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    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito La teoria neofederale di Gianfranco Miglio

    Secondo Miglio “Il nuovo federalismo che sta dilagando in tutto il mondo, ha un’origine totalmente opposta rispetto a quella da cui nasceva il federalismo “tradizionale”. Mentre, ancora nel secolo scorso, il problema dominante era come fare di ogni pluralità di paesi minori un più o meno grande “Stato nazionale”, oggi la questione cruciale è come restituire, o assicurare, alle convivenze particolari il diritto a conservare e sviluppare la loro identità nel quadro dei sistemi economico- politici non dominati dai principi dell’unità o dell’omogeneità”.

    Per Miglio il vecchio federalismo era uno strumento tollerato per generare presto o tardi uno Stato unitario, mentre il neofederalismo è destinato a dare vita a un modello istituzionale creato per riconoscere, garantire e gestire le diversità. “Il federalismo dei nostri giorni è tutto il rovescio di quello tradizionale. […] È corretto parlare di ‘nuovo federalismo’ proprio perché è rovesciato rispetto a quello che ha dominato fino ai giorni nostri”.

    “L’approccio è rovesciato: il federalismo finora sperimentato deriva da un foedus che produce e pluribus unum, l’unità nella pluralità. Noi oggi cerchiamo invece il foedus che consenta il passaggio dall’unità alla pluralità, ex uno plures”. Il vero ordinamento federale per Miglio è contrassegnato da una pluralità di fonti di potere, almeno da due: quella delle entità federate e quella della federazione. Pluralità di sovranità finisce per significare “nessuna sovranità”. Infatti: “La radice del neofederalismo è l’affermazione di una pluralità di sovranità contro l’idea della sovranità assoluta [ed è] fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla pluralità di tutti i rapporti, sull’eliminazione dell’eternità del patto [politico]”. “Per essenza una struttura federale è una struttura “a pluralità di sovranità”, cioè non a piramide.

    Johannes Althusius aveva sviluppato l’idea contrattuale sostenendo un’immagine dell’aggregazione federale come formata “a scatole cinesi”
    , però tutte scomponibili in qualsiasi momento: […] erano tutti contratti di diritto privato e non patti politici”.

    Il neofederalismo migliano infatti si basa sulla teoria, centrale nella sua elaborazione scientifica derivante dal lavoro di molti anni, della dualità contrapposta e irriducibile delle obbligazioni, l’“obbligazione politica” e l’“obbligazione-contratto (scambio)”.

    “Dobbiamo riconoscere che “obbligazione politica” e “contratto-scambio” sono diverse sotto tutti i profili. […] Sono relazioni irriducibilmente opposte circa l’oggetto, i soggetti, il carattere esclusivo, il contenuto (patto di fedeltà, non delimitazioni della struttura contrattuale), il tempo, la struttura”. Nel “vecchio federalismo” “il foedus era un patto politico destinato, presto o tardi, a spianare tutte le diversità e a sacrificare ogni particolarismo sull’altare dei vantaggi della solidarietà unitaria; oggi il foedus è un contratto condizionato, per lo più a tempo limitato, concepito per regolare i rapporti fra comunità sovrane, o quasi sovrane e consentire a queste di raggiungere eventuali obiettivi comuni senza nulla perdere della loro indipendenza”.

    “Il vecchio federalismo era fatto per raggiungere il fine dell’unità. Il nuovo federalismo all’opposto tende a gestire e a garantire la pluralità e la diversità.[…] Il neofederalismo tende oggi non solo a studiare i meccanismi che preservino la preminenza delle comunità federate, ma anche a rovesciare la tendenza e la logica del vecchio federalismo, visto come una ‘fase transitoria’ verso la creazione di uno Stato unitario. […] Se lo Stato nazionale recede nel processo storico, esso viene sostituito gradatamente da sistemi che assomigliano solo in superficie a quelli federali classici. In realtà, si rovescia interamente l’intero approccio: il federalismo finora sperimentato derivava da un foedus che produceva la logica e pluribus unum, l’unità dalla pluralità.

