Sono nato il 14 novembre 1879 a La Franqui-Leucate (Aude) da George-Daniel de Monfreid e Amélie (MarieEmilie) Bertrand; mio padre George-Daniel, pittore ed incisore, frequentava i circoli artistici parigini della fine del XIX secolo ed era grande amico di Gauguin, col quale intrattenne un fitto carteggio, specialmente durante i suoi soggiorni esotici; fu proprio mio padre ad infondere in me l’amore per il mare portandomi sin da bambino a vogare.
I miei genitori però si separano nel 1892 e mia madre si prese cura di me. Nel frattempo frequentai il liceo a Carcassonne, poi a Parigi gli studi superiori, ma fallì miseramente, con grande rincrescimento di mia madre che voleva diventassi ingegnere.
In quel periodo incontrai Lucie Dauvergne, già madre di un bambino, la quale mi darà nel 1905 il mio primo figlio, Marcel.
La mia vita è abbastanza anonima, anche se movimentata: cambio diversi mestieri, autista, chimico presso la ditta Maggi; nel 1906 sempre per la stessa ditta sono capo servizio responsabile della raccolta della panna, l’anno dopo mi stabilisco a Fécamp.
Questa città sarà per me fatale: la vicinanza del mare ha un effetto immediato, esco spesso con la barca, il mio amore per la navigazione si rafforza, mi tempra e mi proietta verso nuovi orizzonti e verso nuove avventure.
Nel1908 mi licenzio dalla ditta Maggi, acquisto una cascina presso Melun per produrre e commercializzare il latte, ma nel giro di due anni la vendo anche acausa di problemi con la giustizia per una storia di latte adulterato: mi separo da Lucie, ormai voglio cambiare totalmente vita.
Sento che la normalità non è per me, però non riesco a capire quale anormalità mi si confaccia.
«Ciò che sembrava essenziale alla società mi appariva ridicolo e ciò che interessava agli altri, insensato. Da principio pensai di essere stupido o pervertito e cercai di mediocrizzarmi. Non potendo cambiare il mondo tentai di forzare la mia natura».
L’Africa mi attira, voglio rifarmi una vita nelle colonie: nel frattempo mi ammalo, incontro quella che sarà la mia nuova compagna, Armgart Freudenfeld, figlia del governatore tedesco dell’Alsazia occupata, poi un amico mi trova un lavoro a Gibuti presso la ditta Guigniony, per la quale commercio in caffè e pellame: è l’anno 1911.
Partendo, sul ponte del bastimento «Oxus» guardo il porto di Marsiglia allontanarsi:
«In un attimo tutte le piccole, mediocri regole borghesi in cui avevo chiuso i miei istinti per quindici anni furono consumate.
Scompariva il passato, quel passato nauseabondo... Con gioia feroce ne dispersi la cenere a pedate».
Da ora ha inizio la mia vita da avventuriero, che qualcuno dirà leggendaria e che per decenni mi ha visto bazzicare le rive del Mar Rosso, una vita che può essere considerata essa stessa un romanzo, che ho raccontato in una settantina di libri.
Per conoscere meglio cos’era Gibuti all’epoca in cui la frequentavo, riporto un tratto di un mio libro I segreti del Mar Rosso.
Quarant’annifa Gibuti era una penisola di sabbia, terminante con un isolotto di madrepore morte dove rari pescatori andavano a cercare rifugio durante le giornate di gran vento. La frangia costiera è coperta dalle acque di un largo canale, che da accesso ad un vasto bacino naturale. A 6 chilometri all’interno, un’oasi indica la presenza di falde acquifere.
Oggi, Gibuti appare come una città tutta bianca dai tetti piatti. Quando la si vede emergere all’orizzonte, all’avvicinarsi del piroscafo, sembra galleggiare sul mare: poi, a poco a poco, si intravedono serbatoi metallici, braccia di gru, cumuli di carbone, infine tutte le schifezze che la civiltà occidentale è condannata a portare ovunque con sé.
A destra, montagne grandi e cupe si ergono come una gigantesca muraglia dall’altro lato del golfo di Tagiura. Le loro alte falesie di basalto difendono questo misterioso paese dancalo, ancora inesplorato e popolato da tribù ribelli.
Dietro la città, un deserto di lava nera, coperto da cespugli spinosi, estende su una superficie di 300 chilometri un’inesorabile solitudine fino all’altopiano dell’Harrar.
La civiltà si arrende davanti a questa natura selvaggia che non dà nulla per la vita delle sue creature. Solo gli Issa, selvaggi e crudeli vi vivono da nomadi, con la lancia ed il pugnale sempre pronti per finire il viaggiatore bianco che il sole non abbia ancora ammazzato.
