Maurizio Blondet
12/12/2006
Siamo in grado di offrire ai lettori, in esclusiva, una previsione certa e in grande anticipo: l’ideologia del privatismo ha i mesi contati.
Presto, l'idea che «la mano invisibile del mercato» cura tutte le inefficienze pubbliche sarà sottoposta a critica spietata.
Ciò che viene chiamato a torto o a ragione «tatcherismo» finirà ridicolizzato.
Ancora un poco, e lo slogan «meno Stato più mercato» parrà a tutti un errore, anzi una scemenza sorpassata, impronunciabile nei salotti che contano.
No, nessuna sfera di cristallo.
Il fatto è che la critica del privatismo è cominciata in America: e dunque arriverà anche da noi, s’intende con il consueto ritardo culturale.
In USA, la causa è il rapporto dell’Iraq Study Group (ISG) di James Baker.
Per quanto debole, eufemistico e gonfio di ovvietà, il rapporto sta producendo un enorme effetto liberatorio.
Si sente un sospiro di sollievo nell’intera grande nazione.
Finalmente, gli editorialisti di grido scoprono che «si possono dire» certe verità, che fino a ieri erano confinate negli ufficialmente disprezzati blog marginali: sì, stiamo perdendo la guerra in Iraq. Sì, è stata condotta con criminale incompetenza.
Sì, Bush e i suoi neocon ci hanno portato al disastro e alla vergogna…
Erano cose che tutti capivano anche prima.
Ma che non potevano dire, senza temere che il vicino ti denunciasse all’FBI per disfattismo e sabotaggio, e senza essere attaccati come anti-patriottici, gente che «non sostiene i nostri soldati», amici di Osama.
Oggi, si può per i fatto che a dirlo è stato l’Establishment, ossia i membri dell’ISG, tutti vecchie volpi del potere costituito: hanno reso ammissibile nel discorso pubblico ciò che prima ne era censurato, espulso ai margini sospetti dei complottisti e degli estremisti.
Una triste smentita della favola di Andersen: oggi, per accettare la verità evidente, all’opinione pubblica democratica non basta che sia un bambino a esclamare «il re è nudo»; occorre che lo dica chi ha il potere, i consiglieri del re.
Triste e pericolosa situazione.
Fatto sta che, ora, ci sono persino columnist che hanno il coraggio di dire: aveva ragione la Francia, aveva ragione Chirac, aveva ragione la vecchia Europa, che non ci ha seguito nella disastrosa avventura.
Altri hanno fatto l’elenco dei (non molti) politici del Congresso che hanno votato contro la guerra, prevedendone gli esiti con precisione.
Paul Krugman, del New York Times, va oltre: attacca «il carattere distintivo dell’amministrazione» Bush, «l’appalto delle funzioni alle ditte private. La privatizzazione», dice Krugman, «è la causa dei fallimenti del governo su tutti i fronti». (1)
Gli esempi non mancano, naturalmente.
La Halliburton s’è accaparrata grossi contratti di fornitura dell’esercito, dalla gestione delle mense alla logistica, e per la ricostruzione.
In Afghanistan, l’addestramento della polizia è stato appaltato alla DynCorp, una ditta di mercenari a noleggio: e dopo aver speso 1,1 miliardi di dollari l’Afghanistan collaborazionista non ha ancora una polizia degna di questo nome.
Meno noti i risultati dei subappalti all’interno degli USA.
La protezione civile americana, la FEMA (Federal Emergency Management Agency) ha affidato ad una ditta privata, la Landstar Express America, la funzione di evacuare la gente da aree disastrate.
Quando è arrivato l’uragano Katrina, la ditta non sapeva nemmeno dove trovare gli automezzi (non li aveva in proprio); li ha cercati freneticamente… esplorando i siti web di altre ditte private, mentre a New Orleans la gente finiva sott’acqua.
La Guardia Costiera, dovendo rammodernare la sua flotta (un affare di 17 miliardi di dollari), anziché fare da sé con le sue competenze interne, ha affidato il progetto alla Lockheed Martin e alla Northrop Grumman, due fra le massime imprese private del settore militare.
Ora, la Guardia Costiera ha navi che non tengono il mare e le sono costate un occhio.
«L’ente statale ha ignorato ripetute segnalazioni dai suoi ingegneri interni che le nuove navi erano mal progettate e forse insicure».
Ma Krugman non si limita ad elencare i casi pietosi.
Attacca direttamente l’ideologia liberista (e le sue falle) che ha indotto il governo Bush a quelle disastrose privatizzazioni per appalto.
«C’è evidentemente un errore fondamentale nell’ideologia anti-statalista adottata dal movimento conservatore americano. I conservatori guardano alle virtù della concorrenza e del mercato, e saltano alla conclusione che la proprietà privata sia, in sé, un elisir magico.
Ma non c’è alcuna ragione di credere che una ditta privata incaricata di svolgere un servizio pubblico lo faccia meglio degli addetti alle dipendenze dello Stato».
