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  1. #61
    F.S.MI
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    Manca La Battaglia Di Berlino

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  2. #62
    WHY SO SERIOUS?
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    ASCOLI PICENO. CERTI UOMINI NON CERCANO QUALCOSA DI LOGICO, COME I SOLDI. NON SI POSSONO NE' COMPRARE NE' DOMINARE. NON CI SI RAGIONA E NON CI SI TRATTA. CERTI UOMINI VOGLIONO SOLO VEDER BRUCIARE IL MONDO.
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    Predefinito Battaglia di Ayn Jalut

    Data: 3 Settembre 1260
    Luogo: Ayn Jalut
    Contendenti: Mongoli e Mamelucchi

    Protagonisti
    Qutuz: Sultano mamelucco
    Baibars: comandante dell’avanguardia mamelucca

    Qitbuqa: comandante dell’esercito mongolo

    Forze contrapposte
    Mamelucchi: circa 20000
    Mongoli: 10-12000

    CONTESTO STORICO.

    Nel 1226 alla morte di Gengis Khan, l’impero mongolo abbracciava gran parte dell’Asia e aveva distrutto i prosperi regni mussulmani dell’Iran. Sotto il successore di Gengis, Ogodai (1227-1241), i Mongoli continuarono la loro espansione, non senza trovare alcun esercito in grado di contrastarli. Con le campagne del 1237-1242 erano giunti fino nel cuore dell’Europa e, più a sud avevano spinto le loro incursioni fino all’Anatolia, battendo Georgiani e Selgiuchidi. In genere i sudditi cristiani patirono assai meno dei Mussulmani, che videro la loro supremazia politica e religiosa, incontrastata da millenni, messa in seria discussione dai vincitori che, pur tollerando tutte fedi, manifestavano la maggiore ostilità proprio verso l’Islam.

    Nel 1251, dopo un periodo di debolezza seguito alla morte Ogodai, un nuovo ambizioso Khan, Mongka, aveva preso il potere. Come già Gengis e Ogodai, propugnava l’impero universale dei Mongoli e aveva investito i fratelli Qubilai e Hulagu della conquista dell’impero cinese dei Song e dei restanti regni mussulmani non sottomessi, a cominciare dalla setta degli Ismailiti e dal califfato di Baghdad.
    Hulagu, pur essendo di religione sciamanica, aveva un’influente moglie cristiana, Dotuz Khatun che fece pendere quasi sempre le sue decisioni in favore dei Cristiani e contro i Mussulmani. Molti dei suoi generali, tra cui Kitbuqa professavano apertamente il cristianesimo nestoriano. Gli stati crociati, da secoli in lotta per mantenere i loro possedimenti in Siria, avevano trovato dei potenziali alleati.

    Alcuni contatti erano avvenuti tra i Mongoli e i regni cristiani d’Europa come la Francia o gli stati cristiani in Siria. Ma se c’era un accordo di fondo sull’eliminazione dei Mussulmani e la restaurazione di Gerusalemme alla cristianità, su tutto il resto c’era divergenza. I Cristiani volevano nientemeno che la conversione dei Mongoli, mentre i Mongoli pretendevano che i Cristiani riconoscessero la loro supremazia diventandone vassalli. In realtà ciascuno dei due intendeva usare l’altro per i propri scopi ma non allearsi a lui, e questo minò alla base il loro sforzo comune per debellare l’Islam. Infine solo il principe di Antiochia Boemondo e il re della Cilicia armena Hetum si allearono con i Mongoli, mentre gli stati crociati della costa siriana e palestinese non presero posizione.

    LA CADUTA DI BAGHDAD.

    Hulagu cominciò la campagna per la sottomissione dei paesi islamici nel 1256. All’inizio assoggettò le regioni dell’Iran orientale e della catena montuosa dell’Elburz dove si concentravano le fortezze degli Ismailiti. Il loro gran maestro Rukn ad-Din Khurshah fece atto di sottomissione, e venne in seguito ucciso, mentre le fortezze si arrendevano o venivano prese d’assalto.
    Alla fine del 1257 la setta degli Imailiti, detta anche degli assassini per via del loro costume di inviare sicari a uccidere i Re e gli uomini politici di spicco che si opponevano a loro, era stata estirpata dall’Iran. Veniva ora il turno del Califfo.

    Trentasettesimo esponente della sua linea dinastica, al-Mustasim regnava su un territorio ristretto ormai al solo Iraq, un’ombra di quello che era stato il califfato al suo apogeo, ma si sentiva ancora il capo spirituale della comunità islamica ed era di conseguenza poco disposto a sottomettersi ad un barbaro miscredente. La sua condotta mostrò alquanto a desiderare perché, senza compiacere il suo pericoloso vicino mandando truppe o tributi, non mostrò sufficiente risolutezza nel preparare la difesa e lasciò che le inconcludenti trattative andassero avanti quasi fino al momento in cui l’esercito mongolo incombette sulla città.

    Le truppe califfali furono spazzate via e la città investita nel gennaio del 1258 L’assedio fu breve e già il 10 febbraio le truppe mongole avevano aperto delle brecce. Il califfo per stornare l’imminente catastrofe mandò alti dignitari e i suoi stessi figli con doni, accettando di sottomettersi. Infine si recò di persona all’accampamento mongolo e fu accolto affabilmente da Hulagu. I Mongoli, gli imposero di lanciare un appello alla popolazione perché deponesse le armi e uscisse dalla cinta di mura per essere censita. Quelli che ascoltarono l’appello uscirono dalla città, furono suddivisi in vari gruppi, e fatti a pezzi scaglione dopo scaglione. Questo massacro perpetrato a sangue freddo doveva precedere il saccheggio e renderlo il più comodo possibile.

    I giorni successivi furono dedicati dalle truppe mongole ad asportare tutti i beni che era possibile trasportare. Il saccheggio non risparmiò nulla: dal palazzo del califfo all’ultima casa popolare. Quelli degli abitanti che non erano riusciti a nascondersi perfettamente furono uccisi sul posto. I cristiani rifugiati nelle chiese furono risparmiati per l’influenza della Dotuz Khatun.
    Alcuni Mussulmani cercarono di comprare la salvezza, ma solo dopo sette giorni di saccheggio e caccia all’uomo ai superstiti fu concesso di vivere. Al- Mutassim fu indotto da Hulagu a rivelare tutti i tesori segreti, poi fu portato insieme ai suoi figli nel villaggio di Vakaf. I mongoli non usavano spargere il sangue dei nemici di sangue reale, per cui misero il califfo in un sacco e lo fecero calpestare a morte dai cavalli. I suoi figli e ogni parente abbaside furono analogamente messi a morte. Il fetore proveniente dalla montagna di morti insepolti si era fatto così pestilenziale da indurre i Mongoli a muoversi a parecchi chilometri dalla città devastata. Per assicurare una certa parvenza d’ordine e di amministrazione essa venne affidata allo stesso visir che aveva servito sotto al Mutassim e che lo aveva consigliato invano di sottomettersi ai Mongoli.

    I MAMELUCCHI.

    Al saccheggio di Baghdad seguì un periodo di stasi della durata di circa un anno, finché nel 1259 Hulagu intraprese la campagna di Siria. Questa era un obiettivo fin troppo ovvio dal momento che si spingeva ormai come un saliente nei territori governati dai Mongoli della Mesopotamia, dell’altopiano armeno e dell’Anatolia. La situazione politica sulla costa mediterranea presentava un quadro piuttosto variegato. Fino agli anni 50 sulla costa resistevano alcune città in mano ai crociati, gli ultimi avanzi degli stati che erano stati severamente ridimensionati dopo le campagne di Saladino nel 1174-92. Saladino aveva unificato gli emirati mussulmani di Damasco e Aleppo con l’Egitto e aveva dato origine alla dinastia ayyubide che aveva regnato per circa ottanta anni prima di essere rovesciata dai Mamelucchi.
    Nel libro “Mongols and Mamluks di Amitai-Preiss essi sono così sinteticamente descritti

    “I Mamelucchi erano schiavi-soldati, soprattutto di origine turca che erano stati razziati dai territori stepposi e ancora pagani a nord dell’area islamica. Non appena arrivati nella loro nuova patria veniva loro imposto un rigoroso addestramento militare e venivano loro impartiti col massimo rigore gli insegnamenti dell’Islam, finché non erano manomessi e poi arruolati come arcieri a cavallo nell’armata del loro patrono. Separati come erano dalle loro famiglie e dalla terra d’origine, da una parte, e dalla popolazione locale, dall’altra, essi mantenevano grande lealtà sia al proprio patrono che ai compagni di schiavitù. La società mamelucca era una aristocrazia militare di una singola generazione, continuamente replicata, perché i figli dei Mamelucchi non potevano essi stessi diventare Mamelucchi. I loro ranghi erano rinfoltiti dall’afflusso di nuove giovani reclute schiave”

    I sultani Ayyubidi d’Egitto avevano fatto un sempre crescente impiego di queste truppe speciali, e, paradossalmente furono proprio le invasioni mongole con la riduzione in schiavitù di vastissime popolazioni turche a permettere l’immissione sul mercato di giovani schiavi che si sarebbero rivelati eccellenti guerrieri contro gli stessi Mongoli. Il sultano ayyubide al-Salih (1240-1249) comprò un migliaio di ragazzi di etnia turco-Qipchaq, appartenenti a quei khanati spazzati via dall’orda mongola durante la campagna in Russia del 1237-1240 e venduti poi ai mercanti locali.
    Il migliaio di giovani Qipchaq comprati da al-Salih costituirono un unico reggimento, detto dei Bahriyya, da cui emerse il futuro sultano Baibars, che già nella giornata di al-mansura, in cui le forze ayyubidi sconfissero i crociati guidati da Luigi IX (1250), si distinse nei combattimenti.

    La dinastia ayyubide si trovò ben presto rovesciata dagli stessi Mamelucchi che l’avevano salvata dai crociati e nel periodo 1250-1260 l’Egitto assistette ad una serie di lotte per il potere tra gruppi differenti di Mamelucchi, mentre il reggimento Bahriyya, escluso dal potere dal sultano Aybeg (anche lui un mamelucco), passò al servizio dell’ ayyubide al-Nasir Yusuf signore di Damasco e Aleppo.
    Al-Nasir, accarezzava l’idea di riportare l’Egitto sotto il controllo della sua famiglia, ma all’atto pratico si rivelò un sovrano irresoluto che alternava atteggiamenti di sfida e sottomissione ai Mongoli, ma che fece ben poco per preparare il regno ad affrontarli.. Alle soglie dell’invasione mongola la Siria e l’Egitto, erano così divisi in regni non ancora consolidati e incapaci apparentemente di fare fronte comune contro l’imminente minaccia.

    I MONGOLI INVADONO LA SIRIA.

    Il 18 dicembre 1259 le truppe mongole passarono l’Eufrate e raggiunsero la città di Aleppo che cadde dopo una settimana d’assedio alla fine del gennaio 1260. La cittadella resistette un altro mese finché non capitolò sotto condizioni onorevoli. Gli Ayyubidi di Hama e Homs corsero a rifugiarsi alla corte di al-Nasir Yussuf, mentre alcuni personaggi importanti della corte siriana, come Al-Ashraf Musa defezionarono ai Mongoli. A questo punto però Hulagu, iniziò una ritirata verso est, lasciando in Siria un distaccamento di Mongoli che assommava a 10-12000 guerrieri al comando di Kitbuqa.
    Proprio in quel periodo infatti gli era giunta la notizia della morte di Mongka, il capo supremo dei Mongoli. Il decesso di questo energico sovrano rappresentò una svolta nella storia dell’Oriente. I quattro khanati mongoli erano stati finora uniti dalla sua autorevole figura, ma alla sua morte scoppiò una disputa per la successione tra i due fratelli Arigh-boke e Khubilai, ciascuno dei quali si fece eleggere in una quriltai illegale, perché non rappresentativa l’intera assemblea dei Mongoli. Nella guerra civile Hulagu sostenne Khubilai, mentre Arigh Boke godette del sostegno di Berke, khan dell’orda d’oro, e di Jiagatai. L’unità dell’impero mongolo venne spezzata da questa disputa e mai più ricostituita.

    Per il momento le unità lasciate a Kitbuqa parvero all’altezza del compito. Al-Nasir Yussuf era fuggito da Damasco ancora prima della caduta della cittadella di Aleppo e si era rifugiato in Egitto. Qui era avvenuto un colpo di stato nel quale Aybeg era stato assassinato per ordine della sultana Shajar-ad Dur, già vedova del sultano precedente. La sultana non aveva però abbastanza sostenitori tra i Mamelucchi e la maggioranza di loro ne pretese la morte.
    Successivamente fu elevato al trono l’infante figlio di Aybeg, ma nel dicembre del 1259 il mamelucco Qutuz, uno degli ex colleghi di suo padre, lo depose diventando sultano al suo posto. I Mamelucchi Bahriyya che avevano seguito l’ayyubide al-Nasir Yussuf a Damasco in odio ad Aybeg ma che erano disgustati dalla mancanza di coraggio del loro padrone, ritornarono al Cairo, unendosi alle forze del nuovo sultano, mentre al-Nasir parimenti timoroso dei Mongoli e Mamelucchi vagò nel deserto palestinese finché non fu catturato da una pattuglia mongola. Il suo seguito che contava truppe assortite di ogni tipo, continuò la marcia verso il Cairo per mettersi al servizio di un più risoluto padrone.

    Negli stessi mesi in cui i Mongoli avevano perso l’unità politica i Mamelucchi l’avevano ritrovata e si preparavano ad affrontare la minaccia. Kitbuqa arrivò a Damasco il 14 Febbraio 1260 e la trovò già pronta a sottomettersi, per cui non ci furono i soliti massacri e saccheggi. Al seguito di Kitbuqa erano i suoi alleati, il re d’Armenia e il principe Boemondo d’Antiochia. Non accadeva da secoli che tre condottieri cristiani sfilassero per le vie di una delle capitali dell’Islam. Il 2 marzo 1260 un governatore di Hulagu stabilì una regolare amministrazione mongola della città. I Mongoli ricevettero anche la sottomissione di Hama, mentre il principe Ayyubide al-Ashraf Musa che aveva fin dall’inizio incitato i Mongoli ad invadere la Siria per poter riottenere il principato di Homs che gli era stato sottratto da al-Nasir Yussuf, venne insignito del governo, probabilmente nominale, della Siria mongola. Una forza da ricognizione mongola compì un raid a vasto raggio in Palestina, toccando Hebron, Ascalona e Gerusallemme, per sconfiggere a Nablus gli ultimi uomini fedeli ad al-Nasir.
    Il principe di Damasco, catturato nel deserto della Transgiordania fu poi inviato ad Hulagu che lo tenne prigioniero per qualche mese e poi lo fece uccidere. Kitbuqa dovette stroncare una rivolta della guarnigione di Damasco che portò alla distruzione parziale della cittadella, poi, conquistò Baalbek e diverse piazzeforti nelle colline del Golan e della Transgiordania.. Anche il signore ayyubide di Kerak, al-Mughit ‘Umar mandò la propria sottomissione.

