Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito La Duma respinge l'adesione della Russia al Tribunale Europeo

    In soldoni, da quanto ho capito, la Russia ha respinto la richiesta di aderire al massonico Tribunale Europeo per la difesa dei diritti umani o roba simile. Insomma una bella sberla alla supponenza dei eurocrati che non smettono mai di infastidire la Russia su ordine dei padroni d'oltreoceano.
    Ovviamente al TG hanno intervistato una giornalista russa tipo la Politkovskaya, che si occupa delle nefandezze di Putin (ma non è una dittatura la Russia?) che si è detta inorridita da questa decisione che allontana la Russia dalla democrazia bla bla bla bla...

  2. #2
    Forumista junior
    Data Registrazione
    15 Sep 2006
    Messaggi
    90
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da kalashnikov47 Visualizza Messaggio
    In soldoni, da quanto ho capito, la Russia ha respinto la richiesta di aderire al massonico Tribunale Europeo per la difesa dei diritti umani o roba simile.
    Gloria alla Russia, e morte all'etnocidio attraverso i "diritti umani".

    Vedi:
    - Indagine sui diritti dell'uomo. Genealogia di una morale
    - I Diritti dell'Uomo in azione. La deriva della legge e dei giudici verso lo psicoreato

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ottimo. In nome dei cosidetti "diritti umani" si stanno distruggendo, come scrive Baba Yaga, le identità etno-razziali, spirituali e culturali di interi popoli..compresi quelli alpino-padani!!

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Diritti dell'uomo?
    Di Adriano Scianca


    Nella pluralità chiassosa e multiforme che caratterizza il Sistema – pluralità comunque illusoria, tesa a mascherare la sostanziale convergenza delle sue forme – spicca, per l’unanimità che lo circonda, il tema dei “diritti umani”. Al giorno d’oggi non c’è nessuno – nessuno – che osi pubblicamente dichiararsi estraneo alla morale dei diritti dell’uomo ed alla filosofia che ne è alla base. Ciò è facilmente constatabile se solo si osserva il “dibattito” che ha caratterizzato questi giorni di guerra, dibattito essenzialmente teso a “dimostrare” se il modo migliore per esportare nel mondo i valori “universali” dei diritti dell’uomo sia attraverso l’utopia cosmopolita e pacifista alla Emergency oppure tramite lo sbrigativo pragmatismo yankee alla Bush. Due prospettive, come si vede, così lontane eppure così vicine; nessuna delle due, comunque, si allontana dagli stessi valori di fondo e dalla stessa ideologia implicita. I diritti umani rimangono sempre sullo sfondo, tacitamente assunti come valore supremo. Comprendere l’essenza di questa moderna religione, scoprirne le origini e lo sviluppo ci sembra quindi essenziale per chiunque oggi voglia porsi in contrapposizione col Sistema senza avere le armi spuntate in partenza, trovandosi a combattere il fuoco con la benzina.

    Genealogia della dottrina dei diritti umani

    I “diritti dell’uomo” sono la suprema espressione dell’Egualitarismo, ovvero di quella tendenza storica nata e affermatasi per la prima volta nella storia con il giudeo-cristianesimo ed in seguito dispiegatasi storicamente nelle sue varianti laiche (democrazia liberale, comunismo, mondialismo ecc). La fase originaria – quella che Giorgio Locchi chiamava la fase “mitica” (1) – dell’Egualitarismo contiene già in sé tutti i suoi sviluppi futuri, seppur in forma latente e non espressa. Questo vale anche per la dottrina dei diritti umani.

    Nota Stefano Vaj (2), infatti, che il monoteismo giudeo-cristiano contiene, nella sua prima formulazione, tutti i postulati teorici che stanno alla base della moderna dottrina dei diritti dell’uomo: la credenza in un diritto naturale la cui validità trascenda ogni diritto positivo concreto e sia espressione di una morale oggettiva e universale; l’affermazione della priorità dell’individuo su ogni comunità organica, affermazione direttamente conseguente dall’idea della salvezza individuale; la credenza nell’esistenza di una “persona umana” indipendente da ogni determinazione concreta, cioè il primato dell’“Uomo” tout court sugli “uomini” storicamente situati; la mentalità universalista e cosmopolita che considera il genere umano come una unità indifferenziata rispetto alla quale ogni appartenenza è un accidente trascurabile. Tutti questi mitemi sono contenuti in modo chiaro ed esplicito nella formulazione originaria della tendenza storica egualitarista; questo non vuol dire, tuttavia, che nella Bibbia si trovino espressi, anch’essi in modo esplicito, i diritti dell’uomo stessi così come li conosciamo oggi. Per giungere a ciò, l’Egualitarismo deve dispiegarsi totalmente, attraversando e consumando fino in fondo la sua fase “ideologica” – usiamo sempre il linguaggio di Locchi –, la fase, cioè, in cui le differenti ideologia sorelle, nate dallo stesso seno, si contrappongono l’un l’altra. E’ questa la fase storica che coincide con il periodo che va dall’affermazione del Protestantesimo sino alla fine dell’Ottocento. In quest’arco di tempo le diverse forme ideologiche dell’Egualitarismo, dimentiche della propria comune origine, si danno battaglia, ciascuna rivendicando il primato nell’affermare la medesima visione del mondo.

