Nel bene e nel male, il dibattito sui PACS procede anche qui. Se ne parla poco, e male, e appena qualche esponente della classe politica si azzarda a bisbigliare la sigletta, immediata come il tuono dopo il lampo giunge assordante la voce di qualche alto prelato, che dalle pagine di ogni quotidiano disponibile reitera che i patti civili di solidarietà minano la famiglia. I PACS vengono liquidati come “matrimoni di serie B per omosessuali e gente che ha paura di sposarsi”, poi arriva il solito che semplifica, “Chi vuole i diritti si sposi” (e gli altri, implicitamente, si arrangino). Tutti tornano nei ranghi, e la vita riprende come se niente fosse.

Quello che rende il dibattito sui PACS così difficile da portare avanti, a mio avviso, è un altro fattore. Una componente più impalpabile, che innervosisce le parti coinvolte e fa scaldare rapidamente le discussioni fino al bollore. Parlare di PACS, a tutti gli effetti, ci costringe a spostare in ambito politico una scelta privata, legata all’affettività e alla nostra vita quotidiana. Ci obbliga a riflettere su chi sono le persone che amiamo, su quanto le amiamo, e sull’essenza dei nostri sentimenti. Parlare di PACS, in breve, ci forza ad interrogarci sulla natura dell’amore. Roba su cui filosofi, psicologi e letterati (per non parlare della gente comune) si affannano da sempre, di colpo diventa oggetto di discussione pubblica. Mica da ridere, signora mia.

Da un lato è ormai consolidato che per le coppie eterosessuali che convivono esiste l’opzione “matrimonio civile”. Non è una novità, e non è nemmeno una soluzione ideologicamente valida per tutti: c’è chi considera il matrimonio un’istituzione superata, eccetera. Ma al di là di queste eccezioni, una coppia considerata “normale” può sposarsi dove e quando vuole, con tutti i diritti e i doveri che il contratto comporta in termini sociali.
Il dibattito sui PACS sta rimettendo in discussione non solo il concetto di “coppia normale”, ma anche la natura del sentimento che consenta a due persone di usufruire dei diritti patrimoniali, di assistenza sanitaria e di visita in carcere (per citarne alcuni) previsti dai patti civili di solidarietà.

Famiglia Cristiana, come già visto di recente, ha giocato d’anticipo, bollando come “non vera” ogni forma di relazione sentimentale diversa dalla coppia tradizionale con validi progetti matrimoniali nel nome del Signore. Si escludono così dalla definizione di “coppia meritevole di essere unita in matrimonio” non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle in cui anche solo uno dei due partner sia divorziato, a prescindere dai motivi del divorzio. Nessuno ha ancora fatto la seconda domanda: “Non vera” perché? Su quale base si giudica (o almeno, si pretende di giudicare) la maggiore o minore verità dell’amore fra i singoli individui? Chi, se non il singolo, sa quanto sia vero il suo amore, e in quali sconvolgimenti interni consista, quale felicità o sofferenza porti?
Facciamo dunque gli esempi estremi. La signora Pina e la signora Gina non sono unite da alcun vincolo di parentela. Rimaste vedove, e molto anziane, si sono trovate a vivere sotto lo stesso tetto, nella casa di proprietà del defunto marito della signora Pina, fratello del compagno di una vita della signora Gina.
Le due non vanno nemmeno particolarmente d’accordo: la Pina ha sempre rimproverato alla Gina la sua eccessiva vanità, mentre la Gina trova che la Pina, professoressa di fisica e matematica, sia un’insopportabile signorina precisetti (l’espressione esatta della Gina è un’altra, e implica l’uso creativo di un manico di scopa). Tuttavia, la Pina non si sarebbe mai sognata di buttare fuori di casa la Gina, rimasta sola al mondo dopo la morte del compagno, e le due da tempo si offrono a vicenda sostegno morale e assistenza nelle piccole incombenze della vita quotidiana.
Se la Gina o la Pina si ammalassero, i soli responsabili della loro assistenza sarebbero i parenti emigrati in Canada, per la Gina, e un cugino spocchioso residente in Argentina, per la Pina. Entrambe le donne preferirebbero darsi reciproca assistenza, ma per la legge italiana non possono. Lungi dal costituire una coppia lesbica, le due potrebbero beneficiare del PACS in molti modi.

I PACS servono a tutelare anche queste forme di convivenza, che in un paese sempre più anziano e sempre più solo non potranno che aumentare. I PACS servono a tutelare le coppie in cui uno dei due partner sia impegnato in una lunga e dolorosa battaglia legale per ottenere il divorzio da un ex coniuge deciso a negarglielo, o a permettere a coppie di amici fraterni di prestarsi reciprocamente soccorso. In Italia, paese di pusillanimi in cui il compagno di vita di Don Lurio veniva definito dai giornali “amico intimo” o simili sciocchezze, si discute se concedere o meno alle coppie omosessuali la possibilità di unirsi e condividere la vita perché non si vuole dichiarare apertamente che l’amore fra due persone dello stesso sesso può essere verissimo, o può non esserlo, ma che questa verità o falsità non è intrinseca alla sua natura; anzi, che la sua natura non è affatto diversa da quella dell’amore eterosessuale. E che quindi anche le coppie omosessuali dovrebbero avere la possibilità di sposarsi con tutti i crismi, la torta e i certificati di matrimonio, almeno civilmente. E che i PACS, lungi dall’essere solo matrimoni di serie B, servono a coprire tutti gli altri casi, tutte le varianti dell’amore, dell’affetto, della solidarietà e della convivenza che non possono, per la natura del sentimento su cui sono fondate o per impedimenti giuridici, essere tutelate dal contratto matrimoniale. Sempre più diffuse, sempre meno protette, sempre più dolorosamente ghettizzate.


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