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    Predefinito Un franco e sincero dialogo....

    ....fra culture diverse

    Tolosa. Le indicazioni di Robert Redeker sono attendibili, salvo un’imprecisione che porta a imboccare l’autostrada per Montpellier anziché l’uscita prima del pedaggio. Ma una volta raggiunta casa sua, in un villaggio senza storia, di cinquemila abitanti, alla periferia della città, i controlli diventano drastici. Una pattuglia della gendarmeria sorveglia l’ingresso ventiquattr’ore su ventiquattro, prendendo nota di ogni spostamento.
    Il capitano lo chiama al telefono ogni mezz’ora per sapere se tutto è a posto.
    Redeker vive in una villetta di un piano, tre camere, cucina e bagno, circondata da microgiardino e microsiepe. Per un mese e mezzo è dovuto rimanere al buio, perché la casa sembrasse disabitata. Due settimane fa è stato autorizzato a riaprire le imposte, perché la strategia adesso è cambiata. Il professore ha messo in vendita la casa e ne ha comprata un’altra, in una località segreta, verso la quale s’accinge a traslocare.
    Da due mesi, infatti, Redeker è sottoposto a un programma di massima protezione della Dst (la Direzione di sorveglianza del territorio del ministero
    dell’Interno), per fuggire alla condanna a morte emessa dai fanatici jihadisti legati ad al Qaida.
    Il professore è uno spirito libero, un cultore di Nietzsche, studioso appassionato dell’utopia moderna e dei rischi che minacciano la democrazia. E’ soprattutto un padre di famiglia, tranquillo cinquantenne di origine contadina, che si è trovato a vivere una storia più grande di lui.
    Due mesi fa, in un articolo sul Figaro, si è avventurato nella critica dell’islam, denunciando “l’odio e la violenza che abitano il libro su cui vengono educati i musulmani”, e “la violenza e l’intimidazione utilizzati da un’ideologia a vocazione egemonica per imporre al mondo la sua cappa di piombo”.
    Da allora la sua vita è cambiata. Lo sceicco Youssef al Qaradawi, capo spirituale dei Fratelli musulmani, lo ha indicato su al Jazeera come “l’islamofobo del momento”, e da allora è stato subissato da una serie di minacce di morte, diffuse via Internet con tanto di indirizzo, numero di telefono, foto segnaletiche e mappe dettagliate per raggiungere la sua abitazione.
    La fatwa non ha niente di virtuale.
    Seduto al suo computer in maniche di camicia, le mani cicciottelle e l’anulare che sembra scoppiare tanto è stretto dalla fede, Redeker la ritrova subito, dietro la foto dell’Opera di Sidney, scattata l’estate scorsa durante un ciclo di conferenze sullo sport:
    “This is the pig who criticized the Best Ever Created (Prophet Muhammed) and here is his address”. Il sito in cui è apparsa la condanna a morte è stato oscurato, per evitare che facesse proseliti fra i giovani delle banlieue. Ma sul computer di Redeker restano le e-mail più inquietanti: “On va te tuer, on n’a pas d’autre choix”, scrive un mittente sconosciuto da Casablanca. “Sal petit con, tu es un homme mort, que Dieu te fasse vivre l’enfer avant et après la mort. Moi, je me porterais volontaire a te couper la tete ainsi qu’ a toute personne qui serrait mis a prendre ta defance” minaccia con ortografia incerta un altro islamista furioso. L’inferno per Redeker è iniziato subito con la rinuncia al proprio nome, tanto che ormai deve ricorrere a uno pseudonimo per fissare un appuntamento dal notaio, e come lui i suoi famigliari, costretti a vivere in una sorta di clandestinità.
    I vecchi genitori, due tedeschi scampati al nazismo, vivono ancora in una fattoria nel Pays de Foix ai piedi dei Pirenei, funestati da telefonate anonime e paura.
    E anche i tre figli sono in balia del terrore: Marion 24 anni, che studia filosofia e vive col fidanzato, Simon di 15, che è entrato in collegio come interno, e Pierre di 20 anni che ha dovuto cambiare casa, si è nascosto per qualche tempo in campagna, in una casa in costruzione, e alla fine ha preso in affitto un nuovo alloggio con un amico, senza figurare nel contratto e nemmeno sulla cassetta delle lettere. Pierre fa l’autista di autobus, lo stesso lavoro della madre, Véronique, una quarantenne energica, bruna con la frangetta, che volendo seguire il marito, costretto i primi tempi a cambiare casa ogni due giorni, ospite di amici, ha smesso di lavorare per un mese, anche se ha sempre usato il nome da ragazza. I due sono una coppia unita, frutto di un amore nato per caso. La moglie, infatti, racconta Redeker, l’ha incontrata su un autobus un giorno di gennaio nel 1981, e l’ha invitata la sera stessa a una seduta spiritica in casa di un amico a Carcassonne, e l’ha sedotta grazie a una provvidenziale nevicata che li tenne segregati per dieci giorni sulle colline delle Corbières. Adesso è lei che esce per fare la spesa e si occupa di tutto, mentre lui, costretto a lasciare il liceo Pierre Paul Riquet di Saint Orens, isolato, privo di contatti, al di fuori di telefono e mail, resta in casa sepolto vivo, passando le ore davanti al computer a scrivere il diario che gli ha chiesto l’ex direttore dell’Express Didier Jeambar per le Editions du Seuil.

