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  1. #1
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    Predefinito La Natività di Nostro Signore e Dio e Salvatore Gesù Cristo

    OMELIA 58 di San Gregorio Palamàs

    SULLA NATIVITA’


    Oggi festeggiamo il parto verginale; il mio discorso si innalza, in conformità con la grandezza di questa festa e penetra nel mistero, per quanto possibile, per quanto permesso, per quanto il tempo si presti, affinché anch’io riveli parte della potenza che risiede in questo mistero. Per quanto riguarda voi fratelli, destate la vostra attenzione e innalzate la vostra mente perché una volta infiammata dalla sublimità della divinità, essa con più forza possa accedere alla luce della divina conoscenza. Perché oggi vedo il cielo e la terra ricevere lo stesso onore, e la via che sale da qui a ciò che si trova al di là dell’universo, competere con la discesa del mondo superiore quaggiù. Infatti, se esiste un cielo dei cieli, se acque altissime ricoprono le distese del cielo, e se esiste un luogo, o una sede, o ancora un ordine al di sopra di questo mondo, niente di tutto ciò è più degno di ammirazione, di onore, che questa grotta, questa mangiatoia, i catini per il bagno, le fasce di un bambino. Perché niente fra gli eventi che si sono svolti dall’inizio del mondo sotto lo sguardo di Dio, niente è così vantaggioso per noi, niente è più divino di tutto quello che riguarda la nascita di Cristo che oggi festeggiamo.

    Sì, il Verbo pre-eterno, non circoscritto, il Signore onnipotente, è oggi partorito in una grotta come uno senza tetto, senza dimora; come un neonato è deposto in una mangiatoia, è presentato alla vista di occhi umani, è toccato da mani umane e stretto in fasce. Non si tratta di una sostanza spirituale, che non esisteva ancora, che viene nella creazione; non è una carne destinata a dissolversi poco dopo che è introdotta nel divenire; non si tratta di una carne e un intelletto che si uniscono per formare un essere dotato di ragione, ma si tratta di Dio e della carne con l’intelletto che si uniscono nell’esistenza di un'unica ipostasi divino-umana, che fino ad allora era nascosta nel grembo verginale, nel quale e a partire dal quale, secondo la benevolenza del Padre e la cooperazione dello Spirito, il Verbo sopraessenziale è venuto all’essere. Ora, liberato dal grembo, nasce come un bambino, non rompe ma conserva indenni i sigilli della verginità, è partorito senza dolore colui che era stato concepito senza passione; infatti, colei che lo partorì si rivelava al di sopra del piacere passionale nel concepirlo e superiore ai dolori del parto: essa infatti, prima che giungesse il tempo dei dolori, ne fu preservata, secondo la parola di Isaia. Partorì nella carne il Verbo pre-eterno, della cui divinità non si possono scoprire le tracce. Anche il modo dell’unione con la carne è inconcepibile, come anche il suo abbassarsi è insuperabile. Infine, la divina e ineffabile altezza della sua incarnazione supera ogni intelligenza e ogni parola, tanto che non è possibile paragonarla con niente di creato. Perché anche se si può guardare con occhi di carne colui che è stato partorito da una giovane donna che non ha conosciuto uomo, la Scrittura non permette nessun paragone: bello tu sei fra i figli degli uomini; non è detto “più bello”, ma semplicemente “bello” per non paragonare l’imparagonabile, la natura divina a semplici uomini.

    Dice il salmo: Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali. La stessa persona è perfettamente Dio e perfettamente uomo; lo stesso Dio è colui che unge e colui che è unto. Sta scritto infatti: Dio, il tuo Dio ti ha unto. Sì, è in quanto uomo che viene unto il Verbo venuto da Dio Padre, ed è unto dallo Spirito che gli è coeterno e della stessa natura; questo è l’olio di esultanza. Lo stesso Dio è insieme la divina unzione e l’unto. Benché sia unto in quanto uomo, egli ha in Lui, in quanto Dio, la fonte dell’unzione. Ecco perché il divino veggente ha visto e annunziato in anticipo che coloro che partecipano di Lui sono tutti unti da Dio. Infatti, appartiene a Dio solo di non partecipare, ma di essere partecipato, e di avere per partecipanti coloro che esultano nello Spirito. Tale è Colui che ora è partorito in una misera grotta, colui che noi ora celebriamo, bambino appena deposto nella mangiatoia.