    Questi facili successi erano stati ottenuti per l’irresolutezza degli Ayyubidi di Siria, ma se il loro dominio era stato integrato in quello mongolo, la loro forza militare era passata pressoché intatta ai Mamelucchi d’Egitto. Baibars, ormai capo riconosciuto dei Bahriyya, incitò Qutuz a passare all’offensiva. L’Egitto poteva e doveva essere difeso in Palestina e i Mongoli non erano invincibili se attaccati con la tattica giusta. Nell’estate del 1260 Hulagu mandò un’ambasceria al Cairo con l’ingiunzione ai Mamelucchi di sottomettersi ai Mongoli a cui era stato dato dal cielo il dominio del mondo. Chi non si sottometteva subito sarebbe stato considerato un ribelle e, come tale, distrutto. Qutuz fece uccidere gli inviati mongoli. Il dado era tratto.

    LA BATTAGLIA.

    Subito dopo l’uccisione degli ambasciatori mongoli l’esercito mamelucco si mise in marcia. Era il 26 luglio del 1260. Le truppe di Qutuz erano piuttosto assortite: comprendevano l’armata egiziana con il corpo d’elite mamelucca, e contingenti misti di Siriani, Turcomanni, beduini del deserto e disertori dell’esercito mongolo. Reuven Amitai-Preiss parla di circa 10.000 Egiziani e un numero imprecisato, (forse altrettanti) alleati. L’esercito così raccolto e in particolare gli ufficiali non mamelucchi erano poco entusiasti all’idea di combatter i Mongoli, ma Qutuz riuscì a convincere anche i più riottosi a partire. Baibars fu elevato al comando dell’avanguardia.

    Un primo contatto con i Mongoli avvenne a Gaza, dove un distaccamento mandato da Kitbuqa fu facilmente volto in fuga. Da Gaza Qutuz mosse verso Acri. Il suo itinerario prevedeva di passare per la costa Palestinese per tagliare eventualmente le comunicazioni ai Mongoli se avessero indugiato in Transgiordania. C’era però bisogno del consenso dei Franchi dei territori crociati. I Cristiani erano divisi tra loro sulla linea politica da prendere, ma alla fine scelsero i Mamelucchi, permisero loro il passaggio e li rifornirono lungo la strada. I Mongoli erano stati preceduti dalla loro cattiva fama di distruttori e nei mesi precedenti avevano compiuto un’incursione devastatrice a Sidone, in risposta ad una mal consigliata scorreria del signore della città, Giuliano, nei territori amministrati da Kitbuqa. La diffidenza dei Franchi era quindi comprensibile.

    Kitbuqa si fece cogliere affatto impreparato dall’arrivo dei Mamelucchi. Le sue truppe erano sparse in una vasta area, anche per risolvere il problema di trovare pascoli per cavalli. Dopo un attimo di esitazione decise di muovere verso sud ed accettare la sfida. Il suo esercito non comprendeva più di 12000 uomini, inclusi contingenti della Georgia, dell’Armenia minore e di alcuni principi Ayyubidi: al-Ashraf Musa e Said Hasan. Muovendosi verso sud Kitbuqa prese posizione presso Ayn Jalut: gli “Stagni di Golia”, una sorgente che si trovava ai piedi dell’angolo nord-occidentale del monte Gelboè, teatro in epoca biblica di una famosa battaglia tra Israeliti e Filistei.
    Il luogo si trova a 15 Km a nord-ovest della città di Baysan. Il posto offriva naturalmente acqua in abbondanza e pascoli per i cavalli, il terreno ideale per un esercito quasi completamente montato come quello mongolo. Il monte Gelboè e la collina di Moreh potevano inoltre offrire protezione ad un esercito ridotto come quello di Kitbuqa.

    Nello stesso tempo i Mamelucchi da Acri si inoltrarono in Palestina, e l’avanguardia al comando di Baibars prese contatto con gli schermagliatori Mongoli. Baibars sconfisse alcuni distaccamenti e avvertì Qutuz che aveva preso contatto con gli avversari. Il 3 settembre del 1260 Baibars arrivò in vista del grosso dell’esercito mongolo accampato ai piedi del Gelboè. Avvistato anche lui venne immediatamente inseguito. Il Runciman riporta che la fuga di Baibars fu uno stratagemma per attirare i Mongoli contro la forza principale dei Mamelucchi al comando di Qutuz.
    I Mongoli furono certamente attratti qualche miglio a nord di Ayn Jalut e incocciarono nei loro avversari che scendevano per la valle di Jezreel da nord-ovest. Fu quindi una battaglia d’incontro. I Mongoli e i Mamelucchi fondavano la loro forza sugli arcieri montati. I Mongoli che portavano con sé almeno cinque pony delle steppe, godevano certamente di maggiore mobilità e potevano tirare d’arco anche mentre erano in corsa. Tuttavia erano armati ed equipaggiati più leggermente dei Mamelucchi. Molti possedevano solo arco e frecce, più asce e mazze per il combattimento corpo a corpo. Essi avanzavano in scaglioni, avvicinandosi al nemico quanto bastava perché le frecce fossero efficaci contro le loro corazze per poi rompere il contatto dopo la prima salva e permettere al secondo scaglione di effettuare la propria azione. I Mamelucchi avevano archi e frecce di miglior qualità, nonché, spade, asce, e lance per il combattimento ravvicinato. Erano meglio addestrati ad un tiro preciso e potevano caricare e andare al corpo a corpo con i loro avversari. In pratica compensavano la loro minore mobilità con una maggiore potenza di fuoco. I Mongoli per essere efficaci contro le loro corazzature si dovevano avvicinare moltissimo ai loro avversari, esponendosi così al tiro dei loro archi e alla carica dei lancieri. Naturalmente le truppe d’elite mamelucche, le uniche perfettamente equipaggiate e addestrate, anche nei momenti migliori non erano la maggioranza dell’esercito egiziano e alcuni reparti non mostrarono la loro stessa coesione e fermezza di fronte all’avvicinarsi dei Mongoli.

    La battaglia di Ayn Jalut mostrò in pieno queste caratteristiche. Nonostante l’inferiorità numerica e lo svantaggio tattico i Mongoli erano avversari temibili e la l’ala sinistra mamelucca iniziò a fuggire ancora prima di prendere contatto. Qutuz pregò Allah di dargli la vittoria, raccolse le sue truppe scelte e lanciò una carica di contrattacco che riuscì ad entrare in mischia con i Mongoli mettendoli in rotta. Un secondo attacco mongolo, o meglio un secondo scaglione ebbe parimenti successo nel mettere in fuga alcuni Mamelucchi, ma ancora una volta la carica delle sue migliori truppe permise a Qutuz di ingaggiare nel corpo a corpo i suoi sfuggenti avversari. La stessa ala sinistra mamelucca che prima era fuggita, rientrò in combattimento.
    Nel frattempo la superiorità numerica dei Mamelucchi fu accresciuta dalla defezione degli uomini di al-Ashraf Musa, che abbandonarono Kitbuqa. Questi venne ucciso in battaglia o subito dopo la cattura, dopo aver predetto ai Mamelucchi che il suo signore l’avrebbe vendicato.
    La sconfitta dei Mongoli fu disastrosa perché i loro avversari riuscirono a circondare gran parte del loro esercito. Alcuni fuggiaschi furono uccisi dagli abitanti dei villaggi locali, altri si rifugiarono in un canneto: i Mamelucchi diedero fuoco alla vegetazione e li sterminarono. Baibars si occupò personalmente del rastrellamento dei fuggitivi.

    CONSEGUENZE.

    Alla notizia dell’esito della battaglia, i Mongoli di Damasco , insieme ai più compromessi dei collaborazionisti che, fidando nella loro invincibilità si erano uniti a loro contro i correligionari, lasciarono la città, ma vennero tormentati nella loro fuga dagli abitanti locali, desiderosi di far pagare care le vessazioni a cui erano stati sottoposti per mesi. Lo stesso capitò ai Mongoli in fuga da Hama e Homs. Baibars piombò con le sue truppe su questi contingenti mongoli e su altre truppe che Hulagu aveva mandato di rinforzo a Kitbuqa, sconfiggendole. Tutto il dominio mongolo in Siria crollò ad Ayn Jalut e i pochi scampati al disastro si rifugiarono oltre l’Eufrate o in Cilicia presso Re Hetum. Qutuz ebbe in mano anche i principi ayyubidi superstiti.
    Al Mansur Muhammad, che aveva sempre combattuto con i Mongoli fu reinsediato nel principato di Hama. Al Ashraf Musa, che con la sua diserzione aveva facilitato di molto la vittoria dei Mamelucchi riottenne Homs. Entrambi però dovevano ora governare sotto la sovranità del sultano d’Egitto. Infine al Said Hasan che non aveva cambiato bandiera in tempo fu sommariamente decapitato. A Damasco ancora prima dell’arrivo dei Mamelucchi erano cominciate le purghe contro i collaborazionisti.

    I cristiani in particolar modo, che avevano goduto per sette mesi della protezione dei Mongoli per ottenere uno status egualitario nei confronti dei Mussulmani, furono perseguitati: i loro averi furono depredati e le loro chiese bruciate. Qutuz premiò col governatorati di Damasco e Aleppo alcuni suoi collaboratori, ma trascurò proprio Baibars, insieme a lui il grande artefice del successo di Ayn Jalut. La rappresaglia del comandante dei Bahriyya non si fece attendere.
    Il 23 Ottobre del 1260 mentre Qutuz era sulla via del ritorno al Cairo dove lo attendeva il trionfo, Baibars gli affondò una spada nella schiena e si fece immediatamente riconoscere sultano al suo posto.
    Sotto il suo sultanato, che sarebbe durato dal 1260 al 1277 i nemici dei Mamelucchi non ebbero tregua.

    I Cristiani che si erano alleati con i Mongoli pagarono cara la loro scelta, dal momento che le truppe Egiziane devastarono sistematicamente il regno armeno e il principato d’Antiochia, finchè la stessa capitale non cadde in mani mamelucche nel 1268. Hulagu fu comprensibilmente infuriato alla notizia della disfatta e morte di Kitbuqa, ma per tutti gli anni che gli rimanevano da vivere non poté intraprendere un’altra invasione in larga scala della Siria.
    Il clan dell’orda d’oro Berke, convertito all’Islam e con una disputa territoriale con Hulagu riguardo ai territori del Caucaso scatenò una guerra sanguinosa che tenne impegnate le risorse militari dei Mongoli di Persia. Hulagu si scontrò a più riprese presso il fiume Terek ed ebbe la peggio nell’ultima battaglia. Berke inoltre si alleò proprio con i Mamelucchi e tenne aperti i canali per il vitale traffico di giovani schiavi soldati dalle steppe asiatiche.

    L’universalismo mongolo venne così fermato dalle dispute intestine più che dalle sconfitte militari. Hulagu e i suoi successori che si chiamarono Ilkhan continuarono a regnare sull’Iran, Iraq e sui territori del Khurasan a sud dell’Oxo. Circondati ormai da vicini ostili del loro stesso sangue, non riuscirono per molti anni a concentrare i loro sforzi contro i Mamelucchi. Tuttavia né Hulagu, né il figlio di lui Abaqa (1265-81) rinunciarono al loro sogno di conquista, e al perseguimento di una politica antimussulmana, in un regno in cui l’Islam era seguito dalla larga maggioranza dei loro sudditi.

    Ayn Jalut rinfrancò lo spirito dei Mussulmani più di ogni altro evento. Era stata una vittoria ottenuta contro un nemico fino ad allora creduto invincibile, e poco importava che fosse stata impegnata solo una piccola parte dell’esercito mongolo. L’Islam aveva superato una delle sue prove più ardue grazie ai suoi campioni, Baibars e Qutuz. Tuttavia la lotta contro i Mongoli, proseguì per molti anni con alterne fortune e fu solo la vittoria di Homs (1281) che liberò l’Egitto e l’Islam dall’incubo della conquista e distruzione.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

  3. #63
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  4. #64
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    Battaglia di Homs

    Data (29 ottobre 1281.)
    Luogo: Homs (città della Siria a nord di Damasco)
    Contendenti: Mamelucchi e Mongoli

    Protagonisti
    Qalawun Sultano mamelucco
    Isa b. Muthanna e Sunqur: ufficiali mamelucchi

    Mengu Temur: fratello dell’Ilkhan Abaqa, comandante nominale dell’esercito mongolo
    Tukna, Dolobai, Alinaq: ufficiali mongoli


    Forze contrapposte
    Mamelucchi: 50000
    Mongoli: 80000

    CONTESTO STORICO.

    La prima invasione mongola della Siria era stata fermata ad Ayn Jalut, dove i Mamelucchi al comando di Qutuz e Baybars avevano sconfitto e ucciso Kitbuqa, generale di Hulagu. L’intera Siria fino all’Eufrate era tornata sotto il possesso mamelucco mentre i Mongoli, impegnati sul fronte orientale e caucasico contro gli altri Khanati divenuti loro ostili, non riuscirono per molto tempo a pensare alla rivincita.

    Nel periodo dal 1260 al 1277 l’Egitto fu governato con mano ferma dal sultano Baybars, che, non contentandosi di difendere il proprio regno, prese spesso l’iniziativa attaccando gli alleati dei Mongoli, soprattutto gli Armeni di Cilicia e il principato di Antiochia. Appoggiò pure un tentativo di riconquistare Baghdad da parte di Ahmad al-Zahir detto al-Mustansir uno dei discendenti Abbasidi rifugiatosi presso di lui, ma gli diede così poche truppe da far pensare che abbia voluto in realtà mandarlo a morte sicura nell’intraprendere un’impresa impossibile. Il pretendente Califfo che forse si illudeva che il controllo dei Mongoli in Iraq fosse assai labile e che molti seguaci potessero aggregarsi al suo misero seguito di 400 guerrieri, fu presto disilluso quando il 28 Novembre 1261 si imbatté nel contingente mongolo guidato da Qara Bugha, forte di 6000 uomini. Ovviamente quasi nessuno del suo seguito scampò alla battaglia, mentre lui stesso scomparve e non fu più rintracciato da vivo o da morto.

    Al di là di questo scacco, che gli storici mussulmani attribuirono all’inavvedutezza del califfo nel non procurarsi più seguaci, i Mamelucchi conobbero solo vittorie durante il sultanato di Baybars, riuscendo a rintuzzare tutte le incursioni provenienti oltre l’Eufrate e spingendo le proprie in profondità fino all’Anatolia, dove nel 1277 Baybars sconfisse ad Albulustayn (Elbistan) un’intera armata mongola. Abaqa figlio di Hulagu (1265-81) impegnato sugli altri fronti non riuscì ad assumere un’offensiva strategica fino al 1281. Il Khanato del Chagatay in particolare gli creò seri grattacapi fino a metà degli anni 70’ quando il suo sovrano Buraq conquistò la Transoxiana, l’Afghanistan e parte del Kurhasan prima di essere fermato nella battaglia di Herat (1270) dai generali di Abaqa.
    La riconquista dei territori perduti fu comunque laboriosa e distruttiva per quelle città che si erano riprese da poco dalle distruzioni operate da Gengis Khan. Dal 1277 in avanti la situazione si fece certamente migliore per i Mongoli, anche a causa della morte del loro grande avversario Baybars.

