di Camillo Langone
Carissima Giovanna, mi raccomando,
l’albero no. Tempo fa scrissi un
romanzo, vabbè non voglio esagerare,
era un racconto lungo, intitolato “La
battaglia del
vino rosso contro
il vino bianco”.
Non so
nemmeno che
fine abbia fatto, tanto mi piaceva, l’avrò
perso o buttato. Però mi ricordo
perfettamente che il protagonista combatteva
un’altra guerra privata oltre a
quella contro lo Chardonnay: girava
con gli amici la Toscana per segare
abeti. Quelle conifere spelacchiate
che vengono piantate nei giardini delle
villette al posto di alberi più adatti
al paesaggio e al clima della collina
centroitaliana: cipressi, aceri, querce…
Quel mio eroe inedito non era soltanto
un cultore della filologia arborea,
non era solo uno squisito conservatore
che fra Arezzo e Siena pretendeva
di vedere le stesse piante che videro
e dipinsero Leonardo e Lorrain.
Era anche un amante del presepe. Sapeva
che gli abeti sono piantati nei
giardini delle villette da uomini malvagi
con l’intenzione di trasformarli a
dicembre in alberi di Natale. Così come
la moneta cattiva scaccia quella
buona, l’albero scaccia il presepe. Ci
può essere una fase di compresenza
ma l’esito finale è questo. Sotto gli abeti
non cresce niente, gli aghi caduti
rendono acido e inospitale il terreno,
sotto l’albero di Natale muore il Natale
che discende dal latino e significa
“della nascita”. Nascita di chi, di che
cosa, se manca il presepe e quindi il
Bambino? O se il nesso non è evidente
come spesso accade? Se ad esempio
all’albero manca la stella cometa, segnale
indicatore della natività? Resta
un albero, solo un albero, a rappresentare
sé stesso e al limite la natura con
i suoi cicli di vita e di morte (soprattutto
di morte visto che la stragrande
maggioranza degli alberi di Natale è
costituita da abeti agonizzanti, estirpati
con violenza, amputati delle radici e
destinati a seccare in breve tempo,
compresi quelli ambientalisti pubblicizzati
da Ikea, la multinazionale anticristiana
che vende mobili tristi e abeti
morenti, però ecologici perché si
possono riconsegnare dopo le feste affinché
vengano trasformati in truciolato,
sai l’abete com’è contento). L’albero
tende all’astratto mentre il presepe è
figurativo, ma queste cose non devo
spiegarle a te che di mestiere fai la “libera
curatrice”, come mi hai spiegato,
curatrice di mostre saltuaria almeno
fino a quando non riuscirai a farti assumere,
te lo auguro di cuore, in uno
dei nuovi musei napoletani di arte
contemporanea (quello comunale a
Chiaia, quello regionale in centro…)
per diventare finalmente curatrice
senza aggettivi, senza quella parolina
che sembra messa lì per beffare le lavoratrici
precarie: “libera”. L’albero è
minimalista, può essere stilizzato e ridotto
a segno grafico, a triangolo verde
o anche rosso. E come dice James Hillman,
che sarà pure uno psicanalista
ma qualcosa capisce, “l’anima è costretta
a scappare dal minimalismo.”
Prova tu a stilizzare un presepe. Impossibile
perché è impossibile stilizzare
la vita, che sguscia e prolifera e
prende sempre nuove forme. L’albero
è sostenuto dalla pubblicità, dai film,
dai centri commerciali, è accettato da
molte religioni e da tutte le irreligioni.
Mentre il presepe appartiene solo alla
vera religione, quella fondata da Gesù
Cristo alle sorgenti del Giordano, sulle
alture del Golan, e che attraverso
l’imposizione delle mani si è trasmessa
per duemila anni senza interruzioni
da Pietro fino a Benedetto e che da
Benedetto si trasmetterà ad altri uomini
fin quando ci saranno uomini perché
“io sono con voi tutti i giorni, fino
alla fine del mondo”. Il Bambino Divino
non poteva apparire fra i protestanti,
quei musilunghi che non ne amano
la Madre, tantomeno fra i maomettani
per i quali Dio è lontanissimo, impenetrabile
e di certo non può essere tenuto
in braccio e allattato. Poteva apparire
ed è apparso in Italia, in un paese
di montagna al centro esatto della penisola,
a metà strada fra nord e sud,
fra Adriatico e Tirreno, ovvero a Greccio,
diocesi di Rieti. Ad accoglierlo
non poteva che essere l’alter Christus,
il secondo Cristo, San Francesco, che
nella notte del Santo Natale 1223 allestì
il primo presepe. Non a caso era un
presepe vivente. Vivo e brulicante.
