Non rinnegare, non restaurare
Riflessioni sulla destra italiana dall’abiura alla repentina scomparsa
di Florian
Adesso che una destra in Italia sembra non esistere più, a chi a suo modo ne ha fatto parte viene naturale rileggere le ultime pagine di quella storia e interrogarsi circa ciò che essa è stata e avrebbe potuto e dovuto essere nella cosiddetta Seconda Repubblica.
Innanzitutto, ci sembra giusto ricordare che gli italiani non hanno sdoganato, nel 1993, semplicemente una “destra”, bensì i “fascisti”, visto che il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale era un partito i cui politici, militanti ed elettori si sentivano e si definivano in primo luogo come fascisti. E “xenofobi”, visto che in quei giorni l’alleato più stretto di Gianfranco Fini era il leader dell’estrema destra francese Jean Marie Le Pen. Ricordare queste cose ora non significa voler contrapporre la vecchia e ormai appannata immagine del Presidente della Camera a quella assai più vivida dei tempi attuali, ma ci serve per comprendere il perché la destra sia riuscita per mezzo secolo ad esistere, pur relegata nel ghetto e nelle “fogne” dell’arco costituzionale, mentre una volta “sdoganata” abbia sentito l’irrefrenabile desiderio non solo di mutare ma addirittura di scomparire.
Dicevamo che nel 1993, al momento delle candidature a sindaci di Fini e Mussolini a Roma e a Napoli, primo esempio di bipolarismo italiano nella veste di nazionalconservatorismo contro fronte popolare, la destra italiana era ancora marcatamente “fascista”. Ovvero, viveva di quel mondo autoreferenziale e folkloristico, fatto di nostalgie cameratesche, viaggi a Predappio e saluti romani che oggi connota soltanto esigue formazioni della cosiddetta “area” della destra radicale. Tuttavia, dietro l’immagine di superficie, la destra missina celava una realtà culturalmente assai vivace e sfaccettata che andava dall’almirantismo conservatore, alle seduzioni nazionalpopolari rautiane, al tradizionalismo preconciliare lefebvriano fino alla volontà, tipica degli animi più radicali, di andare “oltre la destra” o addirittura di “farla finita con la destra” proponendo il superamento del sistema capitalistico.
In questo marasma ideologico, tenuto fermo unicamente dal collante nostalgico “neofascista”, l’MSI di Fini assiste impreparato alla caduta del Pentapartito, successiva allo scandalo di Tangentopoli, in virtù della quale improvvisamente si aprono insperati varchi per un fronte conservatore-moderato a guida missina. Da qui l’esigenza, sentita da parte dei vertici dell’allora destra nazionale (Tatarella) e di personalità conservatrici estranee ad essa (Fisichella) di fare evolvere il Msi in un partito di destra democratica, un’alleanza nazionalconservatrice che includesse tutti i soggetti politici non progressisti. Il progetto non rompeva definitivamente i ponti con il passato missino, in ciò ponendosi sulla scia della volontà di Almirante, Michelini e De Marsanich, di “non rinnegare e non restaurare”. Il fascismo rappresentava pur sempre la casa del padre, regime autoritario e non totalitario (come il nazismo e – attenzione! – il comunismo), di cui si riconoscevano miserie e splendori, che una storia meno partigiana si sarebbe prestata a valutare, ma che nel frattempo restava ancora viva ed era valutata positivamente nel suo complesso da una non indifferente fetta di italiani.
Il nuovo partito dell’Alleanza Nazionale avrebbe dovuto portare in dote la storia e gli ideali della migliore destra missina agli italiani tutti, favorendo quella riconciliazione e quella legittimazione reciproca che Tangentopoli e la caduta dell’arco costituzionale ponevano in essere. Le cose andarono invece diversamente e gli ex missini si trovarono la strada parzialmente sbarrata dagli interessi concorrenziali di colui che da un lato favorì ed accelerò lo sdoganamento dei neofascisti ma dall’altro ne impedì l’assurgere a protagonisti e collante di una nuova destra italiana. Infatti, la discesa in campo del Cavaliere - con alle spalle un partito dichiaratamente “liberista” e “garantista” che si faceva erede delle macerie del Pentapartito e condannava la “persecuzione giudiziaria” che ora si rivolgeva contro Berlusconi -, rigettava all’angolo Fini & Co. Questi ultimi si trovarono costretti a subire, oltre ad una personalità strabordante e “antipolitica”, per volti versi agli antipodi rispetto all’austero modello nazionalconservatore che si apprestavano a rappresentare, anche la scomoda e innaturale alleanza con il partito localista e antinazionale della Lega lombardo-padana di Umberto Bossi. Col quale in un primo tempo il postfascista Fini non intese prendere “nemmeno un caffè” e poi finì col digerirne suo malgrado quel federalismo “nordista” destinato a far deviare la destra italiana dalla sua tipica caratterizzazione nazionale e meridionalista.