    Di fatto, Colui che ha fatto uscire tutto dal nulla, le realtà della terra come quelle del cielo, vedendo che a causa del loro desiderio di essere qualcosa di più, le sue creature ragionevoli sono diventate vuote, Egli fa loro dono di se stesso nella grazia; Lui al quale nulla è superiore, né uguale, né simile, Lui si presenta a chi desidera partecipare di Lui; affinché potessimo in seguito usare senza pericolo questo desiderio di essere qualcosa di più (a causa del quale, all’inizio, fummo presi in un pericolo estremo), e che, ognuno di noi desiderando diventare Dio, fosse non solo reso innocente, ma anche ottenesse la soddisfazione del proprio desiderio.

    Egli abolisce in questo modo meraviglioso il motivo della nostra caduta delle origini cioè l’essere di più e l’essere di meno che produceva nelle creature l’invidia e la frode, le lotte manifeste e quelle nascoste. Perché il principe del male, non volendo essere inferiore a nessuno degli angeli, ma volendo al contrario essere simile per altezza al Creatore stesso, subì per primo la precipitosa caduta quando nessuno ancora prima di lui era caduto. Poi, siccome si era buttato su Adamo per gelosia e lo aveva precipitato con furbizia nel fondo dell’inferno, divenne difficile richiamare Adamo che ebbe bisogno di un intervento straordinario di Dio, quello che appunto si compie oggi. Il principe del male invece aveva resa la sua propria decadenza impossibile da guarire perché non aveva acquisito la stima di sé per partecipazione, ma era diventato il male stesso e la pienezza della malvagità, pronto a rendere partecipe del male coloro che lo volevano.

    Per questo Dio ha voluto eliminare la causa dell’orgoglio che aveva trascinato in basso le sue creature dotate di ragione e rende ora ogni cosa simile a lui. E visto che, per natura, egli è uguale a se stesso e riceve lo stesso onore, egli rende anche la sua creatura uguale a se stessa, capace di ricevere lo stesso onore, per grazia. Come avviene questo? Dio, il Verbo uscito da Dio si è svuotato in un modo ineffabile, è disceso dall’alto fino agli abissi dell’umanità, l’ha legata a lui in un modo indissolubile, umiliandosi ha assunto la nostra stessa povertà; così, delle realtà inferiori fece realtà superiori, o piuttosto, le radunò insieme, mettendo insieme l’umanità nella divinità, mostrando in questo modo a tutti che la via che porta in alto è l’umiltà, presentandosi come modello agli uomini e ai santi angeli.

    Oggi quindi gli angeli hanno ricevuto l’immutabile, avendo appreso dal Maestro che il cammino che li innalza e fa somigliare a Lui, non è l’orgoglio ma l’umiltà; così gli uomini hanno avuto la possibilità di correggersi più facilmente sapendo che la via del ritorno (verso l’alto) è l’umiltà; da allora il principe del male, che è la vanità stessa, è stato svergognato e abbattuto, lui che sembrava essere stabile e credeva di essere qualcuno solo perché aveva reso alcuni suoi schiavi, aveva trascinato altri con sé nel desiderio di essere di più, aveva sperato di trascinare altri nella smisurata follia dell’orgoglio, ma era stato scoperto e deriso da coloro che egli prima aveva ingannato con malizia. E ora che è nato il Cristo, il maligno è calpestato da coloro che una volta giacevano sotto i suoi piedi, è vinto da coloro che hanno smesso di nutrire sentimenti di orgoglio come suggeriva il nemico, e che al contrario sono attratti da ciò che è umile, secondo le parole e le opere del Salvatore, e grazie all’umiltà, ottengono di essere innalzati al di sopra del mondo.