    IL SULTANO QALAWUN.

    Una delle gravi debolezze del sultanato mamelucco era l’instabilità del governo e la mancanza di una regola di successione accettata da tutti. Apparentemente il figlio di Baybars, al-Malik al-Said Berke, succedette a suo padre senza problemi, ma ben presto iniziarono a formarsi tensioni quando cercò di mettere nelle posizioni chiave del governo i propri mamelucchi al posto di quelli che avevano servito suo padre. Il suo tentativo di sbarazzarsi di alcuni Amir molto potenti come Qalawun e Baysari ebbe come conseguenza che costoro nel 1279 realizzarono con successo un colpo di stato e lo costrinsero all’esilio nella fortezza siriana di al-Karak. Sul trono venne posto il fratello del sultano Sulemish, mentre Qalawun ne diventava l’atabeg (guardiano). Il 21 novembre 1279 Qalawun, ormai sicuro dell’appoggio della maggioranza dei mamelucchi, lo depose e lo spedì ad al-Karak a far compagnia ad al-Said.
    Le tensioni interne non finirono perché il governatore di Damasco, Sunqur a-Ashqar insorse contro Qalawun. Nell’aprile del 1280. Qalawun lo sconfisse in battaglia ma non poté impedirgli di fuggire nel deserto siriano dove continuò ad essere un elemento di disturbo. A quanto pare fu proprio Sunqur, nell’ora della disperazione ad invitare i Mongoli ad invadere i domìni mamelucchi, squassati da lotte intestine e con il nuovo sultano che non aveva consolidato il suo potere. Nonostante che alcuni sostenitori di Sunqur come Isa b. Muthanna lo convincessero a non passare ai Mongoli e a cercare rifugio in un qualche castello nel nord della Siria ad attendere gli eventi, i suoi messaggi giunsero alla corte di Abaqa e lo convinsero che era giunto il momento di una nuova offensiva in grande stile. Una incursione condotta da tre tumen al comando di Qonghurtai, fratello di Abaqa e che comprendeva anche contingenti armeni e anatolici, saccheggiò la Siria fino ad Aleppo che era stata sgombrata dai suoi terrorizzati abitanti e che fu saccheggiata dal 27 al 29 ottobre.

    L’incursione però era stata solo d’assaggio e terminò già nel mese di novembre. Ancora una volta come nella campagna del 1260 gli stati cristiani si trovarono nel dilemma se collaborare o no con i Mongoli. Nello stesso periodo in cui gli eserciti dell’Ilkhan razziavano la Siria settentrionale i cavalieri Ospitalieri fecero un’incursione nei domini mamelucchi sconfiggendo tanto le forze locali che un distaccamento di Mamelucchi inviato da Qalawun per punirli.
    Tuttavia quando un ambasciatore mongolo giunse ad Acri per informare i Franchi che l’anno successivo una nuova spedizione più vasta di 50.000 cavalieri e altrettanti alleati avrebbe attaccato direttamente le armate del sultano e per richiedere il loro aiuto in uomini e materiali, costoro non risposero, assumendo un atteggiamento di neutralità.
    Del resto l’alleanza con i Mongoli non aveva prodotto che desolazione e rovine nei regni d’Armenia e nel principato d’Antiochia, rimasti indifesi alla reazione mamelucca. La neutralità dei Franchi e una benevolenza dimostrata dal fatto che segnalarono pure una congiura ai suoi danni, resero sicure le retrovie di Qalawun. Nell’imminenza dell’invasione il sultano si riconciliò pure con Sunqur che ricevette in cambio della sua sottomissione i feudi di Antiochia e Apamea. Con questa politica conciliante il nuovo sultano aveva corretto i disordini civili che agitavano il mondo mamelucco da almeno un triennio e poteva fronteggiare con le spalle sicure la nuova aggressione.

    LE FORZE CONTRAPPOSTE.

    Nel settembre 1281 Qalawun a Damasco ricevette la notizia da un prigioniero mongolo che l’esercito in avvicinamento comprendeva 8.0000 uomini e che l’invasione era prevista per metà ottobre. Chiaramente le difese di frontiera, che già non avevano tenuto contro l’invasione dell’anno prima, non potevano bastare a fermare gli invasori; essi andavano fronteggiati con l’intera forza a disposizione del sultano.
    Entro il 12 ottobre tutti i Mamelucchi e i contingenti alleati di beduini erano pronti per la battaglia. In tutto dovevano essere 50.000 uomini. I Mongoli si erano radunati ad Abulustayn. Essi erano sotto il comando nominale del giovane Mengu Temur, fratello di Abaqa, che gli aveva però affidato come tutori con l’effettivo comando dell’esercito gli anziani ufficiali Tukna e Dolobai. Abaqa stesso non prese parte all’invasione, rimanendo con una forza di 3.000 uomini ad al-Rahba presso l’Eufrate, in attesa dell’esito della battaglia. La forza principale mongola assommava a tre tumen, circa 30.000 uomini, ma a questi andavano aggiunti anche i contingenti dei vassalli Georgiani, Selgiuchidi di Rum, Armeni , Franchi della Cilicia e Armenia Minore. I Georgiani e gli Armeni erano guidati dai rispettivi re, Dimitri e Leone, a sottolineare l’importanza del loro contingente. C’erano persino combattenti mussulmani nelle file mongole, chiamati rinnegati dalle fonti mamelucche, probabilmente provenienti dagli stati vassalli della Jazira. L’esercito deve aver superato come numero quello dei Mamelucchi, anche se la stima di 80.000 uomini può essere considerata un’esagerazione data la difficoltà di foraggiare e trovare rifornimenti per un contingente di tale dimensione.

    In realtà la campagna non poteva che essere breve, data l’impossibilità della regione di sostenere un tale numero di truppe e i Mongoli, ignorando l’assalto ai castelli o alle città fortificate puntarono direttamente contro l’esercito mamelucco. Nella loro marcia passarono per Marash e Ayn Tab, ma non entrarono né ad Aleppo né ad Hama. Giustamente i Mongoli avevano calcolato che se avessero distrutto l’armata nemica il resto del paese sarebbe facilmente caduto nelle loro mani, ma d’altra parte, se fossero stati sconfitti la presenza di città ostili alle loro spalle avrebbe reso le loro perdite molto più gravi durante la ritirata. Il rischio che si assumevano era quindi molto alto.
    Qalawun in un primo tempo aveva pensato di attendere l’attacco presso Damasco, per poter usufruire della cittadella come rifugio in caso di sconfitta. Furono i suoi amir ad opporsi a lui: non potevano sopportare l’idea di vedere l’intera Siria settentrionale nelle mani dei Mongoli. Qalawun cedette soltanto quando gli amir minacciarono di partire senza di lui e si avviò verso Homs molto di malavoglia. La sua leadership non si avvicinava nemmeno a quella di Baybars e il rischio di essere deposto dai suoi ufficiali era molto alto. Tutto dipendeva dall’esito della battaglia.

    Alla fine Qalawun e il suo esercito presero posizione nella piana a nord di Homs (Emesa) non molto distanti dal luogo in cui l’imperatore Aureliano affrontò le forze palmirene nel 272. Era il 26 Ottobre del 1281. All’estrema ala destra Qalawun dispose i contingenti beduini di cavalleria leggera, circa 4000 uomini al comando di Isa b. Muthanna. Al loro fianco le truppe siriane di Hama, e Damasco, al comando di al-Mansur e i contingenti Mamelucchi guidati dagli amir Baysari, Aydegin, Taybars, Aybeg e Kushtoghdi. Il centro era costituito di due corpi: l’avanguardia “jalish”, guidata da Turantay, composta da guerrieri scelti, e dietro di essa i 800 Mamelucchi reali e 4000 halqa (truppe montate non mamelucche che dovevano fungere da riserva strategica. All’ala sinistra fu collocato l’infido Sunqur con i suoi alleati, fra cui molti ex combattenti della guardia di Baybars, protetta all’estrema ala sinistra da cavalieri Turcomanni.

    I Mongoli partirono da Hama tra il 28 e il 29 ottobre. Per necessità di foraggiamento dovettero sparpagliarsi per una vasta area ma comunque raggiunsero la pianura di Homs la mattina del 29 divisi in tre formazioni principali. L’ala destra, guidata da Alinaq comprendeva tutte le truppe ausiliarie dei Selgiuchidi, dei mongoli Oiraiti e i contingenti armeni e Georgiani al comando di Leone e Dimitri, nonché Qara Bugha (da identificare col governatore di Baghdad). Al centro si trovavano le formazioni principali mongole al comando di Tukna e Dolobai con Mangu Temur e all’ala sinistra un contingente, presumibilmente più debole degli altri due guidato da Mazuq Aqa e Hinduqur.

    LA BATTAGLIA.

    Mentre i Mamelucchi avevano passato la notte sul campo di battaglia, nella piana a nord di Homs i Mongoli arrivarono sul posto la mattina del 29 Ottobre dopo aver cavalcato tutta la notte, raccogliendo faticosamente le truppe sparse sul campo di battaglia. Molto probabilmente il contatto tra le formazioni menzionate sopra era piuttosto labile e appare che i comandanti delle rispettive ali non avessero idea di cosa stava accadendo nel resto del campo di battaglia, un problema di comando tipico di tutti gli eserciti premoderni. Nonostante la presumibile stanchezza delle loro cavalcature i Mongoli lanciarono subito l’attacco, o meglio partì l’ala destra al comando di Alinaq che caricò l’ala sinistra di Sunqur con effetti spettacolari.
    L’intero schieramento mamelucco all’ala sinistra si sciolse, forse nemmeno aspettando di venire a contatto col nemico e iniziò una fuga che condusse alcuni Mamelucchi fino a Damasco, Gaza e persino in Egitto, mentre altri Amir sganciatisi dagli inseguitori riuscirono a riguadagnare il centro. I Mongoli cercarono solo di inseguire le truppe che si ritiravano davanti a loro senza intervenire contro il resto dell’esercito mamelucco, in particolare contro il centro scoperto. L’intera ala destra Mongola con i contingenti alleati raggiunse il lago di Homs, a sud della città dove fece riposare le cavalcature esauste, convinta che i loro compagni li avrebbero raggiunti presto. L’ala sinistra Mongola ebbe molta meno fortuna. Il suo attacco contro l’armata di Hama e Damasco fu respinto, e alcuni contingenti dell’avanguardia comandata da Turantay e persino alcuni Amir della sconfitta ala sinistra mamelucca che erano sfuggiti agli inseguitori, passarono al contrattacco.

    Quando anche i Beduini di Isa b. Muthanna si scagliarono contro il fianco dei Mongoli, essi cercarono scampo nella fuga. Rimaneva scoperto il centro mongolo che a causa della cattiva coordinazione con le due ali non era ancora entrato in battaglia. A quanto pare alla migliore condotta della battaglia da parte dei Mamelucchi si aggiunse la fortuna perché Mengu Temur fu subito ferito, o perse la testa ed ebbe una crisi di panico, causando confusione nel centro mongolo. A quanto pare l’azione dei beduini che, dopo la sconfitta inflitta all’ala sinistra, stavano imperversando nelle retrovie saccheggiando i bagagli dei loro avversari, indusse i Mongoli alla fuga. Alcuni si portarono dietro Mengu Temur, altri smontarono dai cavalli preparandosi a combattere fino alla morte. Pare che Tukna e Dolobai non ebbero alcuna possibilità o capacità di influenzare il corso della battaglia. Prima di sera la rotta mongola era completa e i Mamelucchi, eccetto la guardia personale di Qalawun, si gettarono all’inseguimento.
    Intanto i Mongoli dell’ala destra che, dopo il successo iniziale, era rimasti oziosi a sud di Homs, non vedendo arrivare il resto dell’esercito iniziarono a sospettare che le cose non fossero andate per il loro verso; mandarono degli esploratori che riferirono come i loro compagni fossero stati messi in rotta. A questo punto Alinaq li condusse in ritirata verso il nord, lungo la rotta che passava proprio nei pressi della posizione di Qalawun che aveva con se un migliaio di uomini. Il sultano, vista la precarietà della propria posizione, fece piegare gli stendardi e tacere i tamburi. I Mongoli gli passarono vicino senza notarlo o senza pensare a combattere di nuovo, essendo la loro priorità quella di raggiungere al più presto un territorio non ostile, e pertanto persero l’ultima occasione di infliggere una serio colpo ai Mamelucchi.

    Qalawun terminò la battaglia in un modo non proprio glorioso, ma sicuramente proficuo per lui. I Mongoli finirono per disperdersi in piccoli gruppi durante la fuga, e ciò li rese vulnerabili all’azione dei loro inseguitori e a quella delle guarnigioni dei vari castelli e posti fortificati. Chi tentò di aprirsi la strada verso l’Eufrate e la Mesopotamia mongola ebbe la sorte peggiore. Molti morirono annegati nel fiume o uccisi dalle guarnigioni mamelucche di al-Bira e al-Rahba. Quelli che tentarono la via del deserto furono uccisi dai beduini o morirono di sete. Gravi perdite ebbero anche gli Armeni che tentarono di fuggire verso le montagne anatoliche. Le guarnigioni poste lungo il cammino inflissero loro gravi perdite. La spedizione mongola, come quella del 1260 era terminata in un fallimento completo e questa volta non c’era la scusa dell’inferiorità numerica a giustificare lo scacco.

    CONSEGUENZE.

    Con la battaglia di Homs fallì l’ultimo serio tentativo da parte dei Mongoli di distruggere il regno mussulmano dei Mamelucchi. Abaqa, sconcertato e adirato alla notizia della disfatta promise di ritornare l’anno successivo, ma la morte lo colse nel 1282. Ormai anche all’interno dell’impero degli Ilkhan forti correnti premevano perché i sovrani si convertissero all’Islam.
    Nel 1295 Ghazan Khan fece finalmente il passo inevitabile perché i Mongoli conservassero la presa su un regno largamente islamico: divenne mussulmano e iniziò addirittura a perseguitare attivamente i cristiani del proprio regno, che avevano fino ad allora goduto di protezione e prestigio. Le ostilità con i Mamelucchi non cessarono, ma entrarono su un piano meramente politico. Ghazan riuscì finalmente a sconfiggere le truppe del sultano nella battaglia del wadi al-Khaznadar nel 1299, ma l’impossibilità logistica di mantenere l’esercito in Siria indusse i Mongoli alla ritirata dopo pochi mesi. Infine i Mamelucchi vinsero la battaglia decisiva presso Saqqab nel 1303 chiudendo la partita che aveva come posta la Siria fino al confine dell’Eufrate.