Parole inaudite, in America.
Ma piene di ovvio buon senso.
Una ditta privata, appena si è aggiudicata una funzione pubblica, la esercita in regime di monopolio. Perde perciò ogni incentivo che sul libero mercato porta la concorrenza a lavorare con più efficienza e meno spesa.
E come ha fatto nella storia ogni monopolio privato, essendo il suo scopo massimizzare il profitto privato, limerà la qualità (i costi) del servizio, offrendo servizi scarsi e cattivi.
Accade, come sappiamo, anche in Italia.
Dove società pubbliche sono state privatizzate in modo fittizio, diventando SpA in cui però il maggior azionista è il Tesoro (o altro ente pubblico), e dunque a coprire le perdite sarà ancora il contribuente; ditte pseudo- «private» che non possono fallire, e che servono solo a imbucare, in inutili consigli d’amministrazione imitati dalle vere aziende di mercato, complici e politici trombati dei partiti al potere, ma strapagati.
In USA, le compagnie private che si sono aggiudicate i più grassi appalti pubblici e hanno commesso disastri, sono quelle che hanno versato i più generosi contributi al partito repubblicano.
Ora che al Congresso la maggioranza è ai democratici, è facile che si aprano inchieste e incriminazioni per questi sprechi e corruzioni.
E non solo sprechi: la privatizzazione della guerra, fortemente voluta da Rumsfeld, ha portato alla sconfitta irachena.
L'irritazione della classe media, i cui salari sono calati mentre i grandi manager incassavano stipendi da miliardi, si aggiunge alla nuova temperie: la nuova maggioranza democratica è all'ascolto di questa rabbia crescente, di stampo «populista», e certo metterà in discussione più di un dogma del liberismo selvaggio, a cominciare dalla globalizzazione fino, forse, alla finanza senza regole.
Si prenderanno misure protezioniste.
E’ possibile che la funzione pubblica e la sua insostituibile utilità venga ripensata da capo - perché l’America, quando vuole, sa ripensare «out of the box», fuori dai sentieri conformistici.
Krugman ne dà il chiaro segnale: «Perché la presunzione che il settore privato non sbaglia mai, e il settore pubblico non può fare nulla di buono, ci impedisce di risolvere alcuni dei più gravi problemi americani, in particolare il nostro sistema sanitario malato».
Anche queste parole erano, fino ad ieri, eresie impronunciabili in USA.
Il fatto stesso che siano scritte sul New York Times indica che il cambiamento sul pensiero economico è già in atto.
Ecco perché posso prevedere che presto anche in Europa, e in Italia, si riscopriranno i benefici dello «statalismo».
Come l’ideologia iperliberista di Friedman è nata in USA ed è stata immediatamente adottata senza esame alcuno da tutti i potenti e i politici (compresi gli ex-marxisti, che hanno fatto finta di non esserlo mai stati), così anche la nuova moda sarà accettata senza esitazione né analisi, ossia senza pensiero.
Tutti diranno di non aver mai creduto alle privatizzazioni.
Magari anche Draghi, Prodi, Ciampi e Padoa Schioppa, che hanno svenduto il patrimonio pubblico italiano e i gioielli dell’IRI da allievi secchioni del liberismo, subalterni obbedienti ai finanzieri anglosassoni venuti qui, anni fa, sul panfilo Britannia.
Anzi qualcuno farà bene ad avvertire proprio Padoa Schioppa, che ha minacciato di fare ulteriori privatizzazioni (vuol svendere Finmeccanica, uno degli ultimi gioielli) a chissà quale complice straniero.
Perché proprio lui, che non ha mai avuto un’idea sua nella sua testa spettrale e da trent’anni ha applicato pedissequamente il «Washington Consensus» (ossia le ricette liberiste del Fondo Monetario e del WTO), è il più soggetto al ritardo culturale: sarà uno degli ultimi ad accorgersi che la parola d’ordine è cambiata.
E questo è il cuore del problema: la nuova ideologia sarà accolta con il solito ritardo da noi - ed è un ritardo culturale e intellettuale - non perché in Europa manchino intelletti, ma semplicemente perché al potere ci sono dei subalterni.
Che hanno fatto carriera proprio in quanto subalterni, idioti ammaestrati.
E gli intelletti, che esistono, sono ridotti al rango spregiato di Cassandre.
Non ci vuole nemmeno un intelletto superiore, fra l’altro.
Nel 2003, all’inizio della guerra in Iraq, il sottoscritto scrisse sotto pseudonimo, per un giornale che non nomino, una previsione che il giornale per cui lavoravo non accettò, come eccessiva e assurda. Titolo dell'articolo: «Perché l’America perderà».
Una previsione azzeccata.
L’ho riletto di recente, e non vi ho trovato nulla di sbagliato.
Ma non mi attribuisco doti paranormali.
