Colombia, mondo (in) Felix del Corsera | Siro Asinelli |


“Fino a poco tempo fa aveva uno dei più alti tassi di omicidi al mondo. Oggi la Colombia viene presa a modello per il suo sistema di sicurezza che ha radicalmente cambiato la qualità della vita (…)”. Nessun errore, nessuna svista: si parla proprio di quel Paese al centro del narcotraffico, alimentato con finanziamenti Usa mascherati dal famigerato ‘Plan Colombia’, dove è in atto una feroce lotta per il potere tra le diverse anime conservatrici e filo statunitensi, tra attentati alle Accademie militari, processi ad alti gradi dei servizi e della polizia per implicazioni con le attività delle squadre di paramilitari che scorazzano per il Paese a difesa delle filiere della droga. Una feroce lotta a colpi di omicidi ed attentati, con tanto di Forze Armate Rivoluzionarie, le FARC, ha fungere da agnello sacrificale, come accaduto un mese fa in occasione di uno “strano” attentato contro il gotha dello Stato Maggiore colombiano fin troppo frettolosamente attribuito ai guerriglieri (vedi articolo “Plan Colombia, pronto il rilancio” uscito su RINASCITA il 28 ottobre 2006, pag. 9).
In una società globale dove l’accessibilità alle notizie, ufficiali ed alternative che siano, viaggia alla velocità della rete delle reti, si resta un po’ stupiti leggendo in pagina 16 del settimanale ‘Magazine’ del Corriere della Sera, in edicola ieri, una rubrica la cui intitolazione, “Mondo Felix”, lascerebbe presupporre che si parli della Svezia, della Finlandia, al limite della Spagna. Eppure no. Su ‘Magazine’ si fermano all’evidenza fredda di dati snocciolati secondo cui in Colombia si sarebbero consumati “80 omicidi ogni 100mila abitanti nel 1993, 18 quest’anno”. Al punto che “il neo governatore di Rio de Janeiro (infatti) ha dichiarato di voler utilizzare le tecniche anticrimine dei colombiani e lo stesso ha già fatto il Programma per lo Sviluppo dell’Onu, che lo ha applicato in El Salvador ed Ecuador”.
È possibile che al settimanale del Corsera siano sfuggite le notizie che provengono ogni giorno dalla Colombia. È possibile che a ‘Magazine’ non sappiano che gli apparati dello Stato latinoamericano siano in queste settimane sotto il fuoco incrociato di (alcuni, pochi) magistrati che tentano di smantellare gli intrecci sin troppo evidenti tra la presidenza filo Usa di Alvaro Uribe e le bande paramilitari. È possibile che non si siano soffermati a lungo su un Paese le cui autorità, troppo intente ad assecondare i piani di libero commercio imposti dagli Stati Uniti, hanno disposto l’arresto di un nostro (ma evidentemente non loro…) collega della venezuelana TeleSUR con l’assurda accusa di aver preparato ed attuato attacchi terroristici. In realtà si limitava a registrare servizi che mettevano a nudo la triste realtà sociale di un Paese che fuori dai confini mostra solamente la faccia ipocritamente sorridente di Uribe. Un giornalista, Fredy Muñoz Altamiranda (nella foto), colpevole di essere un cittadino colombiano inviato dall’odiata ‘Al-Jazeera’ di Caracas, quella TeleSUR i cui servizi sono invisi alla Casa Bianca ed ai suoi sudditi coloniali. È infine probabile che all’inserto del più letto quotidiano d’Italia non abbiano fatto caso al ritrovamento (il 29 nnovembre, non due o dieci anni fa…) di 46 cadaveri gettati in diverse fosse comuni scavate poco distanti l’una dall’altra a ridosso di una foresta del dipartimento di Putumayo, nel sud est del Paese, al confine con l’Ecuador. Secondo l’organizzazione non governativa colombiana ‘Instituto de Estudios para el Desarrollo y la Paz’ è qui che si registra la maggiore presenza di bande paramilitari legate ad Uribe, presidente di quella Colombia immaginaria che, come recita il titolo dell’articoletto apparso su ‘Magazine’ “insegna come si combatte il crimine”.

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