Che cos’è “grande politica”?
Da che Platone riconobbe che il governo dello Stato spetta ai filosofi non è trascorsa, nella storia, una obiezione di cui ci sia motivo di occuparsi, o una complicazione su cui valga la pena soffermarsi. “Grande politica” è, ora come allora, ciò che riguarda tanto l’essenza quanto l’esistenza dell’uomo, che si spinge fino a influire sui motivi stessi di ciò che si dice umano. “Grande politica” è una grande alleanza con la natura e i suoi canoni. Non la natura nemica, che tutto trasforma e nulla distrugge, ma la natura amica, che associa il bello e il buono al piacere, e la distruzione in nome del bello e del buono all’innocente fatalità. La natura che ignora le litanie del pietismo cristiano e le proteste della morale dell’umiltà. La natura che rende l’uomo perfettamente insensibile agli effetti negativi della sopraffazione, perfettamente impermeabile a quell’a posteriori che è il contristarsi morale: che fa dell’uomo un carnivoro, un piegatore di giunchi, un impugnatore del fuoco. Che fa dell’uomo il più bello e il più insidioso degli animali.
La “grande politica” vuole rispondere anche alle domande più radicali che l’uomo si pone di fronte alla propria esistenza. Nega che possa esserci una separazione netta tra l’attenzione alle regole secondo cui è opportuno organizzare la vita in comune e la considerazione della ragione profonda per cui quelle regole sono opportune. Ritiene che la politica non sia una tecnica, limitata alla fluidificazione dei rapporti tra individui, né un sottoinsieme dello scibile, ma una deduzione pratica della sapienza. Lo Stato, che un sentire etnico “senza parole” delimita e definisce, va retto, infatti, “secondo giustizia”: secondo un ordine di caste, che si fonda sul “buon sangue”. E che il filosofo - il più puro, disinteressato, attento, alato tra gli uomini - ri-conosce senza sforzo.
Tratto da www.cultrura.net




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