Francesco, innamorato della Creazione,
non si sarebbe mai sognato di festeggiare
una nascita segando un albero.
Animato dallo Spirito infuse entusiasmo
in tutto il paese che si trasformò
in una nuova Betlemme: “Uomini
e donne con la gioia nel cuore facevano
a gara nel preparare ceri e
fiaccole per rischiarare quella notte
fatidica, in cui si accese la Stella che
illuminò tutti i giorni e tutti gli anni.
Alcuni preparano la mangiatoia, altri
recano il fieno, altri ancora pensano al
bue e all’asinello”. La moglie del signore
di Greccio fece con le sue mani
il simulacro del Bambino. Gli araldi
annunciarono la notizia. I frati accompagnarono
Francesco, già circonfuso
di santità. Arrivò anche l’attesa benedizione
del Papa, che autorizzava a dire
messa davanti a una stalla, su un altare
portatile, situazione insolita che
poteva sembrare indecorosa. (Il primo
presepe vivente non fu una manifestazione
folcloristica, fu una messa solenne).
Da quella notte meravigliosa il
Dio-Bambino è entrato nelle case, e
non solo per i suoi coetanei. E’ un suicidio
dell’anima metterlo fuori dalla
porta solo perché siamo diventati
grandi. E’ come dire che siamo diventati
vecchi, insensibili, quasi morti, incapaci
di provare alcunché. Tu mi dici
che il presepe non lo vorresti fare più
ma che alla fine ti convinci quando ti
vengono a trovare i nipotini: “Mi intenerisco
e lo faccio con loro: cuore di
zia!”. Benissimo. Ma oltre che per i
bambini vorrei che lo facessi per il
Bambino. E per te, e per gli altri. San
Francesco quella notte non aveva in
mente il catechismo per l’infanzia, si
rivolgeva all’intera comunità e anche
a sé stesso. “Più che rievocare l’episodio
egli voleva rivivere il mistero” è
stato detto. Questo dev’essere anche il
nostro atteggiamento. Non dobbiamo
riprodurre meccanicamente una tradizione,
dobbiamo sentire il bisogno di
vedere nascere il Bambino sotto i nostri
occhi, fra le nostre mani, la Santa
Notte che sta per arrivare. Ho trovato
un brano di Francesco Mastriani, romanziere
ottocentesco prolificissimo
(107 romanzi, beato lui! come faceva?),
che descrive il rito così come si svolgeva
a Napoli all’epoca sua: “Uomini,
donne, e ragazzi provvisti di ceri, fanno
in processione il giro della casa,
scendono talvolta nel cortile, visitano
gli altri quartieri del palazzo, e si riducono
al presepe, dove genuflessi e cantando
l’inno ambrosiano, da qualcuno
della famiglia (spesso un ragazzo) viene
collocato sulla paglia il celeste Pargoletto”.
Era il tempo felice in cui Napoli
andava famosa nel mondo per la
devozione e i mandolini: città da cartolina,
dissero in seguito come fosse una
colpa, come se il pino di Posillipo e il
sangue di san Gennaro ostacolassero
le belle migliorie che avevano in mente,
centri direzionali, acciaierie, scampie.
Una processione tipo quella di
Mastriani la faccio anch’io, anche se in
tono minore, senza coinvolgere i vicini
di casa. E senza cantare l’inno ambrosiano
che c’entra con Milano solo perché
composto da sant’Ambrogio. E’ un
canto gregoriano chiamato anche “Veni
Redemptor gentium”, dalle prime
parole, che in questo preciso istante
sto scaricando con eMule, miracoloso
e forse birichino programmino che in
questi ultimi tempi mi ha riempito il
computer di musica. Fra pochi minuti
lo potrò ascoltare e da quel momento
la mia lettera avrà questa colonna sonora.
