Elezioni americane: una sfida per una politica più umana


Giacomo Bertazzoni
24/11/2006

Ogni due anni, in novembre negli Stati Uniti si tengono le Midterm Elections (elezioni di medio termine). Queste elezioni segnano la metà del mandato presidenziale. In particolare, vengono eletti i rappresentanti di camera (House of Representatives) e senato (Senate); sono eletti inoltre i governatori di molti stati di cruciale importanza per gli equilibri geopolitici statunitensi come California, Texas, Georgia e New York. Il voto è una importante opportunità per il presidente in carica e per il suo partito, per testare gli umori dell’elettorato e la popolarità delle proprie scelte in campo politico e diplomatico. Sono state proprio le decisioni del repubblicano presidente Bush in tema di politica estera a rivelarsi le più malviste dagli americani e a spingere l’elettorato a manifestare il suo malcontento, orientando gran parte dei consensi verso il partito Democratico all’opposizione.
L’eccessivo protrarsi del conflitto iracheno, le sconfitte, i grossolani errori ad esso connessi e gli scandali che hanno coinvolto alcuni membri del partito, hanno convinto molti a smettere sostenere l’operato del presidente. Risulta chiaro, guardando al netto guadagno di seggi da parte dei democratici alla Camera e al Senato, che gli americani sono desiderosi di cambiamenti riguardo nella gestione della guerra in Iraq, a cui inizia a mancare il forte supporto ideologico dato dal fervore del dopo 11 settembre. Non bisogna però pensare che il travolgente successo democratico segnali il desiderio di significativi mutamenti riguardo alla politica interna o una totale delegittimazione della guerra. Il successo dei democratici non dimostra assolutamente che gli americani siano, improvvisamente, diventati tutti favorevoli all’aborto, ai matrimoni gay e a quelle politiche di riforma sociale che da anni sono il cavallo di battaglia dei democratici. Anzi, molti candidati democratici sono riusciti a imporsi contro i rivali repubblicani proprio tacendo i loro punti di vista su tali questioni “delicate” e hanno lasciato che fosse l’impaccio dell’amministrazione Bush di fronte al disastro della guerra a far campagna elettorale per loro. Lo stesso atteggiamento di pragmatismo e realpolitk nell’operare scelte di governo meno “di parte” e più pratiche e mirate a risolvere problemi reali, è stato seguito dal governatore californiano Schwarzenegger, ad esempio nella lunga battaglia contro la riduzione dei fondi governativi per il potenziamento della rete idrica da parte del governo federale del suo stesso partito. Schwarzenegger è riuscito a farsi riconfermare in uno stato storicamente “liberal” e democratico, molto sensibile alle politiche ambientali. La sua strategia che prevedeva di coniugare la propria politica conservatrice in campo etico unita a una buona dose di apertura a politiche assistenziali e ambientali, di solito osteggiate in ambienti repubblicani, lo ha reso capace di considerare la realtà e le esigenze della popolazione senza sentirsi costretto ad applicare lo schema risolutivo ideologico dettato dal suo partito di appartenenza. Gli americani, dunque, hanno premiato il pragmatismo e i meriti dei loro amministratori e sono riusciti a votare sicuramente meno condizionati da ideologie di partito che noi italiani, dando prova di una senz’altro maggiore maturità politica. Come l’elettorato, anche l’amministrazione Bush ha risposto alla realtà della situazione e si è affrettata a collaborare con i nuovi rappresentanti eletti, per governare insieme il paese. Questo esempio di intelligenza e realismo sicuramente dovrebbe far riflettere noi italiani sulla reale funzione di un governo, che è innanzitutto amministrare in funzione del bene comune, non blaterare per fomentare lo scontro ideologico. Non bisogna però dimenticare che la politica, in nome dei bisogni delle persone, non deve cadere nella tentazione di fornire risposte riduttive ai problemi reali. Ogni politico deve mirare a servire non l’utilità di ciascuno in modo superficiale per garantirsi consensi, ma, come ricordò don Giussani nel 1987, parlando a i politici della DC, deve innanzitutto governare in funzione dei desideri dell’uomo e fare in modo che le esigenze fondamentali di ognuno non vengano ridotte ai bisogni che lo stato può soddisfare. Una politica che parta dal senso religioso, quindi, è l’unica via per una politica che sia veramente per il bene comune, perché non parte dal bisogno di rispondere a necessità contingenti ma dai desideri più profondi condivisi da tutti, sia di destra che di sinistra.
Di seguito proponiamo un interessante articolo apparso in prima pagina sul quotidiano La Repubblica il 10 novembre 2006.

