Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    Becero Reazionario
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    Exclamation Blondet risponde alle perplessità di alcuni nostri forumisti.

    Nella discussione sul nuovo libro di Blondet:
    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=309054
    c'erano state alcune critiche:

    Citazione Originariamente Scritto da Massimiliano71 Visualizza Messaggio
    Veramente interessante, lo comprerò sicuramente. Spero solo però che non usi indifferentemente il termine "cafone" e il termine "contadino" perchè il secondo ha sempre dimostrato un'intelligenza ed una lungimiranza nei secoli che i contemporanei non hanno nemmeno idea di cosa siano.
    Citazione Originariamente Scritto da aprile crudele Visualizza Messaggio
    COndivido. Anche io ho avuto la stessa sensazione di sconcerto leggendo la nota che accompagna la presentazione del libro sul sito della casa editrice.
    La confusione tra la categoria del "cafone" e quella del "contadino" è veramente una caduta di stile notevole da parte di blondet: e a dira tutta, non solo di stile, ma di contenuti, visto che presuppone una identificazione tra i valori del porno-consumismo mercantilista e quelli della vita rurale e contadina ASSOLUTAMENTE sballata e da rigettare completamente.
    Ho segnalato via email le perplessità di alcuni dei nostri forumisti a Blondet sul suo apparente disprezzo per i contadini. Mi ha risposto prontamente autorizzandomi a pubblicare la risposta sul nostro forum.
    Eccola:

    Risponde blondet:
    io esprimerei disprezzo per i contadini? Come spesso mi accade, devo constatare che ormai la maggior parte deli italiani non coglie il significato rigoroso delle parole. Il "cafone" non è il "contadino": significa invece "lavoratore a giornata", lo "zappatore", il rustico bracciante che non possiede le sapienze agricole del vero contadino (quasi sempre un accorto imprenditore, che conosce le rotazioni agricole, i prezzi del mercato, i costi dei fertilizzanti, che rischia piantando nuove sementi e così via) e perciò fornisce la forza fisica delle sue braccia per un lavoro diretto da altri, appunto dagli agricoltori.
    "Cafone" è parola che esattamente ricalca l'egiziano "fellah" e il russo "mugik".
    D'altra parte, non è mia intenzione esprimere disprezzo per questa categoria sociale. Da qualche parte del mio libro, i lettori (se sono attenti) potranno trovare una frase del genere: "Tutto ciò di buono che c'è in Italia, oggi, l'hanno fatto i cafoni".
    I cafoni del nord-est che si sono messi a produrre, e per un po' si sono arricchiti, ne sono un esempio. Ma ci sono cose che i cafoni non possdono fare: arte, scienza, cultura. Il cafone, se arricchito, porta nella società la ristrettezza mentale, il piccolo repertorio delle sue curiosità e dei suoi interessi limitati, le sue retrive diffidenze: come il cafone che andava alla fiera tenendosi stretto il portafoglio, e diffidava delle offerte oneste del mercato, per poi invece dare fuducia al venditore di olio di serpente, il cafone d'oggi diffida dei dirigenti serii e onesti (che non capisce) e apre la sua borsa e il suo cuore agli incantatori, ai maghi, agli azzeccagarbugli. Tipicamente, arricchisce Vanna Marchi e Mastella.
    Il cafone arricchito và in vacanza alle Maldive, e torna dicendo che "si mangia bene solo in Italia": nessuna curiosità ulteriore, nessuna conoscenza sul posto dove è stato, nessun vero interesse. La televisione italiana è fatta per il cafone: vi si parla incessantemente di "mangiare", di pettegolezzi da mercato, di volgarità. Il cinema italiano è fatto per i cafoni: per cui basta che si dica "merda" in scena, o si scorreggi, e lui ride.
    Ma non accuso di questo il cafone-zappatore. Accuso la cosiddetta classe dirigente: è lei che dovrebbe fare cultura, scienza, arte, e dare l'esempio di atteggiamenti migliori. È la dirtigenza cafona che accuso.

