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  1. #1
    kalashnikov47
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    Predefinito Golpe usraeliano in Palestina.

    UN GOLPE IN PALESTINA?




    Nel suo discorso di Sabato mattina alla Muqata, a
    Ramallah, il
    presidente palestinese Abu Mazen ha convocato nuove
    elezioni
    parlamentari e presidenziali a data da destinarsi.
    L'annuncio
    giunge dopo giorni di scontri armati tra i militanti
    di Hamas e
    Fatah, che hanno lasciato sul campo molte vittime, tra
    cui donne e
    bambini. Nella legge elettorale dell'ANP, varata nel
    2005, non è
    previsto il ricorso a elezioni anticipate: il
    presidente ha il
    dovere di indire nuove elezioni a tre mesi dalla
    scadenza naturale
    del mandato legislativo. Di conseguenza, il governo
    Hamas non ha
    riconosciuto la chiamata alle urne e dichiarato che
    non si
    presenterà alle elezioni. Questo inaspettato
    accavallarsi di
    eventi nei Territori Occupati ammette d'altra parte
    una possibile
    spiegazione, se collocato all'interno della situazione
    mediorientale e in particolare dello schiacchiere
    iracheno. Ma
    torniamo prima ai fatti.

    Dopo mesi di tensioni e scontri quotidiani nella
    Striscia di Gaza,
    la situazione precipita negli ultimi giorni, durante
    la visita del
    primo ministro palestinese Haniyeh (Hamas) a Teheran.
    L'efferata
    esecuzione dei tre figli di un funzionario di Fatah, a
    Gaza City,
    e la spirale di violenza che ne segue, spinge Haniyeh
    ad
    anticipare il suo rientro nei Territori. Giunto al
    confine di
    Rafah tra Egitto e Striscia di Gaza, Haniyeh viene
    respinto alla
    frontiere dall'esercito israeliano (anche se alcuni
    funzionari di
    Fatah rivendicano questa responsabilità), che gli
    vieta l'ingresso
    a Gaza con i trentacinquemilioni di dollari in
    contanti, che il
    premier aveva ricevuto in Iran. Dopo ore di
    trattative, Haniyeh
    lascia i soldi in Egitto e attraversa il confine, ma
    dall'altra
    parte avviene uno scontro a fuoco tra il convoglio di
    Hamas e i
    militanti di Fatah: viene ferito il figlio di Haniyeh,
    il quale
    accusa Fatah, nella persona di Mohammed Dahlan, uomo
    forte di
    Abbas a Gaza, di aver cercato di assassinarlo. La
    tensione cresce
    nei giorni seguenti, quando poliziotti fedeli ad Abu
    Mazen sparano
    sulla folla a Ramallah, durante una manifestazione di
    Hamas.
    L'escalation continua con un attentato al ministro
    degli esteri
    Zahar (Hamas) e un colpo di mortaio alla residenza di
    Abbas a
    Gaza. Dopo i continui appelli alla calma di Haniyeh e
    del leader
    di Hamas a Damasco, Khaled Mash'al, un comunicato di
    tutte le
    fazioni palestinesi annuncia domenica sera la
    cessazione delle
    ostilità tra bande rivali.

