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  1. #1
    ITALIANO PURO SANGUE
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    Predefinito Welby:La libertà dell’individuo è sola davanti al Mistero che la provoca.

    Giudizio: In mezzo al polverone di polemiche su Piergiorgio Welby dobbiamo riaffermare un principio fondamentale: la vita di ognuno non è in mano nostra e affermarlo non è “bigottismo”, ma pura ragionevolezza. Nessuno ,tanto meno la magistratura, i giornalisti, i vari filosofi che si accaniscono nel definire la vita e nemmeno noi, può stabilire quando o sino a quando la vita è degna di essere vissuta. Non è certo cosa che possa stabilirsi in una fredda aula di tribunale o in parlamento: non è certo lo stato che può sostituirsi alla libertà della persona. C’è un punto nella vita di ognuno in cui nessuno può permettersi di entrare; è il punto in cui la libertà dell’individuo è sola davanti al Mistero che la provoca. La vita è sempre degna di essere vissuta se non altro per la fioca, indomita e laicissima speranza che qualcuno possa trovare finalmente una cura alla malattia o ci sveli il motivo per cui vale la pena soffrire.

    Di seguito pubblico il servizio di Sergio Centofanti su quanto afferma Benedetto XVI nel suo Messaggio per la quindicesima Giornata mondiale del Malato che si celebrerà l’11 febbraio del 2007 a Seoul, in Corea.

    Nel Messaggio, diffuso oggi dalla Sala Stampa vaticana, il Papa afferma che “è necessario promuovere politiche che creino le condizioni per cui le persone possano sopportare in una maniera degna anche le malattie incurabili e la morte”. “Nonostante i progressi della scienza medica – scrive Benedetto XVI - non tutte le malattie dispongono di una cura, e così negli ospedali … di tutto il mondo incontriamo le sofferenze” di molti malati incurabili e terminali. A questi si aggiungono “molti milioni di persone” che non possono accedere neanche alle cure mediche più essenziali e per questo motivo “il numero di quanti sono considerati incurabili è fortemente aumentato”. Il Papa sottolinea di nuovo “la necessità di maggiori centri per le cure palliative che forniscano un’assistenza integrale, offrendo ai malati l’assistenza umana e l’accompagnamento spirituale di cui hanno bisogno. Questo è un diritto – afferma - che appartiene ad ogni essere umano, e che
    ci deve vedere tutti impegnati a difenderlo”. Il Pontefice ricorda che “la vita umana, comunque, ha intrinseci limiti e prima o poi termina con la morte. Questa è una esperienza alla quale ogni essere umano è chiamato, e per la quale ognuno deve essere preparato”. Benedetto XVI incoraggia quindi “gli sforzi di coloro che ogni giorno lavorano per assicurare che i malati incurabili e terminali e le loro famiglie ricevano adeguate e amorevoli cure”. Infine esorta questi “ cari fratelli e sorelle” a “contemplare le sofferenze di Cristo crocifisso, e, in unione con Lui, a volgersi al Padre nella totale fiducia che tutta la vita … è nelle sue mani”.

    Di seguito pubblico “Vivere e morire senza soffrire è una giusta aspirazione, non un diritto” di Giorgio Israel ( pubblicato su Il Foglio il 12 dicembre 2006 )

