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    PIEMONTESI IN FAMA DI SANTITA’


    Questa sezione nasce per risollevare dall’oblio eterno delle meritevoli e significative figure piemontesi, che la pietà popolare considera in fama di santità. Per la gran parte di essi non fu mai avviato un regolare processo di canonizzazione, almeno come lo si intende oggi. La presente non vuole sostituirsi al giudizio della Chiesa circa l’effettiva santità dei personaggi elencati.



    Canonico FRANCESCO BONO Sacerdote, Fondatore delle Suore del Santo Natale
    Sommariva Bosco, Cuneo, 1 luglio 1834 – Torino, 4 gennaio 1914
    Francesco Bono nacque a Sommariva Bosco (CN) il 1° luglio 1834. Ordinato sacerdote il 18 giugno 1859, perfezionò la sua formazione pastorale alla scuola di San Giuseppe Cafasso, di cui egli stesso si definì in una lettera al Beato Allamano: “uno dei più affezionati discepoli”. Il 12 aprile 1890 fu nominato Vicario di Santa Maria di Pozzo Strada, parrocchia alla periferia di Torino, che risentiva degli squilibri apportati dal processo di industrializzazione con segente immigrazione, i quali ricadevano soprattutto sui piccoli. Scriveva Don Bono: “Stringeva il cuore nel vedere tanti poveri fanciulli girovagare quasi affatto abbandonati ed esposti a tutti i pericoli...”. Da questo cuore di padre, e per rispondere alle necessità dei poveri e dei piccoli soli, scaturì la Congregazione delle Suore del Santo Natale. Cofondatrice e prima superiora generale fu Madre Natalina Cavagnero. Il Canonico Francesco Bono morì il 4 gennaio 1914. I loro resti riposano oggi nella chiesa della Casa Madre in Torino.
    PREGHIERA
    O Signore, ti ringraziamo per aver suscitato nella tua Chiesa il Can. Francesco Bono sacerdote fedele, pastore zelante e sensibile ai bisogni dei poveri, fondatore di una famiglia religiosa che, consacrata al mistero del tuo Natale, annuncia la tua salvezza.
    Ascolta la nostra preghiera, degnati di glorificare il tuo servo qui in terra e, per sua intercessione, concedici la grazia che, fiduciosi, ti chiediamo.
    Per immagini e relazioni di grazie, rivolgersi a:
    Suore del Santo Natale
    Corso Francia, 164
    10145 Torino (Italia)
    Tel. 011.74.04.60

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    Madre NATALINA CAVAGNERO Confondatrice delle Suore del Santo Natale
    Asti, 11 maggio 1858 – Torino, 13 giugno 1951
    Madre Natalina Cavagnero collaborò il Canonico Francesco Bono alla fondazione delle Suore del Santo Natale di Torino. Fu religiosa umile e generosa. Le sue spoglie riposando nella Cappella della Casa Madre in Corso Francia 164 a Torino.

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    ROSINA FERRO Terziaria domenicana, veggente, stigmatizzata
    Villareggio, Torino, 14 maggio 1851 – Torino, 19 febbraio 1912
    Rosina Ferro, nata a Villareggio (TO) nel 1851, era la domestica del parroco di un paesino vicino. All'età di 24 anni Rosina ebbe il privilegio di ricevere le apparizioni della Madonna. La giovane vide al margine della strada la “Madre dei dolori” silenziosa e circondata dagli Angeli. Per tutto il mese di luglio e agosto, la vide alle ore 15, sempre allo stesso posto. Tempo dopo, Rosina ricevette le sante Stigmate e soffrì ogni venerdì la Passione di Gesù Cristo, Nostro Signore. La sua vita fu assai travagliata e dovette più volte trasferirsi. Ebbe anche modo di incontrare Papa Pio IX. Infine si stabilì a Torino. Entrò tra le Figlie di Maria, tra i terziari francescani e domenicani. Morì abbandonata da tutti in una stanzetta in centro a Torino nei pressi del Santuario della Consolata. Dopo il suo decesso il suo corpo mortale tornò miracolosamente giovane, come le era stato predetto in una delle numerose apparizioni. La sua salma riposa oggi nel Cimitero Monumentale di Torino. Fu raccolto tutto il materiale e le testimonianze necessarie per avviare la sua causa di canonizzazione ed il tutto fu inviato a Roma. Alla sua memoria fu scritta la biografia: “Leggenda medioevale in pieno secolo decimonono e vigesimo ossia cenni biografici di Rosina Ferro da Villareggio”.

