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    geppo
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    Wink Incontro con Alfiero Alfieri

    Incontro con Alfiero Alfieri, l’ultimo e ormai unico rappresentante del teatro dialettale romano
    Quarantacinque anni di teatro popolare dedicati a Roma e il sogno di aprire una scuola di teatro, poesie, canzoni e cultura romana

    di Riccardo Faiella


    Un anno fa Alfiero Alfieri era deluso e amareggiato a tal punto da abbandonare l’Italia per andare a vivere in Australia: la sua Roma non era più la stessa e le varie amministrazioni locali erano sempre indifferenti al suo teatro dialettale. Ma l’esilio di Perth è durato poco. L’amore del suo pubblico e l’adorazione per la città eterna lo hanno convinto a tornare.
    Il rientro sulla scena capitolina prepotente ed ambizioso: dal 13 ottobre al 31 dicembre al Teatro Tirso De Molina, in via Tirso, al quartiere Parioli. La commedia è “L’ajo nell’imbarazzo” di Giovanni Giraud, commediografo dalla satira mordente simile a quella di Molière, nato a Roma nel 1776 da nobile famiglia oriunda di Francia.
    La rappresentazione teatrale narra di una severissima Marchesa Giulia Antiquati, interpretata dalla moglie di Alfieri, Lina Greco, che sorveglia i suoi due rampolli: Enrico e Pippetto. L’ossessiva vigilanza della madre non impedisce ai due marchesini di allacciare relazioni amorose che porteranno nuovi eredi alla nobile casata. Silvio Ambrogioni, bravo nella recitazione e nel canto, veste i panni del Marchese Enrico. Pippetto, invece, è interpretato da un simpatico figlio d’arte, Massimiliano Buzzanca, orgoglio di papà Lando. Completano il cast l’intensa Elettra Zeppi nelle vesti di Gilda Onorati, la compagna di Enrico; la caratteristica Rita Gianini nella parte di Leonarda, la governante; e naturalmente lui, Alfiero Alfieri, che è anche regista, nei panni di Don Gregorio Cordebono, ovvero l’ajo, l’antico precettore. Sarà proprio l’ajo ad aiutare i ragazzi e ad ammorbidire le ire della marchesa madre facendone uscir fuori, con un finale imprevisto, la donna che alberga in lei.
    Alfiero, lei aveva fatto del Teatro Rossini l’ultima e unica roccaforte della rappresentazione dialettale romana.
    «Sono stato sedici anni al Rossini. C’era ancora Durante. Oggi portare avanti il teatro dialettale romano è dura, anche perché qui a Roma non gode delle massime attenzioni da parte delle istituzioni».
    Per fortuna che c’è il pubblico.
    «Il pubblico mi ha sempre premiato. Se non avessi avuto il pubblico e questo sviscerato amore per Roma, non sarei mai rientrato. La gente mi ferma per strada, si commuove e si mette a piangere. Oltre agli applausi, queste dimostrazioni d’affetto ripagano il lavoro di un’artista. Oggi l’attore è visto come un dio. Una volta era una persona normale che faceva sorridere. Per questo c’era più spontaneità e un altro modo di recitare, cose che nella tv di oggi, per esempio, io non vedo».
    Perché la scelta del suo rientro è caduta su “L’ajo nell’imbarazzo”?
    «Avevo intenzione di presentare un testo nuovo. Poi ho letto un libro, che mi hanno regalato, sulla vita di Giovanni Giraud. Una vita che ho trovato spontanea. E tra le sue opere, questa commedia brillante mi è piaciuta più delle altre. Io naturalmente l’ho cambiata, quasi stravolta, adattandola al mio modo di recitare. Ma la struttura è la stessa della prima rappresentazione avvenuta a Roma, nell’autunno del 1807».
    Ha cambiato anche il linguaggio?
    «Beh, il romano antico oggi non lo capirebbe nessuno. L’ho reso contemporaneo. Io, comunque, il mio linguaggio non l’ho mai cambiato. Il romano è semplice; è musicale; con qualche frase piccantina. Ma non è volgare come la parlata che si sente adesso, un linguaggio che non è quello romano: il borgataro. Non è assolutamente vero che i romani parlano così, ma dove sta’ scritto? Il vero romano non si è mai espresso con quel tono arrogante e rozzo. E invece, purtroppo, è questo che passa fuori, soprattutto per colpa dei mass media. Anche la cortese gestualità di un tempo non ha niente a che vedere con quella odierna».
    C’è qualche giovane che segue le sue orme?
    «No, perché adesso è difficile trovare giovani che recitano in dialetto. Hanno paura di essere etichettati. E non posso dargli torto. Io questa ghettizzazione l’ho vissuta sulla mia pelle. Ci sono ragazzi che mi portano delle poesie bellissime, ma nessuno gliele pubblica perché sono scritte in dialetto romano».
    Forse manca una scuola. Lei per esempio, ha avuto due grandi maestri.
    «Esistono dei centri come il Trilussa e il Gioacchino Belli; ma una vera scuola che accolga i giovani non c’è. Il mio sogno è proprio aprire una scuola dove si insegni non solo teatro, ma poesie, canzoni e tutta la cultura della nostra città. L’insegnamento è importante per tutti, anche se il talento è un qualcosa di inspiegabile che abbiamo dentro. Il mio primo maestro fu il grande Aldo Fabrizi e poi Checco Durante. Ho appreso molto da loro. Da Fabrizi, per esempio, ho imparato ad improvvisare. Aldo inventava in maniera incredibile. Quando Manfredi fece il Rugantino con lui, era arrabbiatissimo: “Ogni sera mi cambia le battute”, diceva. E non se ne accorgeva nessuno. Ma Fabrizi rispondeva: “Io sono così, se me volete…”. Anche io spesso invento lasciando nello sconcerto gli altri attori. Inoltre coinvolgo i presenti in sala facendo battute con loro e scendendo in platea. E questo piace. Ma attenzione, tale licenza è concessa solo a me. Se lo farebbero gli altri il pubblico non capirebbe».
    Progetti futuri?
    «Il progetto più grande per il prossimo anno è mettere in scena uno show: Alfiero nei panni di Aldo. Voglio portare sul palcoscenico quel modo di recitare del mio maestro Aldo Fabrizi. Lui ha lasciato un gran ricordo sia in Italia che all’estero. Sapeva fare tutto. Diceva: ”Attori si nasce non si diventa”».
    E questo subito, a gennaio 2007. Per il momento, se volete ascoltare il suono pulito del dialetto romano, non sporcato dalle inflessioni borgatare, potete approfittare del signor Alfiero Paliani, in arte Alfiero Alfieri. Le sue lezioni di dizione sono in programma fino alla fine dell’anno al Teatro Tirso.

    •   Alt 

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    Sono proprio contento che sia tornato a Roma, il teatro dialettale non può essere lasciato morire...

  3. #3
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    Grandissimo..tra l'altro interpretava il ruolo del prete nel film "Viaggi di Nozze" di Carlo Verdone..

 

 

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