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  1. #21
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    barsanufio, cerca su google digitando le parole "fakir Musafar" o "modern primitives".

    per sono delle idiozie, ma se ti interessano ecco i punti di riferimento.

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  2. #22
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    Predefinito cerchiamo di non far confusione

    Il discorso sottinteso al dibattito tra Barsanufio e Bottero è, scusatemi se cerco di riassumerlo, la differenza tra l'ascesi tradizionale ( o meglio tra l'ascesi proposta da vari tipi di religioni) ed il moderni movimenti entro la Chiesa di Roma, ovvero uno in particolare, quello che viene indicato come Opus Dei. E sopratutto la possibilità di convivenza tra questa tradizione che viene da lontano ed i moderni mezzi di comunicazione.

    Premetto che io sono favorevole, anzi favorevolissima ai nuovi mezzi di comunicazione... e che trovo interessanti, veramente interessanti i vostri dibattiti. Se non esistesse internet tutto questo non sarebbe possibile... ma è grazie ad internet che io so, nella mia oggettiva solitudine, che esistono amici lontani che sono interessati alle stesse cose che stanno a cuore a me.

  3. #23
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    Predefinito discepolo e maestro

    Tutte le volte che una persona cerca di iniziare un cammino ascetico, deve trovarsi, per prima cosa un buon maestro.

    Ora, in base alla mia amata teoria dell'informazione, ( quella studiata all'ultimo anno della facoltà di matematica), per essere certi di scegliere la giusta strada , bisogna vedere quale, tra le possibili strade, è quella che ha mantenuto un maggior numero di contatti con la primitiva fede cristiana...

    Ovvero dovremmo ritornare ad Antonio il grande, a Pacomio e perchè no, a Barsanufio ed agli asceti del deserto di Gaza.

    Tutti costoro, nella chiesa ortodossa, sono considerati, per così dire maestri a cui far riferimento.

    Certo, nei detti dei primi padri del deserto ci sono molte cose che ribadiscono la necessità dell'obbedienza da parte del discepolo nei confronti del maestro. E molte prove sono fatte proprio per provare l'obbedienza del discepolo.

    Diciamo però che pratiche di tipo "cruento" non mi sembra di aver visto tra i padri della Chiesa. In un'altra discussione, sempre qui su internet, in cui si era partiti dalle pratiche cosidette ascetiche di una donna, che per la chiesa di Roma è santa, ovverro colei che inventò i primi nove venerdì del mese, altri partecipanti al forum, partecipanti nel frattempo, aimè, scomparsi, confermavano la teoria secondo la quale le pratiche ascetiche ortodosse sono di un tipo meno cruento di quanto invece emerge in alcune (chiamiamole così) tradizioni cattoliche.

    Mi frulla per la mente un esempio che citava un mio amico. Diceva che gli antichi popoli germanici, affinchè il Dio ( il loro Dio) si accorgesse di loro e rispondesse alle loro richeste, si flagellavano e si infliggevano torture fintanto che non c'era segno di risposta da parte del Dio (sempre il loro DIo, ovviamente).

    Quindi, se l'esempio citato dal mio amico è vero, è possibile che le torture non derivino dal cristianesimo, ma bensì da tradizioni pagane, da cui il cristianesimo, di qualsiasi denominazione, dovrebbe tenersi ben lontano.

  4. #24
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    Predefinito ritorniamo al tema di base

    Il tema di base è duplice :

    !) il libro afferma cose vere ? [e allora se le cose affermate sono contrarie a quanto creduto da tutti e ovunque,-criterio affermato da san Vincenzo di Lerins- ne segue che l'Opus Dei ha in sè germi di eresia e quindi va condannata e non premiata dalla Chiesa]

    2) il libro afferma cose false ? ed allora l'autore va perseguito ed il libro fatto togliere dal commercio.

    Chi scrive ha letto, nei lontani anni della sua giovinezza, il libro scritto da Escrivà di Balaguer, cammino, e, oggi, con l'esperienza di una vecchia, sa che alcune delle affermazioni fatte da balaguer sono in contrasto con la vera tradizione ascetica della Chiesa.