    I fondamenti teorici della dottrina dei diritti umani emergono in modo sempre più evidente all’interno della riflessione egualitarista (pensiamo a Grozio, a Locke, a Kant, alle Costituzioni statunitensi, alle Dichiarazioni solenni della Francia post-rivoluzionaria, agli ideali di fratellanza universale che costantemente emergono all’interno della tradizione marxista ecc.), e tuttavia non si è ancora in grado di “ricomporre l’infranto”, per dirla con Benjamin; cosa manca? E’ ovvio: manca un nemico assoluto di fronte al quale coalizzarsi e ritrovare la perduta unità. Questo nemico, è appena il caso di dirlo, è rappresentato dall’emergere nella cultura europea di una tendenza nuova, antiegualitaria e antiumanista, cristallizzatasi poi politicamente nei movimenti fascisti europei. E’ nella guerra contro il Fascismo che l’Egualitarismo trova la sua sintesi finale sotto l’insegna dei diritti umani. Questa ritrovata unità troverà la sua celebrazione nella faida giudiziaria di Norimberga. Tutto il dopoguerra, poi, servirà per espellere ogni “residuo ideologico”. In questo senso va inteso tutto il travaglio – tra pentimenti, conversioni, ripensamenti e psicodrammi - dei “progressisti” in cerca, per tutta la seconda metà del Novecento, di un comunismo “dal volto umano”, di un ideale di emancipazione finalmente depurato di ogni velleità rivoluzionaria, di ogni slancio di eroismo, di ogni tentazione autoritaria. Troveranno tutto ciò nel culto dei diritti umani, vero punto di convergenza di tutte le ideologie egualitarie vecchie e nuove, luogo di raccolta per tutti gli spretati della rivoluzione e maoisti in crisi di coscienza. Il 1989, anno della caduta del muro di Berlino – e bicentenario della rivoluzione francese … rappresenterà quindi la data del trionfo della dottrina dei diritti dell’uomo quale nuova religione laica del Sistema.

    Trionfo di una morale

    Definitivamente assurta a “orizzonte morale dei nostri tempi” (Robert Badinter), la religione dei diritti dell’uomo celebra oggi il suo trionfo e la sua espansione planetaria. Virus ideologico dalla capacità etnocida pressoché totale, questa morale presuntamene universale fornisce l’armatura ideologica ad un neo-colonialismo che al posto del “fardello dell’uomo bianco” ha oggi come giustificazione un devastante cocktail di angelismo e ipocrisia. “Cercando di imporre una norma morale particolare a tutti i popoli, [la religione dei diritti dell’uomo... mira a ridare buona coscienza all’Occidente permettendogli di istituirsi una volta di più come modello e di denunciare come ‘barbari’ coloro che rifiutano questo modello” (3).

    La distruzione dei popoli passa anche da qui, dall’imposizione a livello planetario dei “valori” occidentali e dalla conseguente disintegrazione di ogni legame organico, di ogni tradizione particolare, di ogni residuo di comunità – tutti ostacoli alla presa di coscienza della nuova “identità globale” da parte del cittadino dell’era della globalizzazione. “Come edificare la ‘società’ multirazziale? Evidentemente estirpando ogni precedente identità (e quindi differenza). La cancellazione delle differenze è l’a priori trascendentale, la condizione di possibilità della ‘società’ multirazziale. Ma con cosa riempire questo vuoto? Ricorrendo necessariamente ad uno strumento astratto (e quindi ideologico). E allora: il diritto è la risposta; dunque accumunare ogni uomo attraverso il diritto. Ma quale diritto?" (4).

    La risposta è ovvia: attraverso la concezione astratta e anti-politica dei diritti dell’uomo. Se la globalizzazione è il nostro destino – come vuole la vulgata – allora i diritti dell’uomo contengono in sé una verità para-religiosa, sono veramente l’espressione di una morale che ha il suo fondamento in un rinnovato “senso della storia”. Pretendendosi verità auto-evidente (Cfr. la Dichiarazione d’Indipendenza americana: “Noi consideriamo come verità di per sé evidenti che gli uomini nascono uguali….")

    La morale dei diritti si fa dogma, si sottrae ad ogni messa in discussione. Chi si oppone, quindi, o anche chi semplicemente ostenta indifferenza, va a porsi contro una specie di Verità indiscutibile, contro una sorta di Legge immanente nella storia; egli è un eretico, un blasfemo, un Nemico dell’Uomo. Da qui la foga inquisitoria, da parte della “nuova classe” contro popoli e singoli individui colpevoli di trasgredire ai dogmi del politicamente corretto.

    Quindi?

    Usciamo dai luoghi comuni indotti dal Sistema: rigettare la dottrina dei diritti dell’uomo non significa parteggiare per lo sterminio, per l’ingiustizia o per l’odio. Checché se ne dica nella Dichiarazione Universale, non è il riconoscimento di tale dottrina a fondare “la libertà, la giustizia e la pace nel mondo”. Libertà, giustizia e pace esistevano anche prima che l’espressione “diritti umani” avesse un qualche senso. Il riconoscimento dei diritti umani, di per sé, non fonda proprio nulla, se non quel tipo di giustizia e di libertà che, tautologicamente, si trovano espresse… nella dottrina dei diritti umani! Malgrado il fatto che i sostenitori di tale dottrina continuino a pensare di aver “inventato la felicità”, occorre sostenere con decisione che un’altra giustizia, un’altra libertà, un’altra pace sono possibili. Opporsi ai diritti dell’uomo significa rifiutare una morale, un’antropologia, una certa idea dei rapporti internazionali e della politica, una visione del mondo globale figlia di una tendenza storica ben individuabile; al giorno d’oggi “è il primo fondamentale gesto sovversivo che si impone a chi voglia schierarsi per una rigenerazione della storia contro l’universalismo mercantilistico ed occidentale” (5).


