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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito La Cinghiala e.............

    Dal quotidiano LIBERO di oggi



    I mass media alleati delle toghe rosse

    di CARLO TAORMINA

    C'è qualcuno che ricorda ancora la "cinghiala"? Credo proprio di no. I capi cosca della 'ndrangheta calabrese chiamavano così il capo del tribunale di Vibo Valentia, una zona in cui la densità mafiosa si taglia a fette. Si era venduta alla mafia ricevendo vantaggi economici in cambio di protezione giudiziaria. S'era meritata quell'appellativo perché donna e perché insaziabile. Due settimane fa, le foto del suo arresto fecero il giro del Paese e lo sgomento fu grande perché nessuno avrebbe mai pensato che nel cuore dello Stato e della legalità potesse albergare un simile livello di criminalità. Per non essere tacciato di prevenzione contro la magistratura, accenno alle collusioni tra mafia e forze dell'ordine. La fiducia in Polizia e Carabinieri per l'onestà della stragrande maggioranza di essi è incrollabile, ma sarebbe stolto ignorare la realtà. Sarebbe interessante, infatti, conoscere quanti processi di mafia pendono oggi contro appartenenti Tornando alla "cinghiala" di Vibo Valentia, si sbaglierebbe di grosso se lo si ritenesse un caso isolato. Mi piacerebbe sapere se la donna appartenesse ad una delle correnti di sinistra dell'A.N.M. perché ciò spiegherebbe da solo il silenzio mediatico subito calato sulla sporca vicenda. Non è, però, necessario essere "toghe rosse" per salvarsi dalla gogna mediatica perché corporativismo e la sempre stretta sinergia tra magistratura ed informazione di sinistra assicurano il silenziostampa. E' accaduto così per l'arresto del vice procuratore nazionale antimafia, anche lui accusato di essere un associato di cosche; per le molteplici ed intrecciate vicende giudiziarie consumatesi tra magistrati di Reggio Calabria e Messina; per gli infiniti arresti di magistrati per corruzione in atti giudiziari. Il caso della "cinghiala" di Vibo Valentia è emblematico perché consente di arrivare al cuore del problema. Due anni prima dell'arresto della donna un altro magistrato aveva denunziato la donna al CSM per le sue malefatte. Fu svolta un'indagine, fu assolta e l'organo di autogoverno rispose con indignazione al magistrato sospettoso. Sarebbe interessante svuotare gli archivi del CSM perché li troveremmo colmi di esposti brutalmente bocciati magari commettendo, ad ogni archiviazione illegale, omissioni, abusi d'atti d'ufficio o favoreggiamenti di magistrati disonesti.
    Saluti liberali

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  2. #2
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    La Cassazione azzera il processo Sme

    di CRISTIANA LODI

    ROMA Processo azzerato. Magistrati milanesi "incompetenti" a istruire il procedimento. Sentenze nulle. Prescrizione alle porte. Teste Omega addio. La corte di Cassazione ha annullato le sentenze di primo e secondo grado sulla vicenda Sme. E rimesso gli atti alla Procura di Perugia. Mentre le condanne pronunciate a carico di Cesare Previti (5 anni), dell'avvocato Attilio Pacifico (quattro) e del magistrato Renato Squillante (sette) sono state cancellate con un colpo di spugna. Insieme con 11 anni di processo. La sesta sezione penale della Suprema corte, presidente Giovanni De Roberto, ha dichiarato l'incompetenza territoriale di Milano e rimesso tutto al Tribunale umbro. Intanto, in attesa dell'udienza preliminare, per i reati ascritti agli imputati Previti, Pacifico e Squillante si fa avanti l'alternativa (scontata) della prescrizione. Stando ai calcoli della Corte d'appello milanese, le accuse di corruzione dovrebbero decadere il 30 aprile 2007. Cinque ore di camera di consiglio e gli ermellini hanno azzerato tutto. Inammissibili anche i ricorsi presentati da Fabio e Mariano Squillante (figli di Renato), per i quali il tribunale di Milano il 22 novembre 2003 aveva dichiarato il non doversi procedere per intervenuta preiscrizione del reato di favoreggiamento. «È la sconfitta di Ilda Boccassini e della procura di Milano», dice l'avvocato Franco Patanè, che insieme con Alfredo Quattrocchi e Giovanni Aricò ha difeso Attilio Pacifico. «Dopo undici anni di battaglie processuali la Cassazione ristabilisce il giusto equilibrio della legge». Non ha saputo contenere l'emozione Carla, la figlia dell'ex ministro della Difesa. Insieme col fratello e circondata dal pool difensivo, ha seguito le cinque udienze nell'aula della sesta Sezione penale. «Sono felice», ha detto, e piangendo ha aperto il telefonino e dato l'annuncio a papà. Previti è agli arresti domiciliari dopo la condanna definitiva per la vicenda Imi-Sir. Sceglie invece di non parlare l'ex pm del pool "mani pulite" Gherardo Colombo: «Non ho nulla da dire», sbotta Colombo, ora magistrato in Cassazione. Con Ilda Boccassini ha condotto le indagini e il processo di primo grado che portò alla condanna di Previti e di altri imputati. Nessun stupore da parte di Sandro Bondi: «Questo verdetto conferma i dubbi che abbiamo sempre avuto sulla condotta della magistratura milanese». Il coordinatore di Forza Italia parla di «anni di gogna giudiziaria nei confronti di Previti. Un supplizio messo in piedi da una procura incompetente a indagare». Perfino la sinistra parla di giustizialismo e strumentalizzazione dei processi. «La difesa di Previti aveva ragione, il lungo e clamoroso processo è stato istruito per niente», ammette Pierluigi Mantini (Margherita), «bisogna fare una riflessione seria sulla Procura di Milano ma anche sulla politica e i media che dovrebbero andare cauti nelle interpretazioni e nelle strumentalizzazioni dei processi ove sono implicati politici». Cesare Previti durante il processo

