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Discussione: Santi politici

  1. #1
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    Predefinito Santi politici

    San Tommaso Moro Martire
    22 giugno - Memoria Facoltativa
    Londra, 1478 - 6 luglio 1535
    Tommaso Moro è il nome italiano con cui è ricordato Thomas More (7 febbraio 1478 - 6 luglio 1535), avvocato, scrittore e uomo politico inglese. More ha coniato il termine «utopia», indicando un'immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, «L'Utopia», del 1516. È ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla rivendicazione di Enrico VIII di farsi capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, una decisione che mise fine alla sua carriera politica conducendolo alla pena capitale con l'accusa di tradimento. Nel 1935, è proclamato santo da Papa Pio XI; dal 1980 è commemorato anche nel calendario dei santi della chiesa anglicana (il 6 luglio), assieme all'amico John Fisher, vescovo di Rochester, decapitato quindici giorni prima di Moro. Nel 2000 San Tommaso Moro venne dichiarato patrono degli statisti e dei politici da Papa Giovanni Paolo II. (Avvenire)

    Dicono che tutti gli uccelli di Chelsea (all’epoca sobborgo rurale di Londra) scendano a sfamarsi nel suo tranquillo giardino. Un indice della sua fama di uomo sereno e accogliente. Thomas More (questo il nome inglese), figlio di magistrato, è via via avvocato famoso, amministratore di giustizia nella City, membro del Parlamento. Dalla moglie Jane Colt ha avuto tre figlie e un figlio; alla sua morte, si risposa con Alice Middleton.
    Ha imparato a Oxford l’amore per i classici antichi e lo condivide con Erasmo da Rotterdam, spesso ospite in casa sua. Scrive la vita dell’umanista italiano Giovanni Pico della Mirandola; ma sarà più famoso il suo dialogo Utopia, col disegno di una società ideale, governata dalla giustizia e dalla libertà. E’ un umanista che porta il cilicio, che studia i Padri della Chiesa e vive la fede con fermezza e gioia. Quando Lutero inizia la sua lotta contro Roma, il re Enrico VIII d’Inghilterra scrive un trattato in difesa della dottrina cattolica sui sacramenti, ricevendo lodi da papa Leone X e accuse da Lutero. A queste risponde Tommaso Moro, che Enrico stima per la cultura e l’integrità. Spesso lo consulta, gli affida missioni importanti all’estero. E nel 1529 lo nomina Lord Cancelliere, al vertice dell’ordinamento giudiziario. Un posto altissimo, ma pericoloso.
    Siamo infatti alla famosa crisi: Enrico ripudia Caterina d’Aragona (moglie e poi vedova di suo fratello Arturo), sposa Anna Bolena, e giunge poi a staccare da Roma la Chiesa inglese, di cui si proclama unico capo. Per Tommaso Moro, la fedeltà esige la sincerità assoluta col re: anche a costo di irritarlo, pur di non mentirgli. E così si comporta. La fede gli vieta di accettare quel divorzio e la supremazia del re nelle cose di fede. Lo pensa, lo dice, perde il posto e si lascia condannare a morte senza piegarsi.
    Incoraggia i familiari che lo visitano nella prigione della Torre di Londra e scrive cose bellissime in latino a un amico italiano che vive a Londra, il mercante lucchese Antonio Bonvisi: "Amico mio, più di ogni altro fedelissimo e dilettissimo... Cristo conservi sana la tua famiglia". Bonvisi gli manda in prigione cibi, vini e un abito nuovo per il giorno dell’esecuzione (ma non glielo lasceranno indossare). Davanti al patibolo, è cordiale anche col boia che dovrà decapitarlo: "Su, amico, fatti animo; ma guarda che ho il collo piuttosto corto", e gli regala una moneta d’oro. Poi, venuto il momento, dice alcune parole. "Poche", gli hanno raccomandato: e poche sono. Tommaso Moro invita a pregare per Enrico VIII, "e dichiarò che moriva da suddito fedele al re, ma innanzitutto a Dio".
    Quindici giorni prima, per le stesse ragioni, è stato decapitato il suo amico John Fisher, vescovo di Rochester, che sarà canonizzato insieme a lui da Pio XI nel 1931. Ora la Chiesa li ricorda entrambi nello stesso giorno.


    Autore:
    Domenico Agasso


    Fonte:


    http://www.santiebeati.it/dettaglio/27900




  2. #2
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    San Simone Hoa Medico, sindaco, martire
    12 dicembre
    Mai Vinh, Vietnam, 1787 circa - An Hòa, Vietnam, 12 dicembre 1840

    Quando nel XVI secolo gli europei giunsero la prima volta nell’odierno Vietnam, regione un tmpo nota come Indocina, vari regni erano qui in guerra tra loro, seppur tutti soggetti in qualche modo all’influenza cinese. Portoghesi ed olandesi istituirono centri commerciali ed i francesi, dal 1770, dopo aver ceduto l’India agli inglesi cominciarono ad insediarsi proprio in Vietnam. In questo momento periodo di espansione colonialistica e di pressione da parte cinese, l’attività missionaria intrapresa dalla Chiesa cattolica ricevette sporadici attacchi: vescovi, sacerdoti e laici, sia europei che indigeni, subirono il martirio in odio alla fede cristiana. Non si conoscono i nomi di tutti questi insigni testimoni di Cristo, ma comunque ben 117 di essi sono stati dichiarati “santi” da Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988.
    Una violenta persecuzione si scatenò tra il 1838 ed il 1840, dopo un periodo di circa vent’anni di pace e tolleranza religiosa. Gia Long, signore e potente guerriero, si era proclamato imperatore sin dal 1806 e dopo il 1820, quando Minh Mang ascese al trono cinese, condivise la decisione di opporsi ai cambiamenti sociali, culturali e tecnologici provenienti dall’Occidente. Minh, fedelissimo seguace del confucianesimo, mal tollerava l’attività missionaria promossa dai cristiani, ignorando forse che Cristo stessso quale uomo fu asiatico e non europeo. Anche Gia Long seguì la sua linea di opposizione ad una religione ritenuta occidentale: nel 1832 emanò infatti un decreto di espulsione per tutti i missionari stranieri, con l’ordine di distruggere anche tutte le chiese. Ai cristiani vietnamiti fu dunque chiesto di rinnegare la loro fede e calpestare il crocifisso.
    Ai cattolici francesi parve allora di scorgere nel sovrano vietnamita un nuovo Nerone, ma non riuscirono ad intervenire per arginare le persecuzioni. In una grande ondata di violenza sette o otto sacerdoti francesi ed un numero imprecisato di laici vietnamiti subirono il martirio, tra i quali il dottor Simone Phan Dac Hoa. Questi era nato a Mai Vinh nel 1787 circa. Laico molto rispettato dalla comunità locale, padre di famiglia, esercitava la professione di medico e divenne sindaco. Era affiliato alla Società Parigina delle Missioni Estere. Il 12 dicembre 1840 presso An Hòa fu barbaramente torturato e poi decapitato. Simone Hoa è stato beatificato nel 1900 ed infine canonizzato nel 1988.


    Autore:
    Fabio Arduino

    http://santiebeati.it/dettaglio/93254

  3. #3
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    San Pipino il Vecchio (o di Landen)
    21 febbraio
    575 – Landen (Brabante, Belgio), 21 febbraio 640