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    ALESSANDRO DA CEVA Eremita camaldolese
    Garessio, Cuneo, 13 gennaio 1538 – Pecetto, Torino, 16 ottobre 1612
    Ascanio nacque il 13 gennaio 1538 nel castello di Garessio, terzogenito di Giovanni Pallavicino e Caterina Scarampi, marchesi di Ceva e consignori di Garessio e di Ormea. Il primogenito Giorgi,o uomo di consumata bontà e morigeratezza, fu consigliere del duca Vittorio Amedeo I di Savoia; il secondogenito, Pompeo, vestì in giovanissima età l’abito di frate minore conventuale e si distinse per la sua bontò e l’integerrima dottrina. Il marchese Giovanni, loro padre, scorgendo in Ascanio un’indole eccellente ed una propensione particolare allo studio, lo affidò dunque alle saggie cure dell’abate Galbiate da Pontremoli, poi vescovo di Ventimiglia. Terminati gli studi teologici, per la sua esemplare condotta ed i suoi rari talenti a Roma colpì l’attenzione del cardinale Alessandro Crivelli, che lo nominò suo segretario.
    Mantenne questo incarico per dieci anni, ma il suo amore per la solitudine lo spinse a rinunciare alle grandezze del mondo e chiese di poter passare alla vita religiosa tra i seguaci di San Romualdo. Non gli fu però semplice convincere il cardinale a rinunciare ad un così prezioso collaboratore, ma infine poté finalmente stabilirsi nell’abbazia di Camaldoli in Toscana. Ascanio vestì l’abito camaldolese ed asunse il nome religioso di Alessandro. Emise la professione solenne il 1° novembre 1571 e, per la santità dei costumi, per la prudenza e la dottrina, nel 1592 fu nominato procuratore generale dell’ordine ed inviato a Roma per affari riguardanti il romitaggio di Camaldoli. Nella Città Eterna fu ben accolto da Papa Clemente VIII, che da cardinale era molto amico del Crivelli, già suo principale.
    I camaldolesi si erano diffusi anche in Piemonte grazie a San Giovanni Vincenzo, fondatore della celebre Sacra di San Michele. Nel 1596 Fra’ Alessandro fu eletto priore del monastero camaldolese di Santa Maria di Pozzo Strada in Torino, con piena facoltà di ampliarlo ed eventualmente erigerne di nuovi. Entrò dunque in relazione con l’allora arcivescovo torinese, monsignor Carlo Broglia, il quale lo presentò al duca Carlo Emmanuele I di Savoia. Il sovrano non tardò a conoscerne i distinti meriti e specialmente la sua eminente pietà. Lo scelse quale suo confessore e gli propose l’edificazione di un nuovo eremo.
    Questo progetto dovette però essere rimandato a tempi migliori, a causa della terribile peste che colpì Torino. Chiamò allora Padre Alessandro ad assistere gli appestati della capitale, che non mancò di dar prova di tanta carità ed abnegazione di se stesso. Da tutti fu infatti considerato come un angelo consolatore loro concesso dalla provvidenza divina. Fece ergere un altare in mezzo alla contrada di Dora Grossa, odierna Via Garibaldi, ove celebrava messa con grande edificazione dei desolati cittadini. Il terribile flagello della peste commosse l’animo religioso del duca sabaudo, che fece voto solenne di ergere il progettato eremo se il suo popolo fosse stato liberato dalla grave pestilenza.
