, situazioni e parole, spesso veri e propri slogan allo scopo di indurre gli ascoltatori non solo ad acquistare i prodotti pubblicizzarti, ma a tendere sempre più verso il meglio, il più lussuoso, il più costoso anche perché più capace di attribuire al possessore-consumatore una maggiore valenza nella gara a chi vale di più nell’inconscio collettivo di chi pensa secondo parametri borghesi. La pubblicità non risparmia niente e nessuno. Ci sono i prodotti per bambini e adolescenti e, come risposta, il fenomeno dell’obesità infantile, e non solo, causa di una serie di patologie e di danni sociali. C’è la pubblicità delle bevande alcoliche per poi sentirci riferire delle 30 mila vittime annue per alcolismo. Merita una menzione particolare la pressione consumistica dell’auto: mentre la civiltà si dibatte con i problemi dell’inquinamento atmosferico urbano (ma anche mondiale) e di tutta una serie di conseguenze patologiche, mentre le città sono sempre più deturpate da una coltre di motori inquinanti che ne fanno degli immensi posteggi a cielo aperto, la pubblicità spinge a fornirsene sempre di più potenti, più veloci, più straordinarie. E’ ben chiaro che la pubblicità non serve a far conoscere i prodotti nelle loro effettive “identità” e quindi a scegliere - secondo cognizione critica e bioetica - non solo fra i migliori in senso tecnologico ma anche fra i più compatibili con l’ambiente e con la salute.
    Sul piano giuridico si può dire quanto segue: in termini di economia vera il semplice consigliare il consumo di un prodotto allo scopo di procurare profitti al produttore, è già un illecito. Ma il fenomeno è molto più grave. La pubblicità viene effettuata in “regime di assenza di diritto”. Questo dimostra come il potere legislativo, essendo esso stesso espressione del sistema di cui fa parte, può operare impunemente anche in fragranza criminosa per il semplice fatto che il diritto dell’intellighenzia borghese o predonomica non ha un riferimento naturale, ma “nasce da sé stesso” essendo semplicemente la legge emanata da un qualsiasi potere. Ci si chiede allora secondo quali parametri si richiama altri al rispetto dei “diritti umani” quando anche la legge coranica è legittima solo perché legge.
    Noi ci riferiamo al diritto vero e diciamo che la persuasione al consumo di checchessia per soli fini di mercato è per sé stesso un crimine perché contravviene al diritto naturale di essere sé stesso. A tal crimine concorrono la persuasione semplice e la persuasione occulta. Non è facile dire dove finisca la prima se è vero che la sola ripetizione di uno spot può agire nel subconscio e produrre un’induzione subliminale cioè la vera persuasione occulta. La quale è un crimine non solo per le finalità predatorie dette ma soprattutto perché costituisce un atto di violenza a carico della psiche del soggetto. Dunque, la pubblicità è una serie di crimini – contro la persona, contro la società, contro la natura e, di rimando, contro tutta la specie umana, ma è legale e - per la mentalità borghese – legittima. Il che prova come per il sistema vigente il diritto non è il diritto ma solo le regole di un potere, esattamente come avviene nella dimensione collaterale della “mafia”.
    A fronte della negazione totale dell’economia vera e dello scempio del diritto, il 31 di ottobre si leva la parola nazionale della piovra monetocratica - vera padrona dello Stato e degli Stati - ad esortare al risparmio. Ma anche qui si usa una sola parola per nascondere fini speciosi. Infatti, non si dice che esiste una vera e propria industria del risparmio, gestita dalla suddetta piovra, e né che il risparmio non consiste - come nella vera economia - anche nel differire il consumo del proprio potere di acquisto, ma nel portare danaro agli istituti di usura e ladrocinio che sono le banche in vista di un esiguo interesse di consolazione.
    In uno Stato sociale e di diritto non c’è bisogno di giocare al ridicolo “debito pubblico” (che lo Stato ha con i propri cittadini e con la piovra bancaria), perché esso è padrone della propria moneta che usa passivamente per organizzare il lavoro, costruire le infrastrutture e distribuire i prodotti del lavoro stesso secondo equità e bisogno. Ma tale Stato è nel contempo padrone dei mezzi di produzione e, attraverso il circuito produzione-consumo, riprende la moneta non avendo bisogno delle manovre acrobatiche dell’annuale legge finanziaria.
    Per concludere ricordo che la frode del risparmio del solo nostro paese - se non sono male informato- è di ben 140 miliardi di euro. Tale risparmio è precisamente una parte del potere di acquisto che il soggetto affida in “predazione assistita” a speculatori del settore.
    Come volevasi dimostrare.

