OMNIA SUNT COMMUNIA
IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO
Bollettino del 28 novembre 2006
Questo bollettino contiene:
1. LA RESISTENZA LIBANESE IN ITALIA – Otto incontri con Samah Idriss
2. <<GO HOME>>, <<GO BIG>> O <<GO LONG>>? Come “ritirarsi” inviando nuove truppe
3. IRAQ: QUASI DUE MILIONI E MEZZO DI PROFUGHI
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LA RESISTENZA LIBANESE IN ITALIA
Otto incontri con Samah Idriss*
per parlare della guerra, della resistenza e della situazione politica attuale
La situazione in Libano si va facendo incandescente.
L’uccisione di Pierre Gemayel si inserisce in un quadro in cui Israele e le potenze occidentali (Usa in primo luogo) vogliono impedire la formazione di un vero governo di unità nazionale e spingono di fatto per la guerra civile.
Le truppe italiane e francesi in Libano, lungi dal contribuire alla pace, si rivelano un fattore di destabilizzazione e di ingerenza neocolonialistica nella vita politica del paese dei cedri. A soli due mesi dal loro arrivo, i ministri vicini ad Hezbollah sono dovuti uscire dal governo Siniora - che ha quindi cessato di essere di unità nazionale per rivelarsi mero ostaggio delle potenze straniere occupanti alleate di Israele e degli USA. Il Libano precipita verso l’abisso. C’e’ solo un modo per evitare una nuova guerra: ritirare le truppe della NATO, obbligando Israele a rispettare i diritti dei palestinesi e la sovranità nazionale del Libano.
Nei giorni scorsi si sono svolti con successo gli incontri di Perugia, Fabriano, Fermo e Milano.
Questo è il calendario dei prossimi incontri:
Padova, Martedì 28 novembre – ore 21,00 Sala Polivalente presso Stazione FS
promuovono: Soccorso Popolare, Iraq Libero
Reggio Emilia, Mercoledì 29 novembre – ore 20,30 Laboratorio AQ 16, Via F.lli Manfredi 12
promuovono: Laboratorio AQ 16, Giuristi Democratici, Iraq Libero
Viareggio, Giovedì 30 novembre – ore 21,00 Circoscrizione Marco Polo, Via Repaci 1, traversa
via Aurelia
Promuovono: Laboratorio Marxista, Circolo Iskra, Comitato di Solidarietà con i popoli dell’America Latina (CSPAL), Movimento costitutivo del Partito Comunista dei Lavoratori Versilia, Primomaggio, foglio per il collegamento tra lavoratori, precari e disoccupati (redazione toscana), Iraq Libero
Pisa, Venerdì 1 dicembre – ore 21,00 Centro Maccarone, Via Silvio Pellico 6 (zona stazione)
promuovono: Pianeta Futuro, Iraq Libero
* Chi è Samah Idriss
Samah Idriss è un noto intellettuale libanese e pubblica la prestigiosa rivista letteraria araba "Al Adab" (www.adabmag.com). E' l'autore di diversi libri e ha un dottorato dalla Columbia University di New York. Ha militato nel movimento antimperialista di sinistra, ed è il cofondatore di diverse associazioni culturali e politiche che sostengono la lotta di liberazione araba. Mentre lotta per superare il sistema su basi confessionali lasciato dal colonialismo francese e le divisioni politiche su basi settarie, Samah Idriss sostiene il movimento di resistenza nazionale, compresi i movimenti islamici, oltre a quelli in altri paesi arabi. E' attualmente impegnato nella Campagna di Resistenza Civile (www.lebanonsolidarity.org).
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<<GO HOME>>, <<GO BIG>> o <<GO LONG>>?
Come “ritirarsi” inviando nuove truppe
Go home, go big o go long? Non è un giochino natalizio per bambini. Sono gli scenari ipotizzati dal Pentagono e sottosti ad un Bush un pò suonato ma ancora in sella.
A dare notizia di un documento su queste tre opzioni è stato il Washington Post che ha così reso pubblico il piano segreto del Pentagono per “vincere la guerra”.
Per elaborarlo sono stati riuniti i migliori cervelli militari di cui gli Usa dispongono.
I tre scenari disegnati sono stati definiti “Go home”, andare a casa, ritirarsi; “Go big”, rafforzarsi, inviare nuove truppe; “Go long”, ridurre le truppe per rimanere più a lungo.