    Ecco perché Dio che regna sui cherubini giace oggi sulla terra come un bambino appena nato. Lui che i serafini dalle sei ali non potevano contemplare, non solo perché non potevano vedere la sua natura, ma perché non potevano neanche sostenere con i loro occhi lo splendore della sua gloria – e perciò si coprono il viso con le ali – è Lui che vediamo con i nostri sensi e che, fattosi carne, si presenta ai nostri occhi di carne. Lui che delimita ogni cosa e che non è delimitato da nulla, oggi è circoscritto in una semplice e piccola mangiatoia. Colui che contiene e stringe tutto nella Sua mano, è avvolto in fasce sottili e stretto da nodi comuni. Colui che possiede la ricchezza di tesori inesauribili, si sottomette volontariamente a una povertà tale che non vi è neppure posto per Lui nella locanda. Colui che è stato generato da Dio fuori del tempo, impassibilmente e senza principio, si abbassa a entrare in una grotta per essere partorito. In più, o miracolo, non solo Lui che è della stessa natura del Padre altissimo si riveste, per nascita, della nostra natura che giaceva nel più basso. Non solo si sottomette a questa suprema povertà, nascendo in una misera grotta, ma subito, fin dal concepimento, accetta l’estrema condanna della nostra natura e si unisce ai suoi servi e si fa censire con loro, Lui che per natura è il Signore dell’universo, senza considerare il servire come uno stato di disonore rispetto al regnare, ma anzi rende i servi più degni del padrone che regnava allora sulla terra, a condizione che però capissero e si sottomettessero alla grandezza del dono. L’uomo che allora credeva di essere il padrone della terra non viene censito con il Re dei cieli, ma soltanto coloro che sono sottomessi alla potenza del Signore del cielo sono censiti con Lui.

    Così canta a Dio Davide che per mezzo di Colui che ora è partorito nella sua terra è antenato di Dio: Le tue mani mi hanno fatto e plasmato, fammi capire e imparerò i tuoi comandi. Perché dice questo? Perché solo Colui che ha modellato l’uomo gli può dare la vera intelligenza. E l’uomo istruito, colui che ha capito a fondo l’onore che ha ricevuto la nostra natura plasmata dalle sue mani a sua immagine, che è riuscito a prendere coscienza del suo amore per gli uomini, costui accorrerà a Lui, gli obbedirà e imparerà i suoi comandamenti; a maggior ragione lo farà se comprende, per quanto gli è possibile, che Dio ci ha plasmati e chiamati di nuovo. Infatti, Dio ha plasmato con la Sua mano la nostra natura, a partire dalla terra, e ha soffiato in essa la vita che viene da Lui stesso, da Lui che ha creato tutto con una parola, Lui che ha creato la natura ragionevole e padrona della sua coscienza, libera anche di governare i propri pensieri secondo il proprio movimento; ma essa, una volta lasciata sola, fu ingannata dal consiglio del maligno, e non potendo resistere alle sue insidie, non conservò ciò che gli era naturale, ma scivolò verso ciò che era contro natura. Ecco perché, ora, Dio non si limita a rimodellare meravigliosamente con le Sue mani la nostra natura, ma anche la contiene in Lui; non la assume soltanto per strapparla alla decadenza, ma la riveste ineffabilmente, unendosi senza separarsi da lei, generato come Dio e uomo insieme, nato da una donna, per riconquistare quella medesima natura che Egli aveva modellato nei nostri antenati, nato da una vergine per creare un uomo nuovo.

