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Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito Le grandi Italiane: Enrica Caracciolo, libera in una patria libera

    "il dramma è giunto al termine la mia storia finisce in questo giorno che per l'Italia è giorno di nuova creazione, ed io toltami il velo nero dal capo e ripostolo su un altare ne feci atto di restituzione alla chiesa. Da quell'istante considerai strappato pur l'ultimo filo che mi vincolava allo stato monastico; e il nome di cittadina divenne per me il titolo più proprio"






    Enrichetta nacque a Napoli nel 1821 da don Fabio Caracciolo, maresciallo dell'esercito napoletano, e da Teresa Cutelli, gentildonna palermitana. Era la quinta di sette figlie femmine, e questo segnò il suo destino, in una famiglia che per generazioni –come mostra la genealogia dei Caracciolo di Forino - usò monacare tutte le figlie femmine tranne le primogenite.

    Enrichetta trascorse la sua adolescenza come una ragazza sensibile e romantica. Un primo innamorato la abbandonò "per insufficienza di dote"; un secondo venne allontanato per la sua "insensata gelosia" (Caracciolo). Alla morte del padre fu affidata, ancora adolescente, alla tutela della madre, che, avendo deciso di risposarsi, a sua insaputa iniziò le pratiche per introdurre Enrichetta nel monastero di San Gregorio Armeno di Napoli, dove già si trovavano due zie paterne della fanciulla.

    Nel 1840 "Quando la Badessa prese le forbici per tagliarle la lunga ed inanellata chioma – scrive Francesco Sciarelli – un membro del Parlamento inglese che era tra la folla degl’invitati, gridò: ‘Barbara, non tagliare i capelli a quella ragazza’. I preti imposero silenzio. Uno di loro disse alla Badessa: ‘Tagliate, è un eretico’" .
    L’anno successivo Enrichetta pronunciò i voti solenni.


    In convento legge testi proibite e viene additata come rivoluzionaria e contraria alla monarchia. Richiede più volte lo scioglimento dei voti ma, a causa della forte opposizione del Cardinale Riario Sforza, ottiene solo la concessione di lasciare il convento durante il giorno. Nel 1848, Enrichetta innalzava "taciti voti all’Onnipossente per la caduta della tirannide e pel trionfo della Nazione". Si procurò la fama di "rivoluzionaria, aggregata a segrete società, settaria, eretica" .
    Comprava senza nascondersi i giornali dell’opposizione, che leggeva ad alta voce nel convento, profittando della concessa libertà di stampa. E di questa nuova libertà progettò di avvalersi per denunciare lo stato monastico imposto a tante giovani donne, "residuo di barbarismo orientale" e per "notificare al mondo intero" sulla stampa, in più lingue, l’iniquità della sua condizione (ivi).

    Viene accusata di convivenza con i patrioti italiani e quindi viene arrestata. Nonostante la presenza di alcune recluse "non nemiche della civiltà", Enrichetta subì una drastica censura riguardo a quelle che erano diventate –come narra lei stessa- le sue fonti di sopravvivenza psichica: la lettura degli scritti storici di Cesare Cantù, l’esecuzione al piano dei brani di Rossini, la possibilità di scrivere lettere o tenere un diario. Le vennero confiscati un saggio di Ozanam su Dante, uno di Tommaseo sull’educazione, gli Inni sacri di Manzoni, un carme alla libertà di Dionisio Salomos. Alla perquisizione, subita nel 1849, sfuggirono, fortunatamente, "un fascio di carte rivoluzionarie in cifra, un pugnale ed una pistola" affidatele da un cognato cospiratore

    Nel 1854 ottiene la libertà condizionata, riprende i contatti con le società segrete di Napoli. Nel 1860 Napoli è libera e inizia per Enrichetta una nuova vita anche con il matrimonio con l’Inglese Greuthem. Il sette settembre 1860 Enrichetta – dopo esser rimasta quasi schiacciata dalla folla, nel tentativo di essere la prima donna di Napoli a stringere la mano a Garibadi, nel Duomo, mentre il Generale assisteva al Te Deum di ringraziamento per la fuga di Francesco II, depose su un altare il suo nero velo di monaca

    Nel 1864 pubblicò le sue memorie presso la società editrice Barbera di Firenze. Il libro venne accolto con grande interesse e ripubblicato otto volte negli anni successivi. Fu tradotto in francese, inglese, spagnolo, tedesco, greco, ungherese. Venne apprezzato da Manzoni, Settembrini, dal principe di Galles. Alinari volle ritrarre l’autrice. Garibaldi le scrisse, invece, per ringraziarla di alcuni "bellissimi sonetti"

    Nel 1866 pubblicò Un delitto impunito: fatto storico del 1838, che narra l’assassinio di un’educanda da parte di un sacerdote respinto dalla fanciulla.