Semplicemente, elencavo i dati - ormai noti - sull’inefficienza dell’esercito americano, sull’insufficienza delle truppe occupanti e sulla loro logistica costosissima e pesantissima, sui guasti prevedibili che avrebbe prodotto la scelta di Rumsfeld di appaltare a mercenari e a privati la sola funzione pubblica (con la giustizia) per principio non privatizzabile, ossia la guerra; non mancavano valutazioni sulla difficoltà proibitiva del teatro afghano, e sulla composizione etnica irachena.
Non erano idee nate nel mio intimo, ma dati e informazioni forniti da analisti e centri di ricerca francesi e americani.
Ma in quel momento, non c’era un solo giornalista di grido né un giornale importante, né una TV nazionale, che non dicesse il contrario.
Tutti a ripetere le menzogne dei neocon, le parole d’ordine egemoni in quel momento in USA; a dire che Saddam aveva l’atomica, che era in combutta con al Qaeda, che gli iracheni avrebbero accolto gli americani a braccia aperte.
E nei momenti liberi dalla ripetizione delle parole d’ordine, questi maitres à penser si dedicavano ad insultare quei poveretti senza potere che, come il sottoscritto, obiettavano e prevedevano il disastro: complottisti, filo-terroristi, e antisemiti (un’accusa che va sempre bene).
Ora non c’è rimasto che Ferrara e qualche altro ritardato a tenere quelle posizioni; ma nel 2003 erano assolutamente dominanti.
Molti dei coristi saranno stati poco informati, come spesso succede ai giornalisti in carriera: il carrierismo è un’attività a tempo pieno, che ne lascia pochissimo per l’informazione e la riflessione. Troppo tempo al telefonino, poco per cercare le notizie (non le dà già l’ANSA?).
Ma non può essere stato così per tutti.
Le notizie cui attingevo io erano aperte e a disposizione.
L’intelligenza dei coristi non sarà eccezionale, ma almeno è media.
E allora?
Ciò che produce il nostro ritardo culturale non è la mancanza di intelletto, ma una mancanza di carattere: che si chiama viltà.
Non si è incapaci di scoprire la verità, ma non la si vuole dire se l’aria che tira non la rende conveniente.
Non si ha il coraggio.
Il conformismo nasce da questo: meglio andare sul sicuro, non farsi criticare, non urtare chi ha il potere reale, non diventare Cassandre, perché ciò nuoce alla carriera.
Mai pensare «out of the box».
Aspettiamo che lo facciano gli americani, e poi ci uniamo al loro coro.
Così non si è all’avanguardia intellettuale, ma non si rischia.
La scelta del conformismo (che è la palla al piede dell’Occidente, persino nella scienza, nell’arte e nella filosofia) è, anzitutto, una scelta morale, o immorale. (2)
Fra poco, vedrete, accadrà.
Celebri editorialisti strapagati diranno - col dovuto prudente ritardo - le cose che ho scritto io qui, che ha scritto Krugman sul New York Times.
Liberisti noi? Mai stati.
Quelli che ci tenevano lezioni di liberismo e di mercato dal Corriere e da 24 Ore, dai TG e dalla Bocconi (3) (fate voi i nomi) ci terranno lezioni di «statalismo», pensosamente rivaluteranno la funzione pubblica, criticheranno la globalizzazione...
Senza mai riconoscere che qualcuno aveva visto giusto prima.
Quelli? Cassandre, Cassandre di malaugurio.
Marginali: tant’è vero che non fanno carriera.
E un po’ antisemiti, non fa mai male.
Maurizio Blondet
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Note
1) Paul Krugman, «Outsourcer in chief», Herald Tribune, 12 dicembre 2006. Si veda anche, di Krugman, «They told you so», New York Times, 8 dicembre 2006.
2) Mai l’esistenza di una stampa libera è stata d’ostacolo all’avvento di dittature, o ha impedito i deliri più rovinosi del potere costituito. La stampa della repubblica di Weimar era liberissima (divorzio, aborto, eccetera erano le sue battaglie). Quella americana sotto Bush, pure. Ma il mantenimento della libertà richiede, alla fine, coraggio, magari anche solo il coraggio di sfidare il ridicolo o le mail di insulti. Invece, questi giornalisti, tutti volonterosi carnefici del totalitarismo del momento, gridano «il re è nudo» quando lo dice, ormai, James Baker.
3) La Bocconi, ha recentemente invitato a tenere una lezione per i suoi aspiranti manager a Briatore. Lezioni di che: di risse nelle discoteche? Di coca? Di Santanchè? Questo per dire a che cosa è ridotta la più prestigiosa università privata italiota. (Forse lezioni di italiano; Briatore, in televisione, ha recentemente detto: «Berlusconi è un uomo che ho imparato molto»; nota dell’editore).
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Rispondi Citando
) e vili-furbi ( molto piu abbondanti in " terrozia" ..