    In questo periodo terminava pure il capitolo dei regni cristiani in Siria. Liberi dal pericolo mongolo, Qalawun e il figlio al Ashraf poterono dedicarsi alla conquista delle ultime città e fortezze crociate, distruggendo tutti gli insediamenti vicini alla costa per non dare un facile approdo alle flotte crociate. I Franchi d’Outremer lasciarono passare tutte le occasioni che ebbero di allearsi con i Mongoli e dovettero fronteggiare la reazione mamelucca che fu spietata nei confronti di tutti quei cristiani che avevano mostrato simpatie nei confronti dei loro temibili avversari.
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    Predefinito Battaglia Navale della Meloria

    Data: 6 AGOSTO 1284
    Luogo: Scoglio della MELORIA (Toscana)
    Flotta PISANA contro Flotta GENOVESE
    Contesto: Supremazia Mediterraneo
    Protagonisti:
    Fl. Genovese: OBERTO DORIA
    Fl. Pisana: ALBERTO MOROSINI

    LA BATTAGLIA.

    Anno di grazia 1284 sesto giorno del mese di agosto, quattro miglia al largo della costa toscana una delle più cruente ed importanti battaglie nella storia della marineria.

    Fu combattuta tra i Genovesi che avevano 130 navi comandate da messer Oberto Doria; ed i Pisani con 100 galee divise in tre squadre la prima comandata dal podestà di Pisa Alberto Morosini di Venezia, la seconda da Andreotto Saracino, la terza da Ugolino della Gherardesca conte di Donoratico, sul quale gravano ragionevoli sospetti di tradimento essendosi la sua squadra allontanata nel supremo momento dal luogo della battaglia.

    In luglio la flotta pisana, saccheggiata la città di Rapallo, puntava la prora a Nord-Ovest e pronta a tutto faceva rotta verso Genova.

    Raggiunta la città ligure i legni pisani si fermano all’imboccatura del porto vedendolo poco e mal difeso; lo Zaccaria, uno dei più grandi e fortunati mercanti pirata del suo tempo, infatti, stava pattugliando le coste della Sardegna in cerca di teste moresche da portare a casa come trofeo. Le galee che erano rimaste in porto erano disarmate così i toscani scoccarono, in segno di sfida e di scherno, frecce d’argento e porpora, senza avventurarsi alla conquista, in rispetto di una città indifesa per alcuni, per paura di un ritorno della flotta nemica secondo altri.

    OBERTO DORIA, che era capitano del popolo nella diarchia con OBERTO SPINOLA , armò le sue galee e si gettò all’inseguimento degli offensori; ne poteva seguire la scia di sangue e fiamme lasciati nei paesi lungo tutta la costa, mancando l’obbiettivo sempre di poche ore, i pisani ripararono allora nelle acque sicure di Porto Pisano.

    Quattro miglia di mare dividono i dolci colli toscani dalle secche della MELORIA e lì pareva la storia, non già l’uomo, aver fissato l’appuntamento delle due flotte, consapevoli entrambe che il risultato dello scontro sarebbe stato determinante per il futuro di due potenze, le massime che allora si potessero trovare sui mari , gloria al vincitore e morte per lo sconfitto. I pisani sicuri della loro superiorità numerica presero il largo ed affrontarono il nemico a viso aperto, vi erano tutti, popolani, mercanti, nobili e perfino il vescovo. Due uomini, ODERTO DORIA , genovese, e ALBERTO MOROSINI, veneziano impiantato a Pisa, si studiavano; due erano i vessilli che sventolavano, uno bianco sormontato da una croce rossa come il sangue e l’altro d’un regale porpora con, al centro, una croce bianca; due eserciti di liberi cittadini si insultavano con grida, sputi, bestemmie; due flotte repubblicane si sfidavano; due potenze decidevano in quel giorno le sorti del mediterraneo.

    Era il giorno di San Sisto, il santo dei pisani ma quel 6 agosto fu soprattutto il giorno dei genovesi che con astuzia ed ardimento riuscirono a sconfiggere un nemico non meno agguerrito né meno valoroso.

    Mentre i legni del Morosini e del Doria si davano battaglia, spuntò dal suo nascondiglio, dietro un promontorio o un’isola, non importa, BENEDETTO ZACCARIA che, tesa una catena tra due galee, falciò l’ammiraglia pisana sulla quale sventolava il vessillo cittadino, segno che la guerra era finita. Uniche galee superstiti quelle del conte UGOLINO della GHERARDASCA accusato poi di vigliaccheria e condannato a morte, seppur fosse riuscito a sottrarre al massacro venti unità ed i loro equipaggi.

    Sette navi pisane affondarono e trenta vennero catturate; cinquemila i caduti in battaglia e più di novemila i prigionieri, “chi vuol veder Pisa vada a Genova”, si diceva nelle Italie del tempo. In quella Pisa genovese però, un tale RUSTICHELLO, poeta pisano che della vittoria genovese sarebbe divenuto il più celebre protagonista.
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    Predefinito Battaglia di Poitiers

    Data: 19 SETTEMBRE 1356
    Luogo: POITIERS (o Mapertuis)
    Eserciti: Inglesi e Francesi
    Contesto: Guerra dei "Cento Anni"

    Protagonisti:
    EDOARDO III (Il Principe nero) figlio del Re d'Inghilterra
    GIOVANNI II (IL BUONO) - Re di Francia

    LA BATTAGLIA.

    Dopo la decapitazione di alcuni nobili normanni, accusati di tradimento dal re di Francia, Giovanni II, e l'arresto con la stessa accusa di Carlo di Navarra, rinchiuso nello Chatelet di Parigi, la Normandia si allea nuovamente con l'Inghilterra e ne richiede l'intervento per riacquistare le proprietà confiscate dal re francese.

    Nel mese di luglio, gli inglesi sbarcano così in Normandia, nella città di Cherbourg, guidati dal Duca di Lancaster.

    Contemporaneamente il Principe ereditario inglese Edoardo, detto il "Principe Nero" avanza da Bordeaux verso nord alla testa di un esercito di 8.000 uomini tra inglesi e guasconi.
    Saccheggiando tutto lungo la strada, il Principe Nero raggiunge la Loira il 3 settembre ma non riesce ad andare oltre perchè tutti i ponti sono stati distrutti dai francesi che sono presenti nella zona con ingenti truppe.

    Vista la situazione e considerato che il suo esercito è ora appesantito da dall'ingente bottino già conquistato, il principe inglese decide di ritirarsi ritornando verso Bordeaux.
    Nel frattempo, Giovanni II ha emanato il bando di mobilitazione generale per la difesa del regno, con l'ordine per tutti gli uomini abili alle armi di concentrarsi a Chartres nella prima settimana di settembre.

    Sentendosi minacciati dalla presenza del nemico nel cuore del Paese, la stragrande maggioranza dei nobili risponde alla chiamata alle armi del re, che riesce così a formare il più numeroso esercito francese di tutto il Trecento, con una forza che ammonta all'incirca a 16.000 uomini.
    Ma l'organizzazione complessiva dell'esercito francese lascia ancora a desiderare malgrado il tentativo fatto dalla Corona di imporre un certo ordine con l'ordinanza emanata nel 1351 (vedi) che però ha avuto scarsi risultati.

    Intorno al 10 settembre, le truppe francesi attraversano la Loira nella zona di Orleans e muovono verso sud all'inseguimento degli anglo-guasconi agli ordini del Principe Nero, che ora si trova un pò più a sud della città di Tours.
    Qui viene raggiunto da una delegazione di cardinali, inviati dal Papa con l'incarico di tentare una mediazione tra i contendenti ed evitare così lo scontro, ma gli inglesi rifiutano ogni proposta.

    Il piano di Giovanni è quello di raggiungere a marce forzate la cittadina di Poitiers, prima degli inglesi, così da tagliare loro la strada in direzione di Bordeaux.
    Per alcuni giorni i due eserciti marciano uno dietro l'altro, con gli inglesi avanti stanchi ed appesantiti e i francesi dietro che guadagnano sempre più terreno.

    Il contatto avviene domenica 18 settembre pochi chilometri a sud di Poitiers.
    Giovanni decide di non attaccare subito, perdendo tempo prezioso, per le insistenti richieste del cardinale inviato papale, che vuole tentare un'ultima mediazione.
    Così i francesi si accampano e lasciano passare tutta la giornata, offrendo al nemico il tempo di trincerarsi a difesa nella posizione migliore offerta dal terreno del luogo dove si trova.
    Infatti gli inglesi hanno modo di costruire palizzate e piazzare i loro formidabili arcieri su un'altura in posizione riparata.

    Falliti tutti i tentativi di accordo, mediato dai prelati, in serata si tiene un consiglio di guerra dei più grandi nobili di Francia, nella tenda del re, in cui è deciso il piano d'attacco, che avverrà secondo i soliti canoni cavallereschi e non secondo una più efficace strategia militare. L'unica novità che il re decide di introdurre è quella di condurre un attacco con soli 400 uomini a cavallo, mentre il resto dell'esercito avanzerà a piedi.

    All'alba del 19 settembre l'esercito francese viene schierato in formazione classica d'attacco su tre battaglioni posti uno dietro l'altro, senza nessun appoggio sul fianco, e davanti il gruppo dei 400 cavalieri, scelti tra i migliori, che devono lanciare il primo attacco frontale.
    Il Principe Nero, che teme la disfatta a causa della schiacciante superiorità numerica del nemico, decide di tentare di ritirarsi con la cavalleria.
    Ma gli alti pennoni vengono scorti da lontano da uno dei due marescialli francesi che comandano i 400 valorosi in testa, il quale ordina subito la carica per evitare che gli inglesi fuggano.
    A questo punto Edoardo torna sui suoi passi ed incita i suoi a battersi con onore attenendosi strettamente agli ordini.

    L'attacco frontale della cavalleria francese si trasforma ben presto in un'orrenda strage di uomini e bestie a causa dell'enorme numero di frecce che si abbattono sugli attaccanti. Una volta caduti da cavallo, i cavalieri non riescono a rialzarsi a causa della pesante armatura e vengono decimati dai fanti inglesi.
    Il primo battaglione appiedato, comandato dal Delfino che non ha alcuna esperienza di guerra, avanza nella terribile confusione creata dalla cavalleria allo sbando e, malgrado molti combattano accanitamente, è costretto ad indietreggiare verso il secondo battaglione, comandato dal Duca d'Orleans. Quest'ultimo, vista la situazione, viene preso dal panico e scappa con tutte le sue truppe verso la città di Poitiers.
    A questo punto avanza il terzo battaglione comandato personalmente dal re Giovanni deciso a vincere o a morire.

    Ma il Principe Nero, che scruta dall'alto della collina ciò che accade sul campo di battaglia, ordina ad un gruppo di cavalieri di aggirare ed attaccare alle spalle i francesi e si lancia con tutto il resto delle truppe contro la posizione dove si trova il re, indicata dal vessillo con l'Orifiamma che simboleggia l'insegna militare dei sovrani francesi e che si fa risalire addirittura a Carlo Magno.
    I cavalieri francesi combattono con ferocia per difendere il proprio onore ed il proprio sovrano, ma alla fine Giovanni II è costretto ad arrendersi e viene fatto prigioniero.
    Persa la guida del re, le restanti truppe si sbandano rapidamente fuggendo in ogni direzione.

    La tremenda disfatta subita in questa battaglia priva la Francia, oltre che del sovrano, di tutta la nobiltà maggiore e di gran parte di quella minore. I numerosissimi nobili catturati vengono rilasciati sulla parola con l'impegno di pagare il riscatto in breve tempo, perchè non possono essere trasferiti in Inghilterra a causa del loro alto numero.

    Ma più che i tantissimi morti, impressiona tutta la Francia la voce, che si sparge rapidamente, secondo la quale molti sono fuggiti dalla battaglia per codardia. Questo provoca in qualche caso la rivolta della gente comune contro i signori, a cui è soggetta dal vincolo feudale, che chiedono denaro per pagare il riscatto promesso agli inglesi.
    L'unico ad essere salvato dai francesi è il re Giovanni II, che viene visto come un eroe costretto ad arrendersi per il tradimento dei nobili vigliacchi.

    Il Principe Nero, dimostratosi in questa occasione abile e tenace comandante militare, si ritira subito verso Bordeaux portandosi dietro il prezioso prigioniero ed un enorme bottino.
    Dopo sette mesi Edoardo fa ritorno in patria recando prigionieri il re e molti nobili francesi.
    Intanto a Parigi per il Delfino iniziano grandi difficoltà dovute anche alle turbolenze popolari.
    Il delfino CARLO, mentre il padre è prigioniero, deve fare agli Stati Generali una serie di concessioni (Grande ordinanza) in materia di controllo delle finanze dello Stato, che però andranno ad indebolire l'assolutismo regio.
    L'anno successivo la Francia inizia ad essere sconvolta da una serie di agitazioni, con un movimento insurrezionale dei contadini contro i nobili; detto jacquerie.
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    ASCOLI PICENO. CERTI UOMINI NON CERCANO QUALCOSA DI LOGICO, COME I SOLDI. NON SI POSSONO NE' COMPRARE NE' DOMINARE. NON CI SI RAGIONA E NON CI SI TRATTA. CERTI UOMINI VOGLIONO SOLO VEDER BRUCIARE IL MONDO.
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    Predefinito Battaglia di Anghiari

    29 Giugno 1440


    1. Il 29 Giugno 1440 il cardinale Trevisan Ludovico, detto Scarampo Mezzarota, legato di Papa Eugenio IV, riorganizzato sotto l'obbedienza della chiesa un esercito di 4.000 uomini, si trasferì ad Anghiari. Qui era atteso dall'esercito fiorentino, forte anch'esso di 4.000 unità, e da una compagnia della Repubblica di Venezia di 300 cavalieri, al comando di Micheletto Attendolo Sforza.
    Nello stesso giorno, si distribuirono le aree per gli alloggiamenti degli eserciti della Lega nel territorio attorno ad Anghiari. Nell'area di Maraville si attestò l'esercito di Eugenio IV, sotto il comando di Simonetta da Castelpeccio. Nell'area tra Palazzolo e le chiese di S. Girolamo e S. Stefano, si acquartierò l'esercito fiorentino, riunito sotto la guida di Neri Capponi e Bernardetto de' Medici, commissari generali dell'esercito, nominati dalla Repubblica Fiorentina. A questo contingente si erano aggregate le compagnie dei capitani anghiaresi, tra i quali: Agnol Taglia, Grigorio di Vanni e Leale di Anghiari.

    2. Nella notte tra il 28 e il 29 Giugno, Niccolò Piccinino, alla testa di un esercito, numericamente superiore a quello della lega, al soldo di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, deliberò di venire a giornata - cioè di scontrarsi in battaglia - con l'esercito della Lega che stazionava ad Anghiari.
    Il Piccinino sicuro della sua superiorità, dopo un'escursione notturna nel campo nemico, mosse le sue genti dal campo di Selci. Nel giorno 29 Giugno, senza che i nemici se ne accorgessero, entrò in Sansepolcro e raccolse oltre 2.000 uomini, attratti dalle virtù militari del capitano visconteo e desiderosi di fare il sacco ai castellani di Anghiari.