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    E' guerra alla banconota

    | Mercoledì 29 Novembre 2006 - 148 | Diana Pugliese |

    Le banche hanno deciso di dichiarare guerra alla ‘costosa’ cartamoneta e di imporre agli italiani l’utilizzo della moneta ‘elettronica’. Una operazione strategica che mira a convincere gli italiani della ‘facilità’ e ‘convenienza’ dell’uso di carte di credito e debito o di Bancomat per poter lucrare sulle commissioni e, nello stesso tempo, abbassare notevolmente il numero di dipendenti nonché i costi di assicurazione legati alla gestione del denaro. Una strategia nella quale le banche sono supportate anche dalla tesi che i concorrenti europei non hanno gli stessi costi perché nel resto dell’Europa e in molti paesi del mondo le transazioni sono per lo più fatte con gli strumenti di pagamento elettronici. E in questa vantaggiosa operazione, purtroppo, gli istituti di credito hanno trovato l’appoggio della politica, e in particolare di alcuni esponenti dell’attuale maggioranza, ritenuti vicini alla grande finanza internazionale e più in generale al mercato bancario. Secondo quanto scritto nella prefazione di Nerio Nesi al libro ‘Innovare, competere e produrre’, edito dalla Nomisma, la società di studi fondata nel 1981 dalla Bnl, allora, a spingere per mettere alla presidenza dell’istituto l’attuale presidente del Consiglio, Romano Prodi, fu proprio l’allora direttore generale della banca, Francesco Bignardi, sostenuto anche dall’allora governatore di Bankitalia, Carlo Azelio Ciampi. Già allora, evidentemente, gli istituti di credito potevano contare sul fatto che il Professore bolognese avesse un punto di vista non lontano da quello del mondo bancario.
    “Stiamo lanciando adesso una campagna contro il contante, che ha un costo effettivo enorme per il sistema”, ha dichiarato il direttore generale dell’Abi nel corso di un seminario a Gubbio, quantificando intorno ai 10 miliardi di euro il costo complessivo per le banche legato “alla logistica del contante”.
    Secondo i dati dell’Abi in Italia il 90% dei pagamenti avviene in contanti mentre nella maggior parte degli altri Paesi questa percentuale è decisamente inferiore, come in Francia dove la quota si aggira intorno al 59%. Un ‘gap’ che le banche intendono a tutti i costi colmare, muovendosi su diversi fronti con lo scopo di portare ad un “radicale cambiamento culturale” che implichi il ricorso all’utilizzo delle carte di pagamento anche per piccoli importi. “Non si capisce perché non si ritenga economico pagare con la carta somme inferiori ai 50 euro”, ha dichiarato Zadra, sottolineando che, una volta pagato il contributo annuale, il ricorso a questo strumento è, a suo giudizio, “gratuito e sicuro”. Nel 99% dei casi, ha aggiunto poi il direttore centrale Domenico Santececca, in caso di frode l’uso di questi strumenti garantisce anche la restituzione delle somme.
    Per invogliare gli utenti, l’Abi vorrebbe attuare dei meccanismi di incentivazione, come la raccolta di punti-premio per i clienti privati che spendono meno di 50 euro, contando sul fatto che, secondo una ricerca condotta da Eurisko per Cogeban, già sette italiani su dieci possiedono una carta bancomat e quattro su dieci una carta di credito. L’utilizzo di questi strumenti, per prelevare dagli sportelli o per pagare acquisti con il sistema Pagobancomat, è già in crescita anche se, rispetto ai desideri del mondo bancario, è ancora inferiore alle possibilità offerte. Stando ai risultati della ricerca, insomma, esistono 27 milioni di carte circolanti, per un totale di 620 milioni di pagamenti e 610 milioni di prelievi l’anno. Cifre non certo irrisorie se si considera che, da un parte, la quota annuale, e dall’altra le commissioni che gravano sugli acquisti tramite carta di credito. Commissioni