SALVATOR ALLENDE MORI' SUICIDA? FORSE NO
Clamorose rivelazioni tratte dall'archivio Mitrokhin sugli intrecci fra il lìder cileno e i servizi cubani e sovietici
di Nicola Vacca
“L’Archivio Mitrokhin.Una storia globale della guerra fredda da Cuba al Medio Oriente” (Rizzoli ,pagg.608,euro 26)”,uscito quasi simultaneamente in Italia ,Usa e Gran Bretagna,contiene rivelazioni sorprendenti sulle attività svolte dallo spionaggio sovietico nel Cile governato da Salvador Allende. Nei documenti sono anche spiegati nei minimi dettagli i contatti consolidati del KGB con il presidente cileno, che fu il più importante contatto del KGB in Sud America. fu il primo marxista a conquistare il poter attraverso le elezioni. Da quel momento in poi il Kgb mantenne dei contatti regolari con Allende attraverso un suo funzionario Svyatoslav Kuznetzov, appositamente istruito per “esercitare un influenza favorevole all’Unione Sovietica sulla politica del governo cileno”.
Il funzionario del KGB e Allende si incontravano regolarmente. Nel 1971, su ordine del Politburo, fu versata al presidente cileno la somma di 30.000 dollari. Il file del Kgb su Allende parla di “necessità di riorganizzare l’esercito cileno e i servizi di intelligence, e di instaurare stabili relazioni fra le intelligence cilena e sovietica. Queste interessanti rivelazioni si incrociano, in questi giorni, con nuove informazioni sconcertanti sulla morte di Salvador Allende. Il presidente forse non è morto suicida durante l’assedio al palazzo de La Moneda. Fonti accreditate e documentate sostengono che Allende venne assassinato da un agente cubano incaricato della sua protezione.
L’agente segreto cubano Patricio de la Guardia, aspettò che sedesse alla sua scrivania e gli sparò una raffica di mitragliatrice alla testa. Patricio, subito dopo, posò sopra il corpo di Allende un fucile per far credere che lo avesse ucciso un soldato nemico. L’agente segreto fece ritorno al primo piano dell’edificio dove lo aspettavano gli altri cubani e insieme a loro lasciarono il palazzo della Moneda per rifugiarsi nella vicina Ambasciata Cubana. Questa tesi contraddice le due precedenti versioni sulla fine di Salvator Allende fatte circolare sia da Fidel Castro (eroica morte in combattimento), sia dalla giunta militare cilena (suicidio). Tutto sommato è una tesi credibile, se si pensa che proviene da due vecchi membri dell’organismo segreto cubano oggi esiliati in Europa.
In un libro appena pubblicato in Francia, “Cuba Nostra – Les secrets d’Etat de Fidel Castro” (Edizioni Plon, Parigi), Alain Ammar illustra questa intrigante teoria. E inoltre rivela gli oscuri retroscena sulla morte del Presidente cileno
Alain Ammar è un giornalista specializzato in affari cubani e conosce molto bene l’America Latina, al punto che è riuscito a mettere insieme le dichiarazioni di Juan Vives e Daniel Alarcón Ramírez, due ex funzionari dei servizi segreti cubani. Juan Vives, esiliato dal 1979, è un ex agente segreto della dittatura ed è nipote di Osvaldo Dorticós Torrado, il presidente cubano fantoccio che regnò (si fa per dire) dal 1959 al 1976 e che fu “suicidato” in circostanze misteriose nel 1983. Vives dice di aver sentito dallo stesso Patricio de la Guardia la sconvolgente confessione sull’assassinio di Allende e pare che il racconto sia stato fatto nel novembre del 1973, in un bar dell’Hotel Habana Libre, dove si riunivano alcuni membri degli organi di sicurezza di Stato. Vives per molto tempo ha tenuto per sé la notizia perché, come lui stesso dice, “era pericoloso renderla pubblica” e poi non c’erano altri responsabili cubani in esilio che potevano confermare quella versione dei fatti. Quando Vives ha saputo che Daniel Alarcón Ramírez, detto “Benigno”, uno dei tre sopravvissuti alla guerriglia di Ernesto Che Guevara in Bolivia, si trovava anche lui esiliato in Europa, ha pensato bene di parlare.
