Il comunismo è stato una cosa orribile, bè, parliamone
Roma. La pubblicazione del “Dizionario del comunismo nel XX secolo”, a cura di Silvio Pons e Robert Service, potrebbe considerarsi come la migliore conclusione possibile di un dibattito che ha a lungo diviso e tormentato gli eredi del Pci e i suoi intellettuali di riferimento, tante volte accusati di reticenza e doppiezza al momento di formulare un giudizio compiuto su quel fenomeno complesso e variegato (secondo molti di loro), tragico e fallimentare (secondo i loro interlocutori) che va sotto il nome di comunismo.
Silvio Pons è infatti l’attuale direttore della Fondazione Istituto Gramsci. E tra gli autori delle diverse voci del Dizionario c’è anche il presidente di quella stessa Fondazione, Giuseppe Vacca. Nonché il suo vicedirettore, Roberto Gualtieri, che per inciso - a riprova di un nesso mai venuto meno tra l’impegno intellettuale dell’Istituto e la politica del Pci prima e dei Ds oggi – fa parte del gruppo di saggi chiamato a stendere la carta dei principi del futuro Partito democratico.
Infine, la scelta della casa editrice - Einaudi, naturalmente – sembrerebbe proprio chiudere il cerchio.
Rispetto ai canoni della storiografia di sinistra, anche la più audacemente revisionista, il “Dizionario del comunismo nel XX secolo” rappresenta però uno scarto notevolissimo.
A cominciare dal titolo, con quella precisa delimitazione temporale, “nel XX secolo”, che sottintende già una definizione molto precisa di comunismo come fenomeno storico del Novecento, compreso tra la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 e il crollo dell’Urss nel 1991.
Questa è la prima rottura, netta e irrevocabile – perché concettuale e lessicale – con l’antica vulgata. Quella di chi afferma che il comunismo non è stato tanto il sistema che ha governato e oppresso mezzo mondo, ma è stato soprattutto un pensiero e un ideale nobile e profondo, fino a sostenere che il secondo concetto nulla ha a che fare con il primo, ed è anzi l’unico che possa fregiarsi del titolo di “comunismo” (l’altro sarebbe soltanto “socialismo reale”).
Questa rottura, che è forse la più significativa, il Dizionario di Pons e Service la consuma sin dal titolo.
La pone alla base stessa dell’opera, in premessa, facendone quello che gli storici chiamano un elemento di “periodizzazione”. Perché è dalla scansione cronologica che scegli per raccontare gli eventi, prima ancora che da come li racconti, che emerge la tua interpretazione.
Naturalmente si potrebbe obiettare che tale scansione (1917-1991) è la stessa adottata da Eric Hobsbawm, marxista convinto, con il suo famoso “Il secolo breve”.
Ma a ben vedere si tratta dell’esatto contrario: il libro di Hobsbawm è infatti dedicato alla storia del Novecento, e definisce questo, attraverso la periodizzazione 1917-1991, come il secolo del comunismo; nel Dizionario è invece il comunismo a essere definito come un fenomeno del Novecento (in verità, per farci capire, abbiamo un po’ forzato il pensiero di Hobsbawm, che nel titolo originale parla più in generale di “Age of Extremes”, ma non crediamo di essere andati troppo lontani dalle sue intenzioni).
Naturalmente il “Dizionario del comunismo nel XX secolo” non è un pamphlet, non è un “libro nero” né un’opera a tesi.
Alle sue quattrocento voci hanno lavorato numerosi studiosi internazionali di primo livello, il cui solo elenco occupa cinque pagine. E i nomi vanno da Aldo Agosti (storico di sinistra certo non sospettabile di pulsioni revisioniste, autore di una monumentale biografia di Togliatti) a Victor Zaslavsky (che assieme a Elena Aga Rossi ha scritto un saggio su “Togliatti e Stalin” di taglio alquanto diverso), fino al francese Nicolas Werth, che nel celebre “Libro nero del comunismo” ha curato il non secondario capitolo sull’Unione Sovietica.
Ma va anche detto che Werth si dissociò poi pubblicamente dalla prefazione di Stephane Courtois, più da libello anticomunista che da libro di storia.
Ragion per cui, ci pare, Pons e Service non dovrebbero avere da temere per la loro “premessa”. E’ evidente però che l’apertura a studiosi di diverso orientamento non attenua affatto il significato politico-culturale del Dizionario, semmai lo sottolinea.
Anche rispetto alle polemiche di questi giorni, come per esempio quella sollevata da Bernard-Henri Lévy a proposito della diversa reazione, a sinistra, dinanzi alla morte di Pinochet e alla malattia di Castro.
Nel Dizionario il líder máximo è infatti trasferito definitivamente dal pantheon dei combattenti per la libertà dei popoli alla “poliedrica famiglia del populismo d’America Latina”.
La “premessa” dei due curatori del Dizionario chiude poi ogni possibile discussione sul grado di obiettività del loro approccio (sempre che l’accusa sia quella di un approccio giustificazionista, s’intende). “I comunisti hanno seguito i percorsi più diversi nella storia del XX secolo – scrivono Pons e Service – Quando non hanno avuto il potere, hanno contribuito a lotte di emancipazione sociale e di liberazione. Quando lo hanno avuto, hanno instaurato regimi oppressivi e liberticidi”.
E ancora: “La sua minaccia rivoluzionaria (del comunismo, ndr) può avere costretto il capitalismo a riformarsi, ma il suo obiettivo non era questo. Il suo universalismo non ha lasciato alcuna tangibile eredità culturale e istituzionale… La sua memoria è inseparabile da alcune delle peggiori tragedie e dei più infami crimini contro l’umanità compiuti nella storia contemporanea”.
E infine il giudizio che a un marxista apparirebbe forse il più pesante di tutti: “La sua sopravvivenza in alcuni paesi appare proporzionale alla capacità di abbracciare gli insegnamenti di nemici secolari, il nazionalismo e il capitalismo”.
Con questo libro si potrebbe dire dunque che a sinistra, sul comunismo, si è davvero scritto tutto quello che c’era da scrivere. Ma a voler essere pignoli, un’altra cosa da chiedere resterebbe: che ne parlassero.
Possibilmente, non solo tra studiosi illuminati e all’interno di convegni specialistici. Prima che qualche studioso meno illuminato si incarichi di scomunicarli, e qualcun altro, certo animato dalle migliori intenzioni, accorra a “fare la sintesi” e a mettere pace.
Per concludere magari che Fidel Castro è stato sì anche un po’ populista, ma la sanità a Cuba resta una meraviglia.
E che la memoria del comunismo sarà pure inseparabile da alcuni dei “più infami crimini contro l’umanità compiuti nella storia contemporanea”, ma chi è poi senza peccato, in questo mondo?
Francesco Cundari su il Foglio
saluti




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