    La paura è di chi mi ripudia come professore
    Anzi, adesso che ha ritrovato qualcosa da fare, e può guardare la luce del giorno, dice di sentirsi molto meglio, mentre i primi giorni era depresso. La settimana scorsa, dopo il meeting di sostegno organizzato a Tolosa da Bernard-Henri Lévy e Pascal Bruckner, è persino andato a Parigi in aereo, scortato dalla polizia, con motociclisti a sirene spiegate, per partecipare al talk show di Marc Olivier Fogiel, conduttore d’assalto molto pop e irriverente, che però con lui è stato gentilissimo. Dopodiché, all’una di notte, è stato riaccompagnato al Novotel sempre a sirene spiegate dalla polizia, che prima di lasciarlo ha setacciato la stanza d’albergo da cima a fondo.
    “E’ stato divertente”, commenta Redeker, che oggi dice di non aver paura: “Paura semmai ce l’hanno i miei allievi, e le famiglie che non mi vogliono più come professore”. E lancia strali contro i sindacati degli insegnanti, “La Snes e la Fsu hanno persino indetto una manifestazione contro l’estradizione di Cesare Battisti, ma per me non hanno mosso un dito”.
    Quanto ai politici, si dice deluso da Gilles de Robien, ministro della Pubblica istruzione, e da Donnedieu de Vabre, ministro della Cultura, “che hanno fatto di me un colpevole”, mentre è grato a François Bayrou, a Dominique Strauss-Kahn, al sindaco comunista di Vénitieux, André Gerin, che l’ha difeso contro l’attacco dell’Humanité, e al ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, di cui mostra fiero una splendida lettera, dicendo “finché c’è lui sono al sicuro”, mentre di Ségolène Royal ricorda il giudizio da bacchettona contro le caricature antimaometto.
    Di rimorsi, infine, non ne vuole parlare: “Pentito? Non lo sarò mai. E’ una cosa che non si fa. Non ho commesso alcun reato. Ho solo scritto quello che pensavo, anzi la verità. E non sono stato il primo. Claude Lévi-Strauss nei ‘Tristi Tropici’ ha scritto sull’islam le pagine più virulente. Sarebbe intellettualmente indegno dire ‘due mesi fa ero un po’ pazzo, avevo bevuto’. Non potrei mai”. Parla con pacatezza, senza nessuna enfasi Robert Redeker. E mentre parla, ogni tanto gli occhi gli sorridono e il viso tondo, mal sbarbato, dalla carnagione chiarissima, sembra dargli i tratti un po’ da vecchio, un po’ da bambino, come per fargli assumere una dimensione intemporale, non solo contro il tempo, ma fuori dal tempo.