    Pipino di Landen, detto anche “il Vecchio”, duca di Brabante, nacque nel 575, figlio del principe Carlomanno e della principessa Ermengarda. Fu maestro di palazzo sotto i re di Francia Clotario II, Dagoberto I e Sigeberto II, esercitando questo grande incarico, un po' differente dall'autorità reale, con una rara prudenza. Si contraddistinse particolarmente per la sua fedeltà al re e per il suo amore per il popolo. Egli abbracciò con costanza ineguagliabile i giusti interessi dell'uno e dell'altro, senza temere di dover far torto ai diritti reali in favore del popolo. Con ammirabile equilibrio si prodigò nell'evitare che, usando come pretesto i diritti del re, si opprimesse e si prostrasse il popolo, preferendo così la volontà divina a quella umana, che proibisce di favorire i potenti a scapito dei deboli. Inoltre, era solito rendere al popolo ciò che secondo la giustizia gli spettava ed a Cesare solamente ciò che apparteneva legittimamente a Cesare. Associò a sé al potere Sant'Arnoldo, vescovo di Metz e poi suo con suocero: non faceva niente senza il suo consiglio, conoscendo la sua eminente virtù e la sua grande capacità nel governo dello stato. Alla morte di Arnoldo gli successe nell'amministrazione degli affari un altro grande santo, Cuniberto, arcivescovo di Colonia. Ciò può bastare a giudicare con quale ardore egli abbracciasse la giustizia in ogni sua sfaccettatura, scegliendo degli uomini così eccellenti ed incorruttibili per essere fedeli consiglieri di ogni sua azione.
    Ma il re dei Franchi Clotario II non si limitò a mettergli tra le mani la prima carica dello stato, nominandolo maestro di palazzo, e decise dunque di onorarlo di tutta la sua confidenza donandogli tutto il potere che un grande ministro può sperare. Associato il suo figlio primogenito Dagoberto ad una parte della sua potenza e messolo in possesso del regno d'Austrasia, Clotario scelse nel 622 fra tutti i grandi della corte proprio Pinino, uomo ammirabile, per conferirgli interamente la guida del giovane neosovrano.
    Pipino esercitò degnamente questa nuova carica, non dimenticando niente di ciò che poteva imprimere nello spirito di Dagoberto il timor di Dio e l'amore per la giustizia, mettendogli sovente davanti agli occhi queste belle parole del Vangelo: “Il trono di un re che rende giustizia ai poveri non sarà mai rovesciato”.
    Fu proprio grazie alla prudenza di Pipino che Dagoberto I poté governare bene e fortunatamente, anche quando alla morte del padre ne ereditò il potere sugli altri stati del suo regno. La fazione di suo fratello Cariberto e di vari altri dissidenti fu presto dissipata grazie al valore di Pipino, che si dimostrò valoroso nella guerra, ma soprattutto giusto e saggio nella pace. Dagoberto, riservatosi esclusivamente i diritti che gli erano propri, si guadagnò il cuore di tutto il popolo per la sua libertà, la sua giustizia, la sua dolcezza e tutte le altre qualità degne di un grande re, eguagliando e sorpassando la reputazione dei più illustri dei suoi predecessori. Il suo regno fu uno dei più belli, essendo stato sempre guidato dai consigli di un santo ed abile maestro quale fu Pipino.
    Ma, come niente è più difficile che conservare lo spirito puro nel mezzo della corruzione del secolo, ed il corpo casto tra i piaceri che accompagnavano la prosperità e la sovrana potenza, il re Dagoberto si tuffo ad un certo punto nella voluttà, facendo ricorso a metodi ingiusti per soddisfare le sue spese folli e disordinate. Il cuore di Pipino non poté che sentirsi trafitto dal dolore , lo riprese severamente e gli fece notare la sua ingratitudine verso Dio. Ma il giovane non sopportò i suoi rimproveri e meditò di ucciderlo, spinto anche da qualche cortigiano che odiava il santo ed invidiava la sua virtù. Ma Dio, che è il protettore dei giusti, liberò Pipino da questo pericolo. Il re comprese infine la giustezza delle sue rimostranze e tornò a manifestare più venerazione che mai nei suoi confronti. Per dargli una prova non equivoca pose tra le sue mani il suo figlio Sigeberto, che nel 633 inviò a regnare in Austrasia sotto la sua guida. Il giovane fu in realtà re solo di nome, poiché l'effettivo governo del regno fu in realtà completamente in mano a Pipino. Proprio in tale periodo l'Austrasia si trovò liberata dalle grandi incursioni dei barbari, repressi e confinati nel loro paese, che aveva subito sino ad allora. Dopo la morte del re Dagoberto I, Pipino avrebbe desiderato mettere Sigeberto II in possesso di tutti i suoi stati, se suo padre non lo avesse precedentemente obbligato ad accontentarsi dell'Austrasia ed a lasciare il regno di Francia a Clodoveo, figlio secondogenito.
    La morte del santo duca Pipino, avvenuta il 21 febbraio 640 nel suo castello di Landen, nel Brabante, fece piombare l'intera Austrasia in una profonda afflizione, che lo pianse quale fosse stato uno dei suoi migliori re, ricordandone la sua vita impregnata di santità, la sua reputazione senza macchia, la sua saggezza e la sua condotta ammirabili. Egli fu sempre giustamente considerato quale protettore delle leggi, sostegno dei deboli, nemico delle divisioni, ornamento della corte, esempio per i grandi, guida dei re e padre della patria.
    Il suo corpo, subito deposto nel luogo della morte, fu in seguito trasferito nel monastero di Nivelle.
    E' da precisare che il personaggio in questione, Pipino di Landen, non è assolutamente da confondere con altri due suoi omonimi i cui nomi sono assai più celebri suoi nostri libri di storia: il primo è Pipino di Héristal, anch'egli maestro di palazzo e padre di Carlo Martello, mentre il secondo è Pipino il Breve, figlio appunto di Carlo Martello e primo re francese appartenente alla seconda dinastia, cioè quella poi definita carolingia. Il nostro santo, invece, più antico di entrambi, fu antenato di Pipino di Héristal tramite sua figlia Begga, che sposò il figlio del vescovo sant'Arnoldo, da quest'ultimo donatole per il bene della Francia ed il sostegno della sua grande ed illustre monarchia.
    Si può dunque come constatare come la famiglia di Pipino sia stata una famiglia di grandi santi e sante. Sua moglie Itta, nome italianizzato in Ida, sorella dell'arcivescovo di Trèves san Modoaldo, dopo aver vissuto santamente la realtà matrimoniale, si prodigò anche da vedova in ogni sorta di buone opere e ricevette il velo di benedettina del celebre monastero di Nivelles. Qui trascorse il resto dei suoi giorni, offrendo alle altre religiose un raro esempio di perfezione e di virtù. Alla sua morte anche il corpo di Pipino fu ricongiunto a lei in questo monastero da loro fondato. Ida è venerata come santa l'8 maggio.
    Pipino e Ida possono dunque essere considerati i capostipiti della dinastia dei Pipinidi, detta poi “carolingia” in onore del primo Sacro Romano Imperatore Carlo Magno.
    Dopo il primogenito Grimoldo, che successe al padre Pipino, nacquero due figlie
    La primogenita, la grande ed illustre Santa Geltrude, ancora giovanissima dichiarò dinnanzi alla corte franca di scegliere la vita religiosa e di preferire l'obbedienza al Creatore piuttosto che l'autorità regia. Pare infatti che il re Dagoberto stesse ipotizzando un matrimonio con lei. Entrata nel monastero di Nivelles, ne venne eletta prima badessa all'età di appena vent'anni per le sue eccezionali qualità. Fu eminente in santità, a tal punto da poter essere considerata come uno dei più bei lumi della cristianità.
    Sua sorella Santa Begga, invece, ebbe l'onore di essere la radice da cui nacque la seconda dinastia dei re di Francia, come già spiegato precedentemente.
    Pipino di Landen lasciò dunque dietro di sé una tale scia di santità tanto da essere considerato subito un santo pur senza essere stato ne monaco, ne prete, ne vescovo, bensì un semplice laico. E' venerato il 21 febbraio, anniversario della sua nascita al cielo.


    Autore:
    Fabio Arduino



    http://santiebeati.it/dettaglio/92370




  4. #4
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    Beato Alberto Marvelli Laico
    5 ottobre
    Ferrara, 21 marzo 1918 - Rimini, 5 ottobre 1946
    Nacque a Ferrara il 21 marzo 1918, secondogenito di sette fratelli. Trasferitosi a Rimini con la famiglia nel 1930, Alberto Marvelli si formò all'interno dell'oratorio Salesiano e nell'Azione Cattolica, nelle cui file fece le prime esperienze di apostolato. Laureatosi in ingegneria, lavorò presso la Fiat; fu allievo ufficiale a Trieste. Durante la guerra si prodigò instacabilmente nell'opera dei soccorsi; finiti i combattimenti si impegnò nell'opera di ricostruzione. Nel 1945 entrò a far parte della "Società Operai di Cristo". Presidente dei Laureati Cattolici, Vice Presidente diocesano dei Giovani di Azione Cattolica, membro dell'esecutivo della Democrazia Cristiana, membro delle Conferenze di S. Vincenzo, Alberto Marvelli fu animatore di svariate iniziative di carità e di impegno sociale. Consigliere comunale dopo la Liberazione, Assessore ai Lavori Pubblici, Presidente del Consorzio Idraulico, Capo della Sezione Autonoma del Genio Civile. Morì il 5 ottobre 1946, a 28 anni, investito da un autoveicolo militare delle truppe di occupazione. Il 23 marzo 1986 fu promulgato il decreto sull'eroicità delle virtù; ad Alberto Marvelli venne così conferito il titolo di "Venerabile". La sua tomba è ora nella chiesa di S. Agostino.