  2. #2
    NonNobisDomine
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  3. #3
    Super Troll
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    la parola cafone deriva da "ca fune" ...... ovvero "con la fune"....... detto negli antichi tempi ai villici del contado che per la prima volta andavano in città., .....e allora si legavano uno all'altro con una fune per non perdersi nella confusione della grande città...
    sotto questo apsetto di paura igmoranza pregiudizio diffidenza è accettabile la spiegazione di bondet.
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  4. #4
    LupaNera
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  5. #5
    legio_taurinensis
    Ospite

    Predefinito Blondet sui "cafoni" (fellah),molto interessante

    “FELLAH URBANI”
    Maurizio Blondet
    03/04/2005



    “Fellah” è, a rigore, il misero contadino egiziano che, scalzo nella mota viscida del Nilo, coltiva miglio e grano oggi, con gli stessi metodi e tecniche elementari con cui lo faceva al tempo dei faraoni. E’ sempre lo stesso: perché il fellah è una figura a-individuale e a-storica. Non ha raggiunto il livello in cui si possiede un io, e non partecipa alla storia: i secoli passano su di lui, i faraoni, i greci e i romani, gli inglesi e Napoleone, e lui resta chiuso nel ciclo sempre identico della vegetazione. Lui stesso è un prodotto vegetativo. Ma non si creda che sia un essere primitivo. Al contrario: come dice Max Weber, il fellahismo è un prodotto (un detrito, un residuo degradato),delle civiltà tarde. Oggi infatti, nel mondo occidentale, cresce di nuovo in massa il fellah post-moderno.

    La cosa può stupire. Ma si tenga presente che il fellah non è affatto il contadino europeo: il contadino è un depositario di saperi e competenze nient’affatto banali, spesso è un innovatore che prova nuove colture, nuove tecniche e segue con attenzione i mercati agricoli. Il fellah è, propriamente, il bracciante rurale. Lo zappatore a giornata, il servo della gleba.
    Non a caso la Russia ha un termine che corrisponde nel modo più esatto a fellah, ed è “mugik”. Anche l’Italia, come dubitarne, ha lo stesso termine. E’ un termine meridionale – terra di antichi latifondi – ed è anche quello che meglio ci dipinge come popolo: “cafone”.

    In campagna, il cafone era il poveraccio che campava usando non la testa, ma – come l’asino e il bue – affittando la forza muscolare. E per secoli, la vita dello zappatore, del cafone, è stata agra: dominata dalla fatica e dall’incubo della fame, era tutta ingabbiata in restrizioni, difficoltà, impossibilità. Vivere era, per il cafone, essere soggetto a limiti: imposti da preti alcune volte non propriamente aderenti al messaggio evangelico, dal padrone, dalla natura, dalla scarsità di mezzi.
    Il mondo industriale ha liberato il cafone da questi limiti esterni, e lo ha reso partecipe (senza suo merito) dell’abbondanza generale. Soprattutto, lo ha strappato alla zolla e lo ha gettato nelle miriadi di attività che offre l’urbanizzazione. Un tempo, i cafoni si trovavano solo nei campi, o in tempi di carestia davanti alle chiese a mendicare, in lunghe file stracciate. Oggi, cafoni stanno dietro gli sportelli bancari, rispondono al telefono dei centralini, persino alle scrivanie delle redazioni; in genere compiono mansioni minime, parcellari , alla loro portata. Ma il salario garantito, la previdenza sociale e sanitaria, li hanno liberati dal loro destino. Non fanno più la fila davanti alle chiese invocando un centesimo, come avveniva in tempi più duri e più giusti nell’assegnare a ciascuno ciò che gli spetta.

    La nuova condizione dei cafoni infatti è ingiusta. Perché essi, inurbati, hanno continuato a mantenere in città lo stesso orizzonte – lo stesso paesaggio interiore - di quand’erano in campagna. In campagna, lo zappatore non sapeva, come il contadino, innestare e seminare secondo la stagione, erano cose troppo difficili per lui. In città, il cafone si fornisce di telefonini e televisori e si compra l’antenna per vedere le partite via satellite, ma senza la minima curiosità per la scienza che gli ha messo in mano quegli strumenti. Il cafone vive nella cultura come fosse la natura, si limita a raccoglie le aspirine e i telefonini come se nascessero dagli alberi.
    Insomma, resta quello che era: una mente angusta e torpida, con un limitatissimo repertorio di curiosità, e perciò sospettoso di ogni innovazione. Il cafone è infatti insieme sospettoso (perché sente che gli sfuggono i rapporti complessi e dinamici che si creano nella società urbana, tutti gli aspetti tecnici e superiori della civiltà) e conformista. Quand’era rurale, era lui che annusava sospettoso le merci “nuove” tenendosi stretto il portafoglio contro i ladri, e poi si faceva infinocchiare dal primo mangiafuoco dotato di parlantina che gli vendeva, a carissimo prezzo, il mirabolante olio di serpente contro la sciatica, la tosse e l’impotenza. Oggi, si fa infinocchiare dal promotore finanziario, dal demagogo di mezza tacca che lo tranquillizza con l’ottimismo, dalla Borsa e così via. Diffida dei competenti di cui dovrebbe fidarsi e invece cade regolarmente vittima volontaria degli imbroglioni e dei dottor Dulcamara: con ovvi esiti politici visto che il cafone, ingiustamente, oggi vota.