    Questa cessò e Carlo Emanuele ordinò allora al suo ambasciatore a Roma, il conte di Verrua, di ottenere dal Santo Padre il breve di erezione del nuovo eremo facente capo a Padre Alessandro. Si scelse uno dei punti più alti della collina torinese, nei pressi di Pecetto, ed il sito fu visitato dallo stesso duca, dall’arcivescovo Broglia e dall’ingegnere Ascanio Vitozzi. Il 21 luglio 1602 si pose la prima pietra di quella chiesa, alla presenza del duca e dei principi reali suoi figli. Stabilito finalmente l’eremo, ne fu sempre confermato ogni triennio priore proprio Padre Alessandro. Il sovrano ne apprezzò sempre più i meriti e lo propose per le sedi episcopali di Saluzzo, Ivrea e Tarantasia, ma l’umile religioso rifiutò ripetutamente tali offerte ed addirittura avrebbe voluto rimettere l’incarico di confessore di Sua Altezza.
    Padre Alessandro fu anche fondatore di altri due eremi in terra piemontese: quello di Lanzo e quella di Belmonte presso Busca nel cuneese. Fu amico dei suoi contemporanei papa Paolo V e San Francesco di Sales. Non poche volte fu sorpreso in estasi.
    Alessandro, ormai carico d’anni ma anche di meriti, morì in concetto di santità nell’eremo di Pecetto il 16 ottobre 1612, ove fu sepolto il suo corpo innanzi all’altar maggiore, poi ritrovato incorrotto trent’anni dopo la sua morte. Ai suoi funerali prese parte anche il duca, che fece scortare il feretro da un gran numero di cavalieri. Continuarono a verificarsi miracoli che già non erano mancati quando era ancora in vita. Nella sua città natale, nella cappella dell’Assunta il Beato Alessandro figura con gli altri tre santi garessini. Le sue spoglie mortali sono state recentemente traslate nella chiesa parrocchiale di Pecetto, vista l’incuria che ha travolto l’antico eremo.
    Il Menologio Camaldolese lo commemora quale “beato” al 6 ottobre, ma il suo culto non ha ancora ricevuto conferma ufficiale da parte della Chiesa.
    Le strutture eremitiche da lui fondate in Piemonte furono pozzi di nuova fiorente santità e si segnalano in particolare presso Torino i venerabili Apollinare Chioma (27 gennaio), Franceschino Garberi (1° febbraio), Tito de Presbyteris (9 febbraio), Ignazio Carelli (10 aprile), Onofrio Natta (21 maggio), Massimo Soria (24 maggio), Gioacchino Tubassi (25 maggio), Basilio Nicolis de Robilant (12 luglio), Mauro da Sabina (20 luglio), Benedetto Pettinai (18 agosto), Carlo Amedeo Botti (19 agosto), Clemente Per lasco (27 agosto), Giovanni Grisostomo Chieppi (24 settembre), Massimino Chariers (12 ottobre), Bonifacio Scozia (18 novembre), Prospero Magliano (1° dicembre) e Pietro Vacca (27 dicembre), mentre altri due venerabili morirono invece presso l’eremo di Belmonte presso Busca nel cuneese: Giovanni Chiotassi (17 settembre) e Bernardino Milano (23 novembre).

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    LUIGI CAPPA Laico
    Cavallermaggiore, Cuneo, 28 aprile 1852 – 28 marzo 1929
    In Piemonte non mancano i modelli di santità laicale, tra i quali tre mirabili esempi per i lavoratori cristiani: il “ferroviere santo” Paolo Pio Perazzo, il “ciabattino santo” Giovanni Antonio Panighetti ed il “carradore santo” Luigi Cappa.
    Quest’ultimo nacque a Cavallermaggiore, nel cuneese, in Borgata Foresto il 28 aprile 1852. Originario di una famiglia di contadini, ricevette il bateesimo nella parrocchia di Santa Maria della Pieve. Sin dalla più tenera età la madre gli inculcò una viva avversione al peccato, tanto che il piccolo Luigi all’età di soli quattro anni arrivò a supplicarla affinché pregasse Dio di volerlo al più presto accogliere in Paradiso. Da adolescente fu un fedele chierichetto ed amava recarsi da solo in chiesa per la pratica della Via Crucis.