    Balaguer chiede al suo discepolo, quello che legge camino, di cercare diessere un capo.... ma la vera tradizione ascetica della Chiesa, in sintonia e non in rottura col vangelo chiede a ciascuno di noi, non di essere capo, ma di rinnegare se stsso, di prendere la propria croce e di seguire Cristo...

    Questa esaltazione del capo allora non è forse in contrasto con la vera tradizione della Chiesa ?

  5. #25
    Ut unum sint!
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    Citazione Originariamente Scritto da xenia45 Visualizza Messaggio

    Balaguer chiede al suo discepolo, quello che legge camino, di cercare diessere un capo.... ma la vera tradizione ascetica della Chiesa, in sintonia e non in rottura col vangelo chiede a ciascuno di noi, non di essere capo, ma di rinnegare se stsso, di prendere la propria croce e di seguire Cristo...

    Questa esaltazione del capo allora non è forse in contrasto con la vera tradizione della Chiesa ?
    E dove e' riportato cio'? Trascrivi per favore il pezzo dal cammino ed il contesto, che noi possiamo leggere quanto affermi, cioe' che vi sia scritto che per praticare l'ascesi bisogna essere un capo... altrimenti scadiamo nel pettegolezzo.
    UT UNUM SINT!

  6. #26
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    Balaguer chiede al suo discepolo, quello che legge camino, di cercare diessere un capo....
    xenia ha detto questo

    catholikos ha capito questo
    Trascrivi per favore il pezzo dal cammino ed il contesto, che noi possiamo leggere quanto affermi, cioe' che vi sia scritto che per praticare l'ascesi bisogna essere un capo
    xenia dice "cercare di essere un capo"
    catholikos capisce "balaguer ha detto che per praticare l'ascesi devi essere un capo".

    catholikos, xenia NON ha detto quello che hai capito tu, quindi NON PUO' postare un testo che dica quello che tu pensi di aver capito.

  7. #27
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    In molti passaggi di Cammino, ma non solo, San Josemarìa esorta ad essere leader. L'OPus Dei è nata e si rivolge ai laici: E' molto importante lo studio, perchè "per un apostolo moderno, un'ora di studio è un'ora di orazione", e il lavoro deve essere fatto in maniera perfetta perchè da offrire al Signore. "Offriresti al Signore qualche cosa fatta male?".
    San Josemarìa non vuole che i cristiani si rinchiudano solo nei conventi, ma devono essere in mezzo al mondo perchè è lì che devono essere apostoli. E, siccome, quello dell'Opera è un messaggio universale, per tutti, di tutte le condizioni sociale e etniche, bisogna essere persone colte, preparate nel proprio mestiere, senza differenza che tu sia un operaio o un avvocato: devi essere il migliore degli operai e il migliore degli avvocati. Un cristiano ha tutti i mezzi per esserlo.

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da xenia45 Visualizza Messaggio
    Quindi, se l'esempio citato dal mio amico è vero, è possibile che le torture non derivino dal cristianesimo, ma bensì da tradizioni pagane, da cui il cristianesimo, di qualsiasi denominazione, dovrebbe tenersi ben lontano.
    Cara Xenia, grazie per essere intervenuta nel nostro duologo, trasformandolo in un dialogo.

    Scortico colui che mi scortica, grida Macario nella Storia Lausiaca. Il corpo mi uccide, e anch'io lo ucciderò, gli fa eco Doroteo di Gaza. Trattalo a colpi di frusta, colpiscilo con pugni senza alcuna pietà, quasi schiavo inebriato di vin dolce, cui si batta la schiena, aggiunge Esichio di Batos.

