Il presidente russo Putin ha ottenuto un'altra importante vittoria nella battaglia per il controllo del settore energetico russo, e non solo. Shell si è arresa alle pressioni russe che, agitando lo spauracchio di sanzioni per presunte violazioni della normativa ambientale, la spingevano a cedere il controllo del giacimento Sakhalin2. L'agenzia di stampa russa Itar Tass ha infatti annunciato che le due società «sono vicine a un accordo». Questo prevederebbe il passaggio in mano russa del pacchetto di controllo del consorzio per la ricerca e lo sfruttamento,

che vede coinvolte anche le giapponesi Mitsui e Mitsubishi. Fino a questo momento Shell aveva già investito 22 miliardi di dollari che rischiavano di andare in fumo: Mosca ha mostrato di saper essere piuttosto sbrigativa quando vuol mettere le mani su qualcosa che le interessa. La vicenda Yukos è lì a dimostrarlo.
E ieri i numeri uno di Gazprom, Aleksei Miller, e di Shell, Jeroen van der Veer, si sono incontrati in un faccia a faccia definito «assai positivo e costruttivo, una trattativa riuscita che segna una nuova tappa».

Verso il controllo russo di tutte le sue fonti energetiche, ovviamente.
E mentre Mosca serra la sua stretta su gas e petrolio, le società russe puntano sempre di più all'estero. Il vice-ministro russo per l'Industria e l'Energia, Ivan Materov, ha annunciato ieri che Gazprom in Iran potrà non solo fare ricerca ed esplorazione, ma anche fare produzione di gas: «Ci sono molte possibilità che Gazprom si impegni nella produzione» ha detto. E va ricordato che i russi si stanno muovendo con decisione per riconquistare spazio nei Paesi dell'Asia Centrale che facevano parte dell'ex impero sovietico.

Intanto un consorzio costituito da Gazprom, Rosneft e Zarubezh Neft potrebbe essere costituito per intraprendere ricerche petrolifere. Il progetto è stato tirato fuori dallo stesso Putin, anche se ha qualche piccolo inconveniente: la demarcazione delle acque territoriali sul mare di Barents, sul mar d'Azov e sul mar Caspio non è chiara e potrebbe dare adito a qualche contenzioso. L'obiettivo è arrivare a produrre 100 miliardi di tonnellate di idrocarburi (gas e petrolio) tra il 2020 e il 2030,

un obiettivo ambizioso che tiene conto del fatto che negli ultimi anni i gruppi energetici russi non hanno fatto praticamente ricerca petrolifera e oggi si trovano con l'acqua alla gola sul lato della produzione. E il fatto che abbiano cacciato la Shell dal controllo di Sakhalin2 è proprio dovuto alla necessità di recuperare terreno sul lato giacimenti.

il giornale.




Putin e la guerra del gas

Nicolaj Kovalev, 13 dicembre 2006
Esteri La Shell, per preservare gli investimenti in Russia, ha dovuto sottostare alla condizioni di partecipazione dettate dalla statale Gazprom nonostante fossero sconvenienti. Per Mosca quando si tratta di gas l'interesse nazionale è più forte del libero mercato




Tre mesi fa, esattamente lunedì 18 settembre, gli ambienti petroliferi nazionale e stranieri di Mosca furono messi in subbuglio dalla notizia che il Ministero delle risorse naturali aveva congelato le licenze del consorzio petrolifero anglo olandese Royal Dutch Shell e delle sue consociate, le giapponesi Mitsui e Mitsubishi, per lo sfruttamento dei megagiacimenti di idrocarburi dell'isola di Sakhalin, dinnanzi al Giappone, denominato di Sakhalin 2.


Il progetto Sakhalin 2 prevedeva la messa in sfruttamento di due giacimenti le cui riserve sono stimate in 150 milioni di tonnellate di greggio e 500 miliardi di metri cubi di gas e la costruzione di un gasdotto sottomarino che avrebbe fornito il gas del primo impianto russo per la liquefazione di metano sul continente. Gli investimenti per il progetto avrebbero toccato i 22 miliardi di dollari e il prodotto sarebbe stato l'ossigeno energetico per le crescenti economie dell'Estremo Oriente.Nella sua battaglia nazional-energetica Putin, fino a quel giorno, se l'era presa con le compagnie petrolifere nazionali e con i paesi del vicino estero, ma si era ben guardato dallo scendere in campo con una delle sette sorelle.