    Marina Valensise su il Foglio del 30 nov.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Poligamia / 1

    Roma. Una dirigente dell’Ucoii, Patrizia Dal Monte, e il presidente dell’Unione musulmani d’Italia, Adel Smith, vorrebbero l’introduzione della poligamia in Italia.
    Il ministro delle Pari opportunità, Barbara Pollastrini, ha opposto subito “un secco no”.
    Hamza Piccardo, segretario dell’Ucoii, smorza la Dal Monte con un “non chiediamo la poligamia allo Stato italiano”, però vuole “tolleranza”.
    Intanto il Parlamento è assalito dalla realtà sul terreno del progetto di legge Spini sulla libertà religiosa, il cui articolo 11 prevede la non obbligatorietà, per il ministro di culto, di leggere agli sposi gli articoli del codice civile sui diritti e doveri dei coniugi.
    Un articolo che preoccupa Magdi Allam, vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, che teme la legalizzazione di fatto di un istituto che “minaccia” le fondamenta “della civiltà occidentale”.
    Spini ha negato ogni concessione ai fan della poligamia, e il costituzionalista Stefano Ceccanti ha difeso il testo, rispettoso del “primato del diritto”. Dire “sì” al multiculturalismo e “no” alla poligamia è una contraddizione in cui (per fortuna) cade il pensiero relativista oppure una riflessione su conquiste e valori irrinunciabili della civiltà occidentale anche da parte di chi, prima, la rifiutava in nome del rispetto delle altre culture?
    Chiara Saraceno, docente di Sociologia della Famiglia, “contraria alla poligamia”, scorge però “una buona dose di ipocrisia nella sua condanna come ‘cosa immorale’ da parte di una società che permette l’adulterio, praticato anche dai cattolici, e una sorta di ‘poligamia seriale’ attraverso il divorzio.
    Ma la poligamia nasce in una situazione di asimmetria uomo-donna. E’ inaccettabile che la legge la ratifichi. Però bisogna proteggere la parte debole, donne e bambini”.
    Neppure i libertari dicono: ognuno faccia come vuole purché sia consenziente. Il radicale Daniele Capezzone si veste in questo caso (da “buonista” per proporre “il ‘lodo Saraceno’, da un articolo della sociologa in cui si suggeriva ad Amato di occuparsi prima di tutto dei figli degli immigrati”). Katia Zanotti, sinistra diesse, trova che la poligamia faccia “eccezione” nel panorama della tolleranza “perché non c’entra nulla con la nostra cultura e le nostre regole giuridiche”.
    L’ex ministro comunista delle Pari opportunità, Katia Bellillo, osteggia la poligamia in quanto “discriminatoria per la donna, a meno che, forse, non fosse possibile alle donne sposarsi con più di un uomo…”. Per Susanna Mancini, docente di Diritto comparato, “la poligamia, vietata dal diritto penale, viola l’eguaglianza di genere. Non può essere assimilata ad altre forme di convivenza, come i pacs, che espandono i diritti. Una donna costretta dalla pressione sociale o economica a sposarsi non è libera di uscire da una comunità. Come per le mutilazioni genitali, ci sono situazioni non accettabili in nome del rispetto di un’altra cultura”.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Poligamia / 2