LA POLEMICA

L'America veloce, l'Italia barocca


di Francesco Merlo
Da un lato c´è la semplicità e dall´altro il barocco. Ci sono loro che in meno di 24 ore adeguano il pensiero politico alla novità del voto e noi che «il Molise è un dettaglio locale». Loro che hanno già sostituito Rumsfeld con Gates, come avevano esplicitamente chiesto i vincitori, e noi che a cinque mesi dal risultato elettorale non siamo neppure d´accordo su chi ha vinto e su chi ha perso. Loro che già ieri a pranzo hanno brindato insieme, da un lato il presidente cow boy e dall´altro la ''lady liberal'' Nancy Pelosi, e noi che ancora ci diamo reciprocamente del ladro e del bugiardo.
Loro che adeguano la politica alla realtà e noi che surroghiamo la realtà con la politica. Loro che sono veloci nei riti, nello sventolio di bandiere e nei ricambi istituzionali e noi che ci impantaniamo nelle sedute-fiume di Camera e Senato, Bertinotti o D´Alema?, Napolitano o D´Alema?, e poi mille vertici, mille correnti, mille portavoce, mille sottosegretari, e lo scorporo, la delega, la concertazione, l´ossimoro, il manuale Cencelli, l´indulto ma con sofferenza, tax sì e tax no, liberalizzo ma proteggo, il partito democratico e la crisi del gazebo, ministri contro ministri, il governo in piazza contro il governo.
Il pragmatismo e l´efficacia degli americani contro le sottigliezze, le sfumature e le rendite di posizione degli italiani. Da quella parte c´è la velocità e da questa i brogli, la par condicio e ovviamente la verifica. L´America piaceva già a Goethe, che pure non c´era stato, perché «non ha i castelli e non ci sono i basalti»: l´idea dell´America liscia liscia, bella e diretta, olimpicamente classica, senza le contorsioni inverificabili della verifica.
Pensate, Bush non ha chiesto la verifica, non ha dato la colpa al destino cinico e baro, non ha detto «paghiamo un difetto di comunicazione», oppure «non abbiamo saputo far arrivare il nostro messaggio», o ancora «la colpa è dei giornali». Anzi si è messo a rincuorare i giornalisti accreditati alla Casa Bianca che facevano la faccia triste, mentre a Roma quando Francesco Rutelli, alla vigilia del cambio di governo, andò spudoratamente a passeggiare alla Rai fu tutto un correre, uno stringer di mani, un tradire: «Liberateci, liberateci».
E cosa diventerebbe in Italia il governo bipartisan della politica estera inventato da Bush in 24 ore? Un inciucio, naturalmente. E come si comporterebbe la politica italiana dinanzi al dimezzamento del potere tra destra e sinistra, alla coabitazione forzata, al risico dei 51 seggi contro 49? Con il solito trasformismo, con il mercato parlamentare, ovviamente: il senatore della Virginia James Webb, per esempio, sarebbe già stato discretamente avvicinato, come il paffuto Di Gregorio. E quale governo italiano ammetterebbe la sconfitta, come ha fatto Bush, mentre i risultati del Senato erano ancora in bilico? Quale premier italiano si congratulerebbe con l´avversario prima ancora della conclusione dello spoglio?
Come si vede siamo davanti all´ennesima lezione americana, non solo di democrazia, ma di verità. Non è infatti un insulto alla logica notare che, bambinoni come Clinton, cow boy rozzi come Reagan e come i due Bush, o agricoltori babbioni come Carter, i presidenti americani raccontati da molti giornali e da molti intellettuali italiani, semplicemente non esistono. Così Bush non è uno Stranamore, non è il generale pazzo che gioca follemente con la guerra, ma è un autentico prodotto della democrazia americana, testardo sì ma non