Roma. Tutto si può chiedere, a un uomo già accusato dai pentiti e poi assolto con formula piena, meno di pentirsi.
Corrado Carnevale rifarebbe tutto quel che fece: anzi, vuole farlo ancora, per almeno 6 anni, 6 mesi e 24 giorni. Dopo che il Consiglio di Stato gli ha dato ragione e ha ordinato il suo reintegro in magistratura, la battaglia non è ancora terminata, ma il giudice che fu definito “ammazzasentenze” è pronto a tornare al lavoro. Ha diritto di farlo, appunto, per altri 6 anni, 6 mesi e 24 giorni, termine che decorrerà da quando riuscirà a riprendere servizio. Di anni Carnevale ne ha già 76, ma non è per niente scoraggiato dall’età che avanza:
“Guardi – dice – ho fatto un check up completo e rigorosissimo proprio l’altro giorno. Una tac alle coronarie, una al fegato, un’altra ai polmoni… Tutto a posto. Io sono pronto”.
Pronto e non pentito e dunque farebbe anche il concorso al posto di primo presidente, quello che stava facendo pochi giorni prima di quel 6 giugno 2001, il giorno in cui i giudici di Palermo ribaltarono la sentenza di assoluzione di primo grado e lo condannarono a 5 anni e 6 mesi. Il concorso per lui saltò, Carnevale andò in pensione e poi fu completamente scagionato proprio dalla “sua” Cassazione. E ora il posto è di nuovo disponibile.
“Sono un pessimista, non di natura, altrimenti mi sarei arreso tanti anni fa – aggiunge Carnevale – ma in questo caso credo, temo che con i tempi non ce la faremo, per poter presentare la domanda, anche se il Csm ha deciso di riaprire i termini”.
E questo perché l’ex presidente della prima sezione penale della Cassazione si attende un altro fuoco di sbarramento da parte dei colleghi dell’organo di autogoverno dei giudici. Il suo rientro effettivo, cioè, non è quattro e quattr’otto:
“Da tre anni andiamo avanti con battaglie giudiziarie. Da quando fu approvata la legge che consente di rientrare in servizio nonostante il pensionamento a chi, come me, è stato penalizzato in carriera da vicende giudiziarie poi risolte positivamente, è stato un susseguirsi di questioni. Il Csm ha persino fatto ricorso alla Consulta, sollevando conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato. Così si è perso altro tempo, mentre la Consulta dichiarava inammissibile il ricorso, fino alla sentenza emessa dal Consiglio di Stato e oggi non più impugnabile”.
Quasi una legge del contrappasso, per un giudice accusato in passato di spaccare il capello in quattro, visto come un azzeccagarbugli con l’ermellino, un uomo ritenuto sempre a caccia del cavillo che potesse portare all’abbattimento di sentenze emesse dai giudici di merito. Decisioni spesso frutto del lavoro di anni, in un clima che, a Palermo e in Sicilia in particolare, non era certo quello relativamente tranquillo di oggi. La mafia non era sommersa, era emersa e sparava.
“Ma io non sono mai stato un formalista – dice Carnevale – non ho cercato cavilli, io ero garantista nel senso migliore del termine, per la mia cultura e la mia formazione liberale”.
Però i conti sono ancora aperti, molti non ne vogliono sapere di riaverlo come collega a tutti gli effetti:
“Io posso dire solo una cosa. La legge che mi consente il rientro è stata criticata quanto si vuole. Ma mentre si battagliava sul mio nome e c’era la questione aperta davanti alla Consulta, della stessa normativa ha fruito – ed è tornato al lavoro – Claudio Vitalone, anche lui, come me, coinvolto in indagini e poi del tutto scagionato”.
Due pesi e due misure?
“Forse gioca la considerazione che io ero controtendenza, rivoluzionario, perché nelle mie sezioni ho sempre ridotto l’arretrato e smaltito processi con grande velocità, mentre quel che usa dire oggi è che la giustizia non funziona per colpa del governo, delle leggi, dei mezzi che non ci sono e mai per colpa della magistratura”.
Pentito mai, dunque. Ma anche quei giudizi critici su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, espressi quando i magistrati antimafia erano già stati uccisi da Cosa Nostra, anche quelli ripeterebbe?
“Erano giudizi privati, espressi a casa mia… Non credo alla massima ipocrita de mortuis nihil nisi bene (sui morti nulla se non bene, ndr). Io credo che il giudizio debba essere libero, sempre. E del resto erano giudizi di carattere professionale, che avevo espresso pure quando i due giudici erano vivi”.

Ferrara su il Foglio

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