    Perché, se fosse nato da seme umano, non sarebbe uomo nuovo; sarebbe di vecchio stampo ed erede della caduta, e non avrebbe potuto ricevere in lui la pienezza della pura divinità e diventare fonte inesauribile di santificazione. Così, non solo egli con la potenza non avrebbe potuto lavare la macchia del peccato dei nostri primi padri, ma neppure avrebbe potuto portare la santificazione a coloro che hanno vissuto dopo. Come infatti l’acqua presentata in un vaso non basta a dissetare la sete continua degli abitanti di una città molto grande (meglio sarebbe che questa avesse entro le sue mura la propria fonte così da non doversi mai arrendere per sete ai nemici), allo stesso modo, nessuno poteva provvedere alla santificazione continua di tutti, né un uomo, né un angelo, nessuno che possedesse solo per partecipazione la facoltà di santificare. Era necessaria una fonte che avesse in se stessa una sorgente, affinché coloro che ad essa si fossero avvicinati e da essa avessero bevuto, fossero rimasti invincibili di fronte a coloro che sferravano l’attacco alle debolezze e alle deficienze della loro natura. Perciò non è un angelo, né un uomo, ma il Signore stesso che è venuto a salvarci, diventando per noi uomo tramite di noi, rimanendo al tempo stesso immutabilmente Dio. Costruendo infatti la nuova Gerusalemme e innalzando a se stesso un tempio con pietre vive e radunando noi, Chiesa santa e cattolica, egli costruisce sulla sua pietra angolare che è Cristo, la fonte inesauribile della grazia. Sì la vita piena e sovrana ed eterna, la natura onnisciente e onnipotente si unisce alla natura che a causa della debolezza era sottomessa al maligno, che a causa della mancanza di vita divina giaceva negli abissi degli inferi; di modo che può produrre in se stessa sapienza, potenza, libertà e vita senza colpe.

    E vediamo i simboli di questa unione ineffabile e del vantaggio immediato che ne deriva anche per coloro che erano dispersi e lontani. Una stella fa strada con i re Magi, si ferma dove si fermavano loro, va avanti con loro quando si spostano; o meglio essa stessa li trascina e li chiama sulla strada, aprendo loro il cammino e precedendoli; si offre come guida per i re Magi che camminano; concede loro ogni tanto un riposo naturale, ma rimane sul posto per non abbandonarli o scoraggiarli con la sua assenza, evitando che rimanesse incompiuta la sua missione di guida. Ora, sta di fatto che non li ha afflitti nascondendosi loro quando giunsero a Gerusalemme.

    Perché mai si nascose quando i Magi giunsero là? Per fare di loro, a causa delle domande che avrebbero posto, annunciatori insospettabili di Cristo, nato quel giorno secondo la carne. Ma siccome avevano voluto sapere dai giudei dove, secondo le Sacre Scritture, era nato il Cristo, la stella divina ha permesso che loro ci insegnassero a non cercare più di imparare dai giudei ciò che riguarda la legge e i profeti, ma a ricercare l’insegnamento che viene dal cielo, perché non ci allontanassimo più dalla grazia e dall’illuminazione che ci viene dall’alto. Quando i Magi uscirono da Gerusalemme, la stella apparve loro di nuovo e li riempì di gioia: precedendoli li condusse: finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino, e con essi adorò pienamente il bambino del cielo e della terra. E la stella offrì i Magi come primo dono al Dio partorito sulla terra e per mezzo di essi, come dice il profeta Isaia, offrì tutta la nazione assira: In quel giorno, Israele sarà il terzo con l’Egitto e la Siria, una benedizione in mezzo alla terra, come infatti vediamo che è avvenuto oggi. Sì, all’adorazione dei re Magi segue immediatamente la fuga di Gesù in Egitto mediante la quale Dio allontanò gli egiziani dal culto degli idoli. Dopo il suo ritorno dall’Egitto, il popolo di Dio, degno della salvezza, fu tratto da Israele.