    Dopo aver cercato di rovesciare Hamas in tutti i modi,
    il
    presidente Abu Mazen ha infine deciso il tutto per
    tutto
    dichiarando nuove elezioni, senza tuttavia
    specificarne la data
    (alcuni funzionari dell'OLP indicano Giugno). Nel
    frattempo,
    domenica, uomini della guardia presidenziale hanno
    cominciato a
    occupare militarmente vari ministeri a Gaza, mentre
    Hamas urlava
    al colpo di stato. A prima vista, la scelta così
    drammatica e
    radicale di Abbas sembra senza sbocchi, dal momento
    che la
    popolarità di Fatah è bassa, come durante le elezioni
    dello scorso
    Gennaio. In un sondaggio reso noto domenica, Haniyeh e
    Abbas si
    contenderebbero la presidenza dell'ANP con un testa a
    testa,
    mentre nelle elezioni legislative Fatah sarebbe
    leggermente
    avanti. Tuttavia, alle scorse elezioni, mentre Fatah
    era dato in
    vantaggio nei sondaggi, Hamas vinse di larga misura.
    Quindi la
    scelta di Abbas di indire elezioni contrariamente al
    dettato
    costituzionale sembra dettata dalla disperazione. A
    meno che la
    mossa del leader di Fatah non sia stata studiata
    d'accordo con
    Israele, che da sempre cerca di rafforzare la
    leadership moderata
    e liberarsi del movimento islamico. E' evidente che,
    quando Abbas
    afferma che il governo Hamas non riesce a far fronte
    ai problemi
    palestinesi e che il parlamento non riesce a
    funzionare, si
    riferisce al fatto che Israele ha sequestrato ministri
    e
    parlamentari di Hamas, da cinque mesi ormai detenuti
    come merce di
    scambio per Gilad Shalit, il caporale dell'IDF ancora
    nelle mani
    di Hamas. Una possibile spiegazione della chiamata
    alle elezioni
    potrebbe essere un accordo tra Abbas e Olmert per il
    rilascio di
    Marwan Barghouti, giovane e popolare leader di Fatah
    imprigionato
    in Israele. Da alcune settimane infatti il governo
    israeliano
    discute della possibilità di liberare Barghouti, per
    rafforzare
    Abbas, in un ipotetico accordo per il rilascio di
    Shalit. Non si
    spiega altrimenti l'annuncio di Abbas, anche perché
    nel sondaggio
    di domenica Barghouti risulta largamente in vantaggio
    su tutti gli
    altri candidati (sia di Hamas che di Fatah) alla
    presidenza
    dell'ANP.

    Che la mossa di indire nuove elezioni, destituendo il
    governo
    democraticamente eletto di Hamas, sia stata concordata
    con Israele
    e Stati Uniti è supportato da numerose altre
    considerazioni.
    Innanzitutto dal frenetico susseguirsi di contatti tra
    Abbas,
    Condoleezza Rice e funzionari israeliani dei giorni
    scorsi.
    Inoltre, in un viaggio lampo di due giorni in
    Medioriente, Blair
    ha lodato il discorso di Abbas per la sua moderazione,
    mentre
    risulta chiaro che chiedendo le elezioni Abbas metteva
    in conto lo
    scoppio della guerra civile nei Territori. La scelta
    dei tempi
    nella strategia della tensione, da parte di Abbas, si
    può
    attribuire all'ultima possibilità di bloccare Hamas
    prima che sia
    troppo tardi. L'argomento principale che Abbas oppone
    ad Haniyeh è
    l'embargo internazionale che, a causa della vittoria
    elettorale di
    Hamas, ha prosciugato i fondi dell'ANP e sta portando
    i
    palestinesi verso una catastrofe umanitaria. Tuttavia,
    negli
    ultimi mesi Hamas stava riuscendo a creare un canale
    parallelo di
    finanziamenti da parte dei paesi arabi, bypassando il
    blocco
    occidentale. Pagando gli stipendi dei dipendenti
    statali, infatti,
    il governo aveva in parte messo fine ai continui
    scioperi. Nel suo
    viaggio diplomatico, Haniyeh era finalmente riuscito
    ad ottenere
    una grossa donazione dall'Iran di Ahmadinejad, con una
    promessa di
    trecentocinquanta milioni di dollari di aiuti in
    contanti. A
    questo punto, Abbas probabilmente ha temuto il venir
    meno del
    ricatto monetario che pende su Hamas e ha deciso di
    giocare il
    tutto per tutto.