    Roma. In Italia non esiste una statistica ufficiale che denunci pratiche poligamiche da parte di cittadini di fede musulmana. Gli unici casi emersi finora – peraltro facilmente smantellabili da chi ne viene accusato, poiché con il sostegno della componente maschile della comunità vengono, se non occultati, quantomeno negati – sono stati riscontrati da giornalisti e associazioni femminili che hanno raccolto testimonianze in merito negli ultimi anni.
    Il Foglio ha verificato un caso nel mantovano che si presenta simile ai tanti documentati in passato: identica è la tecnica con la quale è stato possibile “importare” la poligamia dai paesi di provenienza.
    Il marito di N. E., per esempio, era arrivato in Italia dalla Libia con un semplice permesso turistico – come capita alla maggior parte dei migranti – con un regolare matrimonio contratto nel paese di origine. La moglie, incinta, era stata costretta a vivere con i suoceri nella loro casa e abbandonata con la promessa di un ricongiungimento rapido. A causa di un continuo tergiversare del marito, che si era recato da lei soltanto due volte, passano tre anni prima che N. possa raggiungere l’Italia con un visto turistico (che è possibile prolungare fino a quando non si trova una soluzione duratura). Lui, intanto, aveva già provveduto a cercarsi un’altra donna in Italia, anche lei musulmana, conosciuta nella comunità islamica cui aveva deciso di avvicinarsi per trovare sostegno. L’ha sposata senza dirlo alla prima moglie, N., che l’ha scoperto soltanto dopo essere entrata in Italia, nella casa del marito, dov’è stata costretta a vivere in un contesto poligamico: con lui, con l’altra e senza alcuna garanzia sul riconoscimento del matrimonio (avvenuto precedentemente in una moschea libica) che infatti non è mai arrivato. Isolata, vittima di quotidiane violenze psicologiche della comunità islamica, N. è riuscita a venirne fuori soltanto dopo due anni, con il sostegno di alcuni parenti in Libia che l’hanno aiutata a divorziare e a superare l’opposizione del marito. La sua storia è una delle tante – circa 7.000, secondo un’indagine dell’associazione Acmid donna –che dimostra quanto sia semplice per un musulmano mettere in pratica la poligamia anche nel nostro paese. Circoscrivere il fenomeno è difficile per due motivi: la paura di molte donne immigrate – che temendo ritorsioni della comunità tacciono – ma anche l’ambiguità con la quale il nostro sistema affronta il problema. E’ emblematica una sentenza pronunciata dal tribunale di Bologna il 13 marzo 2003 nella quale il giudice sostiene che “il reato di poligamia può essere commesso solo dal cittadino italiano sul territorio nazionale essendo irrilevante il comportamento tenuto all’estero dallo straniero la cui legge nazionale riconosce la possibilità di contrarre più matrimoni”.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito I Londonistan

    Londra. Un accoltellamento fra africani si chiude con le scuse dei criminali e nulla di più. Accade a Woolwich, sud-est di Londra, dove la legge islamica sembra sovrastare le norme di un paese in cui la sharia sta prendendo sempre più campo, sostituendosi alla common law nella risoluzione delle controversie fra immigrati. Un gruppo di giovani somali è sospettato di avere attentato alla vita di un connazionale. La famiglia della vittima riferisce alla polizia che la questione può essere risolta fuori da un’aula di tribunale. I colpevoli pagano una cauzione e vengono rilasciati. Le parti si accordano per un risarcimento e basta un’udienza - con relative scuse degli imputati – per chiudere la vicenda. -
    Non siamo nell’Iran di Ahmadinejad né a Mogadiscio. Ma nel Regno Unito. E a denunciare quest’agghiacciante storia – ripresa ieri dal Daily Telegraph - è Aydarus Yusuf, ventinovenne somalo, che ai microfoni di Bbc Radio 4, durante il programma “Law in action”, ammette:
    “Dovunque noi somali ci troviamo nel mondo, applichiamo la nostra legge. Non è un fatto religioso, ma culturale”. Si scopre così che la sharia abita anche nel Regno Unito e che – come ha scritto Patrick Sookhdeo, direttore dell’Istituto sull’islam e la cristianità di Londra e autore di “Islam in Britain” – c’è “un sistema legale alternativo e parallelo” alle legge britannica che vige nella comunità musulmana su base volontaria. “Le Corti islamiche operano nella maggior parte delle grandi città, con i vari gruppi etnici che vanno incontro a bisogni specifici in base alle proprie tradizioni”, aggiunge il professore.
    Il Londonistan, insomma, espande il suo raggio e a difenderlo interviene anche un avvocato musulmano, Faizul Aqtab Siddiqui, professore universitario allo Hijaz College, nei pressi di Warwick, che dalle pagine del Telegraph spiega i vantaggi di questa legge parallela: “Budget contenuti, giustizia veloce e un clima più rilassato per chi di solito è intimorito dalle corti inglesi”. Una spiegazione inquietante che forse aiuta a capire un altro paradosso della Gran Bretagna multiculturale, ferita dagli attacchi del 7 luglio e in continua allerta dopo gli sventati attentati della scorsa estate.