    Il problema del fellah, del cafone, del mugik urbanizzato è tutto nella sua testa. Nel suo repertorio molto limitato di aspirazioni, curiosità, interessi. Nel suo paesaggio interiore poco abitato – come il latifondo di cui per secoli ha fatto parte come servo della gleba. Vi furono nobili siciliani, latifondisti, che si rovinavano con frequenti viaggi a Londra e a Parigi, si facevano fabbricare i guanti ad Amsterdam, cercavano gioielli e libri rari, o andavano all’estero per sentir cantare la Melba e auscultare le novità che nascevano in Europa nella cultura, nella musica, nel teatro: il loro paesaggio interiore era ampio e ricco di curiosità, ed è per questo che a loro i soldi non bastavano mai. Ma oggi è peggio. Per l’ingiustizia dei tempi, il vero povero post-moderno è l’uomo di respiro internazionale, con il cuore affollato da un repertorio vasto e vario di curiosità che la sua fortuna (di solito salariale, come quella del cafone) non gli consente di soddisfare.
    Il cafone invece diventa facilmente ricco. Il salario che riceve basta e avanza a soddisfare le sue esigenze e curiosità, che sono minime e rozze. Per millenni, il fellah è stato perseguitato da un unico bisogno: quello di mangiare. Oggi infatti miriadi di cafoni inurbati, in Italia soprattutto, restano fermi all’idea che essere ricchi significa “mangiare” a crepapelle. Ma naturalmente non assaggerà il caviale né le ostriche, sospettoso di ciò che non ha mai provato. Rifiuterà i cibi dei re, i nuovi gusti esotici. E reclamerà – come segno della ricchezza – quantità più grosse di quei cibi che mangiava da povero, quando era zappatore: più pastasciutta, più orecchiette coi broccoli fino a stronfiare, più polenta. I ristoranti infatti che fanno fortuna e si creano una fama, in Italia, sono quelli che offrono pastasciutte, lardo “di Colonnata”, pagliata da pastori, grana a pezzetti. Attenti a non trasgredire mai con una proposta fantasiosa, nobile, signorile.

    Naturalmente, se diventa ricco (e può: guardate come si sono arricchiti alcuni nordici cafoni del Nord-Est, operai che si sono messi in proprio) non avrà tante esigenze da soddisfare, se non quelle standard: il primo videofonino per sé e per i figli, l’auto più grossa e nuova, la “parabola” e il maxischermo al plasma per il calcio. Il vero povero, l’uomo di visione e ampie curiosità, vorrebbe andare a Parigi e a Londra per annusare le novità librarie e le idee, per il teatro, per la ricerca di prodotti rari e artigianali: naturalmente non può, e nella misura in cui lo fa, s’impoverisce, perché la nobiltà di gusti costa. Per questo in epoche più giuste i nobili erano ricchi e non avevano mai un ducato: per un nuovo falcone, per una festa, per una Crociata s’indebitavano con gli usurai, con l’armaiolo, il gioielliere e col sarto, e la loro ultima giusta difesa era la bastonatura – l’ordine aristocratico gliene dava facoltà – del creditore importuno.

    Il cafone no. Il cafone non spende in libri. Accumula “roba”, ma è di facile contentatura come la sua gola: le sue scarpe, che paga carissime, tendono ad essere Reebock o Nike, prodotte in milioni di esemplari, la bardatura della signora cafona sarà un Versace (il sarto preferito dai neo-ricchi russi) e una borsa della spesa con però la scritta “Moschino”: la griffe, che consente ai Dulcamara di vendere ai cafoni carabattole Made in China a prezzo spropositato.

    Si capisce dunque che il mondo dei consumi è fatto per lui, che l’intera industria consumistica e pubblicitaria sono dedicate al palato facile del fellah arricchito e urbanizzato. Mai in tv un programma colto e “difficile”, ma solo partite e gran varietà sempre uguali. Mai un prodotto raro e unico, ma solo di serie. Mai un’idea nuova sui giornali, perché il cafone sospetta di tutto ciò che non capisce – e non capisce quasi nulla. L’enorme mercato del dozzinale, dell’ordinario (anche caro) è stato creato apposta per il cafone, conformista e limitato nei desideri.