    La sua gioventù fu intessuta di preghiera e lavoro. Apprese il mestiere di fabbro per onorare San Giuseppe Artigiano e propiziarsi la sua protezione. Il suo tempo libero lo trascorreva nella preghiera e nella lettura di libri religiosi, che resero la sua fede salda e profonda. Ebbe molta cura di conservare la castità, nonostante potesse risultare difficile a quell’età. Prestò servizio militare nella caserma dell’Arsenale di Gaeta, sopportando gli insulti e le derisioni dei compagni per la sua fedele frequenza alla Chiesa, ma loro medesimi ed i superiori ebbero infine nei suoi confronti speciali dimostrazioni di stima.
    Grazie ai consigli materni, Luigi riuscì a trovare una compagna di vita che condividesse i suoi stessi ideali. Da questo matrimonio nacquero ben otto figli, tra i quali due suore. In un primo tempo aprì una bottega da carradore a Foresto, poi a Savigliano, sempre nel cuneese. Su insistenza però dei suoi compaesani, che tanto stimavano la sua operosità ed la sua onestà, fece ritorno a Cavallermaggiore in un officina di proprietà della Confraternita di San Bernardino. I confratelli stessi prestarono dei carri per il trasloco degli attrezzi del mestiere. Un amico volle poi offrire all’intera famiglia Cappa il viaggio per l’America, ove avrebbero sicuramente potuto avere maggiore fortuna, ma Luigi rifiutò, timoroso che nel nuovo continente gli venisse a mancare la sua attiva vita ecclesiale e convinto che la sua migliore fortuna fosse salvarsi l’anima.
    Egli era infatti solito ad entrare per primo ogni mattina in chiesa dopo il suono dell’Ave Maria. Quotidianamente ascoltava la Santa Messa e nella vecchiaia quotidianamente si accostava anche all’Eucaristia. Durante il suo lavoro non era cosa rara vederlo muovere le labbra in preghiera, cantare lodi ed inni sacri, ed egli desiderava che anche i suoi operai lo aiutassero nel lodare Dio. Tutti i venerdì, al suono delle campane nell’ora della morte di Gesù, sospendeva il lavoro per ritirarsi in preghiera. Anche al passaggio del Santo Viatico faceva sospendere il lavoro per adorarlo sulla soglia della propria bottega. Dopo la recita serale del Rosario, in famiglia, talvolta trascorreva ancora ore ed ore in ginocchio. Parecchie volte fu sorpreso dalla moglie nella notte inginocchiato accanto al letto in preghiera.
    L’officina di Luigi Cappa divenne un vero e proprio centro di apostolato in particolare per gli operai ed i giovani. Con forza e persuasione rimproverava ogni parola meno riverente, inculcava la preghiera, vigilava la frequenza al catechismo ed alle funzioni da parte dei suoi garzoni e chiudeva in anticipo la bottega per farli partecipare alle prediche serali. Egli fu inoltre un vero predicatore delle stalle, ove si recava con alcuni suoi bambini per esporre loro varie narrazioni, spesso tratte dalle vite dei santi che amava leggere nel tempo libero. Esercitò il suo apostolato anche nella confraternita suddetta e nelle associazioni cattoliche. Talvolta si trovò a contatto cn dei moribondi che preparò a compiere con fede il grande passo. Prestò gratuitamente la sua opera nei lavori per l’edificazione della nuova chiesa e nelle diverse iniziative dell’oratorio parrocchiale. Estese il suo apostolato anche fra gli altri artigiani della città, instaurando fra loro un vincolo di cristiana solidarietà e la vevozione a San Giuseppe loro patrono, con una Messa celebrata al suo altare appositamente per loro.
    Essendo terziario francescano, proprio come il Venerabile Paolo Pio Perazzo, pose a norma della sua vita gli statuti ed i regolamenti del Terz’Ordine. Nelle lettere che scrisse ebbe sempre parole edificanti e di incitamento al bene. Alle figlie suore raccomandava di farsi sante, asserendo di desiderare in prima persona la santità, pur ribadendo sovente di essere un misero peccatore bisognos della preghiera altrui. Nelle lettere del doloroso dopoguerra pianse amaramente le aberrazioni del socialismo e per gli insulti alla religione chiese ripetutamente atti di riparazione. Il suo cuore era infatti martoriato per le numerose bestemmie che udiva contro Gesù, il suo “Grande Genero” come amava definirlo, e scrisse numerose preghiere che avrebbe desiderato poter distribuire in migliaia di copie.