    3. Era il 29 Giugno 1440, ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo, quando Niccolò Piccinino, nelle ore pomeridiane, puntò con il suo esercito su Anghiari.

    4. L'azione militare basata sulla sorpresa, forse, sarebbe riuscita, al Piccinino se Micheletto, dal suo alloggiamento presso Monteloro, non avesse visto un sottile polverio sullo stradone fra Sansepolcro e Anghiari, il quale ingrossando, dette conferma dell'approssimarsi dell'esercito nemico.

    5. Micheletto Sforza, dato l'allarme, con i suoi cavalieri corse subito all'imbocco del ponte sul canale per organizzare una prima difesa contro i milanesi e consentire ai commilitoni della cavalleria di mettersi in arnese per la battaglia.

    6. In breve tempo, i capitani della lega giunsero nel campo presso il ponte sul canale: Simonetta da Castelpeccio, Giovanpaolo Orsini, Leale di Anghiari, Niccolò da Pisa ed altri ancora.
    Tennero consiglio e, quando l'esercito milanese era a meno di un tiro di balestra dal ponte sulla reglia, fu stabilito che l'esercito del Simonetta coprisse il lato destro dello schieramento, quello fiorentino-anghiarese il lato di centro e sinistro, mentre, i cavalieri veneziani ebbero il compito di provvedere alla difesa del ponte come unità mobile di tutto lo schieramento. Le fanterie frattanto, presero posizione lungo i ciglionamenti del canale e, con le loro balestre, colpirono sui fianchi l'esercito aggressore.

    7. Eroica fu la difesa della cavalleria veneziana all'imbocco del ponte. Micheletto ed i suoi dovettero più volte ricacciare indietro gli inimici finchè, di fronte ad un attacco cruento di Francesco Piccinino e di Astorre Manfredi, la cavalleria di Micheletto fu percossa e sospinta dal ponte fino all'inizio dell'erta.
    8. In questa fase la battaglia s'accese e, come dicono le cronache, intervennero fatti mirabili. Il Simonetta alleggerì la pressione sul fianco destro del fronte, costringendo Francesco Piccinino ed Astorre Manfredi a ritirarsi sino al ponte ove la zuffa aumentò in modo tragico.
    Si combattè, per quasi quattro ore, senza soluzione di continuità sul ponte della reglia ora dominato dai milanesi, ora dominato dai fiorentini. In queste vicende alterne della battaglia, cadde prigioniero dei viscontei Niccolò da Pisa; rischiò la cattura anche Micheletto. Già sembrava che lo scontro fosse favorevole al Piccinino per un'azione fulminea lungo l'asse dello stradone -da S. Stefano alla porta degli Auspici-, quando il Simonetta e l'Orsini scesero dal colle tra Palazzolo e Maraville con una schiera serrata di armati. Liberarono Niccolò da Pisa e, con un'operazione a tenaglia, divisero in due parti l'esercito del Piccinino, un terzo del quale rimase chiuso di qua dal ponte verso Anghiari.

    9. Era già notte alta, quando la battaglia si concluse con la vittoria dell'esercito della lega. Aveva giocato a suo favore la conoscenza del luogo, la stanchezza delle genti e dei cavalli del Piccinino, ma soprattutto, come riferisce Lorenzo Taglieschi negli "Annali della Terra di Anghiari", l'essersi in verso il declino del sole levato un vento impetuoso molto, il quale, gettando la polvere nel volto e negli occhi de' suoi, tolse loro il vedere ed il respirare, chiede finalmente la vittoria a quelli della lega i quali, passato grossi il ponte con gran ferocia urtato addosso a nimici, in guisa li disordinarono che non trovando più tempo né comodità di rimettersi insieme li costrinsero a fuggire, essendo Nicolò, con mille cavalli, al Borgo ricoveratosi.

    10. Alla conclusione si contarono molti morti e feriti, 600 corpi di cavalli restarono sul campo tra l'una e l'atra parte.
    Dice dunque Neri Capponi che di 26 capi di squadre de' nimici 22 ne furono prigionieri, 400 huomini d'arme, 1540 borghesi da taglia che insomma furono tutti 300 cavalieri, ma che, aiutati dai medesimi vincitori, secondo la stolta disciplina di quei tempi, gli huomini d'arme, e le persone di qualità a fuggirsi. Con gran fatica da commissari fiorentini furono condotti ad Anghiari sei capitani di conto prigionieri; Astorre Manfredi, Lodovico da Parma, Romano da Cremona, Sacromoro Visconti, Danese e Antonello della Torre. Fu nondimeno la preda grandissima".

    11. Nondimeno è da considerare che questa vittoria, se ben si fuggì il Piccinino, con non più di mille cavalli, fu molto più utile per la Toscana che dannosa per il Visconte; iperocchè, se i fiorentini perdevano, la Toscana veniva tutta in mano al Piccinino, la dove, perdevano, egli non perdette altro che l'armi e i cavalli del suo esercito i quali, con non molti danni, potè riavere facilmente.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

  8. #68
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    Predefinito Battaglia di Otranto

    Data: 27 LUGLIO 1480
    Luogo: Otranto.
    Eserciti: Flotta navale TURCA di Maometto II contro l'Italia
    Contesto: Eredità dei principi di Taranto ed espansione dei turchi in occidente
    Protagonisti:
    GEDIK AHMED PASCIA (Generale turco)
    DON ALFONSO DUCA DI CALABRIA (Comandante della guarnigione otrantina)
    Altri protagonisti nella seconda fase: il duca d'Urbino Ciro Ciri e il francese Pietro D'orfeo.

    28-LUGLIO-1480.

    Nella guerra d'Otranto (1480-81) c'era Gedik Ahmed Pascià, uno dei più formidabili fra i generali ottomani, da poco elevato alla carica di 'sançak bey' di Valona in Albania (cioè governatore del sangiaccato di Valona; un sangiaccato é parte di una provincia). In questo giorno sferrò per ordine del sultano Maometto II un grande attacco all'Italia.
    Maometto II prese a pretesto presunti diritti da parte dei turchi all'eredità dei principi di Taranto. La verità è che il sultano pare ambisse a conquistare Roma e l'Italia, come pure a distruggere il potere del re di Napoli Ferrante colpevole di avere aiutato gli insorti albanesi.

    Non é chiaro esattamente a quanto ammonti la forza della spedizione: le fonti parlano di una flotta che va dalle 70 alle 200 navi con a bordo fra i 18.000 e i 100.000 turchi.
    Grazie alla cinica neutralità di Venezia, l'attraversamento del Canale di Otranto fu tranquillo. La scelta della città di Otranto come luogo dello sbarco fu naturale: era la città più vicina alle coste albanesi e soprattutto era un ottimo porto per la flotta turca. Ai primi momenti dello sbarco vi furono isolate scaramucce fra i soldati della guarnigione otrantina e le forze nemiche che sbarcavano, ma ben presto i soldati, intimiditi dal continuo accrescersi della potenza del nemico, si rifugiarono fra le mura.

    29-LUGLIO-1480.

    La guarnigione insieme a tutti gli abitanti abbandona il borgo in mano ai turchi e si ritirano nella cittadella, cioè nel Castello d'Otranto. Venne chiesta da Ahmed Pascià la resa, ma i difensori respinsero immediatamente la richiesta.

    11-AGOSTO-1480.

    La cittadella, sprovvista di cannoni e le cui mura vengono continuamente colpite dalla formidabile artiglieria ottomana, dopo due settimane di disperata resistenza nella vana attesa di soccorsi da parte del re e di suo figlio Don Alfonso duca di Calabria (da cui dipendeva la città), viene espugnata dai turchi. Si consuma un terribile massacro: tutti i maschi con più di quindici anni vengono uccisi mentre le donne e i bambini sono ridotti in schiavitù (secondo alcuni i morti furono 12.000 e gli schiavi 5000, ma é dubbio che la città avesse tanti abitanti). Una delle carneficine più terribili avvenne nella cattedrale dove tutto il clero e i molti civili ivi rifugiatisi vennero sterminati (dopo la chiesa in segno di ulteriore spregio fu ridotta a stalla per i cavalli).

    Particolarmente tragico fu il destino dell'arcivescovo Stefano Pendinelli e del comandante della guarnigione, il conte Francesco Largo: vennero letteralmente segati vivi. Da queste terribili stragi la città non si riprenderà mai più diventando una località marginale rispetto a Lecce.

    12-AGOSTO-1480.

    Si consuma il secondo atto della tragedia: 800 otrantini che si sono rifiutati di abiurare alla fede cattolica vengono trascinati sul Colle della Minerva e lì decapitati. Riconosciuti ufficialmente martiri dalla chiesa e le loro ossa si trovano in sette grandi armadi in legno nella Cappella dei Martiri ricavata nell'abside destro della cattedrale di Otranto (altri loro resti sono nel Duomo di Napoli). Sopra il Colle della Minerva si trova ora una chiesetta a loro dedicata, Santa Maria dei Martiri.

    FINE AGOSTO -1480.

    Dopo la presa di Otranto Ahmed Pascià compie una manovra diversiva al fine di disorientare il comandante delle truppe aragonesi Don Alfonso duca di Calabria: attacca dal mare con 70 navi la città di Vieste nel Gargano, che viene messa a ferro e fuoco.

    12-SETTEMBRE-1480.

    I turchi incendiano la chiesetta di Santa Maria di Merino a sette chilometri da Vieste (era tutto ciò che già allora rimaneva di quell'antico borgo): essa custodiva la Madonna di Merino (scultura in tiglio scolpita fra il XIV e il XV che pare sia la parte superstite di un gruppo raffigurante l'Annunciazione) che si diceva fosse stata trovata da alcuni marinai sul lido di Scialmarino ed era immediatamente diventata oggetto di venerazione in tutto il territorio di Vieste e meta di frequenti pellegrinaggi.

    OTTOBRE -1480.

    Gedik Ahmed pascià ripassa il Canale di Otranto con gran parte delle sue truppe dopo aver ripetutamente devastato con continue scorrerie i territori di Lecce, Taranto e Brindisi lasciando a Otranto soltanto una guarnigione di 800 fanti e 500 cavalieri. Nella sua decisione deve aver pesato anzitutto le difficoltà nello sfamare un'esercito così grande in una regione non ricchissima come il Salento, come anche la pressione crescente delle forze aragonesi finanziate dal denaro fiorentino e supportate attivamente dal Papa Sisto IV che proclamò una crociata contro i turchi. Ma é certo che il pascià pensasse di ripassare lo stretto l'anno dopo, e pure i cristiani ne erano convinti: infatti per tutto l'inverno il terrore in Italia rimase altissimo, con continue voci che parlavano di un abbandono di Roma da parte del Papa.

    1-MAGGIO-1481.

    I cristiani mettono il campo vicino ad Otranto; il campo dispone di formidabili apparati di difesa garantiti dal 'Maestro Ingegnere del duca d'Urbino Ciro Ciri e dal francese Pietro D'orfeo. La città e stretta d'assedio sia per terra che per mare.

    4-MAGGIO-1481.

    Avviene un fatto decisivo per l'esito dell'assedio: muore a soli 52 anni il grande sultano Maometto II il Conquistatore. E a lui che si deve la sottomissione di tutti i Balcani (meno la Dalmazia veneziana e la Croazia ungherese) come di tutta l'Anatolia, ma soprattutto la conquista di Costantinopoli, da lui trasformata nella nuova capitale dell'impero (in precedenza era Adrianopoli).

    Il sultano costruì durante il suo dominio una flotta e un esercito di una tale potenza da far tremare l'Europa; particolarmente devastante la sua artiglieria, che non temeva confronti con quella delle potenze occidentali. Anche per questo la notizia della sua morte fu accolta con universale sollievo da parte di tutti i cristiani, sollievo accresciuto dalla notizia di una guerra civile fra due figli di Maometto II, i fratellastri Cem (sostenuto dalla corte e dal Gran Visir) e Bayazid (appoggiato dai giannizzeri). Gedik Ahmed Pascià che si apprestava a sbarcare in Italia appoggiò subito colui che sarebbe stato il futuro sultano Bayazid II e gli chiese supporto per la spedizione in Italia, ma Bayazid, non fidandosi di lui, lo richiamò a Costantinopoli dove lo fece imprigionare (in seguito per ordine del sultano fu assassinato il 18-11-1482 ad Adrianopoli).
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  9. #69
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    Predefinito Battaglia di Scannagallo

    La battaglia di Scannagallo o di Marciano, fu l'episodio culmine di una movimentata campagna militare, manovrata e combattuta, nella quale il grande capitano fiorentino Piero Strozzi cercò disperatamente di rompere il blocco dell'esercito mediceo-imperiale che assediava Siena.

    Per leggere con un minimo di chiarezza lo scontro campale nel quale la Repubblica di Siena e gli oppositori di Cosimo dei Medici si giocarono le sorti stesse della guerra, occorre dunque cercare di analizzare la campagna condotta dallo Strozzi nei mesi precedenti attraverso mezza Toscana. La nostra rassegna, dato lo spazio concesso in questa sede, sarà perciò breve e compendiata al massimo, al fine di delineare con sufficiente chiarezza i principali antefatti che portarono, in quel nefasto 2 di agosto del 1554, l'esercito franco-senese comandato da Piero Strozzi ad accettare battaglia con l'esercito fiorentino-imperiale guidato da Gian Giacomo dei Medici, marchese di Marignano.

    La campagna per la conquista di Siena condotta dal Marignano
    nel gennaio-marzo 1554.

    Nel gennaio del 1554 Piero Strozzi aveva assunto il comando della difesa di Siena mentre, sul fronte opposto, Gian Giacomo dei Medici, marchese di Marignano, si stava portando da Firenze a Poggibonsi per guidare la campagna intrapresa dal duca di Firenze per assoggettare definitivamente la città e lo stato di Siena. Per cercare di aver ragione in breve tempo della repubblica di Siena, il Marignano aveva concepito un piano di attacco abbastanza complesso ma in teoria efficace: si trattava cioè di attaccare il territorio dello stato senese da tre direzioni per isolare Siena e, a questo proposito, l'esercito mediceo-imperiale era stato diviso in tre corpi.
    Il primo corpo dell'esercito, assegnato al conte Federico Barbolani di Montauto, era costituito da circa 800 buoni soldati di fanteria stanziati a Pisa; costoro dovevano imbarcarsi a Livorno, navigare fino all'Elba scortati da una squadra di galere, fare a scalo a Portoferraio dove si sarebbero uniti alla locale guarnigione che avrebbe provveduto a imbarcare materiale da assedio e artiglieria. Il conte di Montauto avrebbe quindi preso terra con questa gente alla foce dell'Ombrone per agire contro Grosseto e Castiglione della Pescaia. In parallelo con questa azione di sbarco, un secondo contingente formato dalle Bande raccolte nel territorio di Campiglia avrebbe dovuto marciare dalla costa verso le colline e conquistare Massa Marittima.