E’ difficile dire quanto abbiano influito questi fattori esterni nell’evoluzione che ha maturato Alleanza Nazionale durante gli anni novanta. Fatto sta che i propositi che la destra democratica mirava di ottenere – conservatorismo sociale, revisionismo storico e superamento dell’anticomunismo e dell’antifascismo in un quadro di legittimazione nazionale – andarono miserevolmente frustrate dalle due ”anomalie” con le quali dovette confrontarsi, vale a dire Berlusconi e Bossi. Per alcuni anni il postfascismo di Fini è consistito nella volontà di fornire una sponda nazional-moderata e cattolico-destrorsa alla formazione liberal-liberista (e per certi versi anche libertaria) di Silvio Berlusconi. Il quale, premendo il piede su un anticomunismo grossolano e funzionale unicamente ai propri interessi elettorali ha di fatto funestato il proposito di un superamento dell’antifascismo da parte della sinistra e in un certo qual modo spingendo la destra a rinnegare unilateralmente il proprio passato. Più quindi Berlusconi accentuava il carattere di leader “populista”, che preoccupava gli ambienti internazionali, più Fini per non finire schiacciato e destinato all’irrilevanza politica doveva affinare un inedito profilo “liberaldemocratico” ponendosi agli occhi esterni quale rappresentante di una destra moderna senza ombre imbarazzanti. Che tradotto nel linguaggio popolare voleva dire in pratica spostarsi a sinistra, lasciando libertà sul fianco destro al centro populista.
Questo processo di ricollocamento politico, che è maturato agli inizi del nuovo millennio quando Fini ha avuto modo di conoscere l’elite politica internazionale da ministro degli esteri del governo Berlusconi, ha interessato perlopiù i vertici del partito, mentre l’elettorato di destra si è trovato spiazzato dalle frequenti e intempestive “rotture” del leader circa un passato di cui sembrava divenuto legittimo apertamente vergognarsi. E così, proprio negli anni della destra al governo, si è assistito al completo rinnegamento non solo del passato fascista incautamente quanto strumentalmente additato a “male assoluto”, ma anche della stessa esperienza missina di cui si è creduto semplicisticamente di poter fare a meno negando di fatto i ricordi, i sentimenti e i valori di una base che non aveva alcuna voglia e alcun interesse ad abiurare. Si è creata così una frattura tra il vertice di An e l’elettorato e ancora tra la destra politica e quella culturale, entrambe costrette ad emigrare paradossalmente in massa verso l’entourage berlusconiano, in ossequio alla triste verità che “coi famigli rinnegati la severità raddoppia” (Alessandro Giuli).
E dunque, se ancora negli anni novanta la destra italiana poteva ancora contare su di un partito “di destra” (An), affiliato in Europa ad un gruppo parlamentare “di destra” (EUN), ed era ancorata ad ideali di lungo corso, quali un’Europa delle Patrie, la giustizia sociale, l’unità nazionale, oggi tutto ciò si è volatilizzato nel calderone centrista e moderato del PPE, dove vigono al contrario i concetti di un’Europa tecnocratica e sovranazionale, fondata sul liberismo economico, l’individualismo e il multiculturalismo – l’esatta negazione di quella che voleva e doveva essere una posizione (nazional-) conservatrice. E, inevitabilmente, questa perdita d’identità e di autonomia si è manifestata anche dalla scomparsa della cultura di destra, una scomparsa evidenziata dalla progressiva chiusura di riviste e giornali di area (L’Italia settimanale, Il Borghese, Lo Stato, L’Indipendente) e che ha costretto gli intellettuali non rinnegati a trovare unicamente spazio (tra l’altro circoscritto) nelle testate di proprietà berlusconiana (Il Giornale, Libero, Il Foglio, Panorama).
La triste morale di questi anni ci dice così, purtroppo, che dove non è riuscita la sinistra in cinquant’anni è riuscito Berlusconi. Si deve infatti a questo chiacchierato imprenditore ex socialista, da sempre estraneo alla sensibilità culturale e ai fini politici della destra, il capolavoro politico di sottomettere la destra postfascista ai suoi interessi coalizionali, di favorirne l’indirizzo liberaldemocratico e antifascista, e infine di surrogarla e di conquistarne addirittura la base in virtù di un populismo bonapartista semiserio che se ha inorridito le destre conservatrici europee ha di contro generato presso molti ex missini la piacevole illusione che fosse Silvio e non Gianfranco l’erede politico di Almirante e, in definitiva, del Duce. Nella Seconda Repubblica dominata dal venditore di Arcore è potuto accadere anche questo.




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