    Fu corrispondente di giornali politici, tra cui La rivista partenopea di Napoli, La Tribuna di Salerno e Il Nomade di Palermo.

    Entrò a far parte di numerose associazioni , tra cui l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società italiana per l’Emancipazione della Donna di Larino, l’Accademia Florimontana Vibonese degli Invogliati di Monteleone di Calabria, l’Accademia Poetica Stesicorea di Calabria. .

    Nel 1866, in occasione della terza guerra d’indipendenza, pubblicò un Proclama alla Donna Italiana in cui esortava le donne a sostenere la causa Nazionale.

    Nel 1867 , con la sorella Giulia Cigala Caracciolo, fece parte del Comitato femminile napoletano di sostegno al disegno di legge di Salvatore Morelli per i diritti femminili.

    Nel 1869, durante lo svolgimento del Concilio Vaticano, prese parte, con altre donne, all’Anti-concilio del "libero pensiero", promosso a Napoli dal Ricciardi.




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  2. #2
    Eowyn612
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    Solo donne così eccezionali passeranno alla storia? E le altre, a chi lasceranno il loro esempio? Mi viene in mente una poesia che chissà quanti di noi hanno dovuto studiare a scuola che si chiedeva, più o meno, chi fossero tutte quelle persone che avevano costruito i più grandi monumenti dell'antichità. Qualcuno, credo Evola, dichiara che un tempo non era importante il nome di chi aveva plasmato una statua, progettato un tempio perché incarnava l' alto spirito della Comunità. Ma oggi? Che spirito rappresentiamo noi?
    ps. scusa l'ot

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Eowyn612 Visualizza Messaggio
    Solo donne così eccezionali passeranno alla storia? E le altre, a chi lasceranno il loro esempio? Mi viene in mente una poesia che chissà quanti di noi hanno dovuto studiare a scuola che si chiedeva, più o meno, chi fossero tutte quelle persone che avevano costruito i più grandi monumenti dell'antichità. Qualcuno, credo Evola, dichiara che un tempo non era importante il nome di chi aveva plasmato una statua, progettato un tempio perché incarnava l' alto spirito della Comunità. Ma oggi? Che spirito rappresentiamo noi?
    ps. scusa l'ot
    lo spirito del nostro del tempo è lo spirito della postmodernità.
    Ti sei mai accorta della sua esistenza? di che sembianze prenda?
    Per dirla con un esempio, è il trillo del cellulare che smonta ogni discorso più alto, la battuta che serve a smontare il momento carico di pathos.
    Questo è lo spirito della postmodernità.

    Lo spirito della comunità ha cessato di esistere.
    Rimane un caotico alveare fatto di persone tutte identitche, cloni uno dell'altro. Nonostante tutti si sforzino di essere unici, irripetibili, facci caso ma in realtà compiono sincronicamente le medesime azioni, elaborano i medesimi concetti, fanno propria la medesima standardizzata scansione del tempo, vivono all’unisono i medesimi eventi collettivi.

    Essere esempio nella postmodernità non è facile, sopratutto per voi donne,
    letteralmente assalite dalle forze omologanti e livellanti della società contemporanea.

    Accontentiamoci in questa fase di saper educare noi stessi.
    Omar, penso che l'abbia capito prima di tutti.

  4. #4
    Eowyn612
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    Citazione Originariamente Scritto da Arancia Meccanica Visualizza Messaggio
    lo spirito del nostro del tempo è lo spirito della postmodernità.
    Ti sei mai accorta della sua esistenza? di che sembianze prenda?
    Per dirla con un esempio, è il trillo del cellulare che smonta ogni discorso più alto, la battuta che serve a smontare il momento carico di pathos.
    Questo è lo spirito della postmodernità.