    Oggi il neofederalismo cerca invece il foedus che consenta il passaggio dall’unità alla pluralità: “ex uno plures”. Non è un’ambiguità e nemmeno una contraddizione dell’idea dei processi federali, come è stato scritto: semplicemente è una prospettiva che supera e annulla l’altra, parallelamente alla crisi epocale della sintesi politica ‘Stato Moderno’ [che] muore di contratto. […] Il contratto prevale sulla legge il senso formale e sul concetto del primato della norma. […] Quello che va in crisi è il patto fondamentale in quanto patto politico”.

    A questo punto si vede bene il passo successivo. Ossia, il neofederalismo di Miglio si fonda su due constatazioni empiriche complementari e logicamente concatenate: da una parte su quella del declino dell’obbligazione politica come patto di fedeltà e sulla ripresa della prevalenza dell’obbligazione contratto-scambio (come nella fase precedente all’affermazione dello Stato Moderno) e dall’altra sulla constatazione del declino irreversibile dello Stato Moderno. Il nuovo federalismo diventa “qualcosa di diverso da un patto politico. […] Mentre il vecchio federalismo presupponeva un patto di fedeltà, un patto d’unione proteso nei secoli, per unirsi e mai più dividersi, il nuovo federalismo si basa su un contratto che deve essere risolubile, limitato nel tempo e quindi radicalmente rivolto a obiettivi diversi da quello dello Stato moderno, centralizzato e unitario”.

    Perché lo Stato Moderno, come aveva già annunciato Carl Schmitt, è in crisi? Lo Stato, la cui “ultima fase è lo Stato nazionale unitario fondato sulla potenza e [in cui] è l’unità il fattore essenziale della sua potenza” secondo Miglio è in crisi non solo perché “non riesce a realizzare il suo obiettivo più rozzo, l’unità e l’uniformità” a fronte del moltiplicarsi differenziarsi dei bisogni (più uno Stato è unitario e omogeneo e meno corrisponde ai bisogni dei cittadini) e dell’esplodere del pluralismo, ma anche per “la caduta del primato della legge come atto d’imperio, la sostituzione della contrattazione alla scelta sovrana dell’autorità legittima”, per la corrispondente sostituzione all’“ossequio della legge altrui, dell’impegno a rispettare i patti conclusi (pacta sunt servanda)”.

    In sostanza comunque “lo Stato unitario è sempre più in crisi perché, in conseguenza della sua staticità e delle sue dimensioni, non è ormai più in grado di appagare, rendendole prima tutte uniformi con la sua autorità, le diverse esigenze di moltitudini di cittadini, le quali esigenze invece si moltiplicano e soprattutto si specificano senza posa e in misura prima sconosciuta”.

    Non regge più il meccanismo della potenza statale, della politica di conquista usata per l’arricchimento della popolazione dominante, una specie di razionalizzazione del bottino di guerra. I dogmi dell’unità mostrano la corda. […]Lo Stato unitario oggi non è più in grado di svolgere la sua funzione, perché deve tollerare e considerare troppe particolarità. Di conseguenza si tende alla struttura federale. Non è il federalismo che provoca la crisi dello Stato nazionale, ma è la crisi di quest’ultimo che trova risposta nel federalismo”.

    La crisi del dogma teologico secolarizzato dell’unità e della sua capacità di “tenuta” pratica nella teoria neofederale di Miglio si fondono con la constatazione del declino dell’obbligazione politica. Infatti quest’ultima è tanto più funzionale quanto più riesce a irreggimentare e a creare unità e sovranità concentrata, rendendo fittizie e “di facciata” le strutture federali, che ne denunciano invece, come una cartina di tornasole quando riescono realmente ad affermarsi, la crisi intrinseca. Così, i sistemi federali post-statuali saranno anche sistemi di aggregazione e di convivenza “a bassissimo tasso di politicità”.