    Adriano Scianca

    NOTE
    [1] Cfr. Giorgio Locchi, Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista, Akropolis, Roma 1982, con prefazione di Paolo Isotta, ordinabile alla Cooperativa La Roccia di Erec.
    [2] Stefano Vaj, Indagine sui diritti dell’uomo. Genealogia di una morale, LEdE-Akropolis, Roma 1985, con prefazione di Julien Freund, ordinabile online da Orionlibri.
    [3] Robert de Herte, "Un instrument de domination", in Eléments n. 107, décembre 2002.
    [4] Giovanni Damiano, Elogio delle differenze, Edizioni di Ar, Padova 1999.
    [5] Stefano Vaj, op. cit.

    Tratto da Orion n. 226 (luglio 2003).

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

  6. #6
    CIAVARDINI LIBERO
    Data Registrazione
    23 Oct 2006
    Messaggi
    1,507
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    i "diritti dell'uomo" sono il bolscevismo del XXI secolo, in nome dei quali si bombardano e si saccheggiano i popoli!

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La causa dei popoli




    Nelle società occidentali — e occidentalizzate — due culture si oppongono in una tragica schizofrenia collettiva. Come vide Aldous Huxley1, la prima appartiene all’universo «dove gli uomini nascono, vivono e muoiono; è il mondo delle gioie e delle sofferenze». La seconda cela in sé l’universo tecnoeconomico del Sistema, qualificato come «mondo non vissuto». Il fossato tra queste due culture non sarà colmato, secondo le speranze della Scuola di Francoforte o della sinistra umanista, dal «dialogo» e dalla razionalizzazione. Sarebbe, ancora una volta, andare nel senso del Sistema. La tecnocrazia più il dialogo: illusione umanitaria, razionalista e reazionaria.

    Le vecchie ricette sono morte; giacché l’opposizione tra questi due mondi, tra il Sistema e la vita, nasconde un antagonismo fondamentale tra due filosofie dei valori che è chiamato a trascendere le vecchie partizioni destra/sinistra, socialismo/liberalismo, credenza/ateismo, materialismo/idealismo eccetera. Attorno a questa nuova cesura tra il Sistema e tutto ciò che non è il Sistema, nuovi raggruppamenti, politici nel senso nobile del termine, devono prendere vita. Starà a loro segnare con la propria presenza l’alba del prossimo secolo.

    Attualmente questo antagonismo fondamentale è ancora mal percepito. Da ciò questo libro che vuole essere un tentativo di appello alla presa di coscienza. Appello indirizzato innanzitutto agli europei che, ingannati da un qui pro quo che sfalsa tutti i linguaggi politici, confondono ancora, nonostante tutto, il sistema occidentale con i valori e il destino della loro civiltà.

    Il sistema occidentale, appoggiato sullo spazio nippoangloamericano, intraprende oggi una gigantesca domesticazione dei popoli. Le società diventano «macchine biologiche» divise in settori, in meccanismi. La loro funzione: soddisfare bisogni omogenei di consumo e di sicurezza artificialmente stimolati. I progetti di destino e la vita comunitaria dei popoli scompaiono. Per l’Europa, è la fine del tempo storico, il seppellimento delle politiche sotto i programmi di sopravvivenza e di microfelicità. L’oppressione morbida dei dittatori dell’organizzazione, dei manipolatori, dei regolatori, dei poteri decentrati e incitativi prende il posto dell’epoca di coloro che creavano e decidevano. Il Sistema intende inaugurare il mercantilismo totale, sommergendo l’anima degli uomini e dei popoli sotto l’ossessione dell’egotismo pragmatico. Niente più tradizioni, e anche niente più modernità: l’ora dei poeti, dei conquistatori, degli strateghi è apparentemente morta.

    D’altronde, il declino demografico dai popoli inclusi nello spazio di influenza della società mercantilistica concorre a mostrare che, non essendo più preoccupato che del presente, dell’attuale, del contingente, l’homo occidentalis non avrà probabilmente discendenza biologica. Oggi, come nell’Impero romano della decadenza, minati dal cosmopolitismo, dal monoteismo etico e dall’edonismo, quelli che erano popoli e che non sono più che popolazioni, hanno perso l’esigenza vitale di prolungarsi in una stirpe. Il Sistema e il suo individualismo pragmatico, così come un tempo i culti millenaristici e le loro promesse di salvezza individuale, smantellano i sentimenti collettivi, smobilitano le energie e rendono gli audaci incapaci di osare.

    Un popolo scompare più spesso per dimissione che per distruzione. I fattori di distruzione sono superati da un popolo che vuole, nel profondo della sua anima, perpetuarsi biologicamente e culturalmente. Ora, il Sistema non uccide i popoli assegnando loro prove insormontabili, guerre, stermini, carestie, epidemie, ma rodendo dall’interno il loro voler vivere, sradicandoli dall’humus della loro cultura, scoraggiando ogni loro volontà di costruirsi un avvenire.
    Bisogna sbarazzarsi dall’illusione contemporanea, parte pregnante dell’ideologia dominante, secondo cui i gruppi soccombono a crisi, ad avvenimenti materiali, a shock misurabili e contingenti. Le crisi costituiscono al contrario la materia della storia. E quando una civiltà scompare, i traumatismi bellici o economici che presiedono alla sua scomparsa non ne costituiscono affatto la causa, ma la conseguenza. Roma al suo apogeo o ai suoi inizi non viveva meno crisi che all’epoca del crollo; l’invasione di Alarico di per sé non era più grave di quella di Brenno.

