Maurizio Blondet
07/12/2006

La constatazione di un capolinea: a questo s’è ridotto il vertice della NATO di Riga.
Un disastro tale, che forse Mosca e Pechino dovranno dare una mano perché l’alleanza atlantica non si sgretoli troppo rapidamente, lasciando a Cina e Russia il compito di ripulire il caos creato dagli occidentali in Iraq e Afghanistan.
E’ la paradossale conclusione cui giunge il diplomatico indiano Bhadrakumar, in un’analisi ricca di osservazioni e di informazioni che non abbiamo trovato altrove.
Vale la pena osservare la crisi dell’Alleanza, attraverso un occhio asiatico intelligente. (1)
Lo stato comatoso della NATO d’oggi va anzitutto misurato proiettandolo sulle ambizioni e le realizzazioni del recente passato.
Nel 1999 Bill Clinton, ingolfato nello scandalo Lewinsky, era un’anatra azzoppata assai più di Bush dopo il voto di medio termine del 7 novembre: eppure Clinton riuscì, nel vertice NATO di Washington, a spingere gli alleati nell’intervento in Kossovo, e a far loro accettare (nonostante le obiezioni russe) l’inglobamento di Paesi dell’ex patto di Varsavia, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceka.
Nel vertice di Praga del 2002, si proclamarono ulteriori espansioni ad Est, e la creazione della «NATO Rapid Force» per le future avventure imperiali out-of-area.
Ad Istanbul, nel 2004, è stata lanciata la Istanbul Cooperation Initiative, ossia l’ambizioso programma di associare o integrare tutti i paesi islamici «moderati» (filo-USA) del Nordafrica e del Medio Oriente, e fare di Israele un socio di fatto, allo scopo di «disciplinare» congiuntamente l’area più petrolifera del pianeta.
E ancora nel maggio 2006 il generale James Jones, comandante supremo dell’alleanza, prevedeva che il summit di Riga avrebbe trasformato la NATO da «alleanza statica, passiva e difensiva» in un pugno d’acciaio «più flessibile e attivo», capace di «prevenire» i conflitti prima che accadessero: insomma lo strumento principe dell’unilateralismo americano decretato nella Dottrina Bush.
Si disse allora che la NATO avrebbe pattugliato il Mar Nero (benchè presidiato dalla flotta russa di Sebastopoli), avrebbe sorvegliato le forze russe in Moldavia, accolto fra i suoi membri l’Ucraina, accelerato l’entrata della Georgia, insomma sfidato e ridotto le residue aspirazioni di Mosca sul suo «estero vicino».



Di più, di più: la NATO avrebbe stabilito una partnership strategica con le lontane «democrazie occidentali» del Pacifico, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, magari presto anche l’India: insomma uno spropositato anello d’acciaio delle democrazie globali stretto attorno a Russia e Cina, con lo scopo di stroncare (fu detto) «il ricatto geopolitica» che minaccia le forniture energetiche occidentali, e non solo quelle.
Poi, al vertice di Riga, la miserabile realtà.
Americani ed inglesi hanno chiesto agli alleati europei 2.200 uomini in più come rinforzo per la loro guerra in Afghanistan, che stanno perdendo, e non l’hanno ottenuto.
Francia e Germania hanno promesso rinforzi «caso per caso» e in base ad «emergenze» da vedere sul momento.
Turchia ed Italia hanno parimenti rifiutato un maggior impegno.
In ogni caso, le truppe che potrebbero essere mandate a rinforzare la guerra ai Talebani resterebbero sotto comando del Paese d’origine, e non verrebbero messe sotto il comando NATO, ossia americano: ciò che letteralmente va chiamato, in senso tecnico, «dis-integrazione» dell’Alleanza.
La Francia infatti, benchè alleata nel campo occidentale, non è nella NATO perché le sue forze non sono «integrate» sotto il comando sovrannazionale.
E gli americani sono stati colti di sorpresa.
Presenti senza il ministro della Difesa (Rumsfeld essendo stato appena cacciato) apparentemente non si aspettavano il rifiuto.
Molto più concreta la valutazione del ministro russo della Difesa, Sergei Ivanov, che poco prima del vertice di Riga aveva detto allo Spiegel: noi russi, nemmeno con 110 mila uomini siamo riusciti a tenere l’Afghanistan (la NATO ne ha 32 mila, di cui la metà sono a Kabul a dirigere il traffico).
E Ivanov ha aggiunto: «Sono fermamente convinto che la situazione non migliorerà finchè voi non sarete capaci di controllare efficacemente la frontiera tra Afghanistan e Pakistan… cosa difficile perché il Pakistan è un alleato degli USA, e allo stesso tempo non è del tutto democratico, e possiede armi di distruzione di massa, ed è implicato nella proliferazione, per esempio con la Corea del Nord».



