Tunisino, tossico, pregiudicato
l’assassino non può che essere lui
Non è stato lui. Non è stato il “tunisino”, lo “straniero”, il “tossico liberato per l’indulto” a sterminare la famiglia (“italiana”) e a dar fuoco alla casa di Erba. Abdel Fami Marzouk nella spaventosa tragedia che lo ha inghiottito è stato fortunato, anche se dirlo può sembrare una bestemmia rispetto al dolore che deve provare in queste ore. Le testimonianze di chi lo conosce e i tabulati del telefono cellulare hanno accertato che si trovava in Tunisia quando la tragedia è stata consumata: non può essere stato lui.
Proviamo solo ad immaginare che cosa sarebbe avvenuto se questi riscontri non ci fossero stati. Se Abdel non avesse potuto dimostrare, incontrovertibilmente, di essere altrove. Chi avrebbe dubitato della sua colpevolezza? Come si sarebbero comportati la polizia e i magistrati? Che cosa avremmo letto sui giornali? Che parole avremmo sentito nelle aule dei consigli comunali di quelle zone della provincia di Como dominate dalla Lega? La risposta, purtroppo, è semplice e amara: avremmo letto e avremmo sentito ciò che abbiamo letto e abbiamo sentito prima che la sua innocenza apparisse evidente.
C’è una donna italiana assassinata e un marito extracomunitario, un bambino e una suocera uccisi e un padre e genero tunisino, una testimone innocente eliminata e un “pregiudicato” uscito a causa dell’indulto. Il “pezzo”, come si dice nei giornali, si scrive da sé, e il titolo è ancora più facile: «Uccide e brucia tre donne e un bimbo», e nell’occhiello: «Si cerca il convivente, un tunisino scarcerato con l’indulto»; «Strage in famiglia: era fuori per indulto», e nel sommario: «Sotto accusa un immigrato». E poi giù con lo schema già preconfezionato: il tunisino era un poco di buono, era stato in carcere e poi in comunità per droga, lei, la moglie, lo aveva sposato contro il parere dei suoi e poi si era pentita. E lui non si rassegnava. Venuto fuori con l’indulto, fonte di ogni guaio del nostro ordine pubblico, si è vendicato così ferocemente. Semplice, vero? Peccato che non fosse vero. Peccato che stamani - vogliamo scommettere? - delle certezze di ieri nessuno darà conto. Come accadde per il delitto di Novi Ligure, quando il misterioso “slavo” (così veniva definito un comunque inesistente albanese, perché certe sottigliezze sugli “stranieri” non contano) autore accertato e senza ombra di dubbi del duplice omicidio sulle cronache del primo giorno scomparve nel nulla quando Erika confessò.
Ma non ci sono solo i giornali, e le tv, e le radio. Da quanto raccontano i cronisti, gli inquirenti sono andati a colpo sicuro, tant’è che prima è stato indagato (e consegnato al pubblico ludibrio) il “colpevole” e poi si è provveduto a verificare se poteva davvero essere stato lui. A quanto pare, le testimonianze che scagionavano Abdel sono arrivate subito, quelle per cui lui si trovava in Tunisia e perfino quelle che raccontavano tutt’altra storia sulle relazioni in quella famiglia: la moglie non si era affatto stancata di lui, lo amava e continuava a sostenerlo come aveva fatto nei momenti più duri. Lui non era mai stato violento con il figlio né con la suocera. Anche il suocero, nel suo dolore, lo scagionava.
Chiediamoci: una tale deroga alle regole della discrezione e della presunzione di innocenza sarebbe stata mai praticata dalla polizia e dai magistrati se il sospettato fosse stato un italiano? Ne abbiamo viste troppe per non sapere che la risposta è no. E questo è molto triste.




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