Alla base del contendere c'era il rifiuto di Shell, capocordata del progetto Sakhalin 2, di cedere al gigante energetico statale russo Gazprom un pacchetto di partecipazione nel progetto. Shell motivava la sua posizione con il rifiuto di Gazprom di riconoscere l'ammontare degli investimenti sostenuti, lievitati dai 12 miliardi di dollari inizialmente previsti a oltre 20. Forte del diritto di sfruttamento concessole ai tempi di Eltsin, che prevedeva solo un profit sharing agreemet e non una compartecipazione delle compagne nazionali russe, Shell si impuntò, sfidando l'orso russo energetico sul suo stesso territorio. Se molti "cremlinologi" (una specie che si credeva in via di estinzione dopo la caduta dell‘Urss ed ora ritirata fuori dall'armadio) e osservatori del settore erano convinti che Putin non l'avrebbe spuntata con una multinazionale del petrolio, in questi giorni si è avuta la prova contraria.


Martedì 12 dicembre, Dmitri Medvedev, presidente del Consiglio di Amministrazione del colosso energetico Gazprom e vice premier ha annunciato l'entrata di Gazprom nel progetto Sakhalin 2. Già di per sé è una notizia sensazionale, ma ancora più sbalorditivo è che Gazprom in pratica detterà le proprie condizioni. Dal momento del blocco delle licenze per addotte ragioni ambientali (il gasdotto sottomarino costruito da Shell tra Sakhalin e il continente recava noia ad una colonia di balene) ad oggi i contatti e le trattative tra Ministero dell'ambiente, Gazprom e Shell, che agiva anche a nome delle sue consociate, sono state più che frenetiche.
Ma ai tentativi di reazione a suon di carte bollate, istanze legali e colloqui di ambasciatori a Mosca, Londra, Amsterdam e Tokyo il Cremlino rispondeva intensificando il fuoco anche su obiettivi vicini per far capire che non scherzava e che non aveva alcun timore. Pochi giorni dopo la sospensione della licenza di Shell, seguivano da parte del Ministero delle risorse naturali russo minacce di trattamento analogo a Exxon e Total e alla compagnia petrolifera nazionale Lukoil per le loro attività su territorio russo.


Le ispezioni del ministero dell'ambiente sui siti di estrazione e gli impianti realizzati dal consorzio anglo olandese evidenziavano continue "violazioni" (ricordiamo che il concetto di bonifica ambientale per le compagnie petrolifere statali russe è semplicemente ignorato) e sottolineavano una posizione sempre più critica per tutta l'attività di Royal Dutch e la scelta che le si parava dinnanzi era cedere o dire addio non solo ai miliardi di dollari investiti in Russia, 12 o 22 che fossero, ma anche sottostare al rischio di essere processati per le presunte violazioni ambientali con la sinistra eventualità di ricevere multe da 10 a 30 miliardi di dollari per compensare i presunti danni arrecati all'ambiente. Questa lo scenario prospettato dal cane guardia del Ministero delle risorse ambientali russo, il direttore generale Oleg Mitvol, al consorzio Shell-Mitsui-Mitsbishi.



Il CEO di Shell, Joroen van der Veer, venerdì ha praticamente chiuso(o meglio capitolato) con il presidente dell'esecutivo di Gazprom, Aleksey Muller e il ministro dell'energia, Viktor Khristenko: Gazprom avrà il 50 % (contro il 30 iniziale proposto da Shell) delle azioni di Sakhalin 2, anche se il controllo delle operazioni rimane a Shell. Con l'operazione Sakhalin Putin ha detto a chiare lettere che la Russia è solo dei russi e che l'arrichez-vous del decennio eltsiniano ora è una pura reliquia del passato e la Russia recupera quindi sostanzialmente ciò che le appartiene.

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quale tattica dopo i finti e tristemente mal fatti avvelenamenti adotteranno gli anglosionisti adesso?