    Il secondo corpo dell'esercito venne affidato al comando di Rodolfo Baglioni, come il primo era composta da un'aliquota di 600 fanti assoldati, acquartierati a Montepulciano, integrati da 2.400 uomini levati sul territorio e inquadrati nelle Bande ducali. Questa forza avrebbe marciato dalla Valdichiana cercando di conquistare prima Chiusi e poi, inoltrandosi verso il territorio senese, prendere Pienza e Montalcino. L'azione del corpo comandato da Rodolfo Baglioni si sarebbe conclusa congiungendosi alle restanti forze del terzo corpo. A Poggibonsi si concentrava infatti il grosso dell'esercito, destinato a investire frontalmente Siena: 4.500 soldati di fanteria, seguiti da almeno 20 cannoni e 1.200 fanti armati di vanghe e zappe, addetti alle opere di trinceramento e approccio alle mura di Siena; come per i primi due corpi anche quest'ultimo doveva essere accompagnato dalle Bande, levate stavolta dalla Valdelsa e dal Volterrano, con il compito di dare il guasto alle campagne della repubblica di Siena per fiaccare la resistenza della città assediata.

    L'integrazione dei pochi soldati professionisti con un gran numero di contadini inquadrati nelle Bande, faceva sì che la maggioranza dell'esercito mediceo-imperiale fosse composta di soldati improvvisati, contadini armati alla meglio e inquadrati nelle Bande da pochi soldati esperti e notabili di provata fede medicea. Commissario generale dell'esercito fu nominato Girolamo degli Albizi e a questa figura di ufficiale, importantissima, spettava il compito di garantire l'approvvigionamento di tutto l'esercito; non era impresa da poco rifornire di vettovaglie così tanta gente ma, come vedremo meglio, durante la campagna estiva che culminò nella battaglia di Scannagallo, il compito nel campo mediceo-imperiale fu assolto egregiamente, a differenza di quanto accadde nel campo di Piero Strozzi, le cui truppe ebbero a patire la scarsità di rifornimenti alimentari.

    Iniziata la marcia da Poggibonsi, in breve l'esercito mediceo-imperiale fu davanti a Porta Camollia che, la notte del 26 gennaio, sotto gli scrosci d'acqua di un violento temporale, fu assaltata dalle fanterie medicee al lume incerto dei fanali, portati dai soldati su lunghe pertiche. La mischia fu violenta ma i medicei riuscirono solo a conquistare il bastione di Santa Petronilla; gli uomini del Marignano tentarono quindi di entrare in città ma la resistenza senese, pur disorganizzata, riuscì a fermare con una sortita di 300 archibugieri a Porta Camollìa le truppe medicee. Fallito sostanzialmente il primo assalto il Marignano dette ordine di iniziare le operazioni di assedio contro Siena; cominciò così il blocco della città, parziale in quanto il Marignano disponeva di un esercito scarso, insufficiente a circondare completamente Siena.
    Gli altri due corpi nei quali era stato diviso l'esercito non ottennero risultati di rilievo: Rodolfo Baglioni dalla Val di Chiana aveva tentato di conquistare invano Pienza e si era ricongiunto al grosso dell'esercito nel campo di Santa Petronilla, molestato da una sortita di archibugieri senesi. Federico di Montauto, sbarcato sulla costa in condizioni critiche a causa di una tempesta, fallì l'espugnazione di Grosseto mentre navi francesi battevano il canale di Piombino conducendo una efficace guerra corsara; il Montauto cercò pertanto di ricongiungersi presto a Siena con il grosso dell'esercito guidato dal Marignano mentre bande fiorentine agli ordini del colonnello Lucantonio Coppi, detto Cuppano, antico soldato delle Bande Nere, continuavano a molestare le maremme impegnando i franco-senesi intorno all'importante piazzaforte di Piombino. Nel frattempo Cosimo I, in attesa dell'arrivo dei rinforzi imperiali, si adoperava per ingrossare le fila del suo esercito, assoldando Ascanio della Cornia con 6.000 fanti e 300 cavalli.

    Tra febbraio e marzo di quell'anno 1554 i comandanti dei due eserciti contrapposti ordinarono ai loro capitani di condurre azioni di guerriglia, condotte peraltro con ferocia dalle genti del Marignano. Sul fronte della Valdichiana, già nel marzo, Rodolfo Baglioni e Ascanio della Cornia, partiti da Montepulciano con 3.000 fanti e 400 lance, occupata Torrita, si erano accampati al ponte a Valiano. Da qui si erano lanciati in scorrerie per le campagne, toccando Lucignano che però era fortificata e presidiata da fanterie senesi. La sola resistenza di un borgo fortificato vanificava il piano programmata dal Marignano che avrebbe avuto bisogno, per essere attuato, di reparti molto più addestrati e meglio collegati di quelli che si trovava a comandare.
    Il 23 marzo del 1554, le truppe medicee operanti in Valdichiana tentarono di entrare in Chiusi dopo aver trattato con Santuccio da Pistoia, capitano della piazza; l'accordo prevedeva che Ascanio della Cornia e Rodolfo Baglioni sarebbero entrati in città con soli 600 fanti e pochi cavalli attraverso una porta aperta. Il sagace Santuccio da Pistoia circondò però i medicei mentre, fiduciosi, erano in fase di avvicinamento, l'imboscata ebbe pieno successo e nella mischia i senesi riuscirono ad uccidere Rodolfo Baglioni e almeno 400 soldati, Ascanio della Cornia fu ferito e catturato insieme al resto dei soldati medicei. L'insuccesso per i medicei fu bruciante: un intero corpo dei tre in cui era diviso l'esercito era stato quasi annientato dal nemico, tuttavia Ascanio della Cornia venne presto sostituito sul teatro di operazioni in Valdichiana da Vincenzo de' Nobili che seguitò la guerriglia ai danni delle comunicazioni e vie di rifornimento senesi.

    La prima sortita da Siena di Piero Strozzi.

    L'11 di giugno del 1554 Piero Strozzi lasciava Siena con una forza di 30 insegne di fanti di cui 6 senesi: circa 6000 uomini divisi in 200 uomini per bandiera e 7 guidoni di cavalleria, in totale circa 500 cavalli. Le truppe erano seguite da 400 contadini armati di picconi e zappe e numerose salmerie, circa 100 bestie da soma cariche di polvere, funi, scale, legname per costruire ponti, trombe da fuoco e relative munizioni. Nella città alleata restava un debole presidio francese che però il giorno seguente all'uscita di Piero Strozzi veniva integrato dall'atteso arrivo dei volontari fiorentini dell'Altoviti, circa cinque compagnie di fanteria e due di cavalleria. Questi reparti erano distinti dalle celebri insegne verdi, decorate con varie scritte; quelle donate da re Enrico II di Francia portavano cucita una H d'oro; altre la sigla "SPQF" (Senatus Popolusque Florentinus), la scritta "LIBERTAS" con lo scudo d'argento alla croce di rosso dell'antico Popolo fiorentino, oppure il motto dantesco "Libertà vo cercando ch'è sì cara".
    La sortita dello Strozzi era destinata ad alleggerire la pressione dell'assedio in quanto difficilmente le truppe Fiorentino-Spagnole impegnate nel blocco della città sarebbero rimaste immobili mentre la spedizione dirigeva a marce forzate da Siena a Volterra in direzione di Pisa. Dopo due soli giorni le avanguardie della cavalleria franco-senese erano a Pontedera, costringendo il Marignano a lasciare l'assedio per cercare di intercettare, marciando per linee interne, l'esercito senese. Dal 15 al 19 giugno il Marignano e Vincenzo de' Nobili mossero via San Casciano fino ad Empoli ma già il 17 Piero Strozzi, entrato nel territorio della repubblica di Lucca, si era ricongiunto sul Serchio a Ponte a Moriano con i 3.500 fanti, 700 cavalli e 4 cannoni condotti dal capitano francese Forquevaulx che li aveva condotti dalla Mirandola attraverso i valichi dell'Appennino fino in Toscana. Riunite le forze, Piero Strozzi si buttò decisamente verso la Valdinievole, costringendo il Marignano, le cui avanguardie avevano incontrato il nemico a Pescia, a battere in ritirata verso Pistoia.

    Nei giorni del 20 e 21 giugno lo Strozzi conquistò Montecarlo e Montecatini ma il successo della brillante manovra di congiungimento con i rinforzi francesi era riuscito solo a metà: le ulteriori forze francesi attese nel porto di Viareggio non si decidevano ad arrivare e Piero Strozzi non si arrischiò a battersi con il Marignano che pure seguiva i suoi spostamenti per mezza Toscana, contromanovrando e tallonando i franco-senesi. Il 24 giugno l'esercito mediceo-imperiale era a Fucecchio sull'Arno con una forza di 2.000 spagnoli, 3.000 tedeschi, 6.000 italiani e 600 cavalli mentre Piero Strozzi faceva passare l'Arno con ponti volanti ai suoi franco-senesi per marciare verso Pontedera; nello stesso giorno, a Bocca d'Arno, sbarcavano 800 soldati spagnoli e un certo numero di reclute corse provenienti dalla Corsica al comando di don Lorenzo Juarez de Figueroa. La situazione dei franco-senesi stava precipitando: complessivamente Piero Strozzi disponeva di circa 9.500 fanti e forse 1.200 cavalli con i quali avrebbe potuto affrontare una battaglia campale in condizioni però di inferiorità numerica e, inoltre, i suoi uomini dovevano essere terribilmente affaticati dopo dodici giorni di marce e contromarce ininterrotte che li avevano portati da Siena fino a Ponte a Moriano ben oltre Lucca, da qui a Pescia e Montecatini e infine a Pontedera.

    La ritirata verso Siena diventò una mossa obbligata, passato l'Arno i due eserciti si trovarono schierati a vista nei pressi di San Vivaldo, tra Castelfiorentino e Volterra ma Piero Strozzi riuscì a condurre i suoi uomini fino a Siena a marce forzate.
    Nella città assediata la situazione era drammatica: il presidio lasciatovi a guardia non era riuscito a rifornire la città di scorte alimentari, quelle poche accumulate stavano finendo inesorabilmente, inoltre la siccità non dava tregua e quel poco che poteva esser stato seminato negli orti cresceva a stento. Il rientro di Piero Strozzi con i soldati stanchi e affamati avrà contribuito a peggiorare ulteriormente la situazione alimentare e deprimere gli animi, per cui agli assediati non restava da seguire altra strategia che quella delle sortite, già intrapresa peraltro con successo.
    La flotta francese cercava nel frattempo di alleggerire la pressione dei Fiorentino-Spagnoli su Siena operando per l'assedio di Pombino, nelle maremme la guerra imperversava tra Suvereto, Scarlino e Buriano, condotta con efficacia per i fiorentino-spagnoli dal capitano Cuppano, governatore indomito di Piombino. In questa dura guerra maremmana, parallela a quella condotta sul fronte collinare di Siena, trovò la morte nel giugno Leone Strozzi, fratello di Piero, ucciso da un colpo di archibugio sotto Scarlino. Siena assediata aveva assoluta necessità di mantenere i contatti con l'esterno grazie al controllo dei porti maremmani, unica via attraverso la quale potevano affluire i rinforzi francesi; il 27 dello stesso mese Forquevaulx partiva da Casole con 65 insegne diretto verso la maremma piombinese dove una flotta francese avrebbe dovuto prendere terra con rinforzo di truppa; la spedizione aveva l'intento di conquistare Piombino e anche Piero Strozzi vi partecipò ma senza conseguire il risultato più importante, cioè la presa di Piombino. Finalmente l'8 di luglio una flotta francese sbarcava a Scarlino il comandante Blaise de Montluc, con 10 compagnie di Francesi e una di Tedeschi comandata da Georg Reckenrot. Con le truppe congiunte del Montluc e Forquevaulx, Piero Strozzi, vista l'impossibilità di conquistare Piombino, muoveva così da Scarlino rientrando verso Siena.

    La seconda sortita da Siena di Piero Strozzi.

    Il 17 luglio 1554 Piero Strozzi decideva di lasciare Siena per tentare una manovra di alleggerimento verso la Val di Chiana, al fine di impegnare ancora una volta il nemico con la sua collaudata strategia di movimento. La difesa di Siena era seriamente compromessa a causa della critica situazione alimentare e solo una vittoria decisiva in campo aperto avrebbe potuto consentire la rottura del blocco. Piero Strozzi ripeteva su maggiore scala la strategia seguita 24 anni prima da Francesco Ferrucci quando questi, alla testa di pochi uomini, era riuscito a conquistare Volterra stornando le forze imperiali dall'assedio di Firenze. Anche stavolta comunque le forze imperiali avevano, oltre il favore del numero, l'innegabile vantaggio di poter manovrare per linee interne.
    Alla difesa di Siena restava Blaise de Montluc con 2.000 fanti e 100 cavalli. L'uscita da Siena dell'esercito franco-senese fu come una grande parata fuori dalla porta a Ovile: Piero Strozzi conduceva con se, bandiere al vento, un migliaio di cavalli e qualcosa come 14.000 uomini, seguiti da 5 cannoni, 10 carri di palle e 10 carri di polvere, 7 some di scale, molti altri muli carichi di zappe e pale e 4 compagnie di guastatori. Era una forza militare considerevole che lo Strozzi intendeva portare rapidamente verso la Val di Chiana con l'intento principale di fare bottino e rifornimento di granaglie per sfamare la città assediata. La marcia delle truppe seguì la strada che da Siena porta verso Asciano, parte delle truppe procedette invece per la via di Rapolano, in direzione della Chiana fiorentina. Durante la marcia l'esercito franco-senese attraversò tutta una serie di borghi e luoghi forti scarsamente presidiati dai medicei: Poggio Santa Cecilia, le Serre di Rapolano e Pozzuolo furono conquistati senza fatica. La resistenza opposta dalle sparute guarnigioni fu quasi nulla e anche il soccorso di un centinaio di archibugieri medicei, spediti in soccorso da Arezzo sulla via di Monte San Savino furono fermati a Ciggiano dai Francesi.