    Splendido esempio di giovane professionista, di laico impegnato nell’apostolato e nella costruzione di un mondo migliore anche come politico, in un’Italia che subiva gli ultimi contraccolpi della devastante Seconda Guerra Mondiale.
    Nacque a Ferrara il 21 marzo 1918, ma fu Rimini che divenne il centro della sua opera e della sua vita, dopo che l’agiata famiglia, di solida formazione cattolica, vi si era trasferita nel 1930.
    Fin dall’adolescenza ebbe un potente desiderio della santità, concepito non solo come bisogno della sua anima, ma anche come mezzo indispensabile per cooperare alla salvezza del prossimo. Oltre l’opera di formazione morale ricevuta nell’ambiente familiare, a Rimini si aggiunse quella dell’Oratorio Salesiano e specialmente dell’Azione Cattolica, nelle cui fila ed organizzazione fece le prime esperienze di apostolato.
    Si laureò nel 1941 in ingegneria all’Università di Bologna e lavorò per alcuni mesi presso la FIAT di Torino, nello stesso anno in pieno periodo di guerra, fu chiamato a prestare il servizio militare prima a Trieste e poi a Treviso; congedato nel settembre 1944, ritornò a Rimini, dove fu coinvolto nelle vicende drammatiche della città, devastata dalla guerra non ancora finita.
    Al termine del conflitto mondiale, si dedicò con slancio alla ricostruzione morale e materiale della città; ebbe vari incarichi, come direttore dell’Ufficio Alloggi, Assessore Comunale, ingegnere del Genio Civile, membro della direzione cittadina della Democrazia Cristiana; tutto ciò gli diede una visibilità pubblica, facendolo diventare necessario per tutti.
    In campo diocesano, nel 1945 entrò a far parte della Società Operai del Getsemani, di cui fondò a Rimini un reparto; ebbe l’incarico di Presidente dei Laureati Cattolici.
    Le eccezionali doti che Alberto Marvelli possedeva, umane e spirituali, vissute con genuinità, sincerità e naturalezza, esercitavano un fascino su tutti, di qualunque idea politica o sociale fossero. Ed è con sorpresa che si constata come con la sua giovane età e alla luce del breve periodo della sua esistenza, abbia potuto svolgere un’attività così vasta e intensa in svariati campi.
    Nell’apostolato profuse il suo particolare carisma, tramite i contatti personali, i discorsi, le lezioni, le conferenze; animò tante iniziative di carità e di assistenza sociale; fu membro delle Conferenze di S. Vincenzo con predilezione verso i poveri ed abbandonati.
    Istituì per questi bisognosi, anche la ‘Messa del povero’ a cui seguiva la domenica, un pranzo sereno che serviva lui stesso. La forza che animava tanto dinamismo, era l’amore di Dio, alimentato con l’assidua preghiera e con la comunione quotidiana; nel suo ‘Diario’ stampato dopo la sua morte, si possono verificare le tappe di questo costante e progressivo maturare nella vita interiore, fino ad arrivare alle vette dei mistici; fra l’altro scriveva: ”Gesù mi invita a salire, ad ascendere. Ho un desiderio intenso di farmi santo attraverso la vita che il Signore mi riserva”.
    Si dedicò generosamente nell’Italia del dopoguerra, all’attività politica ispirata ai principi cristiani, riscuotendo rispetto e stima dagli stessi avversari, si candidò nella lista della Democrazia Cristiana per l’elezione della prima Amministrazione Comunale, ma il Signore dispose diversamente.
    Il 5 ottobre 1946, mentre si recava a tenere l’ultimo comizio, fu investito da un autoveicolo militare, morendo poche ore dopo a soli 28 anni, fra il compianto generale della rinata Italia e della diletta Rimini.
    La figura di Alberto Marvelli si staglia come un autentico precursore del Concilio Vaticano II, riguardo il ruolo nella Chiesa e nella società, dell’apostolato dei laici.
    Papa Giovanni Paolo II il 29 agosto 1982, lo additò alle migliaia di giovani convenuti a Rimini per il “Meeting dell’amicizia”, come modello da seguire per la gioventù cattolica.
    La causa per la sua beatificazione fu introdotta il 1° marzo 1968, e la salma traslata dal cimitero nella chiesa di S. Agostino. Il 22 marzo 1986 è stato promulgato il decreto sulle virtù e dato il titolo di venerabile.
    E' stato beatificato da Papa Giovanni II il 5 settembre 2004 a Loreto.

    Autore: Antonio Borrelli



    Èun ingegnere emiliano morto a 28 anni, secondo dei sette figli dei coniugi Alfredo Marvelli e Maria Mayr. Famiglia benestante, che nel 1930 si trasferisce a Rimini. Qui Alberto, dodicenne, incontra l’Oratorio salesiano e l’Azione cattolica. Emerge presto come animatore e catechista, e poi nello sport, a cominciare dal ciclismo. Dopo vengono calcio, nuoto, tennis. Quando Alberto ha 15 anni, il padre muore per meningite fulminante; poi il fratello maggiore Adolfo entra all’Accademia militare e Alberto affianca la madre nel guidare la famiglia.
    A Rimini frequenta il liceo classico (uno dei suoi compagni di classe è Federico Fellini) e vorrebbe entrare nell’Accademia navale: ma non è accolto per un difetto alla vista. Si laurea in ingegneria nel 1941 a Bologna. (Da anni nel tempo libero andava a lavorare in uno zuccherificio, e più tardi in una fonderia). Nell’associazionismo cattolico è ormai una guida dei giovani, con una singolare capacità di entusiasmarli, “farli volare”. E si amareggia per gli indifferenti: «S’incontrano giovani senza fede e senza entusiasmo per le altezze». Ha preso a modello il futuro beato Pier Giorgio Frassati, morto quando lui aveva sette anni: «Oh, se potessi imitarlo!». Dal giugno 1940 l’Italia è in guerra: Alberto viene chiamato alle armi dopo la laurea, ma presto congedato, perché ha già due fratelli combattenti. Lo richiamano nel 1943, a Treviso. E lì apprende che suo fratello Lello, il quartogenito, è morto sul fronte russo.
    Torna a Rimini dopo l’armistizio del settembre 1943, ma poco dopo si “richiama in servizio” da sé, contro le sofferenze degli altri. «Compare in bicicletta, pronto a portare aiuto, lucido, coraggioso, determinato: organizza, agisce, affronta i pericoli in prima persona» (F. Lanfranchi - P. Fiorini, A. M., un beato che resta amico). La guerra ha moltiplicato i “nullatenenti”, e lui li serve, pensa al pane, al sale, al latte, ai vestiti, ai rifugi. Per lui vivere è soccorrere, muovendosi in bicicletta (a volte con un asino). “Arruola” i ragazzi dell’Azione cattolica perché tanti disperati possano mangiare, vestirsi, dormire. E continuare a vivere, a volte: ci sono ragazzi che rischiano la fucilazione perché non si arruolano nella Rsi. Lui procura documenti, lasciapassare, nasconde i ricercati. E un giorno i tedeschi arrestano lui, che però si mette in salvo durante un attacco aereo. Non si sa quando dorma, perché nei momenti calmi lo vedono col rosario in mano. Questo per lui è come mangiare e dormire.
    In questa feroce stagione comincia a balenare quasi una “fama di santità” intorno a lui. C’è chi dice che, mentre distribuiva i soccorsi, le sue mani “erano luminose”. Una donna gli parla del figlio che non torna mai dalla guerra, e lui un giorno le dice di correre a casa, dove l’aspetta suo figlio; ed è proprio così... L’ingegnere del rosario rimane “mobilitato” anche dopo la guerra, perché c’è un’epidemia di tifo. E poi lo chiamano a lavorare nelle prime opere di ricostruzione; è tra i fondatori delle Acli; crea un’università popolare. Chiamato da Benigno Zaccagnini, entra nella Democrazia cristiana, partecipando alla campagna elettorale amministrativa nell’autunno 1946. E muore mentre va a tenere l’ultimo comizio, travolto da un camion con la sua bicicletta.
    Nel 2004 Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato. Il corpo è custodito nella chiesa di Sant’Agostino a Rimini.