Frase sottilmente velenosa per molti versi: anzitutto, il Pakistan non è un «alleato»: Bush ha obbligato il dittatore locale Musharraf a collaborare, minacciandolo di fargli fare la stessa fine di Saddam, ed ora Musharraf gli arma dietro le spalle i «suoi» Talebani.
La politica USA nell’area più insidiosa del pianeta è sempre stata questa: non ha mai lealmente accettato in Saddam un alleato, anche quando lo armava perché devastasse l’Iran - è già prevedeva di aggredirlo il seguito. (2)
Ma la vera sorpresa, al vertice di Riga, è stato un sorprendente Chirac, al meglio della sua capacità internazionale.
Ha invitato personalmente Putin a Riga, per celebrare il suo compleanno.
E insieme hanno discusso del futuro «gruppo di contatto» che Chirac stesso ha proposto prima ancora di sbarcare a Riga per il vertice.
Di che si tratta?
Eccolo nelle parole di Chirac: «…Creare un gruppo di contatto che comprenda i Paesi della regione, i Paesi principali coinvolti e le organizzazioni internazionali, sulla linea di ciò che esiste in Kossovo».
Insomma, né più né meno, il contrario dell’unilateralismo di Washington, e dell’arrogante espansione all’Est.
Come in Kossovo è stata coinvolta la Russia in quanto garante di Belgrado, così la NATO, per Chirac, deve sviluppare «una leale partnership»con Mosca, ed evitare «la creazione di nuove linee di frattura».
Inoltre, una nuova strategia va riconsiderata in Afghanistan ed in Iran, che abbia le Nazioni Unite come «il solo forum politico con autorità universale»: proprio ciò che Rumsfeld e Bolton (e Israele) aborriscono.
Insomma: Bush era andato al vertice reclamare un po’ di bastone bellico in più, sostenendo che bastava a stroncare i Talebani e a dare alla NATO «la vittoria».
Chirac, affiancato più o meno consapevolmente dagli altri europei (a parte gli inglesi e gli olandesi), ha invece detto che in Afghanistan occorre «un nuovo processo politico»: una proposta al cui fondo c’è una conferenza internazionale con Russia e Cina chiamate a collaborare per rimediare al pasticcio americano, e perfino un governo di coalizione con i Talebani ben rappresentati a Kabul, e magari Karzai (il fantoccio USA) dimissionario.



Il fatto è che Chirac deve la sua forza alla forza della realtà: gli alleati NATO, commenta Bhadrakumar, «si stanno preparando alla sconfitta USA in Iraq», e cercano di non farsi travolgere dalle macerie.
Il gruppo di contatto proposto da Chirac invoca, in qualche modo, il coinvolgimento dello SCO (Shanghai Cooperation Organization) e il CSTO (Collective Treaty Security Organization), le due alleanze militari allestite nell’area centro-asiatica da Mosca e Pechino.
Le due organizzazioni propongono da tempo una collaborazione con la NATO per l’Afghanistan: invano, perché Bush non vuole conferire loro credibilità.
Ma ora le opzioni di Bush diminuiscono (la riduzione delle opzioni è appunto il segno della disfatta).
«L’originalità di Chirac», scrive Bhadrakumar, «è nel suo ritenere che né Cina né Russia possano permettersi di desiderare una disfatta della NATO in Afghanistan, [perché questo] provocherebbe una crisi della sicurezza nazionale di questi due Paesi sui loro satelliti meridionali. Chirac invita dunque Mosca e Pechino a una trattativa con la NATO in un campo in cui i loro interessi e le loro preoccupazioni possano essere prese in considerazione».
La vittoria della politica sulla guerra come unico mezzo della politica.
Il prototipo di un modello collettivo di sicurezza nazionale, al posto dell’antagonismo arrogante.
E Chirac come «salvatore» della NATO, con i russi e i cinesi.
Un rimedio a ciò che gli analisti russi chiamano «il caos multipolare» risultato dalle avventure unilateraliste, e il «gioco senza regole» voluto da Bush.
E gli americani e i loro satelliti europei hanno dovuto ingoiare il rospo.
L’olandese De Hoop Scheffer, segretario generale NATO, è andato a dichiarare al Quotidiano del Popolo che «la NATO non si spingerà nella regione Asia-Pacifico», ed ha offerto di «lavorare insieme» a Pechino.
Martin Erdmann, il vicesegretario USA per gli affari politici, dopo Riga è volato a Mosca per «informare» i russi sugli esiti del vertice e «discutere francamente su certi aspetti problematici della nostra relazione e sulle prospettive di cooperazione, specie nell’interesse di rispondere alle comuni sfide e minacce alla sicurezza».
D’improvviso l’America ha qualcosa di «comune» con la Russia, nell’area da cui voleva cacciarla.
Una capitolazione.