    La petizione dei moderati
    Mentre la Bbc Radio conferma un timore che da tempo serpeggia nel mondo occidentale, a Londra un gruppo di musulmani moderati si batte contro il piano di costruzione di quella che dovrebbe diventare la più grande moschea d’Europa, sul suolo del parco dei Giochi olimpici del 2012. In soli dieci giorni 2.500 islamici del quartiere Newham (est della capitale) hanno raccolto altrettante firme per opporsi all’edificazione di quella che è già stata ribattezzata l’Alhambra del ventunesimo secolo (in riferimento all’enorme complesso di Granada, eredità della dominazione araba), 23 volte più spaziosa della cattedrale di Liverpool, oggi il più grande luogo di culto del Regno Unito.
    Musulmani contro la costruzione di un’enorme moschea, insomma.
    Musulmani contro musulmani. La ragione? Quel tempio che verrebbe innalzato in nome dell’islam aggraverebbe ancora di più le tensioni fra le comunità religiose presenti sul suolo britannico. Dietro al piano c’è un gruppo, il Tablighi Jamaat, che gli stessi musulmani moderati del Regno Unito riconoscono come estremista. Secondo un rapporto dell’Fbi, finito in mano ai mass media americani nel 2005, al Qaida ha usato membri di quell’organizzazione “come copertura… per avvicinarsi ad altri estremisti che fanno base negli Stati Uniti”. Lo stesso Richard Reid, il “bombarolo” britannico che tentò di salire su un aereo Parigi-Miami nascondendo esplosivo nelle sue scarpe e ora in carcere negli Stati Uniti, ha avuto legami con quel gruppo e così anche Mohammed Silique Khan e Shehzad Tanweer, due degli attentatori del 7 luglio, frequentatori della moschea del Tablighi Jamaat di Dewsbury.
    E poi 23 dei sospettati – oggi agli arresti – per la sventata strage sui cieli britannici – pare abbiano partecipato agli eventi organizzati negli ultimi anni dal gruppo. Insomma, i dubbi sulla linea ultraortodossa del movimento e la sua a dir poco rigida interpretazione dell’islam sarebbero sostenuti da indizi ancora più gravi. Per questo i musulmani moderati di Gran Bretagna hanno deciso di dissociarsi da un progetto che rischia di trasformare il paese in una grande culla del fondamentalismo islamico.
    La concessione temporanea alla costruzone della moschea intanto è scaduta e una nuova richiesta non è ancora arrivata.

    saluti

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    Predefinito Premi culturali

    Fra i lasciti peggiori di Tony Blair ci sono due consulenti sull’islam di Downing Street: Cat Stevens e Tariq Ramadan.
    Stevens sarà protagonista del megaconcerto dei Nobel per la Pace organizzato a Oslo per l’11 dicembre e trasmesso in tutto il mondo.
    Per chi conosce Yusuf, come si fa chiamare Stevens dopo la conversione all’islam, l’invito non è una sorpresa. Nel 2004 venne scelto come “Uomo della Pace” dai Nobel guidati da Mikhail Gorbaciov. Espulso da Israele per la sua alacre raccolta di fondi per Hamas e con l’ingresso negato negli Stati Uniti, Yusuf ha seminato la sua conversione di dichiarazioni molto poco pacifiche.
    Il 23 maggio 1989 il New York Times riportò alcune sue dichiarazioni al London’s Kingston Polytechnic sulla fatwa contro Salman Rushdie. Disse che se Rushdie bussasse alla sua porta, “chiamerei l’ayatollah Khomeini per dirgli esattamente dov’è”.
    E’ lo stesso pacifista che ha parlato di “cosiddetta religione ebraica”. Yusuf ha rivendicato amicizie con l’islamista Hamza Yusuf, lo sceicco Omar Abdel-Rahman, condannato per terrorismo negli Stati Uniti, e il predicatore Omar Bakri, bandito dal Regno Unito.
    Nel settembre 2004 l’Iran ha deciso di diffondere nel paese la sua musica. Yusuf ha anche minacciato in tv lo scrittore attivista Farrukh Dhondy, colpevole di accusare l’islam di “distruggere le menti dei giovani e di condurli al terrore suicida in cui hanno ucciso seimila innocenti”. Il New York Sun ha fatto le pulci al suo elogio della sharia. “Se mi chiedi un’opinione sulla blasfemia, il Corano la considera un’offesa capitale”. Stevens ha contribuito alla museruola che il governo laburista ha messo al discorso pubblico sulla religione. Quanto al niqab, “la bellezza e la forma della donna” non deve essere vista “da maschi che non le sono vicini”.
    Troppo poco islam
    E se l’islam prevede “la proibizione di qualunque offesa al sacro”, Yusuf è così ecumenico che un anno fa ha iniziato una battaglia per demolire una vecchia chiesa di Londra e sostituirla con un centro islamico. Dopo aver elogiato la teologia wahabita che considera “haram”, proibiti, gran parte degli strumenti musicali, nel 1997 Yusuf produsse l’album “I have no cannons that roar”, dedicato alla causa degli islamisti bosniaci. Si parla di porte del paradiso che si aprono ai mujaheddin. Nel 1988 disse che “gli ebrei non sembrano rispettare Dio né la sua creazione. Non ci sarà giustizia fino a che la terra non sarà riconsegnata ai legittimi proprietari. Solo l’islam può portare pace in Terra Santa”. Quanto al terrorismo ha detto: “Il problema non è troppo islam, ma troppo poco”.