    Un’altra qualità del fellah, inebriato dalla varietà della “comunicazione” propria dell’urbe, è che non riesce più a distinguere quel che è reale da quel che vede in tv. In Inghilterra, un sondaggio ha dimostrato che per i cafoni di là il nuovo governatore della California è Conan il Barbaro (in realtà Schwarzenegger), e che i documentari della BBC sulla caduta di Hitler sono per loro film di fantasia, fiction: per via del commento musicale, sovrapposto ai filmati d’archivio, che li confonde. Ciò è logico: per il cafone è “reale” la zolla o il fango del Nilo, e tutto ciò che la supera appare irreale. Specie le idee.
    Beninteso, il cafone inurbato crede di avere già delle idee, di essersi formato delle “opinioni” (a cui non ha diritto: non ha mai pensato al problema, qualsiasi problema, nemmeno un minuto). Naturalmente, sono le opinioni prefabbricate per lui dai media, le più dozzinali, i “luoghi comuni”. Il cafone mondializzato non legge. Ma se decide di acquistare un libro, decreta il successo di massa di opere come quelle della Fallaci – che con il loro rozzo semplicismo lo confermano nei suoi antichi timori per “il saraceno”, il Moro, l’arabo, insomma lo Straniero – e di manipolazioni fantastiche come “Il Codice Da Vinci”: ancora una volta, perché vi trova la conferma che “le cose non sono come ce le raccontano”, e perché non sa distinguere fra realtà e menzogna.
    Così, da quando il cafone è diventato il protagonista della democrazia di massa, ingannarlo è diventato una scienza esatta. Sono stati i cafoni americani a votare per Bush, convinti che sia un vero cristiano, di quel cristianesimo sfatto e racimolato, sommario e ipocrita che è la religione americana. Non è stato difficile convincerli che l’Armageddon è vicino, che gli arabi sono il Male e l’America il Bene. Ma è stupefacente che tanti buoni cristiani italiani tendano a credere lo stesso: Bush è “cristiano”, perché “è contro l’aborto”. Dopo essere stati messi in guardia per decenni, dai loro buoni parroci, dai Testimoni di Geova – immagine precisa di quel che è il “cristianesimo” in Usa – eccoli lì pronti a cascare nel più semplicistico inganno.

    Ci si può stupire, e chiedersi a che cosa si sia ridotto il cattolicesimo, nel suo adeguarsi alla facile contentatura dei cafoni. Ma poi si scopre che vi sono persino cardinali cafoni: con un repertorio limitatissimo di frasi fatte “cristiane” che ripetono da sempre (e che non imprimono alcuna convinzione) e con interessi dozzinali da cafoni di massa. C’è un cardinale, in una grande città del nord, che è felice solo quando commenta le partite di serie C ad una televisione locale, e scrive di quelle partite su un giornale cattolico. E’ impossibile pensare che un cardinale del ‘500, un principe della Chiesa di tempi più giusti, un Bellarmino o un Mazzarino, si occupassero di partite: avevano ben altre curiosità, ben altri desideri. Nel ‘500, il cardinale del nord non sarebbe stato che un povero prete rurale, rattoppato, e forse lì – nel suo giusto posto sociale – avrebbe trovato la profondità umile della fede. Non c’è da stupire se anche la fede da noi è ai minimi termini, se lo stesso linguaggio dell’alto clero è miserabile e ripetitivo, conformista, incapace di scuotere la coscienza con parole forti e nuove, subalterno a culture altre di cui non capisce le insidie né la complessità.

    Ma con il fellah di massa, che cosa diventa la democrazia?

    Max Weber ha insegnato che, nella tarda civiltà, al fellahismo della società corrisponde il cesarismo dell'organizzazione. In Egitto, i faraoni e la loro burocrazia. Nella post-modernità mondialista, George Bush e Dick Cheney, i cesaristi dozzinali. Impegnati a diffondere la “democrazia” adatta alla tarda civiltà. In Europa, la Commissione burocratica che non ha più contro di sé dei cittadini, ma degli amministrati, anzi degli “allevati” da stalla zoologica. Torpidi e angusti come buoi e asini. La democrazia fu la conquista di popoli, che vollero diventare cittadini: niente tasse senza rappresentanza, scontri di piazza per reclamare la loro parte di potere legale.
    Jefferson disse: l’albero della libertà, per crescere rigoglioso, va annaffiato spesso con il sangue dei despoti e dei patrioti. La “democrazia” mondiale è amministrazione e dominio puro e illegale, e non contrastato. Del resto Carl Schmitt l’aveva predetto: la democrazia non ha alcun rapporto reale col parlamentarismo e, peggio, non è l’opposto della dittatura. Anzi la dittatura è l’esito più radicale della democrazia. Quando, s’intende, invece che cittadini, ci sono i fellah.



    di Maurizio Blondet

    -----------------------
    grande Blondet.

  6. #6
    Becero Reazionario
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  7. #7
    legio_taurinensis
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    vediamo quanto ci mette sto libro ad arrivare.......
    partito il 22/12

 

 

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