    Tutto questo, Isaia lo ha chiaramente preannunciato: i Magi si prostrarono in adorazione offrendo in dono oro, incenso e mirra a colui che con la sua morte (di cui la mirra è simbolo), ci ha dato la sua vita divina (di cui l’incenso è immagine) e la luce divina e il regno (rappresentata dall’oro offerto al Signore dell’eterna gloria). Per colui che è nato oggi, anche i pastori costituiscono un coro insieme agli angeli, e cantano lo stesso canto, ritmano una comune melodia: non sono gli angeli a prendere i flauti dalle mani dei pastori, ma i pastori, risplendenti della luce degli angeli, stanno in mezzo alla schiera celeste e imparano dagli angeli l’inno celeste, o meglio, l’inno del cielo e della terra insieme. Dicono: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e sulla terra. D’ora innanzi Colui che abita nell’alto dei cieli ed è Signore delle altezze celesti, ha per trono la terra e riceve sulle terra una glorificazione uguale a quella che gli rivolgono, in alto, i santi e gli angeli.

    Ma qual è la causa di questa glorificazione comune degli angeli e degli uomini, e qual è la buona notizia celebrata dai pastori e da tutti gli uomini con tanti inni di gioia? Ecco – si dice -, vi annuncio una buona novella, grande gioia per tutto il popolo. Che significa e di quale gioia universale si tratta? Ascoltate fino alla fine il canto della buona novella e capite: pace – dice – e benevolenza di Dio fra gli uomini. Sì, quel Dio che si era adirato con il genere umano e lo aveva sottoposto a terribili maledizioni, viene attraverso la carne a portare la sua pace agli uomini e a riconciliarli con il Padre altissimo. Perché “ecco – dicono gli angeli – egli non è stato generato per noi, anche se adesso vedendolo sulla terra anche noi lo lodiamo come nel cielo, ma per voi uomini, e questo significa: per voi e tramite voi è nato il Salvatore, il Cristo Signore nella città di Davide”.

    Ma che significa questa benevolenza di Dio aggiunta alla pace, poiché è detto: pace fra gli uomini di buona volontà. Dio ha mostrato anche prima agli uomini i segni della sua pace. Infatti, con Mosè, Egli conversava come uno che parla con un suo amico; come anche a proposito di Davide si dice: lo trovò secondo il suo cuore, e a tutta la stirpe dei giudei diede segni di pace scendendo per loro sul monte e parlando loro attraverso il fuoco e la nube tenebrosa. Ma non era ancora questa benevolenza. La benevolenza indica la volontà di Dio che si compiace in se stessa, fonte originale e perfetta di bene. Ma non è tale quella benevolenza che fa del bene solo ad alcuni uomini o a una nazione. Per questo Dio ha chiamato molti uomini suoi figli, ma uno solo è colui nel quale pose la sua benevolenza: allo stesso modo, spesso ha dato la pace, ma una sola porta con sé anche la benevolenza, quella che è data come perfetta e immutabile attraverso l’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo, data a tutto il genere umano e a tutti coloro che lo desiderano.

    Questa pace, fratelli, teniamola presso di noi con tutte le nostre forze: perché l’abbiamo ricevuta come un’eredità da parte di colui che è appena nato, il nostro Salvatore, Lui che ci ha donato lo spirito di adozione grazie alla quale diventiamo eredi di Dio e coeredi di Cristo. Viviamo dunque in pace con Dio, compiendo quelle opere a Lui gradite, l’integrità, la verità, l’opera giusta, avendo cura di essere assidui nelle preghiere e nelle suppliche, con canti e salmi nei nostri cuori e non solo sulle nostre labbra. Viviamo in pace con noi stessi sottomettendo la carne allo spirito, scegliendo uno stile di vita coerente con la nostra coscienza e badiamo che i nostri pensieri dentro di noi siano in armonia e santi. Perché è così che metteremo fine alla vera guerra civile, quella che è in atto in noi. Viviamo in pace gli uni con gli altri, sopportandoci e perdonandoci a vicenda se abbiamo qualche motivo di lamentarci di qualcuno, così come il Cristo ha perdonato a noi; dimostriamo che la compassione che abbiamo l’uno verso l’altro deriva dal vicendevole amore, come anche Cristo soltanto per amore per noi fu misericordioso e discese fino a noi. Così infatti, con il suo aiuto e la sua grazia, risollevati dalla decadenza del peccato ed elevati per mezzo delle virtù, saremo cittadini del regno dei cieli; di là riceviamo anche la speranza, la liberazione dalla corruzione, il godimento dei beni celesti ed eterni, come figli del Padre che è nei cieli.