    Durante i sei mesi dell’ultima malattia si abbandonò ad una santa rassegnazione fatta di preghiera quasi continua, offrendo a Dio le sue grandi sofferenze per la conversione dei peccatori ed in suffragio delle anime del Purgatorio. Era confortato dall’aver esercitato lo stesso mestiere di Gesù. Spirò infine nel pomeriggio del 28 marzo 1929, Giovedì Santo, e fu sepolto due giorni dopo. L’artigiano incaricato di scolpire l’iscrizione posta sulla sua tomba, non avendo conosciuto il defunto chiese notizie sul suo conto ai conoscenti e raccolse la voce del popolo con queste parole: “Cappa Luigi – Modello di cristiana virtù”. La sua prima biografia fu intitolata “Un modello degli Operai”. Dunque un grande esempio di santità laicale più che mai valido nel mondo contemporaneo, alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e del recente Convegno Ecclesiale di Verona.

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    GIOVANNI ANTONIO PANIGHETTI
    Laico
    Varzo, Novara, 11 giugno 1739 – Moncalieri, Torino, 18 febbraio 1785
    Giovanni Antonio Panighetti, insieme con altri due laici piemontesi, Paolo Pio Perazzo e Luigi Cappa, costituisce un singolare quanto valido modello per i lavoratori cristiani.
    Nacque l’11 giugno 1739 a Varzo, nel novarese, in frazione Durogna, detta anche localmente Luvrogna. La sua casa natale esiste ancora oggi ed è una stanza in un cortile interno di Durogna, senza però indicazione alcuna. La sua era una famiglia di pii ed onesti contadini e, malgrado le cure sagge dell’ottima madre, la giovinezza di Giovanni Antonio si contraddistinse per la svogliatezza e la futilità. Si lasciò sedurre da un compagno a fuggire di casa e poi iniziò a trascorrere nell’ozio le sue giornate. Finalmente però un giorno decise di imitare l’esempio di vita austera condotta dalla madre ed imparò a fare il ciabattino, mestiere di famiglia.
    Trasferitosi poi a Torino, sposò Margherita Cuniberti, originaria di Govone, fantesca del conte Salasco. La nuova coppia si stabilì in Valsalice, sulla collina torinese ed iniziò a girare per i colli e le valli in cerca di lavoro, siccome a quel tempo le riparazioni si effettuavano presso le case e le scarpe consistevano solitamente in poveri zoccoli di legno. Divenne così famoso anche agli occhi dei nobili delle ville di Moncalieri e tro0vando in questo antico borgo parecchie occasioni di lavoro, nel 1765 vi si stabilì con la famiglia nei pressi della chiesa parrocchiale di Sant’Egidio. Giuseppe Lombardo, fraterno amico del Panighetti, gli cedette una casupola nella contrada del grano, presso Porta Navina. La moglie si rivelò però ben presto la sua nuova croce: era avvenente e vanitosa, goodereccia e superficiale, appassionata del ballo.
    Diciamo che comunque entrambi i coniugi non spiccavano per le loro virtù: anche Giovanni Antonio talvolta era ancora in preda ai vizi giovanili, frequntando osterie e sciupando i suoi guadagni nel gioco. Dopo la lettura del “Penitente intruso”, scritto dal Padre Segneri, egli si sentì trasformato nel suo intimo, fece una confessione generale e si propose di condure nel futuro una vita sempre più perfetta. In realtà, già prima della conversione e del matrimonio il suo desiderio di fuggire dal mondo e consacrarsi interamente a Dio lo aveva spinto a battere alla porta di vari conventi, ma non era stato accolto.
    Erano ormai nati tre figli e Giovanni Antonio, in comune accordo con la moglie, si diede alla castità ed in breve tempo raggiunse un grado eroico anche nelle altre virtù. Per tenere a freno la moglie, le aprì una bottega di rivendita, mentre a Moncalieri trovò in Don Filiberto Marucchi, parroco di Sant’Egidio, la sua guida alla santità. L’umile ciabattino stava piegato sul piccolo deschetto per mantenere i figli e la moglie spendacciona, ma anche per confezionare zoccoli per i poveri. Sopra la sua testa teneva un cartello: “Chi opera qualcosa che non sia fatto per puro e netto amor di Dio è un ingrato e non merita di vivere”. Era solito salutare tutti dicendo “Sia lodato Gesù Cristo”.