    Naturalmente io non voglio esaltare questi comportamenti - tantomeno vorrei suggerirli. Sostengo però che la mortificazione usque ad effusionem sanguinis faccia parte del bagaglio tradizionale di ogni forma religiosa (non solo il romanocattolicesimo o l'ortodossia, ma l'islam, il giudaismo. il sanathana dharma, il buddismo etc.). Che sia, in qualche modo, un universale antropologico. Esattamente come l'estasi, l'esperienza oceanica, l'amore, il digiuno, la veglia, il silenzio, etc.

    Bottero - almeno per quel che ho capito (con Bottero bisogna essere cautissimi nelle riformulazioni del suo pensiero...) - attribuisce la dimensione della folle ascesi a un contesto storico ormai tramontato. A mio avviso invece essa percorre trasversalmente tutta la storia e tutte le cornici di credenze, e non mi scandalizza affatto che san Josemaria abbia - in certi casi - fatto ricorso alla pazza saggezza per conquistare un'anima a Dio, per forgiarla (non si intitola così una delle sue raccolte di aforismi: Forgia?), per renderla incandescente e luminosa. E volevo anche mettere in evidenza come uno stesso comportamento, che visto da un certo punto di osservazione può apparire come amore appassionato, visto da un altro sembra arbitrio e violenza.

    Grazie, Barsanufio.

  9. #29
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    Vorrei contribuire al dibattito con una pagina del mio amato Bernanos. Me ne perdonerete la lunghezza. E' tratta dal cupo e grandioso Sous le soleil de Satan e descrive una mattina dell'abate Donissan, intrisa di gioia e di morte, di Dio e di diavolo, di valore e di terrore, e di schizzi di sangue che bagnano i muri. La lettura è ovviamente sconsigliata a stomaci deboli, spiriti pusilli, anime belle, menti paciosamente cartesiane...



    Spuntò il giorno... La nuda cameretta, alla luce del triste mattino di dicembre, apparve nel suo di-messo disordine: i libri sparpagliati sul tavolino di legno bianco, la brandina addossata al. muro, con un lenzuolo strascicato per terra, e i tremendi fogli di carta sbiadita. Per un momento il povero prete osservò le quattro mura così poco distanti l'una dall'altra, gli parve di sentirne l'oppressione sul petto. L'insopportabile sensazione di essere preso in trappola, di non avere per la sua lunga fuga che un corridoio cieco, lo fece balzare in piedi con la fronte e le braccia madide di sudor freddo, in un terrore indicibile.

    E, d'un tratto, tutto tacque. Come, attraverso alla folla innumerevole, quel brusio che prelude allo spegnersi totale di ogni voce, nella sospensione dell'attesa: un istante ancora l'onda aerea oscilla lentamente, si ritrae, poi l'enorme massa viva, pur dianzi così folta di grida, ricade in blocco nel silenzio: così le mille voci della contraddizione che brontolavano, sibilavano, stridevano nel cuore dell'abate Donissan con un fracasso indiavolato, si tacquero tutte in una volta. Non che si placasse la tentazione: la tentazione non c'era più.

    La volontà dell'abate Donissan, nell'estremo dello sforzo, sentì sfuggire l'ostacolo, e fu così brusco lo scatto, che al povero prete parve di sen*tirne il contraccolpo fin nella sua muscolatura; co*me se gli fosse mancata la terra da sotto i piedi. Ma quest'ultima prova durò appena un batter d'occhio, e l'uomo che poco prima si dibatteva di*speratamente sotto un peso senza posa in aumen*to, si riscosse più leggero di un fanciullino, e smar*rì finanche, in un dolcissimo vuoto, la coscienza d'esser vivo.

    Non era, ancora la pace, perché la pace vera viene dall'equilibrio delle forze e ne sorge l'intera certezza pari a fiamma. Chi ha raggiunto la pace, più altro non vuole: ed egli era invece in attesa di non si sa quale cosa, che rompesse il silenzio. Non era la stanchezza d'un'anima che, vinta dalla fati*ca, attinge il fondo del dolore umano e vi si ripo*sa. A lui restava sempre il desiderio. E non era neanche l'annientamento di un grande amore, perché nell'abbandono di tutto l'essere, il cuore non cessa di essere vigile per dare più che non riceva. Ma egli non voleva nulla: era in attesa.