    Autore:
    Domenico Agasso


    Fonte:





    http://www.santiebeati.it/dettaglio/91603




  5. #5
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    Servo di Dio Alcide De Gasperi
    Senza data
    Pieve Tesino (TN), 3 aprile 1881- Sella Valsugana (TN), 19 agosto 1954

    Alcide De Gasperi (Trento 1881-1954) fu deputato nel parlamento di Vienna nel 1911. Dopo la prima guerra mondiale fu tra i fondatori del Partito popolare e presidente del consiglio dal 1945 al 1953, guidando la ricostruzione del Paese. A Trento la fase diocesana del processo di beatificazione è stata aperta nel 1993.


    Fu il primo dei quattro figli di Maria Morandini ed Amedeo De Gasperi. Dopo di lui nacquero, Mario, che fu sacerdote, Marcella ed Augusto.
    Era italiano, ma l’Italia non era ancora fatta e pertanto nacque suddito dell’impero austro-ungarico.
    Nel periodo degli studi universitari, a Vienna e ad Insbruck, fu leader del movimento studentesco e protagonista delle lotte degli studenti italiani, che miravano ad ottenere una facoltà di diritto in lingua italiana.
    Al ritorno a Trento fu giornalista, direttore di La Voce Cattolica. Fu in quel periodo che subì degli attacchi dalle pagine di un giornale da un giovane pubblicista romagnolo che in seguito avrebbe fatto parlare di sé: Benito Mussolini.
    Nel 1909, a 28 anni, fu eletto consigliere municipale di Trento e nel 1911 deputato e poi presidente del gruppo dei parlamentari italiani nel grande parlamento austroungarico di Vienna, il Reichsrat; successivamente fu anche deputato nella dieta di Insbruck.
    Come parlamentare italiano nel parlamento austriaco, anche dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, pertanto in una posizione molto delicata, si prodigò con coraggio e dedizione a sostegno della causa dei profughi trentini, internati in campi di concentramento austriaci, denunciando le violenze che questi subivano. Al parlamento di Vienna dichiarò con coraggio che il Trentino voleva essere annesso all’Italia.
    Dopo la prima guerra mondiale fu tra i fondatori del Partito popolare e nelle elezioni del 15/5/1921 fu eletto deputato nel parlamento italiano, nelle liste del P.P.I. per le Valli di Fiemme e Fassa.
    Nel 1922 sposò Francesca Romani, da cui ebbe quattro figlie, sorella di un amico parlamentare.
    In pieno periodo fascista, alla partenza di Don Sturzo per l’esilio, De Gasperi lo sostituì nel gravoso ruolo di capo del partito popolare e fu tra i protagonisti del cosiddetto Aventino dei parlamentari oppositori del regime, all’indomani dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
    All’inasprirsi della dittatura fascista la sua situazione divenne sempre più delicata e subì una decisa persecuzione politica, che sfociò, nel 1927, nell'arresto alla stazione di Firenze e nella condanna, l'anno successivo, per tentato espatrio clandestino, a quattro anni di detenzione, poi ridotti a due, scontati in parte a Regina Coeli e successivamente, per motivi di salute, in una clinica romana.
    Uscito dal carcere non sapeva come mandare avanti la sua famiglia e visse insieme ai suoi cari un duro periodo di indigenza. Successivamente, fu assunto nella biblioteca vaticana come impiegato provvisorio, grazie all’interessamento dei pochi amici che gli erano rimasti vicini, in particolare del suo amico sacerdote dei tempi giovanili, Celestino Endrici, divenuto vescovo di Trento.
    Nel trentuno Mussolini tentò di farlo licenziare, ma fortunatamente fu ferma l’opposizione di Pio XI.
    Nel luglio del 1943 capì che il regime era alla fine ed iniziò a scrivere il programma della ricostruzione, che egli intendeva prima di tutto dal punto di vista morale ed ideale e poi materiale.
    Al termine della seconda guerra mondiale fondò la Democrazia Cristiana, e ne divenne segretario. Nel governo Bonomi, che succedette al primo governo dell’Italia libera, il governo Badoglio, De Gasperi, come segretario della democrazia cristiana, fu ministro senza portafoglio, poi nel secondo governo Bonomi, nel dicembre 1944, fu nominato ministro degli esteri, incarico che gli fu confermato nel 1945, nel governo Parri. Nel dicembre 1945, guidò il suo primo governo, composto dai sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale.
    Era il primo di sette governi, che furono in carica 8 anni e che condussero l’Italia, un Paese che sembrava non riuscire ad emergere dalle sue rovine, verso la ricostruzione morale e materiale.
    Fece scelte decise e coraggiose in momenti veramente drammatici.
    Fu un sostenitore della grande giornata elettorale del 2 giugno 1946, nella quale gli italiani scelsero tra monarchia e repubblica ed elessero i membri dell’assemblea costituente.
    Gestì la difficile mediazione con il re Umberto II, che non accettava il risultato elettorale; seppe ascoltare e dialogare ma anche assumere decisamente l’iniziativa: su nomina del Consiglio dei Ministri, diventò Capo provvisorio dello Stato, e ciò indusse il re a partire per l’esilio.
    L’Italia che De Gasperi prese in mano era un Paese letteralmente a pezzi, con masse di profughi senza casa e senza lavoro. Cercò aiuto finanziario in America e ottenne per il suo Paese un prestito di 50 milioni di dollari.
    Restituì all’Italia, la nazione che insieme alla Germania nazista aveva causato la guerra, dignità internazionale: il discorso alla conferenza di pace di Parigi, il 10 agosto 1946, è intriso di dignità, di valori ideali e morali e di fiducia nella capacità dei suoi connazionali di risollevarsi e di collaborare alla costruzione di un mondo più giusto e più umano.
    Alla politica interna, fatta di ricostruzione delle case, delle istituzioni e della democrazia, affiancò una politica estera con grandi e difficili scelte di campo.
    Il 16 aprile 1948, nelle elezioni più drammatiche della storia italiana, al termine di una campagna elettorale infuoca, ottenne per il suo partito la maggioranza assoluta dei voti, ma sorprendendo tutti, decise di chiamare al governo, fedele alla sua linea di mediazione e di dialogo, altri partiti di centro.
    Si può veramente dire che nel momento più difficile della sua storia, dopo il disastro della seconda guerra mondiale, l’Italia ebbe la fortuna di avere al suo servizio un grande statista, che, facendo leva sulla dignità e sulla forza morale, quando non era rimasto ormai alcun un punto d’appoggio, in otto anni di governo risollevò il Paese, rifondò la sua vita economica e avviò il processo di unità europea.
    Mediatore e pronto al compromesso nella soluzione dei problemi concreti, come deve essere un grande politico, era fermissimo sui principi e mai agì per calcoli di convenienza personale, poiché concepiva la politica come alto servizio verso lo Stato.
    Racconta la figlia Maria Romana, in uno dei libri sulla vita del padre, che la figlia suora, Lucia, gli mandava dei bigliettini di meditazioni, tratte dalla Bibbia o da libri di santi, che egli leggeva prima di una difficile seduta parlamentare o una riunione del Consiglio dei Ministri, per trarne un conforto spirituale o l’ispirazione per le difficili decisioni che si trovava a dover assumere.
    Al congresso di Napoli della Democrazia Cristiana del giugno del 1954, a pochi mesi dalla sua morte, ormai ai margini della politica che conta, vittima dell’umana ingratitudine, pronunciò il suo ultimo discorso politico, denso di visioni ideali e prospettiche, nel quale ancora una volta era riportata la grande intuizione della necessità di un’Europa unita.

    A Trento la fase diocesana del processo di beatificazione è stata aperta nel 1993.

    Per comprendere l’uomo e il suo spessore spirituale.
    Alcide De Gasperi, il 4 settembre 1935, in pieno regime fascista e quindi da perseguitato politico, in uno stato di salute molto preoccupante che faceva temere il peggio, scrive alla moglie questa lettera, che è un intensissimo testamento spirituale, da cui emerge pienamente la profonda spiritualità di un uomo che l’Eterno Padre, stava preparando per un Suo disegno di servizio a quella parte di umanità, costituita dalla nazione italiana del secondo dopoguerra.