    Si diffonde oggi la voce sorniona che una crisi economica costituirebbe la peggiore delle minacce. Buon modo di dissuadere i rivoluzionari da salotto: borghesi decadenti, non scambierebbero il loro accendisigari con una pagina di Ivan Illich. Buon modo anche di scoraggiare i veri progetti di alternativa politica; rimettere in discussione dalle fondamenta il modello economico e giuridico mondiale significherebbe affamare il mondo, gettare l’uomo nella sventura, perché il suo livello economico contabilizzabile di vita potrebbe ricavarne nocumento. Il Sistema punta sulla paura, una paura da vecchiette.

    Una crisi delle strutture economiche del Sistema costituisce effettivamente la peggiore delle minacce. La peggiore delle minacce per il Sistema, giacché è fondato in ultima analisi su di una ragnatela tecnoeconomica mondiale, ma una possibilità in più per una rinascita dei popoli.

    Il Sistema, che non garantisce neppure la giustizia sociale al proprio interno più di quanto all’esterno garantisca l’integrità politica e culturale, legittima l’assassinio dei popoli e la lobotomizzazione degli individui tramite l’ideologia dei diritti dell’uomo, volgata riassuntiva ed ecumenica dogli umanitarismi liberali, cristiani, socialdemocratici e marxisti, che ricalca un’interpretazione secolarizzata del vangelo giudeocristiano. Processo classico di compensazione: un’ideologia o una metafisica amena, idealista e benevola maschera sempre una pratica oppressiva e dispotica. Così procedette Nostra Santa Madre Chiesa, dietro il paravento dell’amore evangelico. Così fece pure il marxismo-leninismo, conciliando un programma accattivante di felicità universale scientificamente organizzata e il Gulag, che ne è la prassi.

    Da qui il sospetto che bisogna legittimamente avanzare nei confronti dei discorsi benpensanti, delle ideologie del Bene. La loro incarnazione è sempre più dispotica di quella delle dottrine realistiche che ammettono la realtà della lotta e l’eventualità della guerra e non pretendono di costruire socialmente la felicità.

    Carl Schmitt2 esprime perfettamente questa idea, mettendo in luce gli sbocchi intrinsecamente oppressivi dell’idealismo mondialista: «L’idea di una Società di Nazioni (Völkerbund) è stata una nozione chiara e precisa finché un’alleanza di nazioni poteva essere opposta come concetto polemico ad un’alleanza di principi (Fürstenbund). (...) Si esige che una tale alleanza divenga universale. Ora, questa universalità significherebbe spoliticizzazione totale. (...) Se l’unità dell’umanità e della Terra intera si realizzasse effettivamente su una base attinente esclusivamente l’economia e la tecnica delle comunicazioni, non ci sarebbe unità sociale a questo studio altro che nello stesso senso in cui i condomini dello stesso palazzo, gli abbonati al gas collegati alla medesima rete o i viaggiatori trasportati dallo stesso veicolo costituiscono una unità sociale. (...) Arriviamo allora a domandarci a quali uomini toccherà in sorte il potere enorme legato ad una centralizzazione mondiale dell’economia e della tecnica».

    Allora, vediamo meglio che cos’è il Sistema: è la realizzazione pratica su scala planetaria del progetto millenarista cristiano, l’eguaglianza nella salvezza, progetto laicizzato in programma tecnoeconomico dal « liberalismo». Quest’ultimo si rivela più concreto, più pratico, quindi più pericoloso del marxismo che da parte sua non è direttamente portatore o creatore di questo «mondo unico» occidentale, e che non è mai riuscito a realizzare il «suo» sogno universalista.

    La realizzazione tecnoeconomica della felicità individuale intesa come benessere, per mezzo in particolare della pratica dell’ugualitarizzazione degli uomini, delle culture e dell’omogeneizzazione del loro ambiente: questa è l’essenza del Sistema e del suo discorso. Baudrillard notava molto giustamente: «La felicità (...) è lontana da ogni festa o esaltazione collettiva, perché alimentata da un’esigenza egualitaria si fonda sui principî individualisti fortificati dalla Tavola dei Diritti dell’ Uomo e del Cittadino, che riconoscono implicitamente ad ognuno (ad ogni individuo) il diritto alla felicità. (...) La rivoluzione del benessere è l’erede e al tempo stesso l’esecutrice testamentaria della rivoluzione borghese (...) che erige a principio capitale l’eguaglianza degli uomini. (...) Il principio democratico è trasferito allora dall’uguaglianza reale a un’uguaglianza davanti all’oggetto. (...) È la democrazia dello standing»3.
    I partigiani del Sistema si trovano tanto nella sinistra più masochista e più estremista nel campo dell’umanitarismo, che nella destra più radicale sul capitolo del mercantilismo e del culto elitario di Mammona.

    La destra liberale, che sia « progressista»4, friedmaniana o keynesiana, che appartenga ai movimenti neoconservatori o a quelli libertari, trova nel sistema occidentale la giustificazione dei suoi interessi economici come della sua filosofia sociale e politica: difesa della « libertà» concepita come rispetto della « legge della giungla» dell’economia liberista e come pretesto per il « superamento» delle pesanti comunità etnoculturali così seccanti per le economie di scala; difesa dell’Occidente, cioè della sfera di prosperità nippoatlantica, difesa che fa evidentemente poco caso all’unità storica costituita dalla civiltà europea.