    Fu dapprima una gioia inafferrabile, furtiva, co*me dall'esterno, rapida, assidua, quasi importuna. Che c'era da temere e da sperare da un pensiero non formulato, instabile; da un desiderio esile co*me un barbaglio? E tuttavia, come, nel turbine dell'orchestra, il direttore avverte la prima imper*cettibile vibrazione della nota falsa, ma troppo tardi per far che non sia; così il vicario di Campa*gne non dubitò più che quel che attendeva e non conosceva non fosse, ora, giunto.
    Attraverso i vetri appannati, l'orizzonte, sotto il cielo, aveva un contorno indeciso, quasi oscuro: ma tutta la luce dell'inverno era nella cameretta; una chiarità lattiginosa, ferma, silenziosa, come d'un paesaggio subacqueo. E, con assoluta certez*za, l'abate Donissan conobbe che quell'inafferra*bile gioia derivava da una presenza.
    Svanita l'angoscia, gli risorgono a poco a poco nel ricordo i pensieri che lo hanno oppresso per l'innanzi: ma perfino quei pensieri non hanno ormai più forma alcuna. Timidamente, passato un primo senso di paura, vi tornò su con la memoria, sfidandoli a uno a uno: poi se ne impadronì. E gli dava una sorta di ebbrezza il sentirli a poco a poco domati, fatti innocui, docili strumenti della sua gioia arcana.

    In un baleno tutto gli apparve possibile, e gli sembrò di aver già salito il più alto gradino. Dal profondo abisso dove s'era creduto sepolto, ecco che una mano l'aveva innalzato in luogo così sublime, che vi ritrovava trasfigurati e perfino glorificati il dubbio e la disperazione. I limiti del mondo, in cui ogni passo avanti si paga con un sacrificio, erano ormai superati: e la meta gli si appressava con la velocità del lampo. Questa visione intima fu breve e abbagliante. Quando svanì, tutto parve farsi ancora oscuro; ma restava quella luce soave, in cui egli respirava e viveva, e come la scia di quella immagine afferrata e di nuovo perduta, la quale lasciava dietro di sé non una certezza, che gli avrebbe fatto scoppiare il cuore di gioia, ma un ineffabile presentimento.

    Il braccio che lo aveva tratto in salvo era lì, discosto, ma vicino; pronto, a portata di mano; né lo avrebbe mai più abbandonato. Il sentimento di quella presenza arcana fu così vivo, che egli volse il capo, d'un tratto, come a cercare lo sguardo di un amico.

    E tuttavia, nel pieno fuoco della gioia, una scoria permane, che l'estasi non giunge a fondere: ed egli se ne sente impacciato, irritato, come d'un ultimo ormeggio che non ha il coraggio di spezzare: spezzato che sia, dove lo trasporterà la forza del mare? E talvolta questo legame si allenta e, come in una nave alla fonda, tutta la sua sostanza ne è scossa fino alla radice. Ma è proprio soltanto una remora, o un ostacolo da superare? No; quel che gli fa resistenza non è una forza bruta: è una cosa animata, che sente, osserva, calcola e lotta per soverchiare tutto ciò, è lui stesso, forse. Forse è la coscienza che lentamente si risveglia dal suo torpore. La dilatazione della gioia è giunta, secondo l’espressione mirabile dell’apostolo, fino alla divisione dell’anima dall’intelletto. Andare più avanti, senza morire, non è più possibile.

