...."mortadella", al secolo Prodi Romano
Perchè stupirsi se i pupazzi bruciano?
Roma. Perché stupirsi o mostrare sconcerto quando un manipolo di ultrà del pacifismo corazzato sfila bruciando pupazzi in divisa militare? Perché trasecolare quando la divisa in fiamme, oltreché americana e israeliana, è anche quella dell’esercito italiano, avvolta nel tricolore e accompagnata dai soliti cori truculenti su “dieci cento mille Nassiriyah”?
Sopra tutto a sinistra, dove i pudori evidentemente non sovrastano l’ipocrisia, si cerca di accreditare una presunta eccezionalità dei falò antimilitaristi.
Ma la questione è abbastanza estesa per oltrepassare anche la latitudine della politica nazionale. Si deve partire dal dato di fatto più chiaro e duro, perfettamente in linea con la tendenza dell’Europa continentale: la cultura dominante ha espulso la guerra dall’ordine delle cose possibili se non necessarie, ne ha fatto un tabù e un nemico ideologico; ha trasformato la divisa verde in un insulto per un malinteso senso autoprotettivo; ha perciò stabilito l’obbligo di svuotare gli arsenali nella speranza d’ingrassare il granaio. Non solo metaforicamente, “Marte non abita più qui”, come scrivevano venti anni fa i reprobi della Nouvelle droite francese di Alain de Benoist e Guillaume Faye.
E come tre anni fa ha certificato, poco entusiasta, l’americano Robert Kagan restringendo alla sola Venere il Pantheon europeo (“Paradiso e potere”).
In effetti, per quanto non sia pietoso dirlo, un prodotto esemplare di questa cultura si manifesta nelle scuse o nel perdono che i genitori di un pacifista qualsiasi, rapito o ammazzato dai tagliagole, rivolgono meccanicamente ai suoi carnefici.
Con queste premesse, il balordo che incendia pupazzi abbigliati come militari si muove con maggiore coerenza rispetto ai suoi censori impermeabili al sospetto d’aver neutralizzato una funzione vitale alla sopravvivenza della politica non disincarnata.
Ma questi censori sono gli stessi governanti che avrebbero voluto eleggere alla presidenza della commissione Difesa una comunista del secolo scorso come Lidia Menapace, capace perfino, se lasciata fare, d’ingaggiare un conflitto personale con le Frecce tricolori.
Di cosa lamentarsi, allora, se poi a protestare con la voce dimessa sono i militari stessi, casta degradata che “in linea di principio non ha mai avuto una visione guerrafondaia e anzi ha coltivato un punto di vista etico rispetto alla guerra”, dice Alessandro Campi, docente di Scienze politiche all’Università di Perugia: “Se la guerra è stata eliminata dal gioco politico come qualcosa di moralmente riprovevole, è anche perché in Italia è andata progressivamente affermandosi una cultura antinazionale. E malgrado la schizofrenia dei riformisti li spinga al tentativo di recuperare un ‘patriottismo dolce’, come dicono loro”.
Secondo Campi, nella sinistra italiana “sopravvive in forma egemone un forte residuo d’internazionalismo social-marxista che si è ricombinato sotto la forma del pacifismo umanitario”. Da qui nasce “l’incapacità di pensare la politica di uno stato nella sua dimensione più profonda, quella della potenza che regola i rapporti di forza e il gioco degli equilibri globali.
Mentre alcuni animali trovano conseguente l’atto di bruciare dei fantocci militaristi”.
E’ un problema tipicamente europeo, c’è un fondo patologico nel quale si mescolano la presunzione di superiorità etica e “la grande vacanza dalla storia che si è presa la classe dirigente dell’Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Lo si nota perfino a livello scientifico: discipline come la geopolitica ma anche il semplice studio delle relazioni internazionali sono state marginalizzate negli ordinamenti accademici. Vengono classificati come campi di lavoro caratteristici della cultura anglo-americana”. Una volta rimosso il soldato da quella parte dell’immaginario solitamente riservata alle figure positive, “inevitabilmente scompare assieme a lui la necessità di dotarsi degli strumenti concettuali per pensare la guerra sotto forma di iniziativa e pressione diplomatica”.
Il che prefigura uno strano tipo di resa culturale, l’abbandono teorico dell’idea bellica ormai percepita come barbarie irredimibile “e la persecuzione aggressiva e violenta di tutto ciò che richiama fisicamente quell’idea”.
E’ il fare la guerra alla guerra, nient’altro che uno sfregio remissivo, disordinato e plebeo inflitto al principio di giustizia presente nei simboli e nella carne dei soldati vivi e morti.
Non ha visto bruciare "pupazzi" il premier, nella piazza di Berlusconi.
E da "pupazzo", ottimo paravento per gli impresentabili comunisti ed ex comunisti non pentiti, s'inventa le ingiurie.
Non accorgendosi che così facendo è "lui" che ingiuria gli italiani.
saluti




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