    Nel caso di Luca Coscioni si parlò di ''corpo contundente''. Non diversamente, nella vicenda di Piergiorgio Welby il dramma umano si fa ariete per sfondare le resistenze alla realizzazione di un intento politico. Ha spiegato assai bene Eugenia Roccella come qui non sia in gioco l'entità delle sofferenze da risparmiare – che questo sarebbe un discorso aperto e praticabile -, quanto l'obbiettivo di risparmiarle tutte in un colpo solo, mediante un atto di suicidio assistito. È un passo che muta radicalmente il ruolo del medico e della medicina; non più chiamati ad aiutare, assistere, accompagnare nel percorso della vita e nell'inevitabile declino verso il trapasso, ma anche a ''decidere'' se e quando si debba morire; a mettere in opera tale decisione, o addirittura a farsi semplici ''esecutori'' di una volontà di morte.
    Non insisteremo sul fatto che è inaccettabile dedurre norme legislative (la liceità del suicidio assistito e programmato) da casi singoli, per quanto drammatici essi siano e per quanto meritino rispetto: soltanto un arrogante può giudicare con supponenza chi arrivi al punto di desiderare di morire. Intendiamo soffermarci su un altro aspetto. Immaginiamo di incontrare una persona che sta per lanciarsi da un ponte. Lo fermiamo e gli chiediamo il perché del suo gesto e lui ei racconta i tragici eventi che gli hanno tolto ogni ragione di vivere. Sono motivi talmente gravi che ci convinciamo che egli non possa fare altrimenti: lo aiutiamo a scavalcare l'alto parapetto e gli diamo una buona spinta per facilitare il suo gesto. Chi giudicherebbe ragionevole un simile comportamento? Di più: quale persona degna di questo nome si comporterebbe così? Eppure si chiede di fare questo nel caso di un dolore fisico: non aiutare, accompagnare, assistere, e alleviare con tutti i mezzi un inevitabile declino, ma sopprimere. Qual è la differenza? Abbiamo forse dimenticato che esistono dolori dell'anima che possono essere anche molto più devastanti e insopportabili dei dolori del corpo? E' evidente che lo stiamo sempre più dimenticando, e stiamo riducendo la medicina a una pratica meramente materiale che non ha più nulla di umanistico e nel cui ambito il medico è una sorta di meccanico (con tutto il rispetto per i meccanici), e quindi anche esecutore di morte senza scrupoli (come un meccanico distrugge senza scrupoli un apparecchio inservibile). Il professor Severino dichiara che morire ''senza soffrire'' è un ''diritto'' e che debbono esistere strutture pubbliche che garantiscano questo diritto, in altre parole una medicina di stato preposta al suicidio assistito. Egli è noto per predicare la tesi dell'invincibilità della scienza e della tecnologia. In tal modo rischia però di essere un ''testimonial'' triste di tale invincibilità: triste, perché questa invincibilità appare piuttosto come una sconfitta, essendo la scienza medica ridotta non a combattere il dolore attraverso la cura ma a vincerlo banalmente attraverso la soppressione della persona che ne è afflitta. Il professor Severino non parla di aspirazione a morire (come a vivere, del resto) soffrendo il meno possibile, ma di ''diritto'' a morire ''senza'' soffrire. Nella società tecnoscientifica semplificata in cui egli crede di vivere lo stato possiederebbe tramite la sua scienza me- dica il potere di sopprimere la sofferenza e non soffrire sarebbe quindi un diritto: come se la decisione di suicidarsi non comportasse un'atroce sofferenza psicologica e la decisione di aiutare qualcuno ad uccidersi non fosse un atto parimenti tormentoso (almeno si spera...). Ma quel che più conta è che la decisione di chi dovrebbe accogliere la richiesta di morire non ha nulla di oggettivo. In base a quale sistema di valori parametrici può decidersi obbiettivamente che la scelta di morire è giustificata?
    Ciò è perfettamente possibile per una macchina: il tecnico mi dirà, anche quantificando la spesa della riparazione, se vale la pena inviare la mia auto allo sfasciacarrozze oppure no; e se dovrò farlo sarà senza scrupolo e dolore (a parte quello del portafoglio) e senza dolore della macchina. E questo per il semplice motivo che la macchina, a differenza di un essere umano, non ha alcun fine esistenziale, a parte quello che noi le conferiamo antropomorficamente inserendola nella nostra vita e nei nostri progetti. Per quanto Piergiorgio Welby stia soffrendo, la battaglia che egli sta conducendo - qualsiasi cosa se ne pensi - è chiaramente una fonte di vitalità per lui, qualcosa che da un ''senso'' al suo dolore. E, di certo, se tra un istante un'autorità decidesse che egli può farsi sopprimere a termini di legge, il contesto psicologico in cui egli dovrebbe prendere la sua decisione sarebbe profondamente diverso, certamente più intimo e non ci permettiamo neppure di tentare di immaginarlo. E' quindi insensato e inaccettabile togliere la vita dal corso che è caratteristico della natura dell'uomo e pretendere di assoggettarla a regolamentazioni analoghe a quelle della rottamazione delle macchine.


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  2. #2
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    Una risposta di fede è sicuramente importante. Ma la battaglia per far sì che il valore della vita, dal suo concepimento alla fine, sia ancora un valore della nostra società e del nostro stato, deve essere posto in modo laico.