    Volgendo il capo, l'abate Donissan non incontra lo sguardo d'un amico, ma soltanto, nello spec*chio, il suo viso pallido e stravolto. Non fa in tem*po ad abbassare gli occhi: troppo tardi. Poiché s'è scoperto da sé in quel suo gesto istintivo, tenta di comprenderne il significato. Che cercava egli? Quasi come una presenza reale, visibile, lo atterri*sce quel segno materiale d'una inquietudine fino allora vaga e indecisa. Di tale presenza esiste ades*so, più che il sentimento, una sensazione ineffabi*le, netta. Non è più solo: ma chi è con lui? Il dub*bio, a mala pena formulato nell'animo suo, già lo domina. D'istinto, si è gettato in ginocchio, per pregare: ma, per la seconda volta, la preghiera gli si gela sulle labbra: né potrà levare il suo grido d'angosciata umiltà: invano sarà giunto l'avverti-mento supremo. La sua volontà, per l'innanzi go*vernata con polso di ferro, sfugge alla sua mano che la reggeva; un altro ne prende la direzione, dal quale non c'è da aspettarsi né pietà né tregua.

    E com'è forte, e com'è abile, quell'altro; e pa*ziente, quando occorre, e all'ora data pronto come la folgore. Il santo di Lumbres, un giorno, si tro*verà a faccia a faccia col suo avversario. Oggi gli è forza subirne a occhi chiusi il primo attacco; e sostenerne il primo urto. La vita di quest'uomo non comune, che fu tutta una forsennata lotta, co*ronata da una amara morte, quanto mai diversa avrebbe potuto essere, se da quell'istante, smessa ogni idea di lottare di malizia, egli si fosse abban*donato così, naturalmente, alla misericordia: se avesse chiesto l'aiuto divino. Chi sa se non sareb*be diventato uno di quei santi di cui la vita somiglia a una favola; di quei santi soavi che possiedo-no la terra, con un sorriso di re fanciullo?... Ma
    queste sono fantasie. Sta di fatto che nel momento decisivo egli accetta la lotta; e non per orgoglio, ma di slancio, irrimediabilmente. All'avvicinarsi dell'avversario è tutto preso non di sgomento, ma di astio. E nato uomo di guerra; il suo cammino, a ogni svolta, sarà segnato d'un fiotto di sangue. E tuttavia una gioia arcana, come sulla vetta dell'anima, vigila ancora, appena mossa, come una chiara fiammella nel vento. Ed è contro di essa che egli — pazzo! — ora si mette. La sua anima avida, che altra dolcezza mai non aveva conosciuto fuorché quella d'una chiusa malinconia in rassegnazione, si stupisce, poi si atterrisce, poi si inalbera contro questa incomprensibile soavità. Subito, nella prima fase dell'ascensione mistica, il poveretto, preso dalla vertigine, si disanima, e con tutte le sue forze cercherà di rompere il raccoglimento di quel passivo incantesimo, che lo disorienta con la apparente inerzia del suo intimo silenzio... Ma l'altro, che si è cacciato tra lui e il suo Dio, come schermisce a dovere! Avanza, indietreggia, torna ad avanzare, attento, sagace, prudente, opponendo mossa a mossa.

    Quando il povero prete crede di àver intravisto la tagliola tesa, già le due strettoie lo hanno afferrato, e ad ogni sforzo che fa gli si chiudono addosso più saldamente. Nelle tenebre che di nuovo gli calano intorno, l'esile fiamma lo invita: egli chiama, quasi invoca l'angoscia totale che già, come per miracolo, era svanita. Qualsiasi certezza, anche la peggiore, non è forse preferibile alla sosta ansiosa, sul crocicchio, nel cuore della notte fallace? Quella gioia senza cagione non può essere che illusiva. Una così arcana speranza, dalle radici, dal profondo, dall'intimo, così improvvisa e senza obbietto, indefinita, troppo somiglia alla presunzione dell'orgoglio. No! Il miracolo della grazia non prende queste attrattive sensuali... Bisogna che egli sradichi quella gioia dal suo cuore.