    L’altro responsabile per le relazioni pubbliche dell’islam inglese, Tariq Ramadan, nipote del fondatore dei Fratelli musulmani e prefatore delle raccolte di Yusuf al Qaradawi, è il nuovo “Europeo non europeo dell’anno” secondo European Voice, rivista del gruppo Economist.
    Nel 2005 era stato scelto il turco Orhan Pamuk, e prima ancora Bill Gates, Abu Mazen e Kofi Annan. Come Yusuf Islam, anche Tariq Ramadan pensa che le donne “devono essere subordinate all’uomo, che è modello di islam”, e che dovremmo bandire le piscine miste (“non vedo come uno possa pensare di andare in posti simili”).
    Mentre i Nobel della pace si affidano alla lira saudita di Stevens e a Bruxelles si nomina europeo dell’anno il rasoio infido di Ramadan, due religiosi islamici, Ali al Sistani e Muhammad Tantawi, si muovono nella direzione opposta. Il grande ayatollah di Najaf ha deciso che le donne sciite in India devono godere degli stessi diritti degli uomini in caso di divorzio, mentre la massima autorità sunnita, Muhammad Tantawi, ha detto che “nell’islam la circoncisione è solo per gli uomini”, opponendosi alla mutilazione femminile.
    Sono sempre i convertiti a eccedere in fanatismo.
    Non è solo il caso di Yusuf, ma anche del “bombarolo della scarpa” Richard Reid, del terrorista del 7 luglio Germaine Lindsay e di quelli dell’agosto scorso Don Stewart-Whyte, Oliver Savant e Brian Young.
    “La sentenza per Rushdie, come per ogni scrittore che abusa del Profeta, è la morte”, aveva detto Yusuf.
    Lo canterà ai Nobel, che applaudiranno.

    saluti

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    Predefinito Da Efeso a Istanbul