davanti alla sconfitta, e anzi intelligente nell´apertura agli avversari che hanno vinto. Non solo infatti si congratula, ma capisce che c´è una nuova maggioranza che è contraria alla sua politica, che ci sono nuovi e legittimi umori che chiedono rappresentanza istituzionale e che la democrazia, di cui egli è pedina, gli impone di riconoscerli e di adattarsi. E poco importa che la campagna elettorale sia stata dura, al punto che Bush era Thief invece che Chief, ladro invece che capo. Un giornalista gli ha chiesto: «Signor presidente, Nancy Pelosi le ha dato dell´incompetente, del bugiardo e ancora ieri ha detto che lei è pericoloso. Come potete cooperare?» Ecco la risposta di Bush: «Faccio politica da abbastanza tempo per capire quando finisce una campagna elettorale e quando comincia il governo».
La verità e che li dipingiamo imperialisti e guerrafondai, superficiali e sostanzialmente stupidi, perché i presidenti americani ci fanno l´effetto che alla volpe fa l´uva quando è troppo in alto. E dimentichiamo che attorno a loro si raccolgono le migliori intelligenze accademiche, quelle stesse presso le quali noi facciamo accattonaggio intellettuale, perché in Italia non c´è titolo più esibito, anche da parte dei più accesi antiamericani, dell´essere stato in una università americana, allievo dei consiglieri della Casa Bianca.
Ci piace prendere in giro l´America delle americanate, ricorrendo sempre al vecchissimo, consunto cliché di superiorità del Vecchio Continente, della vecchia signora sul pavernu. Perciò ripetiamo stancamente che gli americani non conoscono la raffinatezza della civiltà cortese, non hanno avuto il Rinascimento, che agli americani manca il passato dove sono state forgiate le buone maniere, mancano il Medioevo, le cattedrali gotiche, i templi greco-romani. Se volete un elenco dei pregiudizi europei che sono all´origine dell´attuale antiamericanismo rileggetevi nella riedizione adelphiana lo splendido libro (1955) di Antonello Gerbi ''La disputa del Nuovo Mondo''. Si va da Humboldt che li considerava «una stirpe degenerata» a Schopenhauer che li definiva «mongoli modificati dal clima» a Hegel secondo il quale non valeva la pena occuparsene né da parte della storia né da parte della filosofia. Attualizzati e rimodernati quei pregiudizi d´autore sono ancora oggi gli ordigni difensivi che costruiscono l´ideologia antiamericana, sono la pappa, dozzinale e cafona, di una storia raccontata ad ''usum revolutionis'' dai nostri ostinatissimi cattivi maestri e che ci fa malpensare, legittima i rancori, le riserve da camerieri, da provinciali. Perciò arriviamo a dubitare che siano davvero stati sulla Luna, qualcuno giura che le due Torri se le sono distrutte da soli, vediamo dappertutto complotti della Cia, che sarebbe la kappa dell´Amerika, il suo sottosuolo dostoevskiano.
Insomma neghiamo quella democrazia che perciò ad ogni elezione ci stupisce. E restiamo a bocca aperta vedendo che anche Bush, come tutti gli altri, ci impartisce lezioni, nonostante la stanchezza di una nazione in guerra. L´America di Bush è ancora l´America di Tocqueville, e rimane il nostro modello di riferimento. La sola differenza è che oggi siamo noi quegli incredibili americani che furono scoperti e deformati dai pregiudizi. Con una lingua politica che è una babele, con le procedure istituzionali ridotte ad apparati cerimoniali, con una inaderenza cadaverica alla realtà che velocissima ribolle, siamo noi «i decaduti» raccontati nel libro di Gerbi. I selvaggi, l´umanità sguaiata, siamo diventati noi.