    “Cara Francesca,
    se la provvidenza vorrà chiudere la mia vita terrena, prima che io abbia assolto il mio compito di padre, affido alla suprema paternità di Dio le mie bambine e confido con assoluta certezza che il Signore ti aiuterà giorno per giorno a farle crescere buone e brave.
    Oltre che ai parenti, io le raccomando all’aiuto ed all’appoggio di quei pochi ma generosi amici che nel periodo delle prove mi conservarono la loro amicizia. Non posso lasciar loro mezzi di fortuna, perché alla fortuna ho dovuto rinunziare per tener fede ai miei ideali. Fra poco saranno cresciute tanto da comprendere il mondo in cui vivono. Apprendano allora da te per quale ideale di umana bontà e di cristiana democrazia il loro padre combatté e sofferse. Leggendo le mie lettere d’un tempo e qualche appunto per le mie memorie, impareranno ad apprezzare la giustizia, la fratellanza cristiana e la libertà.
    Muoio con la coscienza d’aver combattuto la buona battaglia e colla sicurezza che un giorno i nostri ideali trionferanno. Cara Francesca, io ti sarò sempre vicino in ispirito e ti aiuterò vigilando presso il signore Gesù, mia suprema ed ultima speranza, sarà anche il tuo confortatore quotidiano.
    A tutti voi della mia e della vostra famiglia raccomando di vivere in fraterna amicizia, aiutandovi l’un l’altro. Oltre le mie bambine, raccomando in modo particolare ad Augusto la nostra buona sorella Marcella.
    Addio Francesca, io ti ho molto amato, ma non mai quanto avresti meritato. Supera il dolore del distacco e vivi più intensamente per le nostre deliziose bambine, sulle quali, per la bontà e misericordia del Signore, io veglierò dal Cielo.
    Ti stringo per sempre nell’indissolubile abbraccio delle nostre speranze mortali”.



    BIBLIOGRAFIA
    Igino Giordani, "Alcide De Gasperi il ricostruttore" - Edizioni Cinque Lune - Roma - 1955
    Giulio Andreotti, "De Gasperi e il suo tempo" - Mondadori - Milano -1956
    Lorenzo Tedeschi, "Il giovane De Gasperi" - Bompiani - Milano - 1974
    Alcide De Gasperi, "Lettere dalla prigione" - Edizioni Cinque Lune - Roma - 1974,
    Giulio Andreotti, "De Gasperi Visto da vicino" - Rizzoli - Milano - 1987,
    Elisabeth Arnoulx De Pirey, "De Gasperi" - San Paolo Edizioni - 1992
    Maria Romana De Gasperi, "Mio caro padre" - Marietti - Genova Milano - 2003
    Andrea Riccardi Pio XII e Alcide De Gasperi - Una storia segreta" - Laterza - Roma Bari - 2003
    Alcide De Gasperi, "Cara Francesca. Lettere." - Morcelliana - Brescia - 2004,
    Maria Romana De Gasperi, "De Gasperi - Ritratto di uno statista" - Mondadori - Milano - 2004


    Autore:
    Pietrino Maurizi




  6. #6
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    Servi di Dio Edmond Michelet e Marie Vialle Sposi
    Senza Data
    Edmond: Parigi, 8 ottobre 1889 - Marsillac, Francia, 9 ottobre 1970
    Marie: Brive, 25 gennaio 1900 - Marsillac, 1 settembre 1989


    Laici della diocesi di Tulle. Edmond Michelet, politico francese, ricoprì incarichi come ministro nel governo nazionale. La loro causa di beatificazione è promossa da “Le Centre Michelet”.stro nel governo nazionale. La loro causa di beatificazione è promossa da “Le Centre Michelet”.

    http://www.santiebeati.it/dettaglio/92823


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    Servo di Dio Giorgio La Pira Laico, politico, operatore di pace
    .
    Pozzallo, Ragusa, 9 gennaio 1904 - Firenze, 5 novembre 1977
    Giorgio La Pira, il «sindaco santo», nasce a Pozzallo (Ragusa) il 9 gennaio 1904; arriva a Firenze nel 1924 come studente di Diritto romano, di cui diverrà, poi, professore. Nel 1946 è eletto alla Costituente, dove dà un contributo decisivo alla stesura dei primi articoli della Costituzione. Rieletto deputato, è ministro del Lavoro con Fanfani. Nel 1951 è sindaco di Firenze, carica che ricopre, salvo brevi interruzioni, fino al 1965. Difende con energia i più deboli, i senza casa, i diritti dei lavoratori. Promuove i «Convegni per la pace e la civiltà cristiana» e i «Colloqui mediterranei» per la riconciliazione tra le religioni della «famiglia di Abramo». Nel 1959, primo politico occidentale a superare la «cortina di ferro», si reca in Russia, creando un ponte di preghiera, unità e pace tra Oriente e Occidente. Muore a Firenze il 5 novembre 1977.