    La sinistra socialdemocratica, in tutte le sue sfumature, si offre talvolta il lusso di criticare verbalmente il Sistema sull’aria, troppo conosciuta per essere sincera, del terzomondismo e dell’antimperialismo americano di circostanza. Ma essa non gli rimprovera in ogni caso fondamentalmente altro che il fatto di non essere abbastanza se stesso, di non condurre a termine abbastanza rapidamente e radicalmente l’operazione intrapresa. Essa attende ingenuamente dal Sistema, esattamente come i cristiani «progressisti», i liberals americani o gli ex-goscisti ex-rivoluzionari, che esso realizzi la società mondiale delI’umanitarismo, della mansuetudine, della «fraternità». Così come confessa lo stesso Horkheimer, questa sinistra passa sopra alle pecche del Sistema tanto la sua diffidenza piena d’odio verso gli Stati, le etnie, le culture è grande e tanto è colossale la sua illusione che il melting pot del benessere sopprimerà le sventure umane. I programmi politici di tutte queste correnti riformiste che hanno abbandonato l’idea della rivoluzione anticapitalista mondiale attestano che esse sono ben decise a coabitare con le multinazionali, il Fondo Monetario Internazionale e il capitalismo occidentale.

    Ma almeno gli ecologisti, gli anarchici, i marginali tedeschi od olandesi, partigiani delle « rivoluzioni minimali», non sarebbero forse al di fuori degli steccati del Sistema? A scapito delle pretese del loro discorso, essi si situano in realtà su una posizione parallela. Innanzitutto, la condanna che essi pronunciano a carico della tecnica, del «complesso industrial-militare» e della «società della potenza» appare fondamentalmente in accordo con l’ideologia dominante. Essa prolunga e irrigidisce la linea esatta della filosofia di Locke. È l’ideale classico del benessere societario. Certo, queste correnti mettono il Sistema di fronte alle sue contraddizioni ed alle sue responsabilità. Mostrano — esse che rappresentano più di ogni altro, solo con una logica più ingenua, l’ideologia umanitaria e mondialista dominante — che le società occidentali utilizzano la tecnica e la potenza senza considerare che queste nascondono in seno virtualmente l’antitesi dei propri ideali di piccola felicità. E tuttavia peccano di eccessivo pessimismo quando accusano queste società del peccato di orgoglio e di potenza, giacché la potenza non vi è che indotta — e sopportata con cattiva coscienza. Non si accorgono che le strutture economiche e tecnocratiche mondiali mirano ai loro stessi fini, cioè alla planetarizzazione dell’ideale piccoloborghese, alla sparizione della figura dell’eroe a profitto di quella del mercante5.


    Non è esagerato dire che è soltanto in apparenza che i diversi «marginali» — che non sono poi affatto tali — contestano il Sistema. Tutto al contrario, radicalizzando il postulato individualista della felicità autistica, costruendo un modello pseudocomunitario che evacua l’idea di destino e di combattività, richiamandosi talvolta a falsi regionalismi, a false radici — che non sono che un mezzo per sfuggire le «dure» realtà della vita sacrificando pienamente agli idoli morali della religione laica dei diritti dell’uomo — queste ideologie e queste sensibilità di apparenza contestataria non sono che l’espressione impaziente ed esacerbata dell’iperborghesismo. Sono loro, più ancora dei manager, dei capitani d’industria e dei grandi borghesi militaristi, che tentano di vivere con un’intensità ossessionata le norme di vita borghesi, quali le ha per esempio ben penetrate Bernard Groethuysen6; benessere narcisistico, sfera sociale senza costrizioni, primato dei godimenti individuali sulle mobilitazioni comunitarie, rifiuto di ogni disciplina demografica, etnica, artistica eccetera. Predicando l’edonismo totale, sono al tempo stesso la cattiva coscienza del Sistema e la sua coscienza massimale.

    Né ci si venga ugualmente a dire che le correnti cristiane, papiste, ecumeniste, vagamente contestatrici della Chiesa o decisamente di sinistra7, combattono il Sistema, col pretesto che esse rifiutano verbosamente il suo «materialismo» e la sua «violenza». Sono invece nella posizione peggiore, eredi come sono dell’inquisizione e della Notte di San Bartolomeo, distruttrici in pieno ventesimo secolo dei culti africani, melanesiani o indiani, per erigersi quali apostoli dell’antirazzismo e del rispetto dei popoli. Nessuno più dei cristiani è abitato dal progetto etnocida di imporre al di sopra delle culture un’ideologia unica. Fornitori del modello, non vengano oggi a criticare l’applicazione fattane dai loro epigoni laici. D’altra parte, chi ha dichiarato, se non un ecclesiastico8, che la distinzione tra la gente per bene e gli «altri» non andrebbe più fatta secondo il criterio della fede, ma in base all’adesione o meno alla filosofia dei diritti dell’uomo che nasconde la secolarizzazione della dottrina evangelica? Aderendo ad un ideale mondialista, avallando l’individualismo dei diritti dell’uomo, legittimando i bisogni edonisti dei «figli di Dio», entità tanto indifferenziate ed astratte quanto i consumatori, preparando gli spiriti al prestigio del paradigma della fusione dai popoli, i cristiani costruiscono obbiettivamente strutture mentali e riflessi che vanno nel senso di una società egualitaria mondiale.