    Sia dato a tutti di ottenere tali doni nella futura venuta e nella manifestazione gloriosa del nostro Signore Dio e Salvatore Gesù Cristo, al quale sia lode nei secoli eterni. Amen.


    dal sito www.gregoriopalamas .it

    E' il mio regalo per il Santo Natale a tutti i fratelli e le sorelle del forum ,ma proprio tutti e tutte sia quando concordiamo sia quando dissentiamo e continueremo a dissentire

    Nel Signore Teantropo

    Padre Giovanni Festa

  2. #2
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    Predefinito Natale del Signore Gesù Cristo



    La nascita di Gesù Cristo

    Trascorsi moltissimi secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e formò l’uomo a sua immagine; passato molto tempo dal diluvio universale, quando l’Altissimo aveva posto sulle nubi l’arco di luce , segno di alleanza e di pace; dopo venti secoli dalla emigrazione di Abramo, nostro padre nella fede, da Ur dei Caldei, dopo tredici dall’uscita dall’Egitto del popolo di Israele, guidato da Mosè; dopo circa mille anni dall’unzione regale di Davide ; nella sessantacinquesima settimana secondo la profezia di Daniele; nella centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nell’anno quarantaduesimo dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto; mentre tutto il mondo era in pace, GESU’GESU’ CRISTO SECONDO LA CARNE.
    CRISTO, ETERNO DIO E FIGLIO DELL’ETERNO PADRE, VOLENDO CONSACRARE CON LA SUA VENUTA TUTTO IL MONDO, CONCEPITO PER OPERA DELLE SPIRITO SANTO, DOPO NOVE MESI DALLA SUA CONCEZIONE, NAQUE A BETLEMME DI GIUDA DALLA VERGINE MARIA E SI FECE UOMO: NATIVITA’ DI GESU' CRISTO SECONDO LA CARNE.

    (Dal Martirologio Romano)


  3. #3
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    Auguro un felicissimo Santo Natale a tutti !

  4. #4
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    ADESTE FIDELES


    Adeste, fideles, laeti triumphantes;
    Venite, venite in Bethlehem.
    Natum videte Regem angelorum.

    Refrain

    Venite adoremus, venite adoremus,
    Venite adoremus, Dominum.

    Deum de Deo, lumen de lumine,
    Parturit virgo mater,
    Deum verum, genitum, non factum.

    Refrain

    En grege relicto, humiles ad cunas
    Vocati pastores approperant:
    Et nos ovanti gradu festinemus.

    Refrain

    Stella duce, Magi Christum adorantes,
    Aurum, thus, et myrrham dant munera.
    Jesu infanti corda praebeamus.

    Refrain

    Aeterni Parrentis splendorem aeternum
    Velatum sub carne videbimus,
    Deum infantem, pannis involutem.

    Refrain
    Pro nobis egenum et foeno cubantem
    Piis foveamus amplexibus;
    Sic nos amantem quis non redamaret?

    Refrain

    http://www.cyberhymnal.org/non/la/adestefi.htm

  5. #5
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    Buona veglia a tutti, per chi andrà.

  6. #6
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    Chi farà pazienza fino alla fine questi è salvo
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    Buona nascita di Cristo! kalà Cristougennà!

    LA BUONA NOVELLA


    di Giovanni Pascoli


    I

    IN ORIENTE


    I

    Si vegliava sui monti. Erano pochi
    pastori che vegliavano sui monti
    di Giuda. Quasi spenti erano i fuochi.

    Altri alle tombe mute, altri alle fonti
    garrule, presso. Il plenilunio bianco
    battea dai cieli sopra le lor fronti.

    Ognun guardava ai cieli, come stanco,
    stanco nel cuore; ognuno avea vicino
    il dolce uguale ruminar del branco.

