FINEZZE
Le revoca l’incarico per ricordarle
chi porta i pantaloni in An
Ma la Santanchè è più virile di Fini
Hanno visto Gianfranco Fini ciondolare
soddisfatto per i corridoi della
Camera, subito dopo l’esibizione padronale
contro Daniela Santanchè: le ha tolto
un incarico importante per ricordarle
che quello importante è ancora lui.
Lei, vera signora con uso di mondo, ha
fatto la sciccata di dirsi d’accordo e di
aggiungere, feroce: “Mi sento premiata”.
Neanche una lacrima: un vero uomo.
Lui, come sempre microcaporale molto
abbronzato e invidiosetto, di quelli che
si immergono con le bombole perché sono
ancora convinti che faccia fino, non
ha retto la vittoria di una donna con le
borsette perfettamente coordinate alle
scarpe. Perché è ovvio che Daniela Santanchè
ha stravinto, è lei la faccia moderna
di Alleanza nazionale, è tutto
quello che Gianfranco Fini vorrebbe ma
non riuscirà mai a essere (nonostante le
trafelate corse verso la presentabilità,
prima sociale e poi politica, nonostante
gli strappi utili a strappare qualche titolo
a sei colonne). Daniela Santanchè
è meglio, ha più coraggio e nessun’ansia
di rinnovamento, perché è già, spavaldamente,
nuova. “Da
tempo ho abbandonato il
politically correct”, ha
detto, mentre Gianfranco
Fini ancora cerca di accaparrarsene
un pezzetto, e sempre
con toni che suonano
falsi (come il
Corano da studiare
in classe, come
la “becera propaganda
antiislamica”
del film di Renzo Martinelli,
“Il mercante di pietre”, come l’apertura
sui Pacs però vergognandosi e
masticando, come i Sì al referendum
sulla fecondazione assistita – quella
volta, invece, fierissimo, perché poteva
stare finalmente insieme con tutti i
radical chic del mondo).
La Santanchè (detta perfino “la Santa”,
che fa parecchio Milano da bere) rivendica
con larghi sorrisi, frasi azzeccate
e quel po’ di leggerezza che serve,
un’identità. Occidentale, femminile,
modernissima, appassionata. Gianfranco
Fini, invece, l’identità cerca di sotterrarla,
inventandosi altre smancerie,
fingendo di rischiare senza rischiare
mai niente davvero, raggelandosi l’immagine
per sembrare più cosmopolita,
continuando a sbagliare tutte le cravatte
ma senza allegria. Ha perfino invitato
alla sua fondazione gli stilisti, perché
è una cosa trendy, ma non essendo un
bon vivant chiama Dolce e lascia a casa
Gabbana, mentre “la Santa” bazzica serena
la barca di Briatore (mai di nascosto,
anzi con in testa sfacciati sombreri),
organizza cene a cui non mancano Silvio
Berlusconi e Simona Ventura, e
chiacchiera gentile con le ministre e le
colleghe di centrosinistra, lei sì femminista
solitaria: una che per principio
non parla male delle donne, anche
quando scarseggiano in solidarietà o le
sibilano alle spalle che quelle scollature
sono davvero troppo di destra. Ora
che, poco signorilmente, Fini le ha dichiarato
guerra, trattandola come se
fosse uno Storace qualunque, quelle
lunghe corse affannate verso la modernità
suonano un po’ più ridicole.
il Foglio




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