    Questi suoi atteggiamenti, ritenuti da qualcuno eccessivi, scatenarono nei suoi confronti sarcasmo e violenza, ma la sua costanza fu premiata dalla santa morte della moglie nel 1780, mentre la sua fama di santità dilagava ormai anche fuori Moncalieri. La Venerabile Maria Clotilde, regina di Sardegna, che nutriva nei suoi confronti una profonda venerazione, lo mandava achiamare per ottenere da lui saggi consigli, mentre la principessa Maria Carolina di Savoia si prese cura di Maddalena, figlia del Panighetti. Il santo ciabattino passava di villa in villa, richesto dal Cardinal Vittorio Amedeo delle Lanze, dal marchese di Cravanzana, dalla contessa Salmatoris e molti altri.
    Operai laboriosissimo, distribuiva i suoi guadagni tra la famigli ed i poveri, santificava la festa assistendo a tutte le funzioni parrocchiali e praticando altre forme devozionali. La sua bottege era ornata di immagini sacre e vi risuonavano continue preghiere, ma tra le sue devozioni la più amata era la compassione a Gesù Crocifisso, che gli faceva versare copiose lacrime nelle frequenti Vie Crucis e nel venerare la Sindone durante l’ostensione del 1775. In questa occasione, la folla vide riverberarsi nei geniti e nelle preghiere di quest’umile operaio la Passione del Signore. Ma se il popolo già lo considerava santo, egli non si riconosceva che peccatore ed infliggeva al suo corpo aspre penitenze.
    Il 1° ottobre 1783, rincasando dai suoi giri, Giovanni Antonio fu colto da un violento temporale: fu dunque costretto a letto e, dopo oltre un anno di sofferenze, spirò in pace il 18 febbraio 1785. Il cordoglio fu generale, nelle esequie si manifestò la gratitudine di tutti coloro che avevano beneficiato della sua bontà ed il defunto fu ricoperto dalla coltre funebre che già era servita per il sovrano Carlo Emanuele III di Savoia.
    Il “ciabattino santo di Moncalieri”, come ormai era comunemente conosciuto, fu sepolto in Sant’Egidio nella tomba della famiglia Salmatoris, ove ancora oggi è oggetto di venerazione. Varzo, suo paese natale, con un pò di sano campalinismo ne rivendica le origini e per tramandarne la memoria gli ha dedicato la piazza antistante la chiesa parrocchiale. Il suo ultimo discendente, ormai ottuagenario, viveva ancora in valle Anzasca nel 1999, con una somiglianza straordinaria ai ritratti conosciuti. Il Vaudagnotti testimoniò in una sua opera: “Anche a Varzo, almeno nella frazione Durogna, le famiglie ne serbano in capo al letto l’incisione e lo chiamano tutt’ora “il beato Panighetti”.
    In realtà il titolo di “beato” non è ancora stato ufficialmente confermato dalla Chiesa, nonostante gli venga tributato da tempo immemorabile, ma ben lo meriterebbe soprattutto oggi che la società tende a dissociare i valori cristiani dal mondo del lavoro, dimenticando invece l’universalità della chiamata di Cristo alla santità.

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    DOMENICA ACTIS ALESINA Laica
    Vallo di Caluso, Torino, 1 novembre 1856 – 29 ottobre 1917
    Il Concilio Vaticano II ed il recente Convegno Ecclesiale di Verona hanno rivalutato il ruolo dei fedeli laici nella vita della Chiesa ed in tale direzione si colloca l’apertura di numerose cause di canonizzazione relative a significative figure del mondo laicale come la Serva di Dio oggetto della presente.
