La mezza luna anche in Italia
Sono più di 1 milione i fedeli islamici
Cristina Stillitano sul Riformista di martedì 28 ottobre
Moschee imponenti con il minareto che svetta verso l'alto e la mezzaluna che si staglia contro il cielo, come quella di Roma a Monte Antenne. Moschee moderne, coma la siciliana dedicata al califfo Omar e inaugurata a Catania nel 1980, subito "ripudiata" dalla comunità locale perché - si sussurra - l'avvocato niente affatto musulmano che la ideò volle imporre sul frontale esterno la sua firma in latino, «Michele Papa aedificavit». Moschee in chiese sconsacrate, come San Paolino dei Giardinieri nel cuore di Palermo. Moschee roccaforti del fondamentalismo salafita, come l'ormai famoso centro di viale Jenner a Milano, ove un tempo predicava l'imam egiziano Abu Omar. Istituti di cultura islamica sparsi per ogni dove. Tekke sufi ove i dervisci in estasi cantano e danzano su se stessi nei dhikr collettivi. Piccole mossallat ove si insegna il Corano ai bambini, si ascoltano i sermoni, ci si incontra. Ma - anche - retrobottega improvvisati ove gli abitanti e i negozianti della strada si inginocchiano tutti assieme cinque volte al giorno per pregare Allah. Sono le tante anime dell'Islam italiano, una grande casa che abbraccia comunità dalle etnie e dalle storie profondamente diverse. Un milione e 200 mila fedeli secondo l'ultimo censimento dell'Ucoii, l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane, raccolti intorno a circa 260 centri di culto.
Etnie e comunità cittadine.
«La comunità più numerosa - spiega al Riformista il portavoce dell'Ucoii, Hamza Piccardo - è senz'altro quella dei marocchini, insediati soprattutto in Piemonte e Lombardia con strutture territoriali diffuse capillarmente. Torino è terza città musulmana d'Italia, con 25-30 mila presenze. La seconda è Milano, con 50 mila musulmani in prevalenza egiziani. E la prima, naturalmente, è Roma, con 100 mila persone e una forte maggioranza di immigrati dal Bangladesh. Nelle Marche si sono stabiliti soprattutto pachistani che lavorano come operai nelle manifatture della pelle, in Emilia Romagna c'è un etnia mista, tra cui anche una comunità di turchi a Modena, mentre in Sicilia esiste da tempo uno storico insediamento di braccianti tunisini». Nel 973, in piena epoca normanna, un viaggiatore arabo definì Palermo (Balarm) la «città delle 300 moschee». Un secolo prima, nell'827, i saraceni erano approdati in Sicilia occupando Mazara del Vallo, dove ancora oggi circa cinquemila tunisini, il 10% della popolazione locale, affollano la casbah. E si prostrano ai piedi di Allah ogni volta che risuona l'adhan, il richiamo alla preghiera diffuso dall'unico altoparlante esistente in Italia.
Islam meridionale ed ecumenico.
Ma anche l'Islam nostrano soffre degli storici problemi che attanagliano il Paese. «I musulmani non sono esenti dalla questione meridionale», assicura Piccardo, che si traduce in una persistente carenza organizzativa e in uno stile di vita influenzato dalle condizioni socioeconomiche delle regioni del sud. Un Islam fatto di piccoli centri ben diverso da quello ecumenico e istituzionale della capitale. «A Roma tutto ruota intorno alla grande moschea di Monte Antenne - osserva Piccardo - gestita da una sorta di tripartito: quello dei sauditi, che procacciano i finanziamenti, quello degli egiziani, che designano l'imam, e quello dei marocchini, che curano il funzionamento». E proprio poche settimane fa un nuovo imam si è insediato a Monte Antenne, naturalmente proveniente dalla prestigiosa università egiziana di AIAzhar, il "Vaticano" della Sunna islamica, che in passato non ha esitato a destituire e richiamare a sé alcuni suoi predecessori giudicati inadeguati alla funzione religiosa. Come Abdulwahab Hussein Gomaa, "rispedito" al Cairo perché «troppo moderato». O come Abdel Samir Mahmoud Ibraim Moussa, allontanato su pressione del ministro dell'Interno Pisanu dopo che in un sermone aveva esaltato i kamikaze islamici e inneggiato alla guerra santa.
L'Imam, guida e icona.
Un compito non facile, quello dell'imam, che oltre guidare la preghiera costituisce l'esempio per la comunità dei fedeli. «È lui che deve rispondere alle domande delle persone - spiega Hamza Piccardo - ma non sempre esiste un imam "fisso" per ogni struttura. L'imam è una funzione, non un ruolo e ogni musulmano maschio e adulto può svolgerla. Spesso nelle mossallat, i centri più piccoli, chi deve condurre la preghiera lo si decide volta per volta a seconda dei presenti. E se ci sono solo donne, allora è una di loro che fa le veci dell'imam. Ma una donna non guiderà mai un gruppo misto. Solo una volta è successo, in America, con una signora che si chiama Amina Wadud. E l'evento suscitò un grande clamore».
L'Ucoii e il dialogo.
Ligure, 5 figli, Hamza Piccardo è il portavoce dell'Ucoii, l'Unione che raccoglie 130 associazioni e organizzazioni islamiche in tutta Italia. La sua famiglia ha radici nel nostro paese sin dal 1300: i piccardi, da cui discende, erano le guardie comunali che portavano la picca. Il 19 agosto scorso l'Ucoii balzò alle cronache pubblicando su Quotidiano nazionale un'inserzione dal titolo «Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane», che creò un vero putiferio e la reazione sdegnata della comunità ebraica italiana. «Abbiamo commesso un errore mediatico», riconobbe allora Piccardo con un mea culpa che, per non essere una vera ritrattazione, gli guadagnò il sospetto e l'ostilità di non pochi e spinse il ministro Amato a cautelarsi con la Carta dei valori, che l'Ucoii peraltro non ha ancora firmato. «La bozza è quasi pronta - annuncia il portavoce - ma ci è sembrato giusto chiedere che fosse concepita come documento che riguardasse tutte le minoranze religiose e non solo l'Islam. Una Carta per i soli musulmani ci pare piuttosto discriminante. Naturalmente la sottoscriveremo, ma prima vorremmo effettuare una sorta di referendum tra le comunità, sottoponendola al vaglio delle varie associazioni, magari attraverso un circuito di assemblee». Le organizzazioni che aderiscono all'Ucoii vengono generalmente esaminate con un controllo preliminare e devono allinearsi con la posizione dell'Unione, che Piccardo definisce di «riformismo progressista». «L'Islam che intendiamo propugnare - precisa - è quello della cosiddetta "conoscenza del testo e intelligenza del contesto". Una fede attenta alle tradizioni e alla ritualità ma anche rispettosa delle regole civili e reattiva all'ambiente circostante». Una strategia che, assicura, ha consentito di stabilire ottime relazioni con i cristiani, con i quali l'ultimo venerdì del mese di Ramadan si festeggia la "giornata del dialogo islamo-cristiano", a cui partecipano Acli e parrocchie di tutta Italia. Più complesso il rapporto nei confronti delle comunità ebraiche: «non abbiamo alcuna pregiudiziale religiosa verso di loro - tiene a precisare il portavoce dell'Ucoii - né tantomeno tolleriamo discriminazioni razziali, che per il carattere universalista dell'Islam equivarrebbero ad un vero crimine. Il problema è politico e consiste nell'allineamento intollerabile degli ebrei italiani sulle posizioni di Israele contro i palestinesi».
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