A quanto se ne sa il primo di questi scenari è stato considerato solo come ipotesi astratta, dato che i generali lo hanno subito respinto e la stessa cosa farà Bush. Naturalmente verrà respinto con nobili motivazioni, per “non lasciare l’Iraq nella guerra civile”. A tanto arriva l’ipocrisia americana, quando è del tutto evidente che il ritiro è per ora scartato perché questo corrisponderebbe ad una chiara sconfitta che l’imperialismo Usa non può in alcun modo permettersi.
La seconda e la terza opzione piacciono ovviamente di più agli strateghi del Pentagono che hanno pensato così di mixarle. “Go big” dunque, con l’invio di almeno altri 30mila soldati (alla faccia di chi immagina ritiri graduali ma imminenti), ma nella prospettiva “Go long” per rimanere in Iraq almeno altri 5-10 anni con 60mila uomini.
Come si vede siamo ben lontani da ogni ipotesi di ritiro reale. E’ dal 2003 che gli Usa dicono di voler ridurre le truppe dispiegate in Iraq. Ma tutto è stato sempre legato alle prospettive della cosiddetta “normalizzazione”, in sostanza la pax americana. Siccome questa non è arrivata, grazie ad un’indomita resistenza; di rinvio in rinvio siamo ieri giunti al giorno 1348 della guerra iniziata il 20 marzo 2003: un giorno in più della durata della Seconda Guerra Mondiale per gli Usa.
E’ noto da sempre che gli Stati Uniti avrebbero iniziato il ritiro delle proprie truppe solo di fronte alla certezza di un Iraq normalizzato e controllato sia politicamente che militarmente. Un Iraq siffatto, unito o tripartito (come vorrebbe la commissione Baker), avrebbe comunque dovuto garantire la presenza di un consistente numero di basi militari (di queste, 4 veramente enormi), con la dislocazione permanente di 30-40mila uomini.
I cervelloni del Pentagono non hanno quindi detto niente di nuovo. L’obiettivo strategico rimane immutato; cambiano semmai verso l’alto le cifre dei soldati che resterebbero nelle basi a regime (60mila anziché 30-40mila), si allungano i tempi di questo passaggio, mentre si aumentano le truppe e si lavora per la tripartizione del paese nella speranza di poterlo così controllare meglio.
Niente di nuovo dunque: è il segno che il progetto di fondo è rimasto immutato, mentre a mutare sarà soltanto la tattica. Ma è anche il segno di una grande difficoltà strategica, di un impantanamento di cui non si vede la fine.
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IRAQ: QUASI 2 MILIONI E MEZZO DI PROFUGHI
Ci sono voluti 3 anni e mezzo di occupazione militare, perché venissero ufficializzati i dati sugli iracheni da considerare profughi di guerra. La Unhcr, l’apposita struttura dell’Onu, li ha resi pubblici solo ora.
Conoscendo l’Onu (l’organizzazione responsabile dell’embargo genocida che tra il 1991 ed il 2003 ha ucciso almeno un milione e mezzo di iracheni), dobbiamo supporre che si tratti di dati al ribasso.
Ma anche non volendo tener conto di questa avvertenza, si tratta comunque di dati impressionanti, dai quali risulta che un iracheno su 10 ha dovuto abbandonare la propria casa per rifugiarsi o in altre zone del paese o all’estero.
Iraq: Unhcr, oltre 750.000 sfollati da inizio guerra
L'allarme e' stato lanciato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)
Dall'invasione angloamericana nel marzo 2003, circa 754.000 iracheni sono stati costretti ad abbandonare le loro case a causa della violenza e del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza. L'allarme e' stato lanciato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). "Siamo estremamente preoccupati per il rapido deteriorarsi della situazione, che crea instabilità dentro e fuori l'Iraq", ha dichiarato la portavoce italiana dell'Unhcr, Laura Boldrini. Secondo le stime dell'agenzia Onu, dalla caduta del regime di Saddam Hussein, nel 2003, 754mila iracheni sono diventati sfollati interni. Di questi 365mila hanno abbandonato le loro case a partire dal febbraio scorso, in seguito alle violenze innescate dall’attentato di Samarra. Altre 20mila persone sono 'temporaneamente' sfollate, in attesa della fine delle operazioni militari in corso nelle loro regioni. Gli iracheni che invece si trovano in altri Paesi, soprattutto in Giordania e Siria, sono 1,6 milioni. In quest'ultimo paese ogni mese continuano ad arrivare circa 40mila rifugiati.
ARDITI NON GENDARMI