    Presa questa risoluzione, non esita più. L'idea del sacrificio da compiere subito, lì per lì, avviva in lui quest'altra fiamma di intrepida disperazione, che sarà la forza e il difetto di quell'uomo raro, e l'arma che così spesso il nemico gli rivolgerà contro, proprio in mezzo al cuore. Il suo sguardo, ora freddo, rivela, cupo, la determinazione d'una calcolata violenza. Si fa alla finestra, l'apre: la ringhiera del davanzale, che qualcuno aveva rotto da tempo, dalla fantasia d'un predecessore dell'abate Menou-Ségrais era stata sostituita con una catena di bronzo trovata tra i ferrivecchi in fondo a qual-che armadio di sacrestia. Con le sue mani robuste l'abate Donissan la strappa dai due cavicchi di sostegno. Poco dopo, questo insolito staffile cadeva sibilando sul suo dorso nudo. Soltanto qualche parola sorpresa a caso, la testimonianza di qualche familiare, qualche rara confidenza fatta in modo oscuro, permettono di figurarsi le mortificazioni raffinate e straordinarie del curato di Lumbres, perché, per suo conto, egli poneva la più gran cura a tenerle nascoste a tutti.

    Più d'una volta riuscì perfino, con una certa furberia, a sviare la curiosità della gente; e un tale celebre scrittore collezionista di varietà spirituali (come dicono), venuto per un così bel caso, se ne tornò via scornato. Ma se certe sue mortificazioni, come per esempio i digiuni d'un irragionevole rigore, ci sono pressoché note, di altre discipline più feroci s'è portato il segreto con sé. La zitelletta che lo curava, divenuta in seguito Suor Maria degli Angeli, allora donna di servizio nel borgo di Bresse, ha riferito che egli aveva la radice del collo e le spalle coperte di cicatrici, qualcuna delle quali formava dei solchi in cui poteva entrare il dito mignolo.

    Già il dottor Leval, durante una delle prime crisi, aveva rilevato sui suoi fianchi le tracce profonde di vecchie bruciature; ed avendone una volta fatte le sue meraviglie, con discrezione, proprio con il santo di Lumbres, questi, rosso di vergogna, non rispose. — Ho fatto anch'io, ai miei tempi, qualche corbelleria, — diceva una sera all'abate Dargent, che gli faceva la lettura d'un capitolo dei Padri del Deserto. E poiché l'altro lo interrogava con lo sguardo, aggiunse con un sorriso pieno di pudore, ma anche di ingenua malizia:
    -Che volete, i giovani non conoscono mezzi termini, devono prender il loro battesimo del fuoco!

    Adesso, dritto ai piedi del lettuccio, batteva e batteva senza tregua, con freddo accanimento. Ai primi colpi la carne lagrimò appena, dalle prime scortecciature, qualche goccia di sangue. Ma dopo, il sangue zampillò a distesa, vermiglio. Ogni volta la ferrea catena, fischiando, sollevata al di sopra del capo, cadeva a mordergli il fianco avvinghiandolo come fa una biscia: sempre con lo stesso gesto regolare egli la ritraeva, la risollevava, preciso, come un battigrano sull'aia. Il dolore acuto, che gli aveva dapprima strappato un gemito sordo, non si esalava più, in seguito, che in profondi so-spiri ed era come affogato nell'effusione del sangue tiepido che gli scendeva per le reni con una terribile carezza. Frattanto gli si veniva formando ai piedi, e si allargava, a sua insaputa, una chiazza bruno-rossastra. Una bruma rosea era, adesso, tra il suo sguardo e il cielo plumbeo, ed egli la contemplava con occhio smarrito.

    Poi, d'un tratto, non vide più né quella bruma né il paesaggio di neve e di fango, né, alla fine, neppure la luce del giorno. Ma, pur con questa nuova caligine sugli occhi, continuò a battere e a battere ancora; e avrebbe continuato fino alla morte.