Nel libro di Alain Ammar, “Benigno” conferma in toto il racconto di Vives. Tutti e due conobbero Salvador Allende e la sua famiglia, vissero in Cile durante il governo del presidente socialista e ascoltarono in momenti diversi la confessione di Patricio de la Guardia al suo ritorno all’Avana.
Il libro di Ammar descrive con precisione gli ultimi mesi del governo di Unità Popolare e soprattutto mostra il grado di controllo diretto che Fidel Castro era riuscito a instaurare mediante le spie della DGI (un servizio segreto cubano) sul Presidente Allende, i suoi ministri e i collaboratori più intimi. Di fatto la cosiddetta “via cilena al socialismo” era stata modificata in “via cilena al castrismo”, al punto che all’interno del governo di Allende esistevano voci che criticavano questa brutale ingerenza. “Mesi prima della sua morte, Salvador Allende era stato già strumentalizzato da Fidel Castro”, spiega Juan Vives, “però Allende non era l’uomo che L’Avana voleva tenere al potere a Santiago. Castro e Piñeiro (braccio destro di Castro in tutte le operazioni di spionaggio in America Latina e morto recentemente a Cuba di infarto) preparavano la successione forzata alle spalle dello stesso presidente Allende”. Il controllo sul capo di stato cileno era diventato maggiormente pressante dopo il primo tentativo di colpo di stato militare (29 giugno 1973), meglio conosciuto come il “tancazo”. Quando L’Avana seppe che i cileni vicini al Presidente erano spaventati, Fidel Castro fece sapere ad Allende che non poteva in nessun caso arrendersi, né chiedere asilo in un’ambasciata. “Se lui doveva morire, doveva farlo da eroe. Qualunque altra fine vigliacca o poco valorosa sarebbe stata pericolosa per la lotta in America Latina”, ricorda Juan Vives. Per questo Fidel Castro ordinò a Patricio de la Guardia di eliminare Allende non appena il Presidente avesse dato segni di cedimento al terrore. Poco dopo i primi attacchi alla Moneda, Allende stesso aveva detto a Patricio de la Guardia che voleva chiedere asilo politico all’ambasciata svedese. Purtroppo lo aveva confidato anche al suo addetto stampa Augusto Olivares, detto “el perro”, uomo corrotto al soldo dei servizi segreti cubani. “Olivares trasmetteva tutti i progetti di Allende a Piñeiro che a sua volta informava Fidel”, dichiara Juan Vives. Un altro guardaspalle di Allende di nome Augustín venne fucilato dai cubani negli ultimi momenti drammatici dell’attacco alla Moneda, secondo la dichiarazione resa da “Benigno” all’autore del libro. Il presidente cileno venne giustiziato da Patricio de la Guardia in persona che lo afferrò mentre stava scappando, lo mise a sedere con forza e disse: “Un presidente muore al suo posto!”. I colpi di mitraglietta partirono subito dopo, inesorabili.
Questa versione dell’assassinio di Allende non è nuova, ma secondo fonti della destra cilena il presidente venne ucciso dalla sua guardia personale perché voleva arrendersi. Alain Ammar dice: “Questa ipotesi venne accantonata subito perché non conveniva a nessuno: né ai collaboratori di Allende, né alla sinistra cilena, né ai suoi amici stranieri, né ai militari, né soprattutto a Fidel Castro”. La ricostruzione fatta da Alain Ammar e confortata dalle testimonianze di Juan Vives e Daniel Alarcón Ramírez potrà essere rinforzata in futuro dalle testimonianze di altri funzionari cubani che si trovano adesso fuori di Cuba. Secondo Alain Ammar, Patricio de la Guardia, condannato a trenta anni di carcere durante il vergognoso processo al generale Arnaldo Ochoa Sánchez, e oggi in libertà vigilata, avrebbe depositato un documento importante in una banca di Panama. Questo scritto è la sua assicurazione sulla vita perché racconta, tra le altre cose, l’assassino di Allende da lui eseguito per ordine di Fidel Castro. Questo documento segreto sarà reso pubblico solo in caso di morte di Patricio de la Guardia. Per via di questa minaccia, Fidel Castro fece fucilare il generale Ochoa e Tony de la Guardia, ma risparmiò Patricio.
Il libro di Alain Ammar è composto di 425 pagine ricche di notizie sul regime cubano. Sarebbe utile una traduzione italiana di questa opera monumentale che rivela molti lati oscuri di un regime liberticida.
Nicola Vacca