di Marcello Foa
Il petrolio è suo, il gas anche, l’industria aeronautica pure, per non parlare di quella militare. Se fosse un uomo d’affari sarebbe celebrato più di Bill Gates o Warren Buffett. Ma Vladimir Putin è il capo del Cremlino. E il suo insaziabile appetito lascia interdetti: perché acquisendo una società via l’altra sta rinazionalizzando l’economia del Paese. Ora ha deciso di estendere i confini del suo impero economico: vuole i diamanti. Tanti, tantissimi; quelli della Alrosa, il numero due al mondo, dopo la De Beers. E una volta conclusa questa operazione, sulla sua agenda è già appuntato il nome della Norilsk, il più grande produttore al mondo di Nickel.
Ma in Russia il capitalismo funziona così, perlomeno negli ultimi anni. Già, perché all’inizio del suo mandato, nel 2000, l’ex capo del Kgb teneva a presentarsi come un vero liberista. E in parte lo era. Fu lui a introdurre la flat tax sul reddito con un’aliquota unica al 13%, lui a incoraggiare lo sviluppo dell’imprenditoria e l’arricchimento individuale. Oggi ufficialmente non ha cambiato idea. La Borsa continua a piacergli ed è felicissimo quando vede salire il titolo della Gazprom. Resta persuaso che non esista sistema più efficiente dell’economia di mercato, ma a una condizione: che a detenere almeno il 51% dei pacchetti azionari delle società più pregiate del Paese sia il Cremlino. Naturalmente in nome dell’interesse nazionale.
Ora tocca ai diamanti. Che boccone prelibato, la Alrosa. L’anno scorso ha generato ricavi per 2,2 miliardi di euro, controlla il 23% della produzione mondiale ed è persino capace di dar dispiaceri alla De Beers; per esempio a Luanda dove ha ribaltato i rapporti di forza, mettendo le mani sul 60% delle miniere angolane.
Poteva restare insensibile a questo successo il giovane presidente Vladimir? Ovvio che no, tanto più che Mosca controlla già il 37% del capitale, mentre il 23% è in mano a investitori privati. L’inconveniente è che il pacchetto di maggioranza relativa




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