    La drammatica decisione di Abbas, oltre che da
    Israele, è
    attivamente appoggiata dagli Stati Uniti. Domenica
    Israele ha reso
    noto che cercherà di realizzare lo spostamento di una
    brigata
    speciale di Fatah (la brigata Bader) dalla Giordania a
    Gaza e
    contemporaneamente la Rice ha chiesto al Congresso
    americano un
    finanziamento straordinario di alcuni milioni di
    dollari per
    rafforzare Abbas. Questo si aggiunge al continuo
    rifornimento
    americano di armi agli uomini della Forza 17, la
    guardia
    presidenziale palestinese. E' chiaro che Olmert e Bush
    vedono come
    fumo negli occhi la possibile alleanza tra Iran e
    Hamas, anche se
    per ora soltanto economica e non politica, che
    rafforzerebbe
    ancora di più la proiezione del regime di Teheran su
    Israele, già
    minacciato a nord da Hizbullah. Nonostante la
    differenza religiosa
    tra l'Iran sciita e Hamas sunnita, il consolidamento
    di potenza
    regionale del primo e l'assoluta necessità di rompere
    l'embargo
    del secondo potrebbero portare infatti ad una nuova
    fase del
    conflitto mediorientale. Queste considerazioni si
    situano
    all'interno della crescente difficoltà americana in
    Iraq e del
    rifiuto da parte dell'amministrazione Bush di
    implementare il
    rapporto Baker, che suggeriva una trattativa con Siria
    e Iran per
    superare il disastro iracheno. Nella visione neo-con e
    israeliana,
    una guerra civile nei Territori porterebbe dunque
    considerevoli
    vantaggi. Da una parte, metterebbe fine all'egemonia
    di Hamas,
    riportando il controllo del territorio nelle mani
    dell'alleato
    Abbas. In secondo luogo, indebolirebbe l'altro attore
    regionale,
    la Siria, che ospita Khaled Mash'al, leader di Hamas e
    artefice
    della linea dura del movimento islamico. Il presidente
    siriano
    Assad da alcuni mesi propone l'apertura di una
    trattativa senza
    precondizioni con Israele, mentre Olmert ripete che,
    finché
    Damasco darà asilo a Mash'al, non sarà possibile alcun
    dialogo. La
    settimana scorsa, Assad ha rilasciato un'intervista ad
    un
    quotidiano italiano, ribadendo la volontà di aprire la
    trattativa.
    Non è un caso infatti la scelta dell'Italia, dal
    momento che fra
    alcuni mesi il comando italiano subentrerà a quello
    francese sulla
    missione UNIFIL in Libano, terreno in cui si gioca
    l'altra guerra
    sporca tra Stati Uniti e Siria-Iran.

    La situazione nei Territori Occupati dunque si fa più
    difficile e
    intricata di giorno in giorno. Gli israeliani
    continuano le
    operazioni militari in West Bank, arrestando e
    uccidendo
    quotidianamente militanti palestinesi. Olmert ha dato
    ordine ai
    ministri di non rilasciare dichiarazioni su quanto sta
    accadendo,
    poiché "è una questione interna palestinese." Da più
    parti ci si
    chiede se stia per deflagrare una guerra civile
    fratricida tra
    Hamas e Fatah. Per il momento, gli scontri armati
    giornalieri
    assomigliano più a una guerra tra clan per il
    controllo del
    territorio: la gran parte della popolazione subisce la
    violenza,
    senza prendere parte per l'uno o per l'altro
    schieramento.
    Tuttavia, in questi mesi Hamas è andato accumulando a
    Gaza
    tonnellate di armi, in previsione di una guerra
    civile, mentre
    dall'altra parte Fatah riceveva armi da Israele e
    Stati Uniti. Il
    ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza della fine di
    novembre
    sembra a questo punto quasi sospetto, dal punto di
    vista della
    tempistica. Pare che gli israeliani abbiano voluto
    farsi da parte
    per qualche tempo, aspettando di vedere il cadavere
    del nemico
    scorrere non lungo il fiume, ma lungo le coste della
    Striscia.

  2. #2
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    Il mondo in frantumi