    Istanbul. Bartolomeo I, Patriarca ortodosso, ha ricevuto con un abbraccio Papa Benedetto XVI, all’aeroporto di Istanbul. Hanno pregato insieme nella chiesa patriarcale di San Giorgio, prima di ritirarsi a colloquio. E’ di dialogo che hanno parlato ed è parlando di unità che Bartolomeo I ha salutato il Papa nel suo discorso in chiesa: entrambi, in quanto “successori della sede di Roma e della nuova Roma”, abbiamo il dovere di obbedire al comandamento “di nostro Signore affinché i suoi discepoli siano una cosa sola”.
    Per il patriarcato ortodosso quella del Papa è “una visita molto desiderata – spiega al Foglio Nikos Zoitis, assistente del patriarcato – anche perché è stato il pontefice a volerla fortemente”. Il colloquio tra Benedetto XVI e Bartolomeo I è la ragione ufficiale del viaggio di Joseph Ratzinger in Turchia.
    “Il dialogo riprende seriamente tra cattolici e ortodossi”, dice Zoitis.
    Per molti, in Turchia, l’incontro è controverso. Ad Ankara, alla vigilia dell’arrivo del Papa, l’ex ministro dei Trasporti e vicepresidente del National Movement Party, Oktay Vural, aveva detto al Foglio di opporsi, assieme ai colleghi, alla visita del Papa, non solo perché Benedetto XVI, nel suo discorso di Ratisbona,
    avrebbe offeso l’islam e quindi l’identità nazionale.
    La questione ortodossa terrorizza i nazionalisti: “Bartolomeo I deve rispettare la Costituzione, non può definirsi un leader ‘ecumenico’”, aveva detto l’ex ministro. E “Patriarca ecumenico”, universale, è il titolo di cui si fregia Bartolomeo I, capo spirituale di 300 milioni di cristiani ortodossi, appena 5.000, però, in Turchia. Il terrore dei nazionalisti ultralaici è che il patriarcato voglia diventare un Vaticano in terra turca e che Bartolomeo reclami poteri da leader politico.
    “Lo status del patriarcato è riconosciuto da tutti, è un fatto storico ed è assurdo non riconoscere un fatto storico”, dice Zoitis, secondo cui la Turchia potrebbe trarre invece molti elementi positivi non solo dalla visita del Pontefice, ma anche dal suo incontro con Bartolomeo I.
    Martedì, all’aeroporto, secondo quanto ha detto lo stesso Recep Tayyip Erdogan, il premier ha chiesto al Papa d’intercedere per l’entrata di Ankara nell’Unione europea. Il pontefice avrebbe risposto di non avere il potere politico per farlo, ma di auspicare una Turchia europea. Nel 2004, si era opposto all’entrata. Il segno di appoggio da parte di Ratzinger arriva proprio quando l’Ue raccomanda il rallentamento dei negoziati dopo il rifiuto di Ankara di aprire i porti a Cipro. Poco dopo l’annuncio di Bruxelles, l’ufficio del presidente Ahmet Necdet Sezer ha bloccato una legge, richiesta dall’Ue, che avrebbe dovuto migliorare i diritti di proprietà delle minoranze religiose. “Il patriarcato – spiega Zoitis – potrebbe traghettare la Turchia nell’Ue: ha iniziato il dialogo con il mondo islamico già 15 anni fa” e ha legami con la cristianità in Europa.

    Sicurezza ovunque
    La sede del patriarcato, da ieri è isolata da cordoni della polizia. I controlli sono enormi. La sicurezza, fino a due giorni fa discreta, si è fatta invadente. Istanbul, città di 15 milioni di abitanti, in cui il traffico, in giorni normali, è infernale, si è fermata. Interi quartieri bloccati. La sede del patriarcato si trova sul Corno d’Oro, circondata da due quartieri islamici conservatori, in cui le donne sono spesso completamente velate e dove le arterie più moderne della città, vicino alla piazza Taksim, sembrano lontane migliaia di chilometri. Non c’è ostilità, però, nonostante tutti sappiano per quale motivo le strette strade siano attraversate dalla polizia e gli abitanti siano obbligati, per rientrare a casa, a passare i controlli della sicurezza. “E’ un bell’inzio”, ha scritto ieri un quotidiano, riferendosi al discorso del Papa ad Ankara, a fianco del presidente degli Affari religiosi, il gran muftì Ali Bardakoglu. La sicurezza era impressionante anche tra i boschi delle colline attorno a Efeso, dove si trova il santuario della vergine Maria, Meryem Ana Evi, dove il Pontefice ha celebrato messa, per poche centinaia di fedeli, ieri mattina. Qui, la tradizione vuole che la Vergine Maria abbia trascorso gli ultimi anni della sua esistenza. Benedetto XVI si è rivolto ancora alla piccola minoranza cristiana del paese “che affronta molte sfide e difficoltà quotidiane”.
    Ha ricordato in proposito il prete cattolico Andrea Santoro, ucciso a febbraio a Trebisonda.

    saluti

 

 

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