    Domenica Actis Alesina, chiamata in piemontese Minchin, nacque a Vallo di Caluso, nel Canavese, il 1° novembre 1856 da una famiglia di poveri contadini. Sin dalla più tenera età si rivelo una bambina piissima e crebbe sana ed operosa sino all’età di diciott’anni. Fu poi colta da un male isterioso, terribile e ribelle ad ogni cura tentata, iniziando così un lungo e dolorosissimo calvario che si protrasse per ben quarantatrè anni, sino alla morte avvenuta nel suo paese natale il 29 ottobre 1917.
    In mezzo alle indicibili sofferenze fisiche e morali che la straziarono senza tregua, essa non si lasciò mai sfuggire un lamento o attegiamenti di impazienza, trovando addirittura la forza di mostrarsi sempre a tutti sorridente e confortare le pene altrui. San Giovanni Bosco, che la visitò agli inizi della sua malattia, commentò: “Questa inferma sta diventando una gran santa”.
    La sua vita fu dunque una continua “preghiera” che la unì a Dio ed un’incessante “sofferenza” con cui poté immolarsi per la conversione dei peccatori, conformemente al desiderio espresso dalla Madonna nelle celebri apparizzioni nella grotta di Lourdes.
    Schiere innumerevoli di persone di ogni condizione sociale giunsero pellegrine anche da lontano per incontrare la santina di Vallo nella sua casa, gremendo il cortile in lunghe ore di attesa per attendere il proprio turno. Questi fedeli speravano, non invano, di rivevere da Minchin parole di consiglio e di conforto, nonché preghiera fautrice di miracoli.
    Era solita non accettare offerte, se non dopo parecchie insistenze e comunque solo per servirsene in soccorso delle molte miserie che le venivano confidate. Minchin infatti visse e morì poverissima. I suoi funerali furono un trionfo indescrivibile e numerose persone giunsero da lontano per parteciparvi. La sua tomba a Vallo di Caluso è tutt’ora meta di devoti pellegrinaggi e luogo di ffiduciose preghiere.
    PREGHIERA PER LA BEATIFICAZIONE:
    O Signore, umilmente prostrati dinnanzi alla Tua Divina Maestà,
    noi Ti eleviamo la nostra ardente invocazione,
    perchè voglia concedere alla tua Serva fedele
    Actis Alesina Domenica l’aureola dei Beati.
    La glorificazione sua renderà ancor più splendente
    il volto della tua mistica Sposa la Chiesa
    e sarà per molti monito e incitamento a praticare la virtù.
    Signore, esaudisci la nostra preghiera.
    - Per maggiori informazioni:
    Parrocchia San Grato Vescovo
    Vallo di Caluso (TO)

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    ROSA GOVONE
    Terziaria domenicana
    Mondovì, 26 novembre 1716 - Torino, 28 febbraio 1776
    Filantropa. Donna piemontese nota per il suo animo molto generoso, nel 1742 aprì la sua casa ad alcune ragazze orfane o di famiglie molto povere e ad alcune ragazze di strada e le istruì al lavoro avviandole alla fede cristiana. Dopo il suo trasferimento a Torino, con l'aiuto di Carlo Emanuele III, fondò un istituto molto importante (1755) in quella città e poi altri nei dintorni. Le ragazze che decidevano di unirsi alla comunità erano dette le "rosine", dal nome della fondatrice, non erano tenute a fare voti religiosi ed erano completamente libere.
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    MARIA BRUNERI
    Riformatrice delle Orsoline di Torino, stigmatizzata
    Torino, 5 settembre 1881 – 14 gennaio 1948
    Maria Bruneri nacque a Torino il 5 settembre 1881 in una famiglia profondamente cristiana. Nella sua giovinezza si distinse per le croci che dovette portare, ma anche per la traboccante grazia che la animò, sempre tutta tesa verso Dio. Giovanissima consacrò il suo cuore al Signore con il voto di castità. Ciò fu per lei nient’altro che una sorta di preparazione all’opera cui Dio l’aveva chiamata: la fondazione in Torino della Compagnia di Santa Orsola, figlie di Sant’Angela Merici. Maria divenne così madre di uno stuolo di vergini consacrate e grazie al suo mirabile impegno la famiglia religiosa si organizzò e si espanse nell’archidiocesi torinese.