    In Palestina c’è tra i fedayin chi lavora per il re di Prussia. Tra i ranghi di Al Fatah, in particolare. Come per un copione scritto da Olmert e messo in scena dal Mossad, i seminatori di zizzania e veleno sono ormai da tempo al lavoro per spezzare l’unità del popolo palestinese. A tutto beneficio dell’occupante sionista.
    Dopo il fallito attentato al premier Ismail Hanyeh, non a caso fermato giovedì al valico di Rafah tra l’Egitto e i territori di Gaza da un intervento militare israeliano, in Palestina la situazione sembra precipitare. Ieri una trentina di persone sono rimaste ferite durante scontri a Ramallah, in Cisgiordania, tra sostenitori di Hamas e forze della sicurezza palestinese (legate cioè al presidente Abu Mazen e provenienti dai ranghi di al Fatah). Questi ultimi, evidentemente strumentalizzati da Tel Aviv, hanno tentato di impedire il raduno di fronte alla moschea di Nasser del movimento radicale islamico - Hamas appunto, legittimo rappresentante di oltre due terzi di cittadini palestinesi - nel 19esimo anniversario dalla sua fondazione. Tra i feriti, un bimbo di 10 anni colpito alla testa dalle pallottole e in condizioni gravissime.
    Un'altra sparatoria - non a caso organizzata nel giorno di preghiera, venerdì - è avvenuta a Gaza sempre tra milizie di Fatah ed esponenti di Hamas, il movimento di resistenza islamico che, sfilando a capo coperto, hanno tacciato di tradimento la polizia dell’Anp, fedelizzata al presidente Abu Mazen. Lo scontro a fuoco è avvenuto ad un isolato dalla casa dell’uomo forte di Fatah, il deputato Mohammed Dahlan, accusato da Hamas di aver orchestrato l’attacco contro il premier Haniyeh.
    Lo stesso Haniyeh di fronte a migliaia di laestinesi raccolti nello stadio di Yarmuk, ha esplicitamente parlato di “complotto” tramato “notte e giorno” dai nemici della sovranità della Palestina. Parlando del suo viaggio all’estero dove in vari paesi arabi ed islamici aveva raccolto milioni di dollari di aiuti per il popolo palestinese, di fatto sotto embargo per volontà israelo-americana, ha detto: «L'umma (la nazione) islamica ripone in voi le speranze perché voi rappresentate il cuore pulsante dell'Islam».
    Dal suo canto Mohammed Saib Erekat, capo negoziatore dell’Olp con gli israeliani, ha aggiunto olio al fuoco ha difeso Fatah e Mohammed Dahlan, indicato da Hamas come il mandante del tentato assassinio del premier Haniyeh., prospettando l’allargamento di «una guerra civile che distruggerà tutto».
    E’ evidente che della divisione tra i palestinesi, l’unico beneficiario è il nemico occupante sionista e il suo grande alleato anglo-americano. In Palestina si sta dunque ripetendo la ricetta “strategica” della dominazione atlantica: la creazione cioè, ovunque nel mondo, di focolai di divisione e parcellizzazione dei popoli. Così si è operato tutt’intorno alla Russia, così in Afghanista, in Iraq, in Libano e adesso in Palestina.

  3. #3
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    Palestina sull'orlo della guerra civile