    Saluti liberali

  3. #3
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    da www.ilgiornale.it

    Pietra tombale sul Pool di Milano - di Redazione -


    Michele Brambilla

    Non sappiamo quanto i nostalgici di Mani Pulite, delle fiaccolate e dei girotondi - ve ne sono ancora parecchi, e molto influenti, specie nei media - si siano accorti del significato dell'intervista che l'ex presidente della Corte di Cassazione Nicola Marvulli ha rilasciato ieri al Corriere della Sera. Probabilmente, di quell'intervista non hanno capito l'importanza: o meglio, non l'hanno voluta capire. Ma le parole di Marvulli gettano una pietra tombale su anni di discussioni - e di divisioni - tra coloro che sostenevano che i vari pool di Mani Pulite agivano senza finalità politiche, e coloro che invece hanno sempre pensato che certe inchieste erano mosse da un evidente accanimento di parte.
    Riassumiamo i fatti. Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha annullato le condanne a Cesare Previti, Renato Squillante e Attilio Pacifico per la presunta corruzione nella vicenda della cessione della Sme; semplificando, era uno dei tanti processi contro Silvio Berlusconi e il suo entourage. La Cassazione non è entrata nel merito della colpevolezza o meno degli imputati, ma ha stabilito che i giudici di Milano non erano competenti - per territorio - a giudicare su quei reati, i quali reati - ammesso che siano stati commessi - sono stati commessi a Roma.
    Naturalmente a sinistra ci si è stracciati le vesti per questa decisione della Suprema corte, considerata una scappatoia formale per Previti e i suoi coimputati. In una mesta intervista allo stesso Corriere della Sera, l'ex capo di Mani Pulite di Milano Gerardo D'Ambrosio ha detto che «chi ha perso è la giustizia», e che i suoi ex colleghi della Cassazione si sono comportati «come Ponzio Pilato». Parole meste soprattutto se confrontate, appunto, con quanto sosteneva nella pagina accanto Nicola Marvulli. Che cosa ha detto, infatti, Marvulli? Una cosa molto semplice: che anche uno studente in Giurisprudenza avrebbe capito al volo che Milano non poteva giudicare quei fatti. Citiamo testualmente: «Si contestava una corruzione avvenuta a Roma e il presunto corrotto era un magistrato che lavorava negli uffici giudiziari della Capitale». E siccome un magistrato non può essere giudicato dai colleghi del suo stesso palazzo di giustizia, scatta automaticamente l'assegnazione a un tribunale vicino e predefinito: nel caso di Roma, Perugia. «La competenza di Perugia era pacifica», ha detto Marvulli.
    Ma allora perché, per anni, Milano ha voluto tenere per sé quel processo? Marvulli - il quale, si badi bene, è tutt'altro che un ammiratore di Berlusconi - ha parlato di «ostinazione», e ha aggiunto che la stessa Cassazione aveva già fatto capire chiaramente ai magistrati milanesi che la competenza territoriale era un'altra. Il perché di questa «ostinazione» Marvulli non l'ha detto e non lo può dire: ma lo capirebbe anche un bambino.
    L'intervista di Marvulli al Corriere scivolerà via come sabbia tra le dita a chi ancora vuol credere alla favola di una giustizia che si benda gli occhi di fronte al colore politico dell'imputato. Ma in un certo senso rappresenta la fine di tante discussioni, e anche di tante ipocrisie, sulla genuinità e l'imparzialità della guerra giudiziaria alla corruzione. D'altra parte, un verdetto su quella stagione è già stato emesso dal popolo italiano. Ricordate? Nel 1992 più del 90 per cento degli italiani vedeva nel Pool di Mani Pulite i nuovi salvatori della Patria. Poi, l'indice di gradimento dei magistrati milanesi è crollato. Perché? Chissà. Forse perché si sapeva che certe torte se le dividevano tutti, ma solo alcuni finivano sul registro degli indagati o a San Vittore. Forse perché Silvio Berlusconi è stato fuori da ogni inchiesta fino a quando ha annunciato di entrare in politica, e di entrarci da una certa parte. I magistrati milanesi hanno sempre respinto con sdegno l'accusa di essere schierati. D'Ambrosio, in particolare. Ha sempre ricordato che fu lui, negli anni caldi, a scagionare la polizia per la morte dell'anarchico Pinelli. Però qualcuno ha scritto che fu lui a fermare Tiziana Parenti che indagava sul Pds; che fu lui a trovare le prove a discarico del tesoriere della Quercia; che fu lui a dire, quando arrestarono il compagno Greganti, che quello non era «il processo al Pds». Impressioni sbagliate? Può darsi. Però oggi D'Ambrosio è senatore dei Ds.Strano destino, quello dei pm anti-corruzione di Milano. Di tutti loro, alla fine quello che se l'è cavata meglio è proprio Di Pietro, che veniva considerato un rozzo ex poliziotto da utilizzare come icona per il popolo affamato di manette. Almeno lui un ministero ce l'ha. Gli altri? Dimenticati, o ridotti al rango di reduci del bel tempo che fu. Nel Catalogo dei viventi di Dell'Arti e Parrini, appena uscito, la voce D'Ambrosio Gerardo occupa lo stesso spazio di quella che segue: D'Amico Ilaria. Vorrà dire qualcosa, forse.
    Saluti liberali

 

 

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