    Lo spirito della comunità ha cessato di esistere.
    Rimane un caotico alveare fatto di persone tutte identitche, cloni uno dell'altro. Nonostante tutti si sforzino di essere unici, irripetibili, facci caso ma in realtà compiono sincronicamente le medesime azioni, elaborano i medesimi concetti, fanno propria la medesima standardizzata scansione del tempo, vivono all’unisono i medesimi eventi collettivi.

    Essere esempio nella postmodernità non è facile, sopratutto per voi donne,
    letteralmente assalite dalle forze omologanti e livellanti della società contemporanea.

    Accontentiamoci in questa fase di saper educare noi stessi.
    Omar, penso che l'abbia capito prima di tutti.
    Non credi che sia un po' presuntuoso pensare di autoeducarsi? Omar? Certo, lui è stato in grado di salire verso l'alto, ma scendendo più a valle la nebbia s'infittisce. Proprio lui scrive che non sempre la strada più logica, semplice e ovvia ti porta alla scoperta di una risposta, ma allora mi chiedo: è la via apparentemente "sbagliata" quella da seguire, quella cioè che spesso va contro ogni logica o moralismo ufficiale?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Eowyn612 Visualizza Messaggio
    Non credi che sia un po' presuntuoso pensare di autoeducarsi? Omar? Certo, lui è stato in grado di salire verso l'alto, ma scendendo più a valle la nebbia s'infittisce. Proprio lui scrive che non sempre la strada più logica, semplice e ovvia ti porta alla scoperta di una risposta, ma allora mi chiedo: è la via apparentemente "sbagliata" quella da seguire, quella cioè che spesso va contro ogni logica o moralismo ufficiale?

    Ritieni presuntuoso prendere coscienza dei propri limiti per liberarsene?
    Autoeducarsi significa "fare anima", incamminarsi lungo il proprio percorso di autoindividuazione.
    E' un movimento ascendente e progressivo, il movimento della conoscenza. Può assumere varie forme, ma confessa sempre lo stesso significato interiore, che è quello di aspirare a nuovi livelli di consapevolezza.
    Autoeducarsi, prendersi cura della propria interiorità, "fare anima" "fare spirito" è l'unico modo per accedere alla propria Dimensione Spirituale.

    Nella esperienza personale di Omar mi pare di trovare questi elementi. La sua strada è scandita dai temi della Profondità e, insieme, dell'Altezza.
    La dialettica tra conscio ed inconscio, mondo razionale e mondo affettivo, pensiero e materia.
    La strada sbagliata non è quella più giusta, ma va comunque percorsa per riemergere arricchito di nuova coscienza. Una volta entrato nella sua dimensione spirituale, la capacità di "comprensione" di Omar oltrepassa quella puramente razionale.
    L'ascesa diventa soltanto un continuo inizio: un percorso entro il quale ogni nuova acquisizione non è che il preludio alla capacità di cogliere la necessità del passo successivo.

  6. #6
    Eowyn612
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    Citazione Originariamente Scritto da Arancia Meccanica Visualizza Messaggio
    Ritieni presuntuoso prendere coscienza dei propri limiti per liberarsene?
    Autoeducarsi significa "fare anima", incamminarsi lungo il proprio percorso di autoindividuazione.
    E' un movimento ascendente e progressivo, il movimento della conoscenza. Può assumere varie forme, ma confessa sempre lo stesso significato interiore, che è quello di aspirare a nuovi livelli di consapevolezza.
    Autoeducarsi, prendersi cura della propria interiorità, "fare anima" "fare spirito" è l'unico modo per accedere alla propria Dimensione Spirituale.

    Nella esperienza personale di Omar mi pare di trovare questi elementi. La sua strada è scandita dai temi della Profondità e, insieme, dell'Altezza.
    La dialettica tra conscio ed inconscio, mondo razionale e mondo affettivo, pensiero e materia.
    La strada sbagliata non è quella più giusta, ma va comunque percorsa per riemergere arricchito di nuova coscienza. Una volta entrato nella sua dimensione spirituale, la capacità di "comprensione" di Omar oltrepassa quella puramente razionale.
    L'ascesa diventa soltanto un continuo inizio: un percorso entro il quale ogni nuova acquisizione non è che il preludio alla capacità di cogliere la necessità del passo successivo.
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