    La Palestina sull’orlo della guerra civile. In un clima già piuttosto teso a causa della prospettiva avanzata da Mahmmoud Abbas di destituire il governo di Hamas, e convocare nuove elezioni, quanto accaduto giovedì al valico di Gaza, bloccando l’ingresso di Ismail Haniye perché recava con sé 35 milioni di euro raccolti durante il suo tour nel Vicino Oriente, ha avuto l’effetto di scatenare una reazione a catena che sta portando la Palestina ad imboccare la strada della guerra civile. All’origine di tutto, dicevamo, il fermo di otto ore al valico di Rafah del premier palestinese a cui hanno fatto seguito una serie di scontri a fuoco fra i militanti del movimento islamico e le guardie speciali fedeli al presidente, la forza 17, nel corso dei quali è rimasta uccisa una sua guardia del colpo e sono stati feriti il figlio del primo ministro, Abdel Salam, il suo consigliere politico, Ahmed Yousef. Quanto accaduto è stato interpretato come un evidente tentativo di assassinare Haniye, e definito dallo stesso premier “un crimine intenzionale”. L’effetto domino scatenato è difficilmente controllabile.
    Violenti scontri si sono verificati nella mattinata di ieri sia a Gaza che in Cisgiordania tra sostenitori di Hamas e quelli di Fatah, riproponendo la stessa situazione che si era verificata la scorsa estate. A Ramallah, numerose persone sono rimaste ferite, più di una trentina, tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa dal fuoco incrociato e in condizioni gravissime. Gli scontri sono scoppiati in occasione della manifestazione organizzata da Hamas per il 19esimo anniversario della sua fondazione, quando la polizia, che non aveva autorizzato la dimostrazione, è intervenuta per disperdere la folla. Gli agenti hanno usato sfollagente ed hanno esploso proiettili in aria, mentre i militanti di Hamas hanno risposto con lancio di pietre e bottiglie. Sul posto si trovavano anche uomini delle Brigate dei martiri al Aqsa, braccio armato di Fatah.
    Successivamente, i militanti di Hamas si sono asserragliati nella moschea di Nasser. Un’altra sparatoria è avvenuta a Gaza tra forze dei due partiti. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha lanciato un appello agli esponenti religiosi perché nei sermoni esortino all’unità nazionale alla riconciliazione.
    I tentativi di far rientrare la situazione dicendosi “dispiaciuto” per quanto accaduto al convoglio del premier sono risultati, però, inutili e poco credibili, visto il contesto che vede il presidente palestinese sempre più vicino alla sfera di influenza statunitense e sempre più intenzionato a limitare il potere del governo, al punto che l’ipotesi di un complotto nei confronti del capo dell’esecutivo non è apparsa impossibile.
    Secondo il movimento di resistenza islamico, dietro l’attacco ad Haniye ci sarebbe Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza preventiva a Gaza, e esponente di Fatah, ritenuto vicino ai servizi segreti Usa. L’accusa è ufficiale viste le dichiarazioni, in conferenza stampa a Gaza, del portavoce del gruppo, Ismail Rawdan che ha definito Dahlan “il regista dell’operazione”, accusandolo anche di essere responsabile di una “campagna sui media” per discreditare il movimento che guida il governo palestinese.
    “Conosciamo quelli che hanno attaccato il convoglio di Haniyeh e li puniremo”, ha assicurato, chiedendo, inoltre, al presidente Abbas di ritirare le forze di sicurezza da lui controllate, compresa la Guardia presidenziale coinvolta nella sparatoria, dato che “non sono più in grado di assicurare la sicurezza della popolazione”. Lo scontro tra i due gruppi si è spostato dunque su questo terreno. Fatah ha messo in guardia Hamas dal toccare Dahlan. L’avvertimento è giunto da Saeb Erekat, uno degli uomini più vicini ad Abu Mazen, che ha scaricato al responsabilità della sparatoria avvenuta nella notte di giovedì sul movimento islamico.
    “Non permetteremo la realizzazione d'interessi politici tramite la forza bruta”, ha aggiunto, davanti ai giornalisti a Ramallah. Sull’episodio che ha scatenato nuovamente il caos le versioni circolano versioni differenti, che tendono allo scaricabarili reciproco.
    Sulla questione è intervenuto anche Washington.
    Il portavoce del dipartimento di Stato americano, Sean McCormack, ha accusato Abu Mazen per il blocco.
    Erekat ha risposto spiegando che la Guardia Presidenziale ha accettato “di chiudere il valico dopo che Israele aveva minacciato di attaccarlo se fosse stato permesso il transito di Haniyeh”. La radio israeliana ha avanzato l’ipotesi che lo scontro a fuoco fosse frutto di un equivoco, dovuto al fatto che all'ingresso di Haniyeh nella striscia di Gaza centinaia di miliziani di Hamas avrebbero sparato in aria in segno di giubilo, scatenando la reazione delle guardie del corpo di Haniyeh. Fatto è che tutte le versioni tendono a scagionare Tel Aviv da ogni colpa. È evidente che a trarre vantaggio da questa situazione sarà, tuttavia, proprio Tel Aviv

  4. #4
    kalashnikov47
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    Gli Usraeliani si stanno specializzando nel scatenare guerre civili: Irak, Palestina e Libano.

  5. #5
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    Chi suona la musica in Libano?