Tanto che Mosca non ha fretta di afferrare la mano tesa da Washington.
La NATO non ha ancora rinunciato ad invitare Ucraina e Georgia; né gli USA hanno rinunciato a piazzare i missili antibalistici in Polonia.
Il Cremlino ha detto esplicitamente che, se questi missili verranno piazzati, la sua risposta sarà «asimmetrica»: per esempio negherà la spazio aereo agli aerei NATO che sorvolano la Russia diretti in Afghanistan.
L’olandese Scheffer ha dovuto dichiarare che l’entrata di Ucraina e Georgia restano sospesi fino al 2008.
«Sembra che le posizioni della Russia, espresse in termini inequivocabili, stiano cominciando a trovare comprensione tra alcuni politici occidentali, specie della Vecchia Europa», ha commentato Andrei Kokoshin, l’uomo di Putin che alla Duma presiede la Commissione del CIS (Comunità degli Stati Indipendenti, quel che resta delle federazione sovietica).
Il miglior commento però è venuto da Brzezinsky, l’imperialista ideologico della vecchia guardia; ed è singolarmente vicino alle valutazioni di Bhadrakumar: «Il presidente e la classe politica americana devono riconoscere che il ruolo degli USA nel mondo è stato gravemente indebolito dalle politiche lanciate più di tre anni fa». (3)
Tuttavia, anche Brezezinsky evita di chiamare in causa i veri colpevoli dell’umiliazione americana: i Wolfowitz, i Perle, i Bolton, i Kagan, insomma i neocon israelo-americani che hanno spinto Bush a seguire il modello, da loro creduto vincente, «alla Sharon»: bastone senza carota, non si parla ma si spara, niente diplomazia ma solo aggressione unitalerale.
E’ Israele e la sua lobby che ha portato al suicidio della superpotenza; e l’America ha estremo bisogno di infrangere il tabù, e additare i suoi veri nemici, coloro che ne hanno determinato la storica perdita di prestigio e credibilità.
Fino ad allora non sarà libera: i democratici e la Hillary Clinton continuano a profondersi in favore di Israele, a costo del bene del loro Paese.

Maurizio Blondet




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Note
1) M.K. Bhadrakumar, «NATO summit throws up a surprise», Asia Times, 3 dicembre 2006.
2) L’aggressivo unilateralismo di Bush ha portato questa ambiguità ad esiti ridicoli. In Iraq è andato con una semi-alleanza (i volonterosi). Si è trovato a combattere una quasi-guerra, con l’appoggio di milizie locali altamente infide; e a condurre una semi-occupazione dalla gestione disastrosa. Ora in America si discute molto se quella che è scoppiata in Iraq fra le milizie è una guerra civile, e molti obiettano (giustamente) che massacri indiscriminati, senza parti che aspirano dichiaratamente alla presa del potere, non può definirsi così. Ma è precisamente quello che ci si doveva aspettare dall’intellettualmente torbida strategia voluta dai neoconservatori: un quasi-esercito americano rinforzato da mercenari, gestisce una quasi-occupazione che non riesce a garantire nemmeno le forniture essenziali alla vita civile, e continua a bombardare città «liberate» come Falluja. E’inevitabile che anche la sanguinosa mostruosità che è scoppiata in Iraq sfugga ad una definizione giuridicamente netta come guerra civile. E’ qualcosa senza nome, come tutto ciò che Bush, coi neocon israeliani, ha creato e voluto.
3) Z. Brzezinsky, «There is much more at stake for America than Iraq», Financial Times, 5 dicembre 2006.




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