    Siciliano d’origine elesse poi Firenze a sua città, centro di tutta la sua molteplice attività di politico, sindaco, professore universitario, laico impegnato nella Chiesa, terziario domenicano e francescano, operatore di pace nel mondo.
    Giorgio La Pira nacque a Pozzallo (Ragusa) il 9 gennaio 1904, dove visse i primi anni di vita, trasferitasi poi a Messina in casa dello zio, che lo fece studiare facendogli conseguire il diploma di ragioniere.
    L’anno successivo conseguì anche il diploma di maturità classica, iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina e laureandosi nel 1926 a Firenze, dove aveva seguito nell’ultimo anno il prof. Betti di Diritto romano, che era stato lì trasferito.
    Durante la sua giovinezza a Messina ebbe varie esperienze culturali (da D’Annunzio, a Marinetti, a Dostojewski), poi si orientò tra il 1920 e 22 verso i valori cattolici e verso la fede; orientamento profondo del pensiero e soprattutto interiore e mistico.
    Nel suo cammino di scoperta dei valori della fede, trascorreva molte ore dedite alla preghiera come per lo studio, dal 1926 Firenze diventò la sua città; nella scia del suo ispiratore spirituale, il futuro beato Contardo Ferrini, suo predecessore, iniziò la sua lunga carriera di docente universitario di Istituzioni di Diritto Romano. Valido insegnante ed educatore di giovani, che “avrà sempre negli occhi e nel cuore”, si dedicò anche allo studio della ‘Summa’ di San Tommaso, interessato all’intera struttura del diritto e della monumentale visione teologica del Cristianesimo; i suoi studi dettero al suo pensiero, una particolare chiarezza logica e una stringente persuasione delle conclusioni.
    Nel 1928 a 24 anni aderì all’Istituto Secolare della Regalità di Cristo, fondato da padre Agostino Gemelli inserito nell’Università Cattolica e legato alla spiritualità francescana. Pregava e studiava dall’alba all’intera mattinata, dedicandosi per il resto ai giovani con incontri formativi, all’organizzazione dell’Azione Cattolica specie nella periferia fiorentina, alla carità verso i poveri, condividendola profondamente con libertà, generata da una sincera e volontaria povertà e con purezza di vita.
    Fondò e partecipò a varie Conferenze di S. Vincenzo: di studenti, di professionisti, di artisti; nel 1934 consigliato da don Bensi, il prete dei giovani di Firenze, fondò per i più poveri e dispersi, l’Opera del pane di S. Procolo, che radunava ogni domenica intorno all’altare per ricevere anche l’Eucaristia, pane per l’anima e per il corpo; quest’Opera da lui così sentita fu il punto di riferimento durante la guerra ed il dopoguerra, per sfrattati, ebrei, ricercati politici, disoccupati, abbandonati.
    Collaborò con il grande cardinale di Firenze Elia Della Costa, nella difesa degli ebrei ed a risolvere le vicende fiorentine di quei tempi. Dal 1936 Giorgio La Pira fissò la sua dimora nello storico convento domenicano di S. Marco, centro di spiritualità, dell’arte e della storia di Firenze; nel 1939 diede origine alla rivista “Principi” nella quale prendeva posizione contro il tiranno, la dittatura, il razzismo, le invasioni naziste della Finlandia e Polonia.
    Il fascismo nel 1940 la soppresse, La Pira venne perseguitato e dopo l’8 settembre del 1943 lasciò Firenze per Fonterutoli presso Siena e poi per Roma, rientrando in città nell’agosto del 1944. Nel periodo della Liberazione, si aprì la fase più politica della sua vita; nel 1946 venne eletto deputato nell’Assemblea Costituente nella lista della Democrazia Cristiana, divenendo con il suo contributo culturale e morale, uno dei maggiori artefici dell’impostazione della Costituzione.
    Nel 1948 venne rieletto deputato e nominato Sottosegretario al Lavoro nel governo De Gasperi, fu al fianco dei lavoratori nelle aspre vertenze sindacali del dopoguerra. Insieme ad altre grandi figure del cattolicesimo laico di quei tempi, come Rossetti, Fanfani, Lazzati, nel 1950 fondò la rivista “Cronache Sociali” su cui pubblicò un bellissimo commento sul dogma dell’Assunzione di Maria, proclamato in quell’anno da Pio XII; inoltre pubblicò “L’attesa della povera gente” un vero manifesto in favore della piena occupazione.
    Nel 1951 sentì la sua ispirazione a dedicarsi con particolare impegno per la pace nel mondo e già il 6 gennaio di quell’anno, intervenne presso Stalin per la pace in Corea; a giugno fu eletto sindaco di Firenze, carica che tenne dal 1951 al 1957 e dal 1961 al 1965, in quegli anni mise tutto il suo impegno per realizzare una città a misura d’uomo, per ognuno ci voleva un lavoro, casa, scuola, ospedale e chiesa.
    Si batté per dare un lavoro ai diecimila disoccupati, difese e conservò il posto di lavoro a duemila operai della Pignone, salvando l’azienda con l’aiuto di Enrico Mattei; requisì case e ville vuote in attesa che si costruissero case nuove, fece erigere due nuovi rioni; sotto le sue Amministrazioni si realizzarono molte opere pubbliche di ogni tipo.
    Vennero ricostruiti i ponti principali sull’Arno, il nuovo Teatro Comunale, la Centrale del latte, il Mercato Ortofrutticolo, diciassette nuovi edifici per la scuola dell’obbligo, ammodernati i servizi tranviari, idrici, nettezza urbana; rimodernate centinaia di strade.
    Seguendo un suo interno disegno, promosse Firenze oltre che a centro qualificato di turismo, anche a centro di un movimento culturale e politico per la pace e la civiltà umana e cristiana; ogni anno dal 1952 al 1956 organizzò i ‘Convegni per la Pace e la Civiltà Cristiana’. Inoltre nel 1955 il Convegno dei Sindaci delle Capitali del mondo, per impegnarli ad un’azione di pace, contro la minaccia di una distruzione atomica; dal 1958 promosse i ‘Colloqui per il Mediterraneo’ per suscitare la pace e la coesistenza fra cristiani, ebrei, musulmani.
    Si fece pellegrino di pace andando nel 1959 a Mosca, dove parlò al Soviet Supremo in difesa della distensione e del disarmo; nel 1964 andò negli Stati Uniti per la legge sui diritti civili delle minoranze etniche; nel 1965 era ad Hanoi per incontrare Ho Ci Min, per chiedere la pace nel Vietnam.
    Fu ancora ad Helsinki, Bruxelles, Budapest, Vienna, Varsavia, Huston, Tunisi, per Congressi mondiali e Conferenze Internazionali su sviluppo futuro e pace nel mondo in cui era relatore. Ebbe rapporti personali con numerosi Capi di Stato dell’epoca, da Kennedy a Krusciov, da Ciu En Lai a De Gaulle e con i papi Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.
    La sua azione pacificatrice era supportata dalla preghiera delle suore di clausura, che lui chiedeva come sicuro rimedio ed efficacia per la riuscita delle sue missioni, il cui programma comunicava costantemente alle suore, coinvolgendole.
    Nel 1976 ancora una volta accettò l’invito della Democrazia Cristiana di presentarsi alle elezioni politiche in un momento di difficile situazione interna; difese i bambini non ancora nati contro l’aborto e ipotizzò un disarmo generale.
    Ma la sua salute ormai era in declino e la sua vita attiva subì un fermo; morì il 5 novembre 1977, la sua ultima lettera la scrisse a papa Paolo VI, il quale lo ricordò subito nella preghiera dell’Angelus; fu sepolto umilmente, secondo il suo desiderio, nel cimitero di Rifredi (FI).
    Giorgio La Pira scelse la strada della vita comune come tutti, pur portando nel cuore la sua “certosa interiore”. Egli fu attento al progetto di Gesù Cristo re dell’Universo e re della Storia, che attira a sé e unisce l’unica famiglia umana.
    Scrisse numerose pubblicazioni, la cui bibliografia è curata dalla “Fondazione Giorgio La Pira” di Firenze; il suo motto fu “Spes contra spem” e lo ricordava ogni qualvolta era impegnato in un faticoso lavoro politico quotidiano, in circostanze che qualche volta avrebbero fatto disperare chiunque.
    I suoi discorsi domenicali alla Messa della Badia Fiorentina, chiamata ‘Messa del Povero’, contenevano anche un concentrato di riferimenti politici, ad esempio: “Dovete pregare anche per il governo, qualunque sia; se io fossi in Russia, io cristiano pregherei per Krusciov, pregherei Dio perché lo converta” (20/7/1958).
    Il 9 gennaio 1986 l’arcivescovo di Firenze, Piovanelli ha avviato il processo per la beatificazione di questo grande laico cattolico “venditore di speranza”, nella sua città, in Italia e nel mondo, sempre nell’ottica cristiana.


    Autore:
    Antonio Borrelli



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/91511




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    Servo di Dio Giuseppe Lazzati
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    1909 - 1986
    Giuseppe Lazzati, milanese (1909-1986), fu eletto alla Costituente nelle fila della Democrazia cristiana. Per molti anni fu rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Chiusa la fase diocesana, ora la documentazione relativa alla beatificazione si trova in Vaticano per essere vagliata.


    Giuseppe Lazzati (1909-1986) potrebbe essere ricordato per molte ragioni: per i suoi contributi di studioso del cristianesimo antico, per l’impegno in Azione Cattolica che lo porta ad anticipare di trent’anni quella che sarà poi chiamata la "scelta religiosa" dell’AC, per la stagione di partecipazione diretta alla politica come deputato alla Costituente e poi al Parlamento, per il ruolo svolto come Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

    Il laicato

    Pur non essendo un teologo, Lazzati ha elaborato una sorta di via laicale alla santità. Che muove dal riconoscimento del compito laicale di santificare le realtà temporali. "E’ tutta la realtà che va consacrata a Dio - tutta! affinché, ricondotta a Cristo, attraverso Cristo canti il suo inno di gloria al Padre che l’ha creata". Tutta la realtà comprende "il cielo e la terra, gli spazi infiniti; vuol dire l’erba del campo, il grano, tutti gli animali, le cose animate e inanimate, tutto ciò che è stato creato da Dio; vuol dire tutti gli strumenti che l’uomo ha scoperto per dominare la terra secondo il comando divino, tutte le scienze, tutte le arti, tutte le tecniche; vuol dire tutte le attività umane dalla più umile alla più alta, da quella del manovale a quella speculativa; vuol dire tutte le attività attraverso le quali l’uomo realizza la comunità familiare, l’attività sindacale". Si trova qui molto bene espressa una teologia delle realtà penultime e della terrestrità, una vera e propria "teologia della materia".
    Il laico, dunque, non si santifica nonostante il suo coinvolgimento nelle cose temporali, ma proprio attraverso di esso.
    Il fedele laico non è, per Lazzati, un semplice emissario, l’anello terminale di una catena clericale, ma colui che si assume, in piena responsabilità e autonomamente, la sua vocazione di essere sale e lievito, di stare nel mondo e in mezzo agli altri con atteggiamento accogliente e dialogante, senza orgogli di appartenenza e chiusure preconcette. Già nel 1936, egli intende l’apostolato di AC come robustamente radicato nella realtà storica: si tratta di "portare Cristo alle masse", non bisogna chiudersi nel bacino d’utenza tradizionale, quello dei fedeli praticanti, ma aprirsi "agli uomini di campagna e di città, abitatori delle umili case e di grandi palazzi, lavoratori dei campi e operai, uomini di studio e di commercio, infelici per i quali non brillò la luce della verità, schiavi delle tenebre pagane"