    Il federalismo del resto, come spiega Miglio, fin dai tempi di Johannes Althusius è sempre stato legato ad un primato del contratto, che non crea mai un potere sovrano, perché l’efficacia dei contratti riposa sul fatto che i contraenti hanno interesse ad osservarli, sotto pena di essere esclusi dalla convivenza di coloro con i quali scambiano. “Siamo entrati in un’età caratterizzata dal primato del contratto e dall’eclissi del patto di fedeltà. […] L’esercizio del potere decisionale ha perso il suo carattere di Machtspruch, di pronuncia di potenza e ha preso la forma di arbitrato e di negoziato: gli ordinamenti federali sono sistemi nei quali si tratta e si negozia senza soste”. Nella logica del neofederalismo per Miglio la massa di negoziati, confronti, pattuizioni, contrattazioni che già imperversano al giorno d’oggi a tutti i livelli, supera il vecchio modello dello stato sovrano e del diritto come atto d’imperio. Si apre una fase nella quale, come aveva scritto in suoi studi precedenti “la sanzione per i patti violati e la discriminazione fra gli interessi illeciti e quelli legittimi non spettano più ad un solo convenzionale potere decisivo (sovrano), ma dipendono dall’equilibrio generale delle obbligazioni assunte dai gruppi corporati in campo, e quindi dalla materiale forza contrattuale di ciascuno di essi”.

    “La base dell’accordo [nel sistema federale] deve essere il contratto [che presuppone] il consenso. Deve scomparire l’idea dell’atto d’imperio sovrano”. “È significativo che [i fatti odierni] ricalchino il grande modello di federalismo universale (“a scatole cinesi”) elaborato dai valenti giuristi calvinisti come Althusius, sull’esperienza delle città e degli Stati mercantili nord-germanici fra Cinquecento e Seicento: in un’età in cui sperimentarono il massimo di espansione possibile del contratto sul politico, alla vigilia dell’opposto trionfo ‘statalista’ delle monarchie assolute”.

    Il neofederalismo di Miglio è composto di alcuni elementi classici del federalismo moderno (americano, di fine XVIII secolo) ma anche dalla lezione dei federalisti tedeschi e dalla pratica istituzionale delle repubbliche urbane libere fra Medioevo ed Età moderna, che hanno lottato contro il principato e lo Stato moderno in via di predominio, nonché dall’esempio delle repubbliche olandese ed elvetica: tutte esperienze opposte rispetto alla vicenda dello stato moderno unitario accentrato e per questo definite “l’altra metà del cielo” della storia europea. Rifacendosi alla ricchezza teorica ed istituzionale di queste fonti, Miglio rifiuta radicalmente tutti i federalismi “falsi e degenerati” nei quali si sono trasformate le federazioni contemporanee, ammorbate dalla “legge di gravità del potere” (il potere senza limiti adeguati tende inevitabilmente a concentrarsi e a centralizzarsi) e che conservano “sotto spirito” il principio federale rendendolo “accessorio” e non dominante nel loro funzionamento tendenzialmente unitario.

    Il neofederalismo migliano ritiene così imprescindibile costruire una visione dell’ordinamento politico non-gerarchica e non accentrata, completamente diversa da quella sovranista che ha dominato per secoli l’Europa. Discende dalla base contrattuale la conseguenza che il neofederalismo non può coesistere con patti politici “firmati per l’eternità”. “Ciò che va in crisi è l’idea che i cittadini debbano essere “inquadrati” una volta per tutte in un determinato (e soprattutto uniforme) contesto istituzionale: che essi non possano variare, nel tempo, l’assetto derivante dallo loro collocazione sul territorio a scegliere (con le debite garanzie) come e con chi associarsi, rendendo relativi i confini politico-amministrativi e mutando, a seconda delle esigenze, i loro rapporti di dipendenza dalle aggregazioni ‘superiori’. Questa evoluzione si lega, evidentemente, al declino del concetto di legge e al graduale emergere, invece, del primato del ‘contratto’: statica, per natura, la prima e tipica di una società che crede nell’eternità della propria durata; mobile e flessibile il secondo e peculiare delle convivenze in perenne trasformazione. […] In tale contesto, la vocazione del nostro tempo per i federalismo – nelle sue varie accezioni, ‘internazionale’, interna e perfino interassociativa – si rivela come tendenza verso un modello di gran lunga più generale, contraddistinto dalla ‘relatività’ dei vincoli politici (e quindi delle unità amministrative) sia per la quantità delle competenze, che per la durata nel tempo. ‘Contratti’ a termine regolano (e variano) la dimensione delle convivenze istituzionali – non solo territoriali, ma anche categoriali – e il loro insieme in strutture più ampie, egualmente volontarie, patrizie e temporanee: dalle micro-comunità e dal piccolo sindacato, alla multinazionale”.