    Sostava sino all'alba del mattino
    il cuor del gregge, sazio di mentastri;
    ma il cuore de' pastori era in cammino

    sempre; ch'erano erranti come gli astri,
    essi: avean la bisaccia irta di peli
    al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri,

    e cinti i lombi, e nella mano steli
    d'issopo. E alcuno, come è lor costume,
    cantava, fiso, come stanco, ai cieli.

    E il canto, sotto i cieli arsi dal lume,
    a piè dell'universo, era sommesso,
    era non più che un pigolìo d'implume

    caduto, sotto il suo grande cipresso.


    II

    Maath cantava: - O tu che mai non poni
    il tuo vincastro, e che pari nell'alto
    le taciturne costellazïoni,

    Dio! che la nostra vita cader d'alto
    fai, come pietra, dalla tua gran fionda...
    la pietra cade sopra il Mar d'asfalto.

    Pietra ch'è nel Mar morto e non affonda,
    la vita! Cosa grave che galleggia,
    e va e va dove la porta l'onda!

    O Dio, noi siamo come questa greggia
    che va e va, né posso dir che arrivi,
    nemmen se giunga al pozzo della reggia! -

    Addì cantava: - Tu, sola tu, vivi,
    o greggia, che non mai dalle tue strade
    vedi la Morte ferma là nei trivi.

    Vedo qualche smarrito astro che cade:
    muore anche l'astro. Ma tu, pago il cuore,
    stai ruminando sotto le rugiade.

    O greggia, solo chi non sa, non muore!
    Tu non odi l'abisso che rimbomba
    presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore

    del loto eterno ai sassi della tomba.


    III

    E un canto invase allora i cieli: PACE
    SOPRA LA TERRA! E i fuochi quasi spenti
    arsero, e desta scintillò la brace,

    come per improvvisa ala di venti
    silenzïosi, e si sentì nei cieli
    come il soffio di due grandi battenti.

    Erano in alto nubi, pari a steli
    di giglio, sopra Betlehem; già pronti
    erano, in piedi, attoniti ed aneli,

    i pastori guardando di sui monti,
    e chi presso le tombe, onde una voce
    uscìa di culla, e chi presso le fonti,

    onde un tumulto scaturìa di foce:
    e un angelo era, con le braccia stese,
    tra loro, come un'alta esile croce,

    bianca; e diceva: "Gioia con voi! Scese
    Dio sulla terra." Ed a ciascuno il cuore
    sobbalzò verso il bianco angelo, e prese

    via per vedere il Grande che non muore,
    come l'agnello che pur va carponi;
    il Dio che vive tutto in sé, pastore

    di taciturne costellazioni.


    IV

    Mossero: e Betlehem, sotto l'osanna
    de' cieli ed il fiorir dell'infinito,
    dormiva. E videro, ecco, una capanna.

    Ed ai pastori l'accennò col dito
    un angelo: una stalla umile e nera,
    donde gemeva un filo di vagito.

    E d'un figlio dell'uomo era, ma era
    quale d'agnello. Esso giacea nel fieno
    del presepe, e sua madre, una straniera,

    sopra la paglia. Era il suo primo, e il seno
    le apriva; e non aveva ella né due
    assi: all'albergo alcun le disse: È pieno.

    Nella capanna povera le sue
    lagrime sorridea sopra il suo nato,
    su cui fiatava un asino ed un bue.

    - Noi cercavamo Quei che vive... - entrato
    disse Maath. Ed ella con un pio
    dubbio: - Il mio figlio vive per quel fiato...

    - Quei che non muore... - Ed ella: - Il figlio mio
    morrà (disse, e piangeva su l'agnello
    suo tremebondo) in una croce... - Dio... -

    Rispose all'uomo l'Universo: È quello!



    II

    IN OCCIDENTE



    I

    Grande, lungo le molte acque, al sussurro
    del fiume eterno, sopra i sette monti,
    bianca di marmo in mezzo al cielo azzurro,

    Roma dormiva. Agli archi quadrifronti
    battea la luna; e il Tevere sonoro
    fiorìa di spuma percotendo ai ponti.