Noi di solito cantiamo qualcosa
di più facile, in italiano, “Tu scendi
dalle stelle”. Mi sembra l’accompagnamento
ideale in quanto l’autore,
sant’Alfonso Maria de’ Liguori, è napoletano
e settecentesco come lo stile di
tanti presepi casalinghi. Cantiamo solo
la prima parte. “Tu scendi dalle
stelle, / o Re del cielo, / e vieni in una
grotta al freddo e al gelo”, e qui mi
vengono i brividi. “O Bambino mio divino,
/ io ti vedo qui a tremar / o Dio
beato / ah quanto ti costò l’averci amato!”,
e a questo punto mi scendono le
lacrime. Dovrebbe capirlo chiunque
quanto stoni in un momento simile l’abete
agonizzante, la distrazione che
apportano le sue lucine. Lo dice Gesù:
“Non potete servire a Dio e a Mammona”.
L’albero è mammonico, è stato
piazzato nel tempio famigliare dai
mercanti e da lì bisogna scacciarlo prima
che il suo neopaganesimo per poveri
di spirito faccia guai ulteriori. Gli
abeti lassù sulle montagne, per la gioia
degli scoiattoli, e il presepe quaggiù
per la gioia degli uomini a cui facilita
almeno quattro delle sette opere di
misericordia spirituale che la chiesa
esorta caldamente a compiere. “Perdonare
le offese”: il Natale ci rinnova
liberandoci da quella zavorra che sono
i propositi di vendetta. “Consolare
gli afflitti”: invitare ad esempio le persone
sole a condividere con noi i riti di
festa. “Consigliare i dubbiosi” e “Insegnare
agli ignoranti”: il presepe è un
formidabile catechismo visivo. Gli angeli
evocano l’esistenza di una sfera
superiore, di un mondo oltre il mondo.
L’asino e il bue sembrano volerci parlare
e dirci che la natura non è necessariamente
ferina, mortifera come per
i pagani, ma può essere addomesticata
e resa amica. Dal volto della Madonna
si capisce che tutto quello che
conta è amare ed essere amati. I Re
Magi, che provenendo da paesi lontani
vanno messi davanti alla mangiatoia
solo all’Epifania, evidenziano che
Gesù è nato per tutti i popoli: gli europei
di Gasparre, gli africani di Baldassarre,
gli asiatici di Melchiorre. In
pratica i Re Magi mostrano che Gesù
nasce ebreo ma che dopo pochi giorni
diventa cattolico, cioè universale. In
un libro di Bukowski, e che c’entra
Bukowski potrai dire ma Bukowski
c’entra sempre perché è una vena d’oro,
il suo fango pullula di pepite, ho
scovato due definizioni perfette e meno
male che l’alcol danneggia le cellule
cerebrali: “Un intellettuale è un uomo
che dice una cosa semplice in maniera
difficile, un artista un uomo che
dice una cosa difficile in maniera
semplice.” Ecco, san Francesco era
un grandissimo artista perché capace
di tradurre nella lingua della commozione
una montagna di noiosi libri teologici.
Senza nemmeno averli letti. Lui
stesso si definiva “ignorante e illetterato”
e probabilmente nulla sapeva di
iconoclastia, che è una versione antica,
quindi ancora religiosa, di minimalismo.
A loro volta iconoclastia e
minimalismo sono due forme di nichilismo.
Quando mi hai detto che stavi
organizzando una mostra a Castel dell’Ovo
ho tremato, temevo fossero installazioni,
specchi rotti, mucchi di
sabbia, e a quel punto non so che fine
avrebbe fatto la nostra amicizia. Poi
mi è arrivato il catalogo e ho tirato un
sospiro di sollievo: erano quadri e sulle
tele c’erano perfino delle figure. La
questione delle immagini è troppo importante
per essere abbandonata nelle
mani dei critici d’arte che sono, lasciamelo
dire, in completa balia di
Mammona. La affrontò Ratzinger
quand’era ancora cardinale: “L’iconoclasmo
come una negazione dell’incarnazione,
come la somma di tutte le
eresie. Incarnazione significa anzitutto
che Dio, l’invisibile, entra nello spazio
del visibile, perché noi, che siamo
legati al materiale, possiamo riconoscerlo” .