Tuttavia, un esile nastro di ferro attraversa questo paese torrido: è la ferrovia Gibuti-Addis Abeba.
Gli uomini coraggiosi che hanno perso la vita durante la sua costruzione sono ormai dimenticati. Chefneu, che fu il promotore di questa opera francese, è morto in miseria.
Dopo alcuni anni di lavoro con Guigniony, comprendo bene quali possano essere gli affari che rendono in quel paese: infatti a parte un certo movimento di transito, grazie alla ferrovia e al porto, Gibuti viveva praticamente del contrabbando delle armi.
Purché si pagassero i diritti di dogana, l’esportazione era libera.
In teoria le armi dovevano avere destinazione Mascatte dove un commerciante francese di nome Dieu aveva una fattoria e in virtù di un trattato commerciale con il sultano del posto dava un’apparenza di legalità a questo tipo di commercio con Gibuti: in pratica però le armi venivano vendute ovunque.
Cosi nel 1913, mi licenzio, parto per la Francia, il mese di agosto sposo Armgart Freudenfeld, conosciuta anni prima, ed in ottobre riparto di nuovo per Gibuti, senza moglie, ma con un carico di armi.
Mi installa a Gibuti, poi successivamente a Obock, acquisto un butro, commercio in armi, in hashish e mi dedico anche alla pesca delle perle, rischio più volte la vita e dopo una violenta tempesta nel Mar Rosso mi converto all’Islam e prendo il nome di Abdel Hai. Intanto il 15 aprile 1914 a Port-Vendres nasce la mia prima figlia, Gisèle.
I miei commerci si fanno sempre più azzardati ed il 23 dicembre vengo incarcerato a Gibuti con l’accusa di traffico d’armi e violazione dei codici doganali: uscirò di galera il 25 marzo 1915.
Nel frattempo essendo stato esonerato dal servizio militare intraprendo nel Mar Rosso alcune missioni di spionaggio contro i Turchi, con il tacito assenso del governo francese.
Vado in Grecia per acquistare hashish e lo rivendo in Egitto, continuo a praticare lo spionaggio e nel 1916 chiamo mia moglie Lucie e mia figlia Gisèle a vivere con me a Obock, dove nel 1921 nascerà Amélie e nel 1922 Daniel.
La nostra casa ad Obock verrà così descritta da mia figlia nel libro Mes Secrets de la Mer Rouge, pubblicato nel 1981:
Notre Maison était composée d’unrez-de-chaussée formant une galerie qui soutenait un étage. Celui-ci étaitoccupé par une vaste pièce qui servait de salle à manger et de salon.
L’ensemble s’ouvrait sur une grandeterrasse dominant la mer où nous prenions notre petit déjeuner et notredîner ; ainsi nous avions le privilège d’assister au lever et au coucherdu soleil. Au bout de l’étage, la chambre de mes parents était prolongée par uncabinet de toilette et par l’emplacement de mon lit.
Mais le rôle principal, dans cettedemeure, était tenu par l’escalier reliant les deux niveaux.
Il commandait toute la vie de lamaison et devait sa popularité aux craquements de ses marches : impossiblede l’emprunter sans alerter tout le monde…
A peine installée, ma mères’organisa. Elle savait décorer avec des riens et faire naître autour d’elle lebien-être familial.
Elle tendit les murs d’étoffesindiennes et couvrit le plancher de tapis anciens rapportés par mon père desports du Yémen.
Des meubles, parmi lesquelles desfauteuils en osier, furent commandées à Djibouti ; par miracle on trouvaaussi un piano, chez un colon qui devait regagner la France.
Due anni dopo l’arrivo della mia famiglia a Obock, vengo imprigionato dagli Inglesi a Berbera per traffico d’armi, ma vengo subito liberato e scagionato. Nel 1923 piazzo a segno un colpo da maestro: vendo 12 tonnellate di hashish in Egitto in barba agli Inglesi e con il ricavato compro una centrale elettrica ed un mulino a Dire Daua in Etiopia.
Finalmente posso dire di essere diventato un imprenditore e scrivo sul mio biglietto da visita “Henry de Monfreid, industriel, usine elecrique et minuterie,Dire-Daua, Abyssinie”.
In quell’anno entro in amicizia con la giornalista americana Ida Treat, che ha sposato Paul Valliant Couturier, il comunista pacifista eroe della Grande guerra. Scriverà che facendo scalo a Gibuti, un veliero attira la sua attenzione.
“Un uomo bianco era a poppa. Difficile prenderlo per un somalo, ma non avresti saputo dire se era un arabo o un europeo. Muscoloso, il suo corpo aveva il colore del tabacco. A testa scoperta, sotto il sole equatoriale, i piedi ben piantati, una fiera al sole. Una barca di somali gli passò vicino e i marinai lo salutarono con un grido ritmato: "Addl-el Hai…O.O.O.O. Abdl-elHai!"