    Sulla legge 40 abbiamo vinto perchè laicamente abbiamo spiegato le nostre ragioni.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    occorre dire pero' che non vi sono parole umane che possano rispondere in modo soddisfecente a Welby.
    cioe', le dissertazioni etico-filosofiche al dunque devono misurarsi con il caso umano, specifico, tragico, di Piergiorgio Welby.
    le risposte devono essere date a lui : le divagazioni astratte sul tema "valore della vita" lasciano il tempo che trovano.
    Urgono risposte concrete.
    il paziente ha diritto o no a negare il consenso a un trattamento terapeutico ?
    In quali condizioni, chi e perche', puo' opporre rifiuto alle richieste di un paziente nelle condizioni di Welby?
    Quale e' il confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia?
    tutte domande giustissime e tutte molto difficile da dare una risposta....!!!!!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    «Pur escludendosi l´eutanasia, ciò non significa obbligare il medico a utilizzare tutte le tecniche della sopravvivenza che gli offre una scienza infaticabilmente creatrice (...). Il dovere del medico consiste piuttosto nell´adoperarsi a calmare le sofferenze, invece di prolungare con qualunque mezzo e a qualunque condizione una vita che non è pienamente umana»
    Paolo VI, lettera al cardinale Villot, responsabile dei medici cattolici (1970)
    quoto

  5. #5
    ITALIANO PURO SANGUE
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    Citazione Originariamente Scritto da antonio Visualizza Messaggio
    ok, ma rispettare Welby nel caso specifico cosa implica?
    il suo desiderio di morte? o la sua persona?
    nel primo caso, sarebbe come dare il via a una serie di processi che porteranno a formulare una legge positiva sull'eutanasia....(cosa da evitare)
    nel secondo caso dobbiamo essere noi cristiani a dire di no......nessuno, neanche noi stessi possiamo decidere della nostra sorte....solo Dio
    saprà qundo chiamarci a se..... non so se ho risposto.....


    cmq ritengo che dovremo mobilitarci, fare che so....una specie di raccolta firme per impedire che la noia di noi stessi, cosi come diceva Seneca, ci assalga ci possa portare a decidere un qualcosa di.....scusate non voglio dirlo.....terribile...

    pe il momento propongo a coloro che leggono questa discussione chi rispondere alla discussione con un semplice NO è un gesto seplice, ma per la vita dobbiamo lottare....

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da teuthonic Visualizza Messaggio
    il suo desiderio di morte? o la sua persona?
    Nel caso di Welby le due cose COINCIDONO.

    Citazione Originariamente Scritto da teuthonic Visualizza Messaggio
    nel primo caso, sarebbe come dare il via a una serie di processi che porteranno a formulare una legge positiva sull'eutanasia....(cosa da evitare)
    nel secondo caso dobbiamo essere noi cristiani a dire di no......nessuno, neanche noi stessi possiamo decidere della nostra sorte....solo Dio
    saprà qundo chiamarci a se..... non so se ho risposto.....
    Lo Stato Italiano è uno stato laico, ed il suo unico compito è quello di ripondere ai bisogni dei cittadini.
    Il leggittimo proprietario di una vita è di chi la vive. Stop.
    Se a te piace considerare la tua vita come appartenente a qualcun'altro, ebbene ritengo che il minimo che puoi fare, per decenza, è che tu non voglia obbligare qualcun'altro a pensarla allo stesso modo.
    Ecco perchè una legge sull'eutanasia sarebbe una grande conquista di Civiltà.

  7. #7
    ITALIANO PURO SANGUE
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    Citazione Originariamente Scritto da Upuaut Visualizza Messaggio
    Nel caso di Welby le due cose COINCIDONO.


