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    Predefinito I tedeschi sono degli illusi

    11/2/2010 (8:8) - STORIA
    Uno stipendio per non fare nulla
    Palermo, l'ente Fiere non esiste più, ma la Regione continua a pagare i dipendenti
    LAURA ANELLO
    PALERMO
    Il segretario generale, Silvana Farinella, laurea in Scienze politiche, master per dirigenti d’azienda, è rintanata nella sua Atos rossa con un plaid sulle gambe e il riscaldamento a palla, a leggere libri e chattare su Facebook.

    Accanto, c’è la station wagon blu di Valentino Sucato, per i colleghi «bi-dot» perché due volte dottore, in Economia e commercio e in Scienze statistiche. Qui, alla Fiera del Mediterraneo di Palermo, era quello che progettava le manifestazioni. Adesso sta chiuso in macchina ogni giorno dalle 7,30 alle 15, e il mercoledì con orario continuato fino alle sei del pomeriggio, nel parcheggio dell’Ente fantasma: 83 mila metri quadrati di uffici e padiglioni espositivi dove hanno pignorato tutto, dalle scrivanie ai quadri, dalla cancelleria al cartellino segna-presenze (ci si arrangia con i nomi scritti a penna su un foglietto).

    Adesso, poi, hanno staccato anche la luce. E quindi ai trentacinque dipendenti non resta che stare in macchina o rifugiarsi nelle uniche due stanzette riscaldate da un gruppo elettrogeno che vibra e rumoreggia come il motore di una nave in partenza. Tutti, dal primo all’ultimo, pagati per non fare nulla, assolutamente nulla. Perché la Fiera non fa più una manifestazione dal maggio del 2008, è sepolta da 20 milioni di euro di debiti, i padiglioni stanno cadendo a pezzi. E più loro si agitano, più chiedono di lavorare, più si definiscono «disperati, prigionieri, ostaggi di un incubo kafkiano», più dall’altra parte giunge un silenzio assordante. Le buste paga, però, arrivano puntualmente, pagate dalla Regione siciliana con stanziamenti straordinari (80 mila euro al mese) da quando l’Ente è al verde, tarate con precisione sulle diverse qualifiche, mentre sulla Fiera si avvicendano progetti di liquidazione e rutilanti ipotesi di rilancio. Nell’attesa il punteruolo rosso, il coleottero che ha fatto strage di palme in Sicilia, si è divorato le dieci canariensis che abbellivano i viali. Alla faccia dei creditori che avevano fatto pignorare anche quelle.

    È la Spoon River dei vivi, oggi, la Fiera del Mediterraneo, nata nel 1946 per promuovere commerci e scambi nella Palermo ancora dilaniata dalle bombe. «Io ero il tecnico informatico», dice Sebastiano Puleo, stretto nel suo trench imbottito. «Io tenevo i contatti con gli espositori», racconta Vincenzo Carrozza con un cappello di lana calato sugli occhi. «Io mi occupavo delle fiere indirette, quelle ospitate e non promosse», si presenta Giuseppe Misiano. «Io ero il custode», dice Nino Temperino. Il vento si infila tra i capannoni, le cartacce fanno mulinello dove c’era il luna park, i cani randagi si inseguono nei vialoni dove generazioni di siciliani accorrevano ogni primavera per la Campionaria internazionale, come i salmoni risalgono il fiume, a stupirsi delle prime padelle antiaderenti, dei materassi ad acqua, degli oggetti arrivati dall’Oriente. Altri tempi, tanto che all’appuntamento annuale si erano affiancate nel tempo una serie di rassegne tematiche, dai mobili all’alimentazione. Adesso il silenzio è spezzato dai lavori di costruzione di un parcheggio, ultimo capitolo di una Sprecopoli senza fine. «I lavori sono stati finanziati nel 2001 con un milione e trecentomila euro e appaltati adesso, quando non serve più», spiegano i dipendenti con la faccia di chi ha visto tutto.

    D’altronde un altro milione e mezzo è stato speso per ristrutturare due capannoni un paio di anni fa: megaschermi, soffitti di design, cabine di regia, impianti di climatizzazione nuovi di zecca e già marciti. Il 1999 è stato l’ultimo della gestione ordinaria, con un consiglio e una giunta nominati dai soci fondatori, il Comune e la Camera di Commercio di Palermo. Poi, nell’attesa che venissero rieletti, arrivò l’era dei commissari straordinari, tutti nominati dalla politica, attraverso l’assessorato regionale alla Cooperazione. E con uno stipendio, fino al 2008, pari al 75 per cento di quello del sindaco. Uno sorride ibernato sul sito Web, dove la Fiera è ancora «il più importante ente espositivo della Sicilia».

    Dieci anni in cui è successo di tutto: dall’acquisto di un tris da scrivania per 2.500 euro a un’autoliquidazione da 250 milioni di lire, dalla creazione in barba allo Statuto di due società satellite con ventitré dipendenti assunti per chiamata diretta (licenziati nel 2006 e prontamente assunti nel carrozzone regionale della Multiservizi) alla svendita all’asta, per far fronte ai debiti, di due tele di Alfonso Amorelli che ne valgono il doppio, tra le ire della Soprintendenza. Qualcuno ha provato a rimettere in moto la macchina, ma - spiega il «bi-dot» Antonino Sucato - «a un certo punto mancavano le cento lire da investire per incassarne duecento». Di tutta questa storia sono rimasti loro, i trentacinque fantasmi. In terra di nessuno. «Una legge regionale del 2001 - spiega Sucato - dice che sono esclusi dalla mobilità i dipendenti degli enti pubblici economici, come il nostro. Sostanzialmente la Regione non ci riconosce come suoi figli. E allora perché ci paga gli stipendi? E allora in che senso siamo un ente pubblico?». L’ultimo segnale dalla Regione è stata una lettera con cui si chiedeva ai soci Comune e Camera di Commercio una collocazione provvisoria dei dipendenti nell’attesa di chiarire il futuro della Fiera. Un parcheggio temporaneo, insomma. Loro non ci stanno. Nel parcheggio, quello vero, ci stanno già da troppo tempo.
    Uno stipendio per non fare nulla - LASTAMPA.it




    I PIGS non cambieranno MAI i loro comportamenti.

    Possono promettere,giurare e stragiurare,ma pensare che i PIGS cambino non esiste.

    Quello descritto sopra è solo uno dei pochi scandali venuti a galla,che sono la NORMA e la REGOLA tra i Paesi PIGS.
    Casi del genere sono presenti a CENTINAIA di MIGLIAIA nel Sud Europa.


    La corruzione e il malaffare sono la regola tra i Paesi PIGS.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Predefinito Rif: I tedeschi sono degli illusi

    E' razzismo voler cambiare la cultura di un popolo.

    Al Sud mai e poi mai cambierà alcunché.

    E' un insulto al buon senso pensare di impedire che il Sud esprima la sua vocazione mediterranea.

  3. #3
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    Predefinito Rif: I tedeschi sono degli illusi

    non confondere i padioti con i tedeschi ..

    i tedeschi non sono degli illusi .. loro HANNO DOVUTO "farsi carico" di questa zavorra.. perche' questo gli e' stato imposto attraverso "l' elite" Kollaborazionista che gli ameriKani hanno messo alla guida della germania sconfitta e occupata..iaociao:
    vulgus vult decipi

 

 

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