Ero io, De Monfreid, e quello era il mio nome arabo, "schiavo del vivente", uno dei 99 nomi di Allah.
Quella ciurma di somali e arabi erano la mia ciurma, il mio equipaggio e avranno nei miei confronti, una sorta di venerazione.
In apparenza non avevamo nulla in comune, ma il pacifismo di Vaillant è di quelli maturati nel carnaio del '15-18 e può intendersi con il mio bellicismo che è, semplicemente, la lotta per la vita. Quanto al suo comunismo, è l'anticapitalismo e la difesa dei più deboli, in sintonia con il mio Fascismo, che mi fa amare l'Italia, e vedere in Mussolini un rivoluzionario e nel suo colonialismo non lo sfruttamento, ma un'idea di civiltà.
In quel periodo sul mio veliero ero scheletrico, come da costituzione, abbronzantissimo, mangiavo solo biscotti inzuppati nel the, e nei giorni di festa yogurt, noci e miele. La mia dieta è completata da tre tirate di oppio quotidiane, abitudine che conserverò per tutta la vita.
La vita dell’imprenditore, borghese e di routine non è adatta però al mio temperamento e cinque anni dopo sono di nuovo arrestato a Gibuti con l’accusa di traffico di stupefacenti e di assassinio: resterò in galera cinque mesi ed infine vengo rimesso in libertà completamente scagionato.
A partire dal 1928 fino alla fine della seconda guerra mondiale sarà tutta una serie di avventure, nel 1933 pubblico il libro Vers les terres Hostilesde l’Ethiopie che comporta la mia espulsione dal paese da parte di Hailé Selassié.
Divento reporter di guerra, prima in Yemen poi al seguito delle truppe italiane durante il conflitto italo-etiopico, al termine del quale e a causa della dichiarazione di guerra tra Francia e Italia rifiuto di lasciare l’Etiopia. Nel 1942 vengo arrestato dagli inglesi con l’accusa di spionaggio e deportato in Kenia come P.O.W. matricola n° 79137.
Il generale Silvio Campioni, che mi ha conosciuto in Etiopia scriverà proprio in quel frangente,
<Eravamo su un camion, pieno disoldati e ufficiali italiani: per ultimo un inglese accompagnò un uomo ossuto, che salì con noi e disse di chiamarsi Henry de Monfreid. Trovammo la cosa strana essendo un francese, ma fu portato in Kenia assieme a noi>.
Durante la guerra ho appoggiato la Francia di Petain, e dopo essere stato catturato dagli inglesi mi sono salvato per il rotto della cuffia dal plotone d’esecuzione per quell'accusa di spinaggio. Passo la mia prigionia come maggiordomo del console del governo legittimo in Kenya. A quel punto ho 65 anni, ma non mi fermo e scappo nella foresta per allevare animali selvatici.
Ottenuta nel 1947 la liberazione, ritorno in Francia e mi stabilisce a Ingrandes(Indres), ma nel 1951 ho di nuovo problemi con la giustizia, questa volta francese, per uso di stupefacenti.
Faccio amicizia con Jean Cocteau che mi ribattezza "il mio caro corsaro"; il mio stile è sempre lo stesso: Cammino con uno sciacallo al fianco, allevo manguste, tengo un corvo sulla spalla destra, e mi esibisco al Vieux Colombier come chansonnier.
Nonostante l’età ormai avanzata, mantengo sempre il consueto spirito avventuroso. Infatti nel 1958 settantanovenne, assieme a mio figlio Daniel tento di raggiungere l’isola Maurice partendo dalla Réunion. Per dieci giorni vengo dato per disperso: poi com’è sempre stato nel mio solito, riappaio improvvisamente come dal nulla, sano e vegeto.
Mio figlio Daniel, al quale ho trasmesso la passione per il mare e per la tecnica di costruzione delle barche, progetta e costruisce un veliero che chiama Obocked assieme compiamo il viaggio Le Havre-Bordeaux: è l’anno 1962.
Sarà la mia ultima avventura importante: gli anni successivi seguirò la preparazione del telefilm I segreti del Mar Rosso e nel 1970 esce il mio ultimo libro, forse il settantesimo, Le feu de Saint Elme.
Lascio questa terra a Ingrandes il 14 dicembre 1974 all’età di 95 anni, in circostanze misteriose dice qualcuno; non troveranno mai il mio corpo.
Qualcun altro dice che non sono mai morto………
“L'uomo si scava la fossa con la forchetta con cui si nutre.”
Henry de Monfreid
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