    Per questo oggi l’aggregazione politica “non può più essere fondata su un patto politico “eterno”, senza condizioni, ma su un contratto a tempo determinato. Noi siamo ormai in grado di immaginare aggregazioni territoriali a termine: come ad esempio un accordo fra Comuni disposti a far parte di una determinata regione per un periodo definito, in modo poi da rinegoziare l’intesa quando si avvicini la scadenza del primo contratto. […] Tutti i rapporti umani tendono oggi ad esprimersi contrattualmente. Si dissolve l’ideale dell’impegno atemporale assunto una volta per tutte. Siamo entrati nell’era dei contratti, dopo quella dei patti politici “eterni””. La limitazione temporale di una Costituzione federale deriva direttamente dal carattere contrattuale dell’obbligazione ad essa sottesa (l’obbligazione politica invece è per definizione massimamente protesa nel futuro, a tempo indeterminato). “L’elemento tipico del contratto è proprio la limitazione temporale. […] È nell’essenza del contratto la sua limitazione. […] Occorre costruire una struttura federale che comporti non solo il mantenimento dell’identità dei soggetti, ma anche la possibilità di creare nuove entità e nuove identità. […]”. “Questo è lo spirito della struttura federale, nella quale le aggregazioni sono destinate a essere temporalmente limitate. […]. [In esse si ha] una transitorietà del rapporto di vincolo [contrattuale] che è quindi limitato nel tempo. L’avvenire delle costituzioni federali in Europa sarà un avvenire di patti limitati nel tempo: 30-50 anni, poi allo scadere di questo termine si rinegozia tutto. […] Man mano che si avvicina il momento della rinegoziazione del contratto, si mettono in moto tutte le forze che vogliono portare da una parte o dall’altra il vincolo che viene in causa. Quindi si rinnova continuamente la consapevolezza o meno del legame. Questo rende vitale il vincolo”. Il federalismo è un pluralismo di rapporti che si modificano nel tempo e che rispetta pertanto il diritto naturale di stare con chi si vuole e con chi ci vuole.

    Il dipendere del federalismo dal contratto significa infatti anche che alla base delle nuove convivenze vi è il diritto naturale di sottoscrivere o meno contratti di associazione. Fra i diritti naturali indisponibili [da parte del potere politico e di quello statualmente organizzato] primeggia quello di “stare con chi si vuole”. Chi contesta questa prerogativa è costretto a invocare principi opposti a quelli “democratici”, come il diritto di conquista (cioè il diritto della forza) o l’indissolubilità del patto originario di incorporazione nello Stato nazionale: un patto che nessuno ha mai sottoscritto e che perciò è una pura finzione, finalizzata a mascherare ancora una volta il diritto della forza”.

    Sempre derivando dalla radice giusnaturalista che sta alla base del neofederalismo migliano e per consequenzialità logica si ha anche pertanto che il diritto di secessione si colloca pienamente nella logica del neofederalismo. Infatti, “Presupposto di questo contratto è […] il diritto di secessione: un diritto naturale che, come quello di resistenza, preesiste a ogni ordinamento creato per uomini liberi. Una Costituzione che escluda (in modo esplicito o implicito) il diritto di secessione, non è mai una Costituzione federale”. Il diritto di secessione è il presupposto stesso del contratto federale (in sua assenza non si avrebbe infatti alcun contratto liberamente sottoscritto) e serve a garantire il carattere volontario e consensuale dell’aggregazione politica. L’unione federale può essere libera e volontaria solo in presenza di strumenti che ne permetterebbero contemporaneamente la cessazione. Il diritto di secessione non è che una conseguenza della presenza di autogoverno, elemento indispensabile perché possa darsi federalismo.

    a cura di A. Vitale

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  2. #2
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    Fa sempre bene rileggere Miglio.
    Bisogna considerare però che quando teorizzò il neo-federalismo il "clima" politico era diverso da quello odierno.