    Il pensiero, come ottuso dall'accesso dell'angoscia fisica, non gli si fissava più, e non formulava più desiderio alcuno, fuori che quello di attingere e distruggere, in quella sua carne insopportabile, proprio alla radice, il suo male. Ogni nuova violenza ne chiamava una ancora, né bastava a saziarlo; perché era giunto a quel grado di parossismo, quando l'amore tradito non acquista di forza che per distruggere. Forse immaginava di mettere a dovere, colpendola, quella parte di se stesso, che troppo lo gravava, il fardello della sua imperfezione, che era impossibile sollevare verso l'alto: o forse pensava di castigare così quel mortifero corpo, da cui auguravasi anche l'Apostolo di essere affrancato; ma a questo punto la tentazione era già più avanti nel suo cuore e si odiava di un odio totale: si odiava come l'uomo che non può sopravvivere al suo sogno. Eppure, lo strumento che aveva tra mano e col quale inutilmente andava straziandosi, non era che un'arma inoffensiva.

    Tuttavia continuava a battere senza posa, madido di sudore e di sangue, a occhi chiusi, tenuto in piedi, senza dubbio, soltanto da quell'astio suo arcano. Un ronzio cupo gli pungeva dentro le orecchie, adesso, come se fosse caduto a picco entro uno stagno profondo. Attraverso le palpebre serrate, due o tre volte si accese un barbaglio vivo e fugace, poi gli martellarono così forte le tempie che se ne sentì vibrare tutta la testa indolenzita. La catena, tra le sue dita irrigidite, si faceva ad ogni colpo più maneggevole e viva, agile e perfida, con un tintinnio leggero.

    Mai più, dipoi, quello che fu chiamato il santo di Lumbres, osò forzare la natura con così pazza temerità. Mai più osò sfidarla a tal punto.

    Tutta la pelle delle sue reni non era ormai più che una piaga ardente, mille volte franta e rifranta, bagnata d'un sangue schiumoso, e tuttavia tutti questi guasti non facevano che un unico strazio, indeterminato, totale, pànico, paragonabile soltanto alla vertigine dello sguardo sotto una luce troppo viva, quando null'altro non avverte più l'occhio fuorché il proprio dolore abbacinato. D'un tratto la catena, brandita fuor di tempo, poco mancò non gli sfuggisse di mano, gli andò a picchiare so-do sul petto e l'ultimo anello lo colse proprio sotto il seno destro con tale violenza, che gli fece volar via un pezzo di carne come un truciolo sotto la pialla. La sorpresa, più che il dolore, gli strappò un alto grido, subito soffocato, mentre egli alzava di nuovo il flagello di bronzo. Negli occhi gli arde-va un fuoco sovrumano.

    L'astio cieco che lo mette contro se stesso è di tale natura che nulla al mondo può placare e per cui il sangue dell'intera umanità, se potesse essere versato tutto in una volta, non sarebbe che una goccia d'acqua su un ferro rovente. Ma, nell'atto di riabbassare il braccio, gli si aprirono le dita da sole, sentì la mano ricascargli giù: nello stesso tempo gli mancarono le reni e tutti insieme i muscoli gli si rilassarono. Piegò sulle ginocchia, fece un enorme sforzo per risollevarsi, barcollò ancora, con le braccia tese, tastoni, scosso da un tremito convulso. Invano tentò di raggiungere di nuovo la finestra, in direzione di quel pallido barlume esterno, intravisto senza coscienza, attraverso gli occhi socchiusi. La spaventosa lotta che aveva sostenuto non era più che un vago ricordo, impreciso, come un sogno. Così permaneva l'ansia di quell'incubo, presenza invisibile, inesplicabile, nella raccolta tranquillità dell'alba. Sedé ai piedi del letto, abbandonò il capo e si assopì.

  10. #30
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    Citazione Originariamente Scritto da bottero Visualizza Messaggio
    xenia ha detto questo

    catholikos ha capito questo


    xenia dice "cercare di essere un capo"
    catholikos capisce "balaguer ha detto che per praticare l'ascesi devi essere un capo".

    catholikos, xenia NON ha detto quello che hai capito tu, quindi NON PUO' postare un testo che dica quello che tu pensi di aver capito.
    Bottero Xenia ha poi messo in mezzo l'ascesi... dicendo... affermando...
    appunto ho detto riporta... perche' essere leader non centra con l'ascesi...
    UT UNUM SINT!

 

 
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