    Tutti, di destra o di sinistra, partigiani o avversari della Trilaterale, noclearisti od ecologisti neobiblici, militaristi pro-NATO o pacifisti riconvertiti all’allevamento delle capre, utilizzatori cinici del nazionalismo per difendere non i popoli, ma il modo di vivere occidentale, non divergono nelle loro dottrine se non in nome delle stesse finalità, degli stessi valori, quelli del cosmopolitismo.

    Tutti si riconoscerebbero in questa apologia del «minimo comune» dell’ideologia occidentale operato da Guy Scarpetta9: «Noi siamo i figli di Babele, irrevocabilmente». Come Scarpetta, ciò che apprezzano e li rassicura è la «fortuna dell’esilio» — punizione suprema nella Grecia pagana — in cui si ha tutto l’agio di «far scoppiare le identità e l’appartenenza», in cui ci si riferisce innanzitutto agli USA, «paese come una rete attraverso le maglie della quale si può sfuggire».

    Quanto a coloro che contrariamente a Scarpetta hanno il pudore di non vantare i meriti del mercantilismo newyorkese, non sono certo solo per questo avversari del Sistema. Se condanna «la vita consacrata ai consumi», se constata la sconfitta etica della «speranza borghese della felicità per mezzo del consumismo» e se denuncia «il fascismo tecnocratico ed economicista dell’uomo disumanizzato», Erich Fromm10, per esempio, non rimette affatto in discussione, conformemente alla morale biblica nella quale si situa, il fondamento ideologico del Sistema. Intende preservare, per umanitarismo cosmopolita, «questo mondo occidentale che non vogliamo vedere spazzato via». Peggio, raccomanda la costituzione di una «commissione di controllo» mondiale, che imporrebbe a tutti gli Stati la «democrazia» e l’obbedienza a un «consiglio culturale» planetario. In un’opera comparsa nel 195511, che esponeva per la prima volta le tesi della sinistra radicale non rivoluzionaria, quella delle «microrivoluzioni» oggi in voga, Fromm proponeva di ridurre «la maggior parte dei mali delle società attuali, capitaliste e comuniste, con l’instaurazione di un reddito minimo garantito». Vale allora la pena di condannare il capitalismo, il consumismo, lo spirito borghese?




    ***




    È evidentemente troppo presto per disegnare uno schieramento di coloro che si oppongono coscientemente al Sistema. Nessuna strategia precisa, dai contorni chiaramente definiti, riunisce ancora i suoi avversari. Ma essi esistono e sono potenzialmente numerosi. Contro il Sistema si erigeranno tutti coloro che non vogliono che la Terra sia un « mondo unico»; tutti coloro che, coscientemente o incoscientemente, condividono la filosofia di vita del paganesimo mentale europeo: volontà creatrice, attaccamento alla comunità politica considerata non come semplice quadro di vita, ma come luogo del sacro e trampolino di avventure, di conquista, di concorrenza politica e culturale; tutti coloro che rigettano il cosmopolitismo, la società mercantilistica, il borghesismo, il modello newyorkese di sottocultura, l’edonismo freddoloso.

    Un altro desiderio li anima, per parlare come Raoul Vaneigem12, desiderio che il Sistema tenta di rimuovere.

    Questo desiderio, quello della volontà di potenza, o più semplicemente dell’affermazione creatrice, coniuga il bisogno fisiologico di «esplodere», di ritrovare il senso della festa, quella che i puritani, i quiz televisivi e la macchina delle vacanze hanno ucciso; così come coniuga la sensazione — ancora confusa, tellurica, risorta come la fenice dalle ceneri delle profondità archetipicali, rinascente a scapito delle sprangate ideologiche sull’inconscio popolare — che i gruppi di appartenenza sono nuovamente necessari. Non gruppi economici, non villaggi del Club Mediterranée, non associazioni di giocatori di tombola; ma gruppi viventi, carichi di miti, fondatori di tradizioni e portatori di storia, gruppi che mobilitino, che assegnino un senso ad un’esistenza «sprovvista di qualsiasi gioia», come dice Hans-Jürgen Syberberg13. Questi gruppi di appartenenza, che possono cristallizzare desideri a lungo rimossi, sono i popoli portatori di storia. In Europa come altrove, una spinta in questo senso si manifesta ancora una volta. Come un anticorpo, essa reagisce contro il Sistema. Al momento, essa non trova ancora espressioni politiche di rilievo, perché le famiglie politiche dominanti e le loro distinzioni artificiali e apparenti sono ancora forti. Il suo provvisorio campo d’azione è soprattutto quello dell’agitazione culturale, della lotta metapolitica, della sensibilità religiosa, della rivendicazione regionalista e dell’identità linguistica.

    Coloro che ovunque nel mondo vorranno farla finita con il Sistema del cosmopolitismo dovranno comunque guardarsi dal sacrificare le proprie aspirazioni rivoluzionarie all’umanitarismo strisciante. Come vide profeticamente Ernst Niekisch14, il marxismo classico è minato all’interno dalla contraddizione tra i suoi ideali universalisti ed edonisti e il richiamo implicito che esso fa alle rivoluzioni popolari e nazionali. È da esse e da esse sole che potrà partire la rivolta contro la civilizzazione planetaria della piccola felicità che nel Gulag trova solo il proprio pendant dialettico, la propria antitesi relativa. Solo una rivoluzione che rovesci la prospettiva storica può permettere a ciascun popolo di ritrovare la storia, di agire nuovamente secondo il proprio destino e di fare scoppiare, da tutte le parti, la società mondiale che oggi scivola dolcemente verso l’entropia.