    In breve l'esercito franco-senese fu sotto Lucignano e il giovedì 19 luglio Piero Strozzi muoveva da Lucignano verso Alberoro e Tegoleto, in direzione di Arezzo, sempre devastando la campagna, mentre alcuni dei suoi reparti avanzati ingaggiavano combattimento contro Marciano e occupavano Monte San Savino. La sortita stava avendo successo: un forte esercito stava avanzando depredando le campagne in pieno dominio mediceo, suscitando lo sdegno e la rabbia di Cosimo dei Medici che da Firenze tempestava di corrieri il Marignano, sollecitandolo a muoversi e ad agire contro una scorreria che pareva crescere ogni giorno più minacciosa.
    Il venerdì 20 di luglio Piero Strozzi era davanti alle porte di Arezzo con un'avanguardia di 400 cavalli e 200 archibugieri; verso le undici del mattino i senesi attaccavano il ponte Murato sulla Chiana, peraltro quasi asciutta a causa della siccità che imperversava quell'estate. Il ponte era presidiato da 25 archibugieri che si difesero gagliardamente per un paio d'ore fino all'esaurimento delle munizioni. Arezzo era difesa da una vecchia conoscenza di Piero Strozzi: Girolamo Accorsi detto il Bombaglino, un capitano aretino che nel 1537, dopo la battaglia di Montemurlo, aveva preso prigioniero il vecchio Filippo Strozzi, padre di Piero; alla difesa di Arezzo con il Bombaglino era il capitano Ventura da Castello e una piccola guarnigione di 200 fanti e pochi altri uomini a cavallo. Verso l'una del pomeriggio soldati francesi apparvero davanti a porta Santo Spirito, parte venivano da Maccagnolo altri scendevano giù dalla collina del Duomo Vecchio. Fuori della porta si accese un breve combattimento tra i francesi e i difensori nel quale cadde ferito Clemente della Cervara, ma dalla strada di Cortona stava arrivando una colonna di rinforzo condotta da Camillo Colonna, circa 3.000 soldati reclutati di fresco nella zona di Roma, soldati poco efficienti che avevano alla loro testa un uomo talmente sofferente di gotta da dover essere trasportato in portantina; nonostante l'aiuto arrivato ai difensori di Arezzo apparisse così vago pure il numero degli uomini fu sufficiente a rianimare i difensori. Al tramonto i Francesi si ritiravano per accamparsi a Tegoleto, poco oltre Pieve al Toppo.

    Il giorno seguente, sabato 21 luglio 1554, Piero Strozzi lanciò scorrerie verso Laterina e Castel Fiorentino e, allo stesso tempo, ordinava ai suoi di assaltare Marciano della Chiana, difesa da Lattanzio Pichi dal Borgo con 30 soldati medicei e, naturalmente, dagli abitanti. Nonostante il presidio tentasse qualche resistenza il paese fu conquistato dei senesi e saccheggiato. Piero Strozzi, per assicurarsi un punto forte, lasciò nel castello di Marciano una guarnigione di 12 compagnie di Senesi e fuorusciti fiorentini al comando dei capitani Niccolò Forteguerri, Marcello Palmieri e Mario Sforza. Un piccolo distaccamento salì ad occupare il castello di Oliveto che sorge nel luogo dove si erano accampati i franco-senesi, le piane giacenti fra Tegoleto, Alberoro e Battifolle, nella vasta piana antistante Arezzo. L'intento dello Strozzi era di consolidare la presa sul territorio conquistato e di approfittare della situazione per cercare di fare quanto più bottino fosse possibile, battendo le campagne in cerca di viveri; a questo scopo il 22 luglio, domenica, Piero Strozzi concesse a 25 uomini per compagnia di saccheggiare i dintorni. Circa 3.000 uomini si lanciarono in scorrerie nei dintorni: un forte contingente di soldati svizzeri dei Grigioni fu mandato a Lucignano per requisire il grano che vi avessero potuto trovare.

    Se la sortita da Siena e la conseguente marcia fino alle porte di Arezzo di Piero Strozzi non aveva incontrato grossa resistenza si doveva agli indugi nel campo fiorentino-spagnolo; ma all'alba di domenica 22 luglio le truppe comandate dal Marignano cominciarono a lasciare i campi trincerati intorno a Siena per muoversi lentamente verso ponte a Bozzone e arrivare il lunedì successivo, 23 luglio, a San Gusmè, località posta tra Castelnuovo Berardenga e Brolio. A San Gusmè il Marignano si congiunse con Juan Manrique che portava al grosso dell'esercito 2.000 fanti e 200 cavalieri, oltre a Marcantonio Colonna a capo di 50 uomini d'arme. L'esercito del Marignano contava ora circa 15.000 fanti, 1.000 cavalleggeri e 300 uomini d'arme; una massa d'urto notevole che avrebbe permesso di affrontare in battaglia lo Strozzi con buone probabilità di successo.

    Rispetto alla velocità impressa dallo Strozzi ai suoi la marcia dei fiorentino-spagnoli era lenta, probabilmente circospetta in quanto si trattava di avanzare verso zone occupate dal nemico dove, soprattutto, erano da temere le iniziative improvvise del comandante nemico; Piero Strozzi tuttavia aveva il suo da fare nel mantenere la calma tra i propri uomini se nello stesso giorno di lunedì, nel campo franco-senese, scoppiò una rissa furibonda tra soldati di fanteria e cavalleria italiana contro alcuni fanti stranieri, rissa che causò la morte di svariati soldati. Nonostante questi accidenti disciplinari al campo lo Strozzi proseguiva imperterrito nella sua opera di rafforzamento delle posizioni, dette infatti ordine di muovere contro Civitella a 2 cannoni, reparti di fanteria franco-senese e 200 cavalli comandati dai due fratelli Mario Sforza di Santa Fiora e Carlo Sforza. Il martedì 24 lo Strozzi intimava anche la resa a Castiglion Fiorentino, vari erano infatti i luoghi forti dell'Aretino ancora tenuti dai fiorentino-imperiali: Anghiari difesa dal conte di Montedoglio, San Sepolcro da Brizio della Pieve, Civitella da Paolo da Castello.

    Le avanguardie del Marignano, provenienti da San Gusmè erano però già in vista di Civitella, 50 archibugieri stavano avanzando a dar man forte a Paolo da Castello e le truppe franco-senesi dei due fratelli Sforza si ritrovarono, nei pressi di Badia al Pino, a circondare un reparto di cavalleria leggera fiorentino-spagnola; qui ebbe luogo una scaramuccia dove i due Sforza rimasero prigionieri dei cavalleggeri medicei. Civitella era salva e nella notte tra il 24 e il 25 luglio il grosso delle forze del Marignano sostava nei pressi dell'antico castello del vescovo di Arezzo.
    La situazione tattica di Piero Strozzi cominciava a complicarsi, si stava ripetendo quanto era successo solo un mese prima nel Valdarno pisano: il Marignano tallonava Piero Strozzi con un forte esercito e al comandante dei franco-senesi non restava altro che tentare di disimpegnare le proprie forze cercando di evitare la battaglia campale che avrebbe potuto avere esito disastroso. Il 25 luglio, mercoledì, Piero Strozzi spostava il suo quartier generale ad Alberoro e ordinava al suo esercito sparso tra il Ponte sulla Chiana, Tegoleto e dintorni di avanzare tra Monte San Savino e Lucignano, lasciando 13 compagnie di presidio a Marciano.

    Il Marignano vedeva che Piero Strozzi stava muovendosi lungo la Chiana verso sud, tenendosi però saldamente attestato sulle colline a occidente della vallata; il comandante milanese decise quindi di accamparsi ad Oliveto, poco oltre Civitella, in attesa degli sviluppi della situazione. Allo Strozzi, per consolidare la propria posizione verso sud, restava da conquistare Foiano della Chiana, presidiata validamente dal trentaduenne Carlotto Orsini; il giovedì 26 luglio Aurelio Fregoso era già intorno a Foiano con 13 insegne di fanteria italiana e 200 cavalli e il giorno seguente anche Piero Strozzi si recava personalmente sotto le mura di Foiano con due cannoni "rinforzati", due sagri e un altro cannone catturato nei combattimenti davanti Arezzo.
    Il 27 luglio, verso le 10 del mattino, iniziava il bombardamento di Foiano: i pezzi messi in batteria spararono circa 150 colpi fino alle 11 di notte, dopo una decina d'ore di bombardamento le palle avevano aperto nelle mura di Foiano una breccia lunga 50 braccia, circa 25 metri, nella cortina muraria che guarda verso Lucignano. La mattina dopo le fanterie francesi e italiane guidate dallo stesso Strozzi si lanciavano all'assalto di Foiano passando per la breccia aperta dalle artiglierie, in breve tempo Foiano si riempì di soldati che mossero contro la rocca e la torre della chiesa dove si era asserragliato Carlotto Orsini insieme a una cinquantina di archibugieri per l'ultima difesa. Le fanterie franco-senesi si erano già date al saccheggio della terra, facendo scempio della popolazione, alla fine cadde anche Carlotto Orsini trucidato da fanti Tedeschi ma la resistenza di Foiano fu strenua poiché i superstiti riuscirono a dar fuoco alle polveri conservate nella polveriera che saltò in aria, causando la morte di Scipione Ballati e di 50 soldati Francesi.

    La conquista di Foiano assicurò ai franco-senesi la preda di 10.000 sacche di grano nuovo, frutto dell'ultimo raccolto, che vennero subito spedite con scorta francese e immagazzinate a Lucignano come luogo più sicuro e vicino alla strada di Siena.
    Alla vista del fumo e delle fiamme che si levavano da Foiano conquistata, il Marignano si decise finalmente a lasciare il campo di Oliveto per avvicinare l'esercito alle truppe nemiche che stavano imperversando ai danni della Val di Chiana; Marciano era però sempre presidiata dalle compagnie di fanteria senese lasciatevi pochi giorni prima. Il giorno seguente, domenica 29 luglio 1554, Piero Strozzi ordinò dapprima al conte Collatino di Collato di recarsi a Marciano come avanguardia per rinvigorire la resistenza della piazza, quindi, verso le 9 del mattino, il grosso dell'esercito franco-senese cominciò a giungere a Marciano. L'ordine di marcia dei franco-senesi era stato ordinato in tre grosse formazioni: nella prima era compreso il grosso della cavalleria comandata dal conte della Mirandola, insieme a soldati senesi e 2.000 archibugieri francesi con i capitani Fourquevaulx e Lansac; nella seconda formazione avanzavano fanti senesi e i soldati tedeschi di Reckenrot; nella terza ancora senesi e i Grigioni del Valleron.
    Sotto Marciano le avanguardie dei due eserciti cominciarono a ingaggiarsi in sparatorie e combattimenti: il Marignano nell'intento di conquistare la piazza, Piero Strozzi fermo nel proposito di difenderla; un attacco delle truppe Francesi fu respinto dai fiorentino-spagnoli con la perdita di circa 500 uomini. Il combattimento di Marciano durò fino al tramonto per cessare con la prima oscurità, nel frattempo i due eserciti, ormai a contatto, cercarono di accamparsi sulle colline: Piero Strozzi fece sistemare i suoi sulle cime delle colline che da Marciano digradano verso la Chiana mentre il marchese di Marignano sistemò le sue truppe sulle colline di fronte, poste a nord del paese, a un tiro di schioppo dal nemico.

    VERSO LA BATTAGLIA.

    Nei giorni che andarono dal lunedì 30 luglio al mercoledì primo di agosto la situazione tattica dei due schieramenti restò come bloccata, entrambi i contendenti lavorarono alacremente al rafforzamento dei campi, scavando e fortificando le posizioni occupate per garantirsi solide postazioni in previsione dell'attacco nemico. Nel campo fiorentino-spagnolo la situazione era leggermente migliore, l'esercito guidato dal Marignano operava, tutto sommato, in territorio amico; da Arezzo per esempio arrivarono il 31 luglio 70 muli carichi di pane già confezionato. Scaramucce si accendevano tra i reparti avanzati, impegnati nell'impedire all'avversario il movimento e, cosa fondamentale, l'andata all'abbeverata di uomini e cavalli.
    La stagione era secca, non pioveva da 40 giorni, il caldo torrido e il problema maggiore era quello di garantire ogni giorno acqua da bere per le migliaia di uomini accampati sulle colline riarse; a lungo andare la situazione generale volgeva a sfavore dei franco-senesi: Piero Strozzi lamentava la scarsità di zappatori di cui invece avrebbe avuto estremo bisogno per i necessari lavori di sterro e fortificazione, inoltre l'organizzazione logistica era affidata al caso e alla buona volontà dei sottoposti con la conseguente penuria di rifornimenti alimentari: il grano ammassato nei giorni precedenti a Lucignano non poteva essere macinato perché nella guerra di scorreria intrapresa dai senesi questi si erano accaniti nella distruzione dei mulini di Val di Chiana e ora, costretti all'immobilità sotto Marciano, purper sfamare la gente in armi.

    La distanza da Siena complicava ulteriormente il servizio di spola tra il comando di Piero Strozzi e la città per cui anche il denaro necessario alle paghe dei soldati scarseggiava e le soldatesche, in gran parte composte di mercenari irrequieti, cominciavano a ribollire di rabbia reclamando i denari arretrati. I soldati più esasperati tentavano la diserzione passando da un campo all'altro.
    Questa situazione ormai insostenibile e la cronica mancanza d'acqua costrinsero Piero Strozzi alla ritirata verso Lucignano, la decisione era improvvida: ritirare un esercito in vista del nemico, in pieno giorno, era un azzardo pazzesco dal punto di vista militare, comunque, alla mezzanotte tra il primo e il 2 di agosto, fra le tende dell'accampamento franco-senese, giunse l'ordine di ritirata di Piero Strozzi; il campo franco-senese era mezzo addormentato o, almeno, gli uomini cercavano di riposare nelle poche ore di frescura concesse dal clima torrido di quei giorni. Una volta giunto l'ordine i capitani delle compagnie mandarono i loro subalterni a svegliare gli uomini, facendoli armare, levare le tende, fare insomma i bagagli e tutti quei preparativi che, febbrilmente, facevano i soldati impegnati ora a togliere il campo. Il capitano senese Cornelio Bentivoglio ebbe da Piero Strozzi un po' di uomini per distrarre l'attenzione del nemico durante la manovra di ripiegamento, sempre ardua con gli eserciti schierati a poca distanza uno dall'altro: probabilmente lo Strozzi riteneva che il Marignano non avrebbe osato sfidarlo a battaglia, così come era già successo un mese prima a Pescia e a San Vivaldo.

    Sul fronte opposto, nel campo fiorentino-spagnolo, Gian Giacomo Medici tenne i suoi soldati in stato di allarme per tutta la notte. Certamente si vedevano muovere fuochi nel campo nemico e, le orecchie più acute, avranno udito le voci dei soldati e gli ordini dati in francese, tedesco e italiano dai capitani impegnati a zittire gli uomini, i versi delle bestie caricate dei bagagli: muggiti di buoi, nitriti di cavalli e infine ragli, dei muli, asini e somari mossi a furia di bastonate dai loro conducenti. I soldati del campo fiorentino, una volta allertati, furono fatti armare e schierati per compagnie, pronti a marciare ed affrontare il nemico se questi avesse dato segno di attaccare. Un combattimento notturno era sempre temuto nonostante la prassi guerresca dell'epoca vi ricorresse spesso. La frescura notturna divenne per qualche tempo più pungente e la notte cominciò impercettibile a schiarire, il buio della notte trascolorò lentamente in quell'incerto chiarore dove l'ombra svanisce e gli uomini poterono vedere il viso di chi avevano accanto, riconoscendo il compagno non più solo dalla voce. Seduti sulla terra, appoggiati alle picche, le armi al piede e le micce finalmente accese senza il timore di essere rimbrottati dai caporali, gli uomini cominciarono a discernere nella prima luce del giorno le colline davanti al loro sguardo. Sulle colline di fronte l'esercito nemico era in movimento, le picche delle compagnie ondeggiavano al passo dei soldati che marciavano spediti lasciando le posizioni dove erano schierati la sera prima. Lungo il crinale delle colline l'esercito franco-sense stava marciando verso Villa del Pozzo, Foiano e Lucignano. Visto l'evolversi inaspettato della situazione il Marignano decise di mandare i cavalli all'abbeverata nella Chiana e ordinò ai fanti di riposare un poco nelle tende, lasciando all'erta le sentinelle.