    Oggi la situazione è più difficile perchè lo Stato nazionale, accorgendosi della propria crisi, ha cercato di dare un colpo di coda alle tendenze centrifughe che lo stavano attraversando, strumentalizzando la stessa idea federalista.

    Per questo urge mantener fermi i valori espressi dal neo-federalismo ma ripartire da proposte al contempo semplici ed incisive, in grado di modificare la qualità della vita del singolo cittadino.

    Lo schema iniziale da cui partire nel post-leghismo dovrebbe essere questo:

    Potestà legislativa (Stato o Regione)
    Potestà Regolamentare (Comune o associazione di comuni)
    Funzioni Amministrative relative a beni o servizi pubblici (Comune o associazione di comuni)
    Funzioni Amministrative relative a beni o servizi privati (abrogate)

    Ergo: Differenza radicale fra legislazione ed esecuzione; isonomia organica fra potestà regolamentare, soprattutto quella di delegificazione ma anche quella "indipendente", ed esercizio di funzioni amministrative.
    Affermazione della piena libertà, connessa alla responsabilità civile e penale, del singolo cittadino proprietario e/o imprenditore.

  3. #3
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    Scusate l'intromissione, ma secondo me per ottenere il federalismo manca la materia prima: i federalisti.

    Gli abitanti di questa infelice penisola, nel caso si interessino di quella cosa sporca che si chiama politica lo fanno sempre dalle posizioni di "destra" o di "sinistra".
    La maggior parte della gente confonde il federalismo con uomo e un partito che rispondono al nome di Bossi e Lega.

    Pensano che nel caso si ottenesse il federalismo, per esempio in Lombardia, non ci sarebbe spazio per altri partiti.

    Sarò pessimista, ma secondo me gli unici che otterranno il federalismo impippandosi dell'Italia saranno i cinesi ed i musulmani, che tirano dritto per la loro strada occupando il territorio senza curarsi delle leggi e delle elucubrazioni mentali degli abitanti di questa penisola a forma di stivale.

    Forse proprio per i motivi espressi da Miglio nel concetto di "neofederalismo"

  4. #4
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    Se dovessi rispondere alla lettera di Berghèm mi ci vorrebbe una settimana. Dunque farò solo brevi osservazioni. Miglio in definitiva sosteneva che "La vittoria del neofederalismo è la vittoria del "contratto su Patto". Perché? Quando si parla di Foedus si deve tenere presente che oggi il patto è cosa molto diversa dal Foesu romano. Allora non rispettelo ci andava di mezzo la dignità e l'onore che era tutto a quell'epoca. In politica oggi questo è semplicemente ridicolo: i patti, si dice, sono fatti per essere violati. Probabilmente Miglio ha ripreso da Proudhon, che è considerato il caposcuola del neofederalismo, il concetto di "contratto" (vedi Del Principio federativo, cap. VII) e lo ha sviluppato secondo un'ottica moderna; anche se il contenuto è sostanzilamente lo stesso in quanto entrambi concepiscono la "legge" come contenuto del "contratto" fra "associati" in Stato. Ergo si potrebbe pensare di sostituire la parola federalismo con contrattualismo e invece di dire Stato federale, si potrebbe dire "Stato contrattuale". Proudhon fece un passo aventi rispetto al "Contratto sociale" di Rousseau (vedi nota (a) in Del principio federativo, sempre cap. VII), definendo il federalismo un "CONTRATTO POLITICO" Entrambi, tuttavia, avevano in mente in "Contratto" in riferimento alle società costruite dalla Natura, di cui cominciavano a conoscere i primi rudimenti scientifici. Ma mentre Rousseau seguiva il concetto di convenienza del gruppo (comunità o la più vasta società), Proudhon seguiva il concetto della convenienza dell'individuo e della sua partecipazione diretta alla scelta ( o alla legittimazione) delle leggi. Il primo ha dato i ruisultani che tutti conoscono (Stato accentrato, guerre, ecc) il secondo ancora non si sa, perché né la Svizzera né gli Stati uniti costituiscono esempi esaurienti riferiti sia al pensiero di Proudhon, sia a quello di Miflio. Se solo Bossi avesse capito qualcosa di più di quello che aveva cercato inutilmente di insegnargli Salvadori, probabilmente la Lega avrebbe potuto essere una cosa seria. Così non è stato. Pazienza. Fra qualche secolo qualcun altro ci riproverà, magari con maggiore cultura, senno ed altruismo.Paulus.