    Il dibattito sulla tecnica riveste un’importanza particolare. Spengler pensava che la civilizzazione faustiana invecchiando si fosse lasciata prendere in trappola dalle macchine che aveva creato15. Friedrich Georg Jünger16 aveva condannato la tecnica in nome di un nazionalismo pagano. Altri, come Herbert Marcuse, Max Horkheimer o Robert Jungk17, epigoni della Scuola di Francoforte, hanno espresso critiche ancora più radicali, ispirate da un rifiuto biblico della potenza umana, non esitando a portare il sospetto del peccato sulla tecnica moderna. È invece necessario che una critica rivoluzionaria del Sistema ponga al centro del proprio discorso la tecnica, concepita, seguendo a questo proposito il pensiero di Martin Heidegger e di Ernst Jünger, come una possibilità offerta ai popoli di mobilitare e di penetrare (gestellen) il mondo. Ciò che bisogna rimproverare alle società mercantilistiche non è di governarsi secondo la potenza, ma al contrario di ignorare la dimensione poetica, poietica, cioè creatrice, di questa tecnica e di concepirla falsamente come un banale strumento di piccola felicità. Come dice Armin Mohler18, la tecnica deve divenire portatrice di senso e reintegrare la cultura.

    I popoli europei, che sono all’origine, dal tempo dei Greci, della mentalità tecnica, non affronteranno il Sistema rifugiandosi nel neoagrarismo o in sogni paleolitici. Da qui l’errore di molti regionalisti. È tramite l’utilizzazione non tecnica dei prodotti della tecnica, sottomessi a fini culturali, politici, storici, che popoli, motivati dal desiderio di scoperta, di avventura, di dominazione della materia e dello spazio, potranno affermarsi. Dall’arte alla conquista del cosmo, c’è materia perché la tecnica ridiventi irrazionale. Non dimentichiamo che la sua destinazione non è il comfort e la pigrizia, ma l’aggiornamento dei miti iscritti dal tempo del sogno di Icaro nel subcosciente dei popoli europei. È tramite un nuovo futurismo, eminentemente faustiano, ispirato alle nostre più antiche tradizioni, che noi arriveremo a liberarci del Sistema, della sua attualità, del suo rifiuto dell’avvenire e della storia.

    Il Sistema contiene la storia come una caldaia impedisce alla potenza espansiva e bruciante del vapore di sgorgare. Arriva il momento in cui la caldaia esplode. Una serie di fattori di ogni tipo (geopolitici, economici, culturali, demografici, strategici) convergono in modo significativo verso un punto di rottura comune situato prima della fine di questo secolo. Dalla fine degli anni Settanta, la situazione internazionale manifesta una tendenza verso la destabilizzazione. La «distensione», cioè il coordinamento delle grandi potenze per il mantenimento dello status quo, è minacciata.

    Rivedremo il tempo dell’audacia, per parlare come Mac Kinder19? Chi avrà il sopravvento, il Sistema con i suoi meccanismi di bloccaggio, o il dinamismo conflittuale dei risvegli culturali e religiosi, delle volontà geostrategiche? L’economia resterà il luogo geometrico in cui affoga la politica o ridiventerà, grazie alle lotte fecondanti per le materie prime, la tecnologia di punta e le riserve alimentari, il prolungamento della guerra con altri mezzi?

    La più grande possibilità per i popoli, potrebbe risiedere in una progressiva destabilizzazione, che arrivasse a ridare, in particolare agli europei, la virtù di cui parla Lohausen20 e che condiziona il mantenersi in vita di ogni organismo di fronte al proprio ambiente: il coraggio di osare.




    ***




    Come notava Carl Schmitt21, l’essenza di un popolo è il movimento (Bewegung). Movimento di un progetto storico, movimento di una mobilitazione nazionale, movimento di una direzione politica, movimento di un ideale sociale, movimento anche di una conquista tecnica del mondo. Senza popoli nazionalmente organizzati il dinamismo tecnico non sopravviverà, come già denuncia il rallentamento del progresso tecnologico e la profonda crisi in cui si dibatte la ricerca pura. La civilizzazione attuale, paradossalmente, anche se ha preso la forma di un Sistema, vive ancora sullo slancio passato di forze nazionali e non di ideali internazionali. Le conquiste della materia e dello spazio hanno avuto sia radici nazionali che radici culturali e scientifiche.

    Si sostiene spesso che i problemi che dovrà affrontare l’umanità nei prossimi decenni richiederanno una cooperazione internazionale e l’istituzione di un sistema pianificato di gestione mondiale. A questo bisogna rispondere che sono invece popoli e nazioni isolati (o gruppi di Stati ben precisi) che con grandi imprese collettive risolvono le questioni internazionali cruciali. La cooperazione internazionale eretta a dogma è un’illusione: solo le nazioni potenti e prospere operano con efficacia fuori dalle proprie frontiere. Se ci si affida alle istanze di una gestione mondiale, denazionalizzata, per la soluzione dei problemi planetari (militari od ecologici, per esempio), questi potranno star certi di non essere risolti. La depurazione del Mediterraneo o l’assistenza ai profughi o i problemi sanitari internazionali non potranno mai trovare soluzioni grazie ad una burocrazia internazionale. Solo la volontà politica degli Stati, la firma di trattati su progetti concreti, la conclusione di alleanze fondate su rapporti d’interesse e di forza potranno venire a capo dei problemi ecologici, energetici, alimentari, militari e demografici che attualmente si stanno accumulando.