    Lo Stato Italiano è uno stato laico, ed il suo unico compito è quello di ripondere ai bisogni dei cittadini.
    Il leggittimo proprietario di una vita è di chi la vive. Stop.
    Se a te piace considerare la tua vita come appartenente a qualcun'altro, ebbene ritengo che il minimo che puoi fare, per decenza, è che tu non voglia obbligare qualcun'altro a pensarla allo stesso modo.
    Ecco perchè una legge sull'eutanasia sarebbe una grande conquista di Civiltà.
    non obbligo nessuno a pensarla come me....ogni uno è un essere libero....solo che libertà non deve essere intesa come un qualcosa con cui possiamo fare ciò che vogliamo.....liberà vuo dire sceltà....rispetto la decisione di Welby di uccidersi, anche se non la condivido.
    dipendiamo sempre da qualcosa.....dipendiamo sempre da Dio, solo LUI sa quando chiamarci a lui. si lo so che siamo in uno stato laico e di "sinistra",purtroppo, ma credo che la chiesa non deve rimanere inerte davanti alle cose che riguardano l'uomo. l'uomo deve svegliarsi e non pensare solo a ciò che è bene per la civiltà,,,....ma deve pensare a ciò che è giusto per l'uomo....perchè la società è fatta di uomini.

  8. #8
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    Predefinito Con quale diritto possiamo parlare di eutanasia?

    Con quale diritto possiamo parlare di eutanasia?


    Di fronte al dramma di uomini malati in maniera incurabile si notano solitamente due atteggiamenti. Il primo è quello di coloro che analizzano l’eutanasia come un problema meramente tecnicistico. La maggioranza delle persone però preferisce non pronunciarsi sull’argomento, pensando di non avere alcun diritto di parlare di un’esperienza che non vivono in prima persona.
    Nessuna di queste due posizioni ci appare pienamente umana. Noi non possiamo accettare che un problema così grande sia ridotto al solo aspetto scientifico, né possiamo evitare di affrontarlo, perché ci interroga sul modo con cui noi viviamo quotidianamente. Se non si affronta questo problema si rischia di cadere in quella forma di relativismo, secondo cui si può dare un giudizio solo sulle situazioni che si vivono. Al contempo c’è il rischio di cadere nella mentalità opposta: una leggerezza nell’esprimere giudizi che non tiene conto della situazione ma considera solo ciò che interessa a noi. Invece l’unica modalità interessante di affrontare il problema sull’eutanasia sta nel confrontare la nostra esperienza umana e la drammatica situazione che quegli uomini stanno vivendo. Così abbiamo potuto cogliere che noi, nella nostra vita quotidiana, siamo posti di fronte alla stessa scelta di coloro che richiedono l’eutanasia nella loro condizione di malati, anche se la drammaticità della loro situazione lo fa emergere in maniera più esplicita. Anche noi, di fronte alle difficoltà, siamo spesso portati a censurarle, a tentare di porvi fine il prima possibile, considerandole una parentesi priva di senso, una “non vita”.
    Un’esperienza che accettasse delle parentesi, che considerasse una condizione della vita estranea alla dignità della persona, non sarebbe umana, perché avrebbe bisogno per reggersi di eliminare qualcosa.
    Invece è umano quello sguardo che sa abbracciare tutto della vita, come ha testimoniato Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata Mondiale del malato.
    Il Papa infatti non si è perso nel groviglio della dialettica italiana sull’eutanasia, ma ha guardato in faccia a chi soffre, sottolineando da una parte che “è necessario promuovere politiche che creino le condizioni per cui le persone possano sopportare in una maniera degna anche le malattie incurabili e la morte”, dall’altro che urgono “centri per le cure palliative che forniscano un’assistenza integrale, offrendo ai malati l’assistenza umana e l’accompagnamento spirituale di cui hanno bisogno”.
    Benedetto XVI ha fatto un’osservazione semplice, ha detto che ogni malato terminale, come del resto ogni essere umano, ciò che cerca è uno sguardo in cui trovare il senso della sua vita, di tutta la sua vita, anche nel momento più difficile, quando sembra essere persa ogni speranza.
    Questo sguardo di simpatia all’umano c’è, è perché ne facciamo esperienza che guardiamo a Welby non come ad un caso, ma come ad un uomo, del tutto simile a noi, un uomo che grida un senso.

  9. #9
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    Sembra che Welby sia morto nella notte, lo hanno appena detto nelle news di Radiomontecarlo.
    Lo avrebbe reso noto questa mattina Marco Pannella... ma le agenzie di stampa sono in sciopero e non si hanno notizie più precise.

  10. #10
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    Ci ha pensato il Signore, dunque. Qualcuno avrebbe preferito che morisse asfissiato.

 

 
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