    Il pensiero politico

    Per quanto la sua partecipazione alla vita politica attiva sia stata breve, Lazzati elabora nel corso degli anni un suo pensiero politico. Egli riflette sul rapporto tra fede e politica e afferma la laicità e l’autonomia della politica. La politica ha come scopo " la costruzione della città dell’uomo" ed è perciò "la più alta attività umana: quella che dovrebbe realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona, questa è la politica in se stessa".
    Per queste ragioni secondo Lazzati è indispensabile imparare a "pensare politicamente" e la pratica politica del cristiano non deve avvenire in quanto credente, ma perché credente. In altri termini, il cristiano non si impegna in politica da cristiano ma spinto dalla sua motivazione cristiana (fuori quindi da ogni integralismo politico-religioso, lontano da ogni orientamento teocratico), dunque capace di concorrere al bene di tutti e di collaborare per questo fine con tutti.
    Alla formazione politica dei cristiani è dedicata l’Associazione "Città dell’Uomo" che Lazzati fonda nel 1985.
    Nei momenti più difficili della storia civile e politica dell’Italia degli ultimi decenni, Lazzati non si lascia mai trascinare nelle contrapposizioni laici-cattolici, non abbraccia alcuna crociata. A proposito del referendum abrogativo del divorzio che era stato introdotto in Italia nel 1970 con la legge Fortuna-Baslini, Lazzati scrive a Paolo IV: " Non posso infatti nascondere, la mia viva preoccupazione che per la difesa di un principio e valore di tanta elevatezza e di tanta delicatezza ad un tempo quale è quello dell’indissolubilità del matrimonio, si scelgano modi che potrebbero, a mio modesto avviso e al di là delle intenzioni di chi sembra volerli, aggravare un male che solo modi suggeriti da superiore sapienza potranno contenere.
    Alludo al referendum […]. La via, a mio modesto parere, è un’altra […]. Con il coraggio richiesto a chi sa irrinunciabile il rischio della libertà urge che tutti ci impegnamo in un’opera di evangelizzazione che, nella scia luminosa del Concilio, ci guidi nella profondità del mistero cristiano, là dove la fede risvegliata veda le ragioni profonde di ciò che richiede il vivere da cristiani e attinga la forza per farlo. Solo così si potranno aprire nuove strade per le quali la parola di Dio possa, libera, penetrare nel mondo".
    Il 18 maggio del 1994, in occasione di una commemorazione di Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti, altro grande testimone del nostro tempo, intitolò la sua riflessione con le parole di Isaia: "Sentinella, quanto resta della notte?" (Is 21, 11).
    Lazzati fu una sentinella, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita si rese lucidamente conto "di ciò che si stava preparando per la cristianità italiana. Chi ha potuto avvicinarlo allora, avvertiva che la sua coscienza esprimeva un giudizio duro, lucido, su ciò che stava maturando per il nostro Paese […]: non tanto lo sbandamento elettorale elettorale dei cattolici, ma le sue cause profonde, oltre gli scandali finanziari e oltre le collusioni tra mafia e potere politico, soprattutto l’incapacità di ‘pensare politicamente’, la mancanza di grandi punti di riferimento e l’esaurimento intrinseco di tutta una cultura politica e di un’etica conseguente" (G. Dossetti).
    Come ogni sentinella che si rispetti, Lazzati ha avuto il coraggio di guardare nel buio e perciò di precorrere l’aurora e il suo modo di pensare politicamente e laicamente conserva tutta la sua valenza profetica perché non mira ad edificare una sorta di nuova cristianità ma prepara ad una convivenza pacificamente aperta e costruttiva, disegna un modello di società praticabile, non concorrenziale, non conflittuale, nel nostro attuale contesto multirazziale, multireligioso, multiculturale.


    PREGHIERA PER LA BEATIFICAZIONE

    Signore, ti ringraziamo perchè
    fra i segni innumerevoli della Tua benevolenza,

    ci doni quello di scoprirTi:

    - nei volti che ci rivelano un profondo ininterrotto colloquio interiore con Te, Padre sommamente amato
    - nei pensieri che ci introducono soavemente alla conoscenza più profonda e vitale delle supreme Verità: Un Dio "totalmente altro" e insieme coinvolto nelle vicende dell'uomo e del mondo
    - nei comportamenti che dicono ricerca appassionata, risposta generosa di amore a Te e al Tuo disegno di salvezza universale, nelle alterne vicende della vita, nelle ore liete e in quelle della prova e del dolore.

    Ti ringraziamo, Signore,
    per averci dato di scorgerti
    nel volto, nei pensieri, nei comportamenti
    di Giuseppe Lazzati.

    Dona alla Tua Chiesa, a noi,
    di poterlo sempre meglio guardare
    ed imitare come modello,
    di poterlo presto pregare come santo.

    Amen




    Fonte:
    Giovani.org




    http://www.santiebeati.it/dettaglio/91539




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    Servo di Dio Igino Giordani
    Senza data
    Tivoli 1894 - 1980
    Igino Giordani (Tivoli 1894-1980), ha partecipato ai lavori della Costituente. E' con Chiara Lubich tra i fondatori dei Focolari.


    Igino Giordani nasce a Tivoli nel 1894. Ebbe un suo personalissimo timbro nel battersi per grandi traguardi umani: libertà, giustizia sociale, pace (al servizio del "bisogno d’amore fra le genti", scriveva nel 1919). Per essi affrontò precisi impegni culturali e politici nella crisi del vecchio Stato liberale, nel travaglio sotto il regime totalitario, e poi nella rinascente democrazia italiana. Testimoniò con la vita e proclamò con la penna realtà ecclesiali con cui precorreva alcuni contenuti del Concilio Vaticano II. Grazie all’intervento di un benefattore aveva potuto continuare gli studi. Chiamato alle armi nel 1915, non sparò contro altre persone e operò contro una fortificazione avversaria con impresa rischiosa, che gli guadagnò la medaglia d’argento e gli procurò una invalidità permanente.
    Laureato in lettere esercitò diverse attività professionali: fuori dall’insegnamento per le restrizioni politiche, andò in USA per studi da bibliotecario, e come tale si impiegò alla Vaticana. Per sostenere la famiglia – ebbe quattro figli -, ma anche in forza di una incomprimibile vocazione alla penna, fu scrittore e giornalista fecondissimo: migliaia di articoli, qualche centinaio di opuscoli e saggi, oltre cento volumi. Scrisse di patristica, apologetica, ascetica, agiografia, ecclesiologia, politica ed anche narrativa.
    La notorietà da lui raggiunta in Italia e all’estero ci viene indicata dalla fortuna di alcuni suoi libri, che ebbero più edizioni e furono tradotti in Belgio, Francia, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Spagna, Cecoslovacchia, Serbia, Portogallo, India, Giappone e Cina. Tuttora suoi volumi vengono tradotti, qualcuno anche in arabo.
    Conosceva diverse lingue e pubblicò anche versioni dal greco e dal latino e da alcune lingue moderne.
    Fu articolista in giornali e riviste italiane ed estere – come il "Commonweal" di New York e il "Novidades" di Lisbona.Tenne la direzione di quotidiani ("Il Quotidiano", "Il Popolo" ) e di periodici ("Il Popolo Nuovo", "Parte Guelfa", "Fides", "La Via", "Il Campo", "Città Nuova").
    E’ uno dei casi esemplari di cultura non accademica, ma di ampia incidenza: oggi viene proposto all’attenzione dei docenti da giovani che in università italiane ed estere svolgono tesi di laurea sull’uno o l’altro aspetto della sua multiforme testimonianza di vita e di pensiero.
    Come politico visse una prima esperienza negli anni ’20 con don Sturzo, del quale si guadagnò la stima, ricevendo incarichi nel settore della stampa; riprese poi con De Gasperi e dal 1946 al 1953 fu prima tra i costituenti e poi "deputato di pace" (così amò definirsi).
    Nel settembre del 1948 incontrava Chiara Lubich. Colpito dalla forte spiritualità del Movimento dei Focolari, vi aderì subito, collaborando a metterne in luce alcuni aspetti sia interiori che di socialità, tanto da essere considerato un confondatore.
    "In me era entrato il fuoco", confesserà. Il suo agire politico saliva di tono: da polemista sferzante, come era stato nel 1924-25, diveniva sostenitore del dialogo, proponeva intese inter-partitiche per la pace, e una politica in cui anche l’avversario sia amato. Insieme con un socialdemocratico, presentò la prima proposta di legge per l’obiezione di coscienza.
    Come cristiano potè dichiarare: "prima avevo cercato, ora ho trovato". Lo diceva specialmente in merito al totale essere Chiesa del fedele laico; e come focolarino apriva vie concrete per una ecclesiologia di comunione col proporre il pieno inserimento dei coniugati nel focolare, in unità di vita con celibi e sacerdoti.
    Negli ultimi anni si dedicò in particolare all’attività ecumenica come direttore del Centro "Uno".