    La salvezza dell’umanità è decisamente un’espressione vuota. È l’avvenire dei popoli, di ogni popolo, la questione. Nessuno tra gli ugualitaristi, cristiani, borghesi liberali, umanisti socialdemocratici, seguaci dai diritti dell’uomo, contestatori antiindustriali, rivoluzionari marxisti, ha saputo né assicurare, e neppure immaginare questo avvenire.

    In realtà, la sola posizione veramente rivoluzionaria che possa affermarsi contro il Sistema non può giungere dalle vecchie ideologie egualitarie; è invece quella propria a coloro che contestano il suo fondamento, le sue basi etiche ed ideologiche, la sua genealogia, a coloro che affermano la causa dei popoli22 contro una società mondiale standardizzata, lo spirito di lotta e il senso del destino contro l’alienazione egualitaria della felicità economica, le forze nazionali, regionali, culturali contro l’universalismo dei Fromm, degli Scarpetta, dei Garaudy, dei Glucksmann, borghesi camuffati al servizio dell’ideale repressivo di una cosmopoli di popoli morti.










    note




    1 Aldous Huxley, Literatur und Wissenschaft, op. cit.

    2 Carl Schmitt, Le categorie del politico, op. cit.

    3 Jean Baudrillard, La società dei consumi, op. cit.

    4 Alludiamo alla corrente “liberalsocialista”, cioè ad un progetto socialista distributivo che pretende inserirsi in un’economia di mercato. tendenza ben rappresentata da Jean-Jacques Servan-Schreiber in Francia o da John Galbraith negli Stati Uniti.

    5 Cfr. Werner Sombart, Il borghese, op. cit.

    6 Bernard Groethuysen, Origini dello spirito borghese in Francia, Il Saggiatore, Milano 1975.

    7 Le correnti cristiane apparentemente «contestatrici» non si interessano del resto affatto alla causa dei popoli o al rispetto delle differenze culturali.

    8 Michel Lelong in Le Monde del 28 agosto 1980.

    9 Guy Scarpetta, Eloge du cosmopolitisme, op. cit.

    10 Erich Fromm, Avere o essere?, op. cit.

    11 Erich Fromm, The Sane Society, Basic Books, New York 1955.

    12 Raoul Vaneigem, Le livre des plaisirs, Encre, Parigi 1979.

    13 Hans-Jürgen Syberberg, Die freundlose Gesellschaft, Friburgo 1981.

    14 Ernst Niekisch, Der Weg der deutschen Arbeiterschaft zum Staat, Berlin 1955. Sull’opera di Niekisch vedi Uwe Sauermann, Ernst Niekisch. Zwischen alle Fronten, con prefazione di Armin Mohler (Herbig, Monaco 1980).

    15 Oswald Spengler, Der Mensch und die Technik, op. cit.

    16 Friedrich-Georg Jünger, Die Perfektion der Technik, Klostermann, Stuttgart 1949.

    17 Robert Jungk, Der atomische Staat, Rowohlt, Reinbeck 1979.

    18 Armin Mohler, Tendenzwende für Fortgeschrittene, Criticon, Monaco 1978.

    19 Mac Kinder, Democratic Ideals and Reality, Londra 1947.

    20 Jordis von Lohausen, Mut zur macht, op. cit.

    21 Carl Schmitt, «Stato, movimento, popolo», in Principî politici del nazionalsocialismo, op. cit.

    22 Jean-Edern Hallier, La cause des peuples, Le Seuil, Parigi 1972.

    Tratto da "Il sistema per uccidere i popoli" di G.Faye

  8. #8
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Lombardoveneto Visualizza Messaggio
    i "diritti dell'uomo" sono il bolscevismo del XXI secolo, in nome dei quali si bombardano e si saccheggiano i popoli!
    Esattamente. Fa specie che non ci sia un movimento politico in Italia (e in Padania) che appoggi la forte battaglia di libertà che viene dalla Russia.

  9. #9
    la ricerca della bellezza nascosta
    Data Registrazione
    03 May 2005
    Località
    Calabria Citeriore - Regno delle Due Sicilie
    Messaggi
    1,943
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da kalashnikov47 Visualizza Messaggio
    Esattamente. Fa specie che non ci sia un movimento politico in Italia (e in Padania) che appoggi la forte battaglia di libertà che viene dalla Russia.
    Giusto !
    E' tempo di costituire un partito europeista (che ha come punto di riferimento ideologico il sistema politico realizzato da Putin) e che sia sganciato dai movimenti di destra tradizionali.
    Kalashnikov perchè non ti dai da fare per organizzarlo? avresti subito me come primo tesserato.

  10. #10
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da uqbar Visualizza Messaggio
    Giusto !
    E' tempo di costituire un partito europeista (che ha come punto di riferimento ideologico il sistema politico realizzato da Putin) e che sia sganciato dai movimenti di destra tradizionali.
    Kalashnikov perchè non ti dai da fare per organizzarlo? avresti subito me come primo tesserato.

    Avremmo anche Soviet che ci fa da trait-d'union con Mosca.
    Be' sicuramente se lo facessimo saremmo perlomeno una quindicina di aderenti.

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 15-04-12, 17:57
  2. Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 18-02-10, 23:26
  3. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 06-03-06, 23:14
  4. Russia/ Si' Della Duma A Restrizioni Per Ingressi Stranieri
    Di Der Wehrwolf nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 13-01-05, 13:03
  5. Russia, la Duma limita la libertà di stampa
    Di Roderigo nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 03-11-02, 02:56

Chi Ha Letto Questa Discussione negli Ultimi 365 Giorni: 0

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito