L'Unità
17. 12. 06
Welby, Turco: una legge perchè sia il malato a decidere
Un disegno di legge e l´attuazione della Convenzione europea di Oviedo sul rapporto tra diritti umani e biomedicina. Sono queste le strade annunciate dal ministro della Salute, Livia Turco, nel corso della conferenza stampa sulla legge Finanziaria, con cui il governo pensa di affrontare gli interrogativi su eutanasia, accanimento terapeutico, dolce morte, sollevati dal caso si Piergiorgio Welby.
«Tra le nostre responsabilità - ha detto il ministro- quella di sopperire alla mancata attuazione da parte del governo precedente della Convenzione di Oviedo. È un atto dovuto ma è grave che dal 2001 la delega sia stata lasciata decadere. Noi chiederemo al Parlamento la possibilità di realizzare questa delega. Anche il ministro Mastella, che è il ministro concertante, ha dato la sua disponibilità a riaffrontare la questione».
Insomma la politica si muove per riempire quel "vuoto di legge" sottolineato anche dal giudice Angela Salvo nella sentenza con cui ha respinto la richiesta di Welby di interrompere le cure che lo tengono in vita ma che lo costringono ad una lenta e sofferta agonia. Il ministro della Salute Livia Turco, individua una strada: l'applicazione, con decreti delegati, della convezione di Oviedo.
Ma che cosa dice in sintesi questo documento che integra la Carta dei Diritti fondamentali dell'Unione Europea e che è stata adottata a Nizza il 7 dicembre 2000? Due i punti fondamentali che si legano direttamente al dibattito italiano: l´articolo 5 che parla del consenso alle cure e l´articolo 9 che parla di "testamento biologico".
Il primo recita: «Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell´intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso». Insomma: è il paziente che decide se interrompere o meno le cure. E l'articolo 9 precisa che nel caso in cui per qualsiasi motivo il paziente non sia in grado di esprimere la propria volontà, si deve tener conto dei «desideri precedentemente espressi»: in sostanza il testamento biologico.
Intanto Welby continua la sua battaglia. Entro martedì si dovrà sciogliere la riserva sull'appello - una sorta di riesame che sarà avanzato al tribunale civile in sede collegiale - da presentare contro il provvedimento del giudice monocratico del Tribunale civile di Roma che ha giudicato inammissibile il ricorso per "staccare la spina" del respiratore che lo tiene in vita. «A tutt'oggi non è stata ancora presa una decisione - spiega uno dei legali della famiglia Welby, il professor Vittorio Angiolini, avvocato e titolate di diritto costituzionale alla Statale di Milano. - credo che se si deciderà per il ricorso, lo si potrà fare entro martedì. Faremo tutto quello che è utile mettere in campo nei tempi dovuti. Certo una questione di incostituzionalità non è peregrina e non è detto che non si possa porre in futuro. Ma questa strada prenderebbe molto tempo: tempo che Piergiorgio Welby non ha».




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