Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    Vittima del kali yuga
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    Il desiderio, è come un fuoco insaziabile. Grazie alla barca della conoscenza certamente varcherai tutto l'oceano del male (b. gità)
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    Predefinito come diventare hindù: iniziazione e glossario ascetico

    Come diventare induisti

    (articolo)
    Cerchiamo di sfatare subito una mito. Non si diventa induisti. Non si può diventare induisti, per il semplice motivo che l'Induismo non esiste.
    L'Occidente chiamo Induismo quell'insieme di culti che sono presenti in India, alcuni da tempo immemore e altri più recenti (grazie alla rivitalizzazione continua che vive questo paese per la presenza dei suoi asceti e filosofi).
    Se proprio volessimo dare un nome alla religione indiana (sempre che riuscissimo a definirne una), potremmo dire che essa potrebbe chiamarsi Sanathana Dharma, non dissimile dalla Legge Eterna o Philosophia Perennis. Per questo motivo ogni persona che segua il proprio cammino senza ritenerlo superiore a quelli altrui, senza cercare di convertire al proprio credo, senza discriminare, allora potremmo dire che quella persona è induista. Accade talvolta che però l'Induista reagisca all'invasione religiosa ad opera di missionari e invasori politici e religiosi, e allora possono sorgere conflittualità di ogni genere.
    Nonostante si creda che l'induismo abbia una lunga storia di tolleranza, è anche vero che esiste una grande libertà di fede e di percorso interiore, ma non viene lasciato molto spazio al proselitismo, considerata una delle azioni più bieche che si possano mai compiere in ambito spirituale.
    Il concetto è molto semplice, quale che sia il tuo percorso, potrai parlarne e guidare gli altri solo dopo che avrai definitivamente colto e stabilizzato la meta finale, non prima. Pertanto chi parla di paradisi e stati che non ha realizzato non particolarmente ben visto.
    Alcuni hanno proposto come induista colui che segue le eterne verità contenute nei Veda e negli Agama, crede nella unicità di Dio, nella legge del karma, nella reincarnazione e nella liberazione, moksha; pratica l’adorazione interiore ed esteriore, crede nella protezione della vita ad ogni livello, purifica ogni stadio dell’esistenza con i dovuti samskara.
    Formalmente questo non è vero perché ormai il sistema delle caste è troppo secolarizzato in India e per quanto si possano seguire queste norme, è difficile che vi verrà permessa l'entrata in certi templi.
    D'altra parte molti fra i più grandi Maestri e filosofi dell'India non si sono nemmeno curati di aspetti secondari come la reincarnazione o il karma, o altro. Ma è altresì vero che erano Esseri che erano giunti oltre la forma.
    Non ha molto senso sostituire una religione con un'altra, bene o male sono tutte le stesse, ognuna nella sua storia trova le più meschine bassezze e le più divine altezze, questo perché una religione ha poco a che spartire col Divino, essa è tipicamente umana, fatta da uomini, amministrata da uomini.
    Se invece vogliamo parlare di spiritualità, a maggior ragione è poco rilevante la religione, quello che conta sono i Maestri viventi che la incarnano e ce la possono porgere e allora vediamo che anche nella religione degli uomini, ci sono alcuni che raggiungono le vette proprie della spiritualità. Pertanto, e a maggior ragione, allora non c'e' bisogno di cambiare religione occorre solo trovare le guide più adatte alle nostre caratteristiche e queste non necessariamente devono stare in India, vestire di ocra o parlare tamil o telegu. Possono essere degli sciamani nord americani come dei preti cattolici. La meta è uguale per tutti, quello che conta è chi ci conduce sul cammino.
    Cantare dei bajan, ripetere l'om, svolgere pratiche di meditazione, frequentare delle palestre dove si insegna l'hata yoga, leggere libri sull'argomento, etc. etc. non rende induisti, né dei discepoli praticanti. Tutto questo è irrilevante se non si entra nella giusta dimensione interiore ove si inizi ad applicare la discriminazione e il distacco. Quando si sarà raggiunta quella dimensione, allora sì che le pratiche di cui sopra avranno rilevanza, almeno sino a quando, colta la meta, anch'esse potranno cadere perché appartenenti alla molteplicità.
    In realtà l'universalità e la libertà delle Filosofie indiane è quello che fa avvicinare all'India l'occidentale. L'universalità di linguaggi devozionali o interiori così adatti alle diverse tipologie dell’uomo anche se ognuno è rivolto alla ricerca del Divino. "Ed è proprio in questa libertà che ognuno di noi, se compie una ricerca seria, senza fatica troverà quel particolare aspetto che