    Alto fulgeva col suo tetto d'oro
    il Capitolio: ma la notte mesta
    adombrava la Via Sacra del Foro.

    Nell'ombra un lume: il fuoco era di Vesta,
    che tralucea. Nel tempio le Vestali
    dormian ravvolte nella lor pretesta.

    Era la notte dopo i Saturnali.
    Nelle celle de' templi, sui lor troni,
    taceano i numi, soli ed immortali.

    Intorno alla Dea Madre i suoi leoni
    giacean nel sonno. Gli ebbri Coribanti
    dormian con nell'orecchio ululi e tuoni.

    Rosso di sangue uno giaceva avanti
    la Dea. Dischiuso il tempio era di Giano.
    Esso attendeva, coi serrami infranti,

    l'aquile che predavano lontano.


    II

    Roma dormiva, ebbra di sangue. I ludi
    eran finiti. In sogno le matrone
    ora vedean gladiatori ignudi.

    Ne' triclini ai dormenti le corone
    eran cadute, e s'imbevean le rose
    nel sangue che fluì dal mirmillone.

    Dormivan su le umane ossa già rose,
    le belve in fondo degli anfiteatri;
    e gli schiavi tornati erano cose.

    Dopo la breve libertà, negli atrï
    giacean gli ostiari alla catena, quali
    cani la cui leggera anima latri.

    Era la notte dopo i Saturnali;
    ed ogni schiavo dalla tarda sera
    dormiva, udendo ventilar grandi ali,

    e gracidare. Erano cigni a schiera
    sul patrio fiume... No: su l'Esquilino
    erano corvi in una nube nera...

    Ei tesseva e stesseva il suo destino:
    vedea sua madre; poi sentia la voce
    del banditore: apriva al suo bambino

    le braccia, e le sentia fitte alla croce.


    III

    Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta
    gladïatore. Egli era nuovo, appena
    giunto: il suo piede, bianco era di creta.

    L'avean, col raffio, tratto dall'arena
    del circo; e nello spolïario immondo
    alcun nel collo gli aprì poi la vena,

    Rantolava; il silenzio era profondo:
    il cader lento d'una goccia rossa
    solo restava del fragor del mondo.

    Ma d'uomini gremita era la fossa
    in cui giaceva. All'occhio suo, tra un velo,
    parea scoprirne e ricoprirne l'ossa.

    Ed era solo, e l'uomo che col gelo
    lo pungea di sua cute, più lontano
    gli era del più lontano astro del cielo;

    più della terra sua, più del suo piano
    lunghesso l'Istro, e de' suoi bovi ch'ora
    sdraiati ruminavano pian piano,

    e de' suoi figli ch'attendean l'aurora,
    piccoli nella lor nomade cuna,
    e del suo plaustro, ch'era sua dimora,

    là fermo e nero al lume della luna.


    IV

    E venne bianco nella notte azzurra
    un angelo dal cielo di Giudea,
    a nunzïar la pace; e la Suburra

    non l'udiva; e nel tempio alto di Rhea
    bandì la pace; e non alzò la testa
    quell'uomo rosso ai piedi della Dea;

    e vide, un fuoco, e disse, PACE; e Vesta
    ardeva, e le Vestali al focolare
    sedeano avvolte nella lor pretesta;

    e vide un tempio aperto, e dal sogliare
    mormorò, PACE; e non l'udì che il vento
    che uscì gemendo e portò guerra al mare.

    E l'angelo passò candido e lento
    per i taciti trivi, e dicea, PACE
    SOPRA LA TERRA!... Udì forse un lamento...

    Vegliava, il Geta... Entrò l'angelo: PACE!
    disse. E nella infinita urbe de' forti
    sol quegli intese. E chiuse gli occhi in pace·

    Sol esso udì; ma lo ridisse ai morti,
    e i morti ai morti, e le tombe alle tombe
    e non sapeano i sette colli assorti,

    ciò che voi sapevate, o catacombe.

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