che, teoricamente, gravano sul venditore ma che, automaticamente, vengono scaricati sui prezzi finali all’utente. Nel caso delle carte di credito, peraltro, non più tardi di 5 mesi fa l’Antitrust ha multato il consorzio che gestisce il circuito Pagobancomat, la Cogeban, per non aver ottemperato fin da ottobre 2005 alle condizioni indicate per il sistema di ‘acquiring’, attuando cioè “un’intesa restrittiva della concorrenza volta ad escludere il sistema di ‘acquiring’ multibanca” dal circuito Pagobancomat. Con possibili effetti negativi sulla reale ‘accettabilità’ delle carte nei vari punti vendita ma con effetti positivi per le banche che avrebbero visto crescere il numero di conti correnti e delle carte di credito attivate.
    Nel caso di alcune carte di credito, poi, lo stesso sistema di individuazione della percentuale minima di commissione, più volte modificato negli anni, è spesso pensato in modo da ‘fidelizzare’ il punto vendita che, per potersi assicurare una commissione inferiore, concentra tutti i suoi pagamenti su una o due carte, non accettando le altre. Ovviamente a svantaggio degli cittadini che sono costretti ad attivare più carte di credito.
    Ci sono poi altre due ragioni che spingono gli istituti di credito in questa direzione. Il primo è la necessità di entrare nei sistemi di pagamento europei, realizzando il Sepa (Single Euro Payments Area-Area unica dei pagamenti in euro), l’area unica dei pagamenti in euro di cui il maggior utilizzo delle carte di pagamento rappresenta solo un tassello. Il secondo è quello messo chiaramente in luce dall’Ugl: “Il crescente utilizzo di ‘Bancomat evolutivi’ sarà l’anticamera di una drastica riduzione occupazionale- ha dichiarato ieri il segretario provinciale dell’Ugl Credito di Roma, Massimo Bernetti. Per l’esponente dell’Ugl, “l’obbligo di operare solo attraverso conti correnti con una ‘bancarizzazione legislativa’ dei professionisti e lavoratori autonomi in genere” rappresenta una accelerazione del “progetto avviato dalle banche, come Unicredit e Banca delle Marche, per la collocazione dei Atm evoluti, capaci di effettuare la maggiore parte delle operazioni, comunemente effettuate allo sportello” da operatori che, così, saranno ridotti al minimo, minimizzando i costi della manodopera e massimizzando il profitto.
    Una strategia che, peraltro, vede la politica colpevolmente alleata alle banche: “il perverso progetto bancario di contenere i costi della sicurezza e del personale addetto alle casse - ha sottolineato Bernetti nel silenzio di altri sindacati - sembra aver trovato un inaspettato sostegno nella decisione politica di imporre l’uso univoco di mezzi di pagamento elettronici, nel tentativo di combattere l’evasione”. “Abbiamo chiesto al governo di diffondere il più possibile nei suoi uffici l’uso del Pos”, ha infatti ammesso lo stesso Zadra.
    La cosa, d’altronde, non può sorprendere: non più tardi di una settimana fa, facendo le sue dichiarazioni di voto in Senato sulla Finanziaria, il senatore di Noci (Fi) ha fatto un triste quadro della situazione: “Nel degrado complessivo della vita politica italiana e quindi anche del tipo di approccio che il centro-sinistra ha con la politica e con l’interesse del Paese, tale schieramento si è trasformato in portatore e promotore degli interessi del grande capitale finanziario, cioè delle banche. Basti pensare, per esempio, che quando si è deciso chi scegliere come premier, i grandi banchieri italiani, da Bazoli a Profumo, hanno versato l’obolo (il primo stando in fila e poi, successivamente, ne hanno versati altri) per imporre Prodi alla guida del Paese”. E Prodi, che ha definito “portaborse dei banchieri”, “si è mostrato quanto mai disponibile”. Basti pensare ad alcuni recenti eventi del risiko bancario.

 

 

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