11/02/2010 - EMENDAMENTO AL DECRETO MILLEPROROGHE IN VOTAZIONE OGGI
L'espianto degli organi sulla carta d'indentità

Il governo: obbligatorio indicare consenso o diniego
ALESSANDRO BARBERA

ROMA
Finora l’esplicito consenso (o diniego) poteva essere espresso in varie e complicate maniere. In futuro il sì o il no alla donazione degli organi diventerà una volontà chiara sancita nero su bianco nella carta di identità. Se votata in via definitiva, si tratta della novità più rilevante del maxiemendamento del governo al decreto «milleproroghe» in discussione al Senato: «La carta deve contenere l’indicazione del consenso ovvero del diniego della persona cui si riferisce a donare in caso di morte». Su questo testo oggi i senatori votano la fiducia numero 28 del Berlusconi ter.

Dal 1999 il consenso può essere espresso in cinque modi: con una dichiarazione scritta che si porta con sé, registrando la volontà all’unità sanitaria locale o davanti al medico di famiglia, compilando il tesserino blu del ministero della sanità, con atto olografo o la tessera dell’Associazione donatori. Da allora il consenso esplicito è arrivato da circa un milione di italiani. Per tutti gli altri italiani la legge prevedeva l’applicazione del «silenzio-assenso». Ma quel principio, in assenza di un registro informatico dei donatori, è rimasto inapplicato. L’emendamento sembra di fatto superare ogni dubbio. Così la vede Nanni Costa, direttore del centro nazionale per i trapianti: «E’ positivo che l’indicazione o meno alla donazione degli organi nella carta di identità sia espressione della volontà in vita».

La norma farà probabilmente crescere il numero dei donatori. In Italia se ne calcolano 1.200 l’anno. Siamo uno dei Paesi in Europa con il tasso più alto: 21 per milione di abitanti su una media europea di 18,5. Ci sono più donatori di quanti non se ne contino in Germania e Gran Bretagna, sono meno di quelli presenti in Spagna (prima al mondo con 34 donatori ogni milione di abitanti), e Francia, a quota 23,5. L’anno scorso le donazioni sono aumentate del 6%, i trapianti del 7%. I no espressi sono il 30% dei potenziali donatori, il tasso più basso (il 18%) è anche in questo caso quello della Spagna.

Ciò detto, il sistema degli ospedali italiani è in grado di garantire ogni anno l’operazione solo a tremila delle novemila persone in lista d’attesa. Il centro nazionale dei trapianti calcola che trecento malati muoiono nella vana attesa dell’intervento. Chi aspetta un rene nuovo, ad esempio, deve aspettare mediamente tre anni. Proprio al sostegno dei trapianti di rene era destinato un emendamento saltato dall’ultima versione del decreto: nuovi fondi per almeno dieci milioni di euro sarebbero dovuti arrivare da un aumento delle accise sui tabacchi. L’aumento, per la gioia dei fumatori, non ci sarà.


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