
Originariamente Scritto da
Lillina
BOLZANO. La prima a salire le scale di palazzo di giustizia è stata Eleonora Chiari, seguita pochi minuti dopo da Sara Goldschmied. Sono le due artiste diventate famose in Alto Adige per l’inno di Mameli gettato in un water e offuscato dal rumore di uno sciacquone. L’impatto con il mondo delle toghe non è stato dei più soft dato che ad attendere l’inizio dell’udienza di ieri c’erano giornalisti, fotografi ed operatori tv. Una notorietà accettata in punta di piedi, con un po’ di tensione. Il nuovo ricorso al tribunale per ottenere il dissequestro dell’«opera» non ha l’aria di una passeggiata processuale.
A difendere il diritto dell’arte a non avere confini o limitazioni c’erano gli avvocati Roland Riz e Paolo Bergmann. Sul fronte opposto a difendere il diritto di una Nazione a non vedersi derisa, vilipesa o dileggiata (sulla base di quanto previsto espressamente dal codice penale) c’era il procuratore capo Cuno Tarfusser ed il sostituto Donatella Marchesini. La Procura non solo ha chiesto la conferma del sequestro preventivo in atto (disposto dal giudice Isabella Martin con l’ipotesi di reato di vilipendio alla nazione) ma ha anche annunciato di aver impugnato in Cassazione a Roma la precedente ordinanza con cui un’altra sezione del tribunale del riesame aveva deciso di annullare il precedente sequestro (di carattere probatorio) disposto direttamente dalla Procura. Il braccio di ferro, dunque, è destinato a continuare. Il procuratore Cuno Tarfusser è stato chiarissimo: «Siamo sempre più convinti della necessità del sequestro - ha detto uscendo dall’aula - accostare il simbolo di uno Stato qualsiasi al rumore dello sciacquone di un gabinetto è una cosa indegna. Spero che ci sarà ancora in questa società qualcosa a cui guardare con rispetto. Potrà piacere o non piacere ma il rispetto per certi simboli deve rimanere». Su posizioni diametralmente opposte l’avvocato Paolo Bergmann che ha sottolineato tesi già emerse nella prima ordinanza di dissequestro del tribunale del riesame circa la mancanza di una «volontà lesiva da parte delle artiste della reputazione della Nazione piuttosto che del popolo italiano». Secondo l’avvocato Paolo Bergmann l’inno italiano, che non sarebbe tutelato dalla legge, «non è stato infangato perchè l’opera è stata realizzata senza alcuna capacità di offesa. L’abbinamento in sè con lo sciacquone di un gabinetto non può essere considerato offensivo, è semplicemente dissacrante». «Abbiamo operato con spirito provocatorio e ironico - commentano le due artiste - la volontà era di provocare una riflessione, ben sapendo che Bolzano era un luogo complesso ove affrontare il tema della nazionalità. Abbiamo vissuto l’intervento della magistratura come una censura, speriamo che l’opera torni al Museion e possa essere sentita e provocare discussione sul concetto di nazione. Non abbiamo mai avuto l’intenzione di offendere».
Lillina