    Si spegne nel 1980 all’età di 86 anni.



    HA DETTO

    "La crisi del nostro tempo si deve a tanti motivi, che si riassumono in uno: penuria d'amore."

    “La libertà non sta nel fare quel che si vuole: sta nel fare il bene. E' libertà dal male, per fare il bene”.




    Fonte:
    Giovani.org




    http://www.santiebeati.it/dettaglio/91546




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    San Pietro Parenzo Podestà e martire
    21 maggio
    Roma, XII sec. – Orvieto, 21 maggio 1199

    Nella storia millenaria della Chiesa, è purtroppo accaduto che le divergenze d’interpretazione dottrinale, sulla natura umana e divina di Gesù, sulla figura e l’importanza di Maria nel disegno della Redenzione, sul culto dei santi, delle reliquie, delle immagini, sul mistero Trinitario, ecc. oltre a portare a Concili chiarificatori e semmai di condanna delle eresie ideologiche che affioravano specie in Oriente, provocarono anche scontri e persecuzioni fra le varie parti, capeggiati da vescovi e patriarchi locali, dove anche e soprattutto il potere imperiale aveva la sua parte.
    Quindi si produssero martiri, persecuzioni e scismi più o meno rientrati o ancora perduranti; anche in Occidente vi furono eresie o movimenti di lotta, forse non tanto per questioni dottrinarie, ma soprattutto sulla interpretazione del vivere cristiano e segnatamente sul comportamento del clero e della gerarchia.
    I danni alla Chiesa furono egualmente grandi e varie eresie, scismi e movimenti di lotta, funestarono l’ideologia cristiana, operando in questi scontri non solo verbali, politici o religiosi, anche tante vittime da ambo le parti, per il concetto sbagliato di imporre con la forza agli altri credenti, la propria ideologia o appartenenza.
    Non stiamo qui ad enumerare le tante eresie o movimenti eretici, sorti in Occidente o che operarono, più o meno violentemente in Occidente; ma la biografia del santo di cui parliamo, il podestà e martire Pietro Parenzo si inserisce proprio in queste lotte, che videro protagonisti al suo tempo, gli eretici catari o patarini, che operavano nel territorio di Orvieto, alla fine del secolo XII.
    Prima di proseguire vediamo chi erano i ‘catari’; il nome di derivazione greca e poi latina medioevale, vuol dire “puro”; il catarismo fu una dottrina ereticale diffusa in Europa dal secolo XI, proveniente dall’Oriente, che predicava la contrapposizione assoluta tra il bene e il male, intesi come principi o forze che governano il mondo e nella vita morale, e inoltre il più rigoroso ascetismo.
    I ‘patarini’ invece appartenevano alla ‘pataria’, un movimento religioso e politico sorto a Milano nel sec. XI, che si proponeva di purificare i costumi del clero, in particolar modo eliminando la simonia; per le sue caratteristiche democratiche, che originarono anche contrasti tra le diverse fazioni cittadine, fu considerato come un movimento di emancipazione delle classi popolari dai vincoli feudali.
    Forse confondendo il termine ‘pataria’ con il termine ‘cataro’, passò nel XIII secolo a significare ‘eretico -cataro’; dal XIV sec. significò solo genericamente ‘eretico’.
    I metodi per imporre le loro idee furono non sempre pacifici, anzi piuttosto violenti, tali da suscitare una reazione da parte dei cattolici nei periodi successivi; l’opera riformatrice del Poverello d’Assisi, qualche decenni dopo, userà ben altri metodi pacifici con l’esempio di povertà evangelica, dando frutti che durano ancora abbondantemente, con il francescanesimo che ne derivò.
    Di Pietro si sa che nacque a Roma nella nobile famiglia romana dei Parenzo, il padre Giovanni fu senatore nel 1157 e giudice nel 1162, la madre si chiamava Odolina.
    Non si sa l’anno di nascita, né come trascorse la sua fanciullezza e gioventù; aveva dei fratelli ed era sposato; ma evidentemente era una persona degna di rispetto e molto considerata, se nel 1199 papa Innocenzo III (1198-1216) e il popolo romano, lo mandarono come rettore e podestà in Orvieto, dove gli eretici catari o patarini, avevano messo salde radici; inoltre la città, già libero Comune nei secoli XI e XII, era teatro delle lotte fra guelfi e ghibellini, cioè tra fautori del papato e quelli dell’imperatore di Germania.
    Gli eretici minacciavano la fede e la pace della città con un’audacia crescente, poco contrastata dai vescovi Rustico e Riccardo, favoriti anche dalla tensione che si era creata tra Orvieto e il papa dopo il 1198, per questioni inerenti la città di Acquapendente.
    Il principale scopo di Pietro, era quello di portare la pace fra le fazioni in lotta e nel contempo combattere l’eresia; il suo ingresso ad Orvieto fu accolto favorevolmente dai cattolici nel febbraio 1199, ma con ostilità dagli eretici e loro sostenitori.
    Pietro Parenzo usò una eccezionale severità con provvedimenti adatti e con una repressione che apparve spietata, contro i sobillatori di discordie e contro gli eretici e mentre raccolse consensi ed ammirazione da parte dei cattolici, si attirò invece un odio mortale da parte degli eretici, che videro in lui un nemico, minacciandolo apertamente di morte.
    Dopo una pausa per Pasqua, in cui si recò a Roma per riferire della situazione a papa Innocenzo III, ricevendone approvazione ed incoraggiamento a proseguire, Pietro Parenzo intuendo una possibile tragedia, fece testamento e il 1° maggio del 1199, tornò ad Orvieto.
    Nel frattempo gli eretici avevano preparato una congiura e con il favore di un servitore, che la sera del 20 maggio aprì la porta del palazzo ai congiurati, Pietro fu preso, malmenato, legato e imbavagliato e condotto fuori città, in una misera capanna.
    Gli fu proposto, in cambio della sua liberazione, di abolire tutti i provvedimenti presi, che rinunciasse al governo della città, a non molestarli più, anzi a favorirli.
    Al suo rifiuto di deviare dalla fede e consentire i loro errori, uno dei congiurati lo colpì violentemente con un martello e poi tutti gli altri con coltelli e spade lo massacrarono; dopo fuggirono tutti.
    Il mattino seguente, fra il cordoglio generale della parte cattolica, la notizia si sparse in città; il suo corpo accompagnato dal vescovo, dal clero e dal popolo, fu portato nella chiesa di S. Maria dove fu tumulato.
    Si scatenò la reazione dei cattolici, che fecero giustizia sommaria dei congiurati che si riuscì a prendere, mentre il Comune rinnovava contro gli eretici catari, la pena del carcere e la confisca dei beni. Il papa inviò la cavalleria romana ad Orvieto, che fu determinante per la sconfitta dell’eresia catara, ma anche per il trionfo in città dei guelfi contro i ghibellini.
    Per i miracoli che si verificavano sulla sua tomba, anche al solo invocarlo, Pietro Parenzo fu da subito venerato come martire, non solo ad Orvieto, ma anche nelle città di Arezzo e Firenze; vari pellegrinaggi si organizzavano alla tomba e gli stessi pellegrini diretti a Roma, si fermavano ad Orvieto per pregare sul suo sepolcro; anche il papa s’informò su quanto si raccontava, ciò nonostante non lo canonizzò mai ufficialmente.
    Pur continuando un culto locale, solo il 16 marzo 1879, su richiesta del vescovo di Orvieto Antonio Briganti, la Santa Sede approvò il culto, stabilendo la celebrazione liturgica al 21 maggio, data usata sin dal 1200.
    Il suo corpo riposa ora nel bellissimo Duomo di Orvieto, nella Cappella del Corporale.


    Autore:
    Antonio Borrelli



    http://www.santiebeati.it/dettaglio/90647




 

 
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