San Francesco inventando il
presepe schiacciò l’iconoclastia per
secoli così come la Madonna fece
scrocchiare la testa del serpente nel
quadro di Caravaggio e nel film di
Gibson, Dio ce lo conservi. Ora che il
nichilismo torna a masticare vittime,
che Botta, Fuksas e Meier sono assoldati
da preti più disgraziati di loro per
cancellare ogni segno visibile di Cristo
a cominciare dalla Croce, il presepe
è più importante che mai. Con la
sua attenzione per tutte le cose, anche
le più minute. Ti ricordi cosa disse il
proprietario della Terrazza Calabritto
quando ci portò il conto? Io mangiai
bene e bevetti meglio ma la cena si è
fissata nella mia memoria per quella
sua parola: “Attenzione”. Ci avvisò
dello sconto con incredibile garbo,
senza la solita laidezza del ristoratore
ruffiano, dicendo: “Ho avuto un’attenzione” .
Il presepe, in particolare quello
napoletano, è fondato sull’attenzione.
Attenzione verso tutto: uomini,
animali, cose. Attraverso la cura del
particolare il presepista dà valore a
ogni singolo infinitesimale elemento.
“La salvezza del piccolo” l’ha definita
il filosofo Giorgio Agamben. Tutto viene
attentamente considerato affinché
tutto venga salvato. “Perfino i capelli
del vostro capo sono tutti contati”: certi
presepi sembrano l’illustrazione di
queste parole di Gesù riportate da
Matteo. Mi si chiarisce una frase di
don Giussani: “Dentro il Mistero anche
l’acciuga mangiata dal tonno trova
la sua redenzione”. Ho visto un milione
di presepi e nemmeno quelli più
ingombranti prevedevano tonni e acciughe
eppure ora capisco, siamo tutti
acciughe e la stella del presepe ci
indica la direzione da prendere per
non finire in salamoia. Adesso non è
che ti dico di correre a San Gregorio
Armeno per fare incetta di pastori e
pecorelle, fra l’altro se c’è qualcuno a
cui San Gregorio Armeno piace non
sono io ma sei tu: “Una folla bellissima,
almeno lì non c’erano gli scugnizzi
che ti tirano i petardi addosso, perchè
sennò i pastorai non venderebbero
quindi sono loro stessi a cacciarli”.
Io preferisco via Tribunali dove c’è
meno folla e più bellezza ovvero La
Scarabattola. Vorrei comprare da
quei sommi artigiani un presepe in
campana di vetro, un presepe a sviluppo
verticale con la Sacra Famiglia
o poco più, soluzione perfetta per l’esteta
pigro che sono: nessun bisogno
di cercare il muschio, di ritagliar le
stelle, di ricomprare ogni anno le pecorelle
smarrite… Un presepe monoblocco
che non richieda interventi, a
parte l’estrazione della campana dallo
sgabuzzino ogni 8 dicembre. Ma forse
come dicevi tu, alludendo alla gioia
dei nipotini quando cominciano a
trafficarci, la magia del presepe è fatta
anche di allestimento. Alzo le mani:
ognuno scelga il presepe più confacente,
piccolo o grande, fisso o mobile,
napoletano o leccese o bolognese o
peruviano, l’importante è che si faccia.
San Gregorio Armeno o Tribunali
o soffitta col baule degli avi, attingi
dove ti pare ma sbrigati, non aspettare
che i nipoti ti preghino di farlo, e
non frapporre più scuse fra te e il
Bambino, non dire che per il presepe
ci vuole la famiglia altrimenti che senso
ha, ci vuole l’armonia altrimenti
che senso ha, ci vuole chissà quale fede
vigorosa altrimenti che senso ha.
Non è la tua condizione a dare un senso
al presepe, è il presepe che dà un
senso alla tua condizione. Qualunque
essa sia.
Che Gesù Bambino ti benedica
sempre.
Camillo
GIOVANNA, FAI IL PRESEPE
L’albero lascialo perdere. Ricordati piuttosto che senza quel bambino e quella mangiatoia saresti ancora un’acciuga
Non sai che gli alberi piantati da
uomini malvagi nei giardini delle
villette si trasformeranno solo in
inutilità natalizie?
Come dice James Hillman,
“l’anima è costretta a scappare dal
minimalismo”. E’ ovvio che dagli
abeti non si può far altro che fuggire
Non fare il presepe non significa
essere diventati maturi, significa
essere diventati incapaci di provare
emozioni vere
E’ con la cura del particolare che
il presepista (soprattutto a Napoli)
dà valore a ogni infinitesimale
elemento della salvezza del Piccolo
Gerard David, “La natività” (1490), Museum of Fine Arts, Budapest
LA VERA DOTTRINA
SPIEGATA
alle ragazze