    | Sabato 16 Dicembre 2006 - 174 | Dagoberto Bellucci |

    dal corrispondente

    Haret Hreik (Beirut) - In una conferenza stampa tenuta a Aden, nello Yemen, dove si trovava in visita ufficiale, il segretario americano aggiunto per i problemi mediorientali, l’ebreo David Welch, ha criticato nuovamente il ruolo della Siria e le sue “interferenze” negli affari interni libanesi.
    Francamente non si capisce esattamente dove voglia andare a parare la diplomazia statunitense quando insiste nell’accusare d’ogni male libanese la Siria. Nell’incontro con il presidente yemenita Alì Abdallah Saleh il segretario aggiunto Welch ha pregato la diplomazia yemenita di “trasmettere le preoccupazioni statunitensi a Damasco”. “Il ruolo della Siria nel Libano non è né costruttivo né benefico per questo paese. Noi - ha continuato Welch - siamo molto inquietati dall’attitudine di Damasco e continueremo a vigilare per la sovranità e la stabilità del Libano”.
    Il capo di Stato siriano Bashar el Assad, secondo quanto riferito dall’agenzia stampa AFP, dovrebbe recarsi sabato prossimo nello Yemen. Mercoledì scorso il presidente americano Bush era tornato a criticare il ruolo siriano nel Vicino Oriente.
    E due giorni fa, mentre si trovava in visita a Beirut per incontrare il premier Fuad Siniora e il ministro della Difesa Elias Murr, il senatore democratico Usa, Bill Nelson, aveva ribadito di aver avuto un “duro scambio di opinioni” con il presidente siriano Bachar el Assad. “Abbiamo avuto uno scambio aspro di opinioni e ci siamo trovati in disaccordo su quasi tutto” ha dichiarato il senatore Nelson, specificando che la discussione verteva soprattutto sul governo libanese e sul Tribunale Internazionale. “Il presidente Assad era in disaccordo su qualsiasi delle mie proposte. Ha affermato che non sostiene l’attuale esecutivo libanese e abbiamo avuto un pesante scambio di accuse”, ha concluso il senatore Usa.
    Queste ennesime interferenze americane nella regione, dunque, si inseriscono a pieno nella strategia di destabilizzazione del Vicino Oriente perseguita da Washington con l’ausilio dei suoi alleati libanesi. Alleati che non perdono occasione per rilanciare la potente propaganda statunitense. Recentemente Saad Hariri ha indicato che “Hizbollah attacca il consiglio dei ministri su direttive dell’Iran”. Accuse non nuove e strumentali che amplificano un leit motiv della propaganda sionista e americana contro il partito sciita di Sayyed Hassan Nasrallah. Hariri ha inoltre dichiarato di aver inviato un messaggio all’ambasciatore iraniano a Beirut, Mohammad Reza Chibani, per avvertire la diplomazia iraniana di “non intervenire nell’attuale crisi politica libanese”. Hariri avrebbe addirittura dichiarato che l’Iran gioca un ruolo negativo in Libano e semina discordia tra i musulmani: più o meno quello che volevano gli Usa e che stanno cercando di realizzare i partiti filoamericani del fronte del 14 Marzo.
    Durante un’intervista rilasciata alla televisione algerina, Hariri ha quindi dichiarato che nessuna corrente o fazione libanese può prendere il sopravvento sulle altre perchè “il Libano è un paese di coesistenza e il messaggio che vuol lanciare è quello della libertà, del rispetto e della democrazia” per poi tornare nuovamente ad accusare la piazza “scatenata da Hizbollah che è il maestro delle iniziative politiche antigovernative”. Hariri ha inoltre dichiarato che gli obiettivi dell’opposizione sarebbero “regionali” e non avrebbero niente a che vedere “con la politica interna libanese”. Onestamente non si capisce bene quale messaggio abbia voluto lanciare il capo del principale partito sunnita libanese che ha, di fatto, rilanciato le idee-base della propaganda sionista e americana che vorrebbero Hizbollah una semplice pedina delle strategie siriane e iraniane nel Libano, mentre in realtà questo partito ha dimostrato da anni di essere una realtà inserita pienamente nella vita politica nazionale.
    Interrogato infine su un eventuale peggioramento della situazione e su una possibile spirale di violenze il capo della Corrente Future ha dichiarato che “l’attuale esecutivo è sostenuto da una maggioranza parlamentare” a suo dire “legittima”. Una maggioranza che ha paura di tornare ai seggi; che rifiuta la formazione di un nuovo esecutivo di unità nazionale ed è minoranza nel Paese.
    Hariri ha infine dichiarato che “il capo dello Stato è alleato della Siria e di Hizbollah e al loro fianco si situa anche il presidente dell’Assemblea parlamentare” ciò farebbe sì che “esiste una situazione inequilibrata dei poteri”.
    Inutilmente e poco credibilmente il capo della Corrente Future ha dichiarato di sostenere le ragioni della Resistenza se queste sono le ragioni di tutti i libanesi. Hariri dunque da un lato lancia accuse e dall’altro lato cerca di mantenere un ruolo che oramai non è più né moderato né attendista.
    Chi suona dunque la musica della politica libanese e dirige la sgangherata orchestra delle forze filoamericane e occidentali del 14 Marzo? Una risposta che è già presente nella domanda e che tutti i libanesi al lato del fronte nazionale conoscono alla perfezione.

 

 

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