    Parlò, insegnò, spronò al bene dando sempre in prima persona il buon esempio con costanza, convinzione e trascinando il prosimo nella sua fede. Si spense infine nel capoluogo piemontese il 14 gennaio 1948, serbando in cuore la pace dei giusti e con la gioia di aver posto la sua vita al servizio del prossimo. I sacri resti di Madre Maria Bruneri vennero tumulati nella cappella di Casa Sant’Angela in Torino, ove ancora oggi riposano circondati dall’affetto e dalla venerazione delle sue figlie spirituali, nell’attesa che un giorno la Serva di Dio possa essere proposta quale modello dalla Chiesa.
    Degni di nota sono i brevi versi riportati dal santino realizzato per promuovere il suo ricordo: Anima fiammante, intelligente, affabile, generosa, unile, accettò con spirito di fede e di amore “come dono di Dio” responsabilità, dolore, lavoro. Bruciò silenziosamente nell’ombra, consumandosi in un lungo “Amen” di adorazione e di olocausto per la Chiesa e per le anime nella scia di Sant’Angela Merici.
    SUOI PENSIERI
    - “Nella croce è la mia gioia”.
    - “Il Buon Dio mi nasconde nell’umiliazione: è il tesoro più grande che abbia ricevuto”.
    - “Signore, dammi la volontà del sorriso a oltranza!”.
    - “Signore, non ho più cuore: me lo hai rubato Tu!”.
    Per maggiori informazioni rivolgersi a:
    Figlie Di Sant’Angela Merici
    Via Casalis Goffredo, 36
    10143 Torino (TO)
    Tel. 0117495419

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    MARGHERITA TUNINETTI Sostituta orsolina
    Polonghera, Torino, 26 maggio 1881 – 6 settembre 1933
    Margherita Tuninetti nacque a Polonghera, nel torinese, il 26 maggio 1881. Figlia dei campi, si rivelò però tersa quanto l’azzurro dei suoi splendidi cieli. Grazie alla fondatrice, Madre Maria Bruneri, conobbe la Compagnia di Santa Orsola, le Figlie di Sant’Angela Merici, e vi entrò il 28 novembre 1920, sentendosi quanto mai impegnata nell’apostolato per correre così sulla via del Cristo. La superiora e le consorelle la lasciavano agire abbastanza autonomamente, in quanto la loro Regola era improntata principalmente sullo “spingere” piuttosto che sul “trattenere”.
    La sua vita fu intessuta di assiduo lavoro e di intensa preghiera, tutto ciò sempre in silenzio ed accompagnato da un amabile sorriso. La sua attività non doveva essere encomiata che dal suo Signore. Questi infatti dimostrò alla sua serva la sua benedizione, chiamandola ad un’intensa vita di unione, di fusione con il suo Sacratissimo Cuore che a lei parlò e si rivelò come già aveva fatto con Santa Margherita Alacoque. La religiosa morì infine il 6 settembre 1933, ancor prima della fondatrice, prima santa della sua comunità religiosa.
    I sacri resti di Margherita Tuninetti vennero tumulati nella cappella di Casa Sant’Angela in Torino, ove ancora oggi riposano circondati dall’affetto e dalla venerazione delle sue consorelle, nell’attesa che un giorno la Serva di Dio possa essere proposta quale modello dalla Chiesa.
    Degni di nota sono i brevi versi riportati dal santino realizzato per promuovere il suo ricordo: Il Concilio Ecumenico Vaticano II, animato da volontà di rinnovamento interiore, servizio di carità apostolica in mezzo al mondo, approva in lei interiorità e testimonianza di fede che spira preghiera, grazia che fiorisce in virtù, zelo amichevole che diventa dialogo efficace all’insegna di Sant’Angela Merici.
    SUOI PENSIERI
    - “Come sono belli e cari, o Gesù, i tuoi segreti con le anime che vengono a chiederti amore!”.
    - “Lavoro sempre conversando con Gesù. Così le ore del giorno e della notte trascorrono veloci e sereni, pieni di luce, coraggio, amore”.
    Per maggiori informazioni rivolgersi a:
    Figlie Di Sant’Angela Merici
    Via Casalis Goffredo, 36
    10143 Torino (TO)
    Tel. 0117495419

 

 

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