    La giornata del 2 agosto: Scannagallo.

    Alle 10 del mattino,con il sole già alto sulla Val di Chiana, l'esercito di Piero Strozzi stava ritirandosi di collina in collina: in testa, ormai verso Foiano, erano i carriaggi con artiglieria e salmerie; all'avanguardia sventolavano le bandiere di soldati italiani e senesi, seguiti dai francesi; venivano poi le formazioni schierate a battaglia dei tedeschi e quella dei Grigioni, la cavalleria accompagnava la fanteria sul lato sinistro di questa, avanzando nella pianura tra le colline e il corso della Chiana, in terreno adatto per la manovra della cavalleria.
    Alla stessa ora, fatti levare i fanti, Il Marignano dette ordine di battere l'allarme sui tamburi a tutte le compagnie e, per primi, mandò avanti Lorenzo de Figueroa con 2.000 archibugieri spagnoli incaricati di infastidire la retroguardia dei franco-senesi, marciando con il grosso in attesa che la cavalleria tornasse dall'abbeverata sulla Chiana. I fiorentino-imperiali marciarono per circa un'ora seguendo i franco-senesi, dietro gli archibugieri venivano altri spagnoli agli ordini di Francisco de Haro, dietro la battaglia di fanti Tedeschi; la retroguardia era composta dai fanti italiani comandati del conte di Popoli, circa 4.000 toscani, Napoletani, e i 3.000 inesperti Romani di Camillo Colonna, chiudevano la marcia 3 sagri. La cavalleria leggera fiorentino-imperiale seguiva le orme di quella franco-senese nella Chiana mentre gli uomini d'arme, la cavalleria pesante, avanzava tra quella leggera e le fanterie.

    Alla luce piena del giorno apparve chiaro che la manovra di sganciamento di Piero Strozzi non era riuscita, il suo esercito si trovava in un situazione critica che lo costringeva ad accettare battaglia, decise pertanto di fermare i suoi sul Poggio delle Donne, vicino alla Villa del Pozzo, e ordinare le truppe in formazione di combattimento sulle colline circostanti, schierando le fanterie in buona posizione rialzata oltre il fosso di Scannagallo. Da destra a sinistra stava schierata la cavalleria franco-senese, circa un migliaio di cavalli, comandati dal giovane Lodovico Pio conte della Mirandola, portabandiera e capitano della cavalleria, e da Lodovico Borgonovo detto Righetto del Campana, alfiere maggiore, posti sulla destra delle fanterie, in posizione leggermente rialzata. Sul pendio oltre il fosso di Scannagallo stavano, armi al piede, Georg Reckenrot, luogotenente generale dei tedeschi e Johann Torech, colonnello di 3.000 lanzichenecchi schierati contro gli spagnoli di Francisco De Haro. Dietro i lanzi era la formazione dei 3.000 fanti dei Grigioni; al loro fianco, al centro dello schieramento, stavano i 1.500 fanti guasconi comandati da Valleron, e altri 1.500 francesi del barone di Fourquevaux. Sul lato sinistro 5.000 fanti italiani sotto il comando di Paolo Orsini, il conte di Caiazzo e dei due fratelli Bentivoglio.

    Lo schieramento era forte, solidi quadrati di picchieri con sui fianchi archibugieri e fanti armati di rotella e spada. Anche il Marignano fece fermare i suoi e schierò le sue truppe in ordine di battaglia. Sull'ala sinistra, al margine delle colline dove il letto della Chiana si allargava nella pianura, erano schierati i 600 uomini della cavalleria leggera sotto il comando del conte Sforza di Santafiora, luogotenente del Marignano, insieme ad altri 600 cavalleggeri del conte di Nuvolara, capitano della cavalleria leggera imperiale; Marcantonio Colonna guidava invece lo squadrone di 300 uomini d'arme, uomini protetti da armatura completa armati di lancia: la cavalleria pesante.
    Il Marignano dispose le fanterie in formazione di battaglia sulla linea Anasciano-Poggio al Vento, un po' arretrate sulla sponda sinistra del fosso di Scannagallo: la fanteria spagnola di Francisco de Haro, circa 2.000 uomini, veterani di Sicilia e di Napoli tenevano il fianco sinistro, insieme ai soldati spagnoli e le reclute corse di don Lorenzo Juarez de Figueroa. La formazione di centro, a una distanza di 60 passi dagli spagnoli di Figueroa e de Haro, era costituita dalla battaglia di 4.000 lanzi tedeschi comandati dal colonnello Niccolò Mandruzzo, colonnello imperiale.
    Sul lato destro dello schieramento, comandato dal conte di Popoli, stavano 4.000 fanti toscani, seguiti alle loro spalle da altri 2.000 fanti di Juan Manrique, in terza fila i 3.000 romani di Camillo Colonna. Come riserva, dietro le fanterie italiane, era una compagnia di 200 soldati spagnoli reduci dalle guerrre d'Ungheria e una compagnia di archibugieri a cavallo napoletani. La poca artiglieria schierata dal Marignano fu piazzata in batteria dietro le fanterie, più in alto di queste sulla collina e leggermente spostata verso il lato sinistro dello schieramento mediceo-imperiale: in tutto due mezzi cannoni e due sagri, pronti a scaricare i loro proiettili sulla massa dei fanti nemici.

    Verso le undici del mattino il marchese di Marignano decise di saggiare la resistenza della cavalleria nemica: la cavalleria leggera mediceo-imperiale posta nella pianura cominciò a muovere al trotto, passò il fosso di Scannagallo e caricò decisamente al galoppo le squadre di cavalleria franco-senesi, subito seguite dal trotto della massa dei 300 uomini d'arme di Marcantonio Colonna; la cavalleria franco-senese fu travolta da questa ondata di cavalleria pesante, le squadre si aprirono sotto l'urto massiccio degli uomini d'arme e Righetto del Campana, portabandiera della cavalleria franco-senese, volse il cavallo verso Foiano; i cavalieri francesi, vedendo fuggire la loro insegna principale, scompigliarono le righe e furono presto travolti dalla cavalleria mediceo-imperiale che, probabilmente, non si aspettava una fuga così improvvisa e disordinata dell'avversario per le vigne e i campi della pianura. Il successo imprevisto della cavalleria fu salutato da una salva delle batterie fiorentino-imperiali poste sulle alture alle spalle delle battaglie di fanteria, le prime palle caddero in mezzo alle fanterie franco-senesi mentre la cavalleria vittoriosa si lanciava all'inseguimento dei cavalieri francesi che galoppavano verso Foiano.

    Piero Strozzi considerò preoccupato la piega negativa presa dalla battaglia: alla prima mossa del nemico aveva già perso tutta la cavalleria sull'ala destra, cosa che fece pensare seriamente al tradimento di Righetto del Campana; decise pertanto di riprendere in mano l'iniziativa, forzando la manovra e attaccando decisamente su tutto il fronte con le sue battaglie di fanteria. Verso mezzogiorno del 2 agosto le fanterie tedesche sull'ala destra di Piero Strozzi cominciarono a scendere dalle colline lungo le piagge che portavano al fosso di Scannagallo, oltre il quale, immobili e assorti, gli spagnoli al comando di Francisco de Haro pregavano con fervore la Vergine e tutti i Santi verso cui ogni soldato era personalmente devoto. La discesa dalla collina di quella massa urlante di fanteria, le picche puntate contro i petti di ferro degli spagnoli, morioni e cabacetes al sole, fu travolgente: il fosso quasi asciutto di Scannagallo fu passato di corsa dai 3.000 lanzi che iniziarono a risalire correndo la cinquantina di metri oltre la sponda che li separava dal muro della fanteria spagnola.
    La polvere levata dallo scalpiccìo degli uomini si confuse a quella delle armi da fuoco che scaricarono finché fu possibile contro i tedeschi guidati da Johann Torech e Georg Reckenrot, quindi si venne all'urto e la mischia si fece feroce. Gli spagnoli delle prime file furono scavalcati e travolti in un urlìo feroce di voci che gridavano in lingua castigliana e tedesca, azzuffandosi e massacrandosi sul fianco della collina.

    A questo punto, dal fianco destro degli spagnoli così duramente attaccati, entrò in combattimento il centro dello schieramento mediceo-imperiale: la battaglia di 4.000 lanzi tedeschi comandati da Niccolò Mandruzzo, questi caricarono a loro volta contro i tedeschi al soldo di Siena che ingaggiarono una mischia violenta a colpi di picca. In mezzo al tumulto l'artiglieria imperiale continuava imperterrita a sparare sulle fanterie nemiche e questo fuoco continuo di artiglieria bene indirizzato contro il centro dello schieramento franco-senese riuscì in parte a scompigliare le file dei soldati svizzeri dei Grigioni che, come tutta la linea dell'esercito di Piero Strozzi stava scendendo nel vallone, passando qua e là il greto riarso del fosso di Scannagallo. Lo slancio iniziale dell'attacco franco-senese stava venendo meno, colpi di artiglieria continuavano a piovere tra le file avanzanti al passo, sulla destra la mischia era già fitta e la confusione grande.

    Quando i capitani mediceo-imperiali videro che il fosso era stato passato dalle prime sette/otto file dei franco-senesi poterono discernere in viso le prime file di fanti che marciavano al passo veloce, le picche serrate fra i pugni, gli sguardi fissi verso di loro e le bocche aperte a gridare urla di guerra e improperi; allora dalle file della fanteria mediceo-imperiale si levò il grido di guerra: "Duca! Duca! Palle! Palle!"
    Il Marignano aveva dato l'ordine di attacco generale alle sue fanterie e queste cominciarono a scendere il declivio, marciando al passo, quasi correndo incontro al nemico che si faceva sempre più vicino, nel frastuono sordo e crescente di scalpiccii, tintinnio di armi, urto di legni e di metalli sempre più accelerato; gli uomini gridavano, per incitare i compagni, per terrorizzare il nemico, per dare coraggio a se stessi, per stordire infine la mente in quella corsa contro le picche acuminate, le spade, il fuoco e il fumo degli schioppi. I fanti dei Grigioni che già erano stati martirizzati dall'artiglieria del Marignano cominciarono a sbandare; l'urto dei picchieri fiorentini e l'assalto a rotella e spada dei fanti mercenari napoletani di Manrique cominciò a produrre il panico tra le fila dei franco-senesi.

    A un certo punto, con strepito grandissimo, dal lato della Chiana apparvero caricando dalla polvere i 300 uomini d'arme di Marcantonio Colonna che, dopo aver inseguito per un tratto la cavalleria franco-senese di Righetto del Campana, erano tornati indietro per caricare alle spalle e di fianco i fanti dello Strozzi, ormai discesi completamente nel vallone e seriamente impegnati a difendersi dalle fanterie avversarie.
    L'ordine di battaglia dello schieramento franco-senese era rotto: la cavalleria leggera franco-senese ormai lontana della mischia, era inseguita da quella mediceo-imperiale e, grazie alla fuga, si era salvata quasi al completo riparando dopo una corsa di svariati chilometri fino a Montalcino. I lanzi di Reckenrot e Torech erano stati presi di fianco dai tedeschi del Mandruzzo, i fanti svizzeri dei Grigioni schierati inizialmente dietro Torech e Reckenrot, erano facile preda della cavalleria pesante sbucata al loro fianco destro e venivano sbandati presi dal panico; restavano i francesi e guasconi di Valleron e Forquevaulx i soli a reggere l'urto del grosso delle fanterie mediceo-imperiali. Intrappolati sul greto del fosso di Scannagallo si batterono da prodi contro un nemico sempre maggiore e ormai soverchiante, le insegne cadevano una ad una, i francesi si rinserrarono in gruppi intorno ai loro capitani che levavano in pugno le bandiere, bersagliati dal tiro della moschetteria.

    Nel polverone sollevato dal movimento convulso di migliaia di uomini non era più possibile fare manovre o comprendere ordini: lo stesso Piero Strozzi aveva perso il cavallo e combatteva a piedi finché, dopo esser stato ferito tre volte da colpi di arma da fuoco, dovette cedere il comando a Clemente della Cervara, e fu portato via a braccia dai suoi fidi lontano dal campo di battaglia.
    La battaglia era durata un paio d'ore, dalle 11 del mattino fino all'una, l'inseguimento invece durò fino al tramonto, chi non si era salvato con la fuga dopo la carica degli uomini d'arme resisté in gruppi isolati, Clemente della Cervara cadde al suo posto di comando colpito da 18 ferite e a notte, 4.000 uomini giacevano morti sul campo mentre altri 4.000 lamentavano ferite o erano stati fatti prigionieri dai fiorentino-imperiali. 500 Grigioni, 400 Francesi e 800 Tedeschi furono catturati insieme a Georg Reckenrot, Paolo Orsini, il conte di Caiazzo, un fratello di Cornelio Bentivoglio, Clemente della Cervara che morirà per le gravi ferite riportate.

    Gli uomini di Cosimo dei Medici raccolsero più di cento bandiere nemiche nel vallone di Scannagallo, comprese le verdi bandiere, ormai lacerate, con sopra scritto il nome della libertà fiorentina. I soldati di Cosimo dei Medici lamentavano perdite irrisorie rispetto al numero dei caduti di Piero Strozzi, solo tre ufficiali caduti e un massimo di 200 morti, caduti senz'altro nella prima mischia tra lanzi e spagnoli sull'ala destra verso la Chiana.
    La battaglia di Marciano era vinta, il nome del fosso dove erano caduti combattendo i soldati francesi, chiamato dai contadini della zona Scannagallo, fu subito interpretato dai fiorentini quale nome profetico e con feroce sarcasmo accostato alla strage consumata da poche ore, così che la battaglia di Val di Chiana divenne per i fiorentini combattenti nelle file di Cosimo dei Medici la giornata di Scannagallo.

    In quel giorno i "Galli" erano stati scannati davvero ma con loro era caduta la speranza di sconfiggere i mediceo-imperiali e liberare Siena dall'assedio; la guerra si restrinse intorno a Siena e nelle piazzeforti ancora tenute in Maremma ma ogni capacità di azione offensiva da parte degli eroici senesi era stata infranta in Val di Chiana quella terribile giornata di agosto. Una futile curiosità, cara ai cabalisti, vuole che si noti la coincidenza casuale delle date: la Repubblica fiorentina era caduta dopo la battaglia di Gavinana il 2 agosto 1530 e sempre il 2 agosto, ma del 1537, gli esuli fiorentini guidati da Filippo e Piero Strozzi avevano patito la sconfitta di Montemurlo; il 2 agosto infine del 1554 fu Scannagallo.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

  10. #70
    Nec Descendere Nec Morari
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