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    Citazione Originariamente Scritto da paulus Visualizza Messaggio
    Il primo ha dato i ruisultani che tutti conoscono (Stato accentrato, guerre, ecc) il secondo ancora non si sa, perché né la Svizzera né gli Stati uniti costituiscono esempi esaurienti riferiti sia al pensiero di Proudhon, sia a quello di Miflio. Se solo Bossi avesse capito qualcosa di più di quello che aveva cercato inutilmente di insegnargli Salvadori, probabilmente la Lega avrebbe potuto essere una cosa seria. Così non è stato. Pazienza. Fra qualche secolo qualcun altro ci riproverà, magari con maggiore cultura, senno ed altruismo.Paulus.
    Le teorie sono tali e hanno bisogno di conferme dalla prassi.
    La Svizzera rappresenta un caso pratico, reale, tangibile di istituzioni basate sull'adesione volontaria a un accordo fra simili (etnicamente, culturalmente e non linguisticamente); il Patto del Grütli è un capolavoro di etnocrazia. Unico al mondo e insuperato.

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    Conosco la storia del Patto dei prati del Grutli. Allora si trattava di difendersi dagli abusi dei conventi e dell'imperatore. Da tre uomini, in pochi giorni erano trentatrè a giurare il patto. Voleva dire che la cosa era sentita dalla popolazione che era disposta a lottare per difendere in propri diritti. Ma oggi, amico mio, chi vuoi che giuri su qualcosa. Siamo troppo grassi e pieni di tutto. E anche se lqualcuno lo facesse, quale valore vuoi che abbia, oggi, un giuramento. Ci vogliono persone speciali per cambiare; persone che capiscano che non si possono risolvere i problemi usando la stessa logica che li ha generati. Ho sperimentato sulla mia pelle che questo non è possibile. Però sono sempre disposto a cambiare idea se qualcuno me lo dimostra. La Svizzera è certamente un modello da imitare. Eppure in tanti anni non ha prodotto una nuova cultura, non ha saputo far progredire le idee sulla sociatà facendo del federalismo un nuovo umanesimo. Ha solo pensato agli interessi ed in questo è stata bravissima. Ma l'uomo non vive di banche. Forse verrà il giorno che se ne renderà conto e saprà andare oltre. C'è da sperarlo. Ciao, Paulus.

  7. #7
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    Bella risposta. Anche il commento non è male. Non capisco il veneto, ma mi raccomando: non sprecare mai più tante parole. Ciao, paulus.

  9. #9
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    Caro Berghèm , Miglio è sempre da leggere e rileggere,ma se gliitagliani a malapena digeriscono il finto decentramento, figurati come c... fannoa capire il neo-federalismo pattizio Migliano, è troppo oltre la loro capacità di copmprensione.
    Valtrumplino sicuramente

    Lombardo forse

    Padano..per quel che resta

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  10. #10
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    Io sono toscano. E i toscani, come tutti sanno, capiscono poco e male. Ho una moglie triestina. Forse lei riesce ad interpretare quello che dite. A cosa o a chi ti riferisci quando dici: "gli itagliani"? Guarda che dalla risposta che dai posso conoscere quanto federalismo conosci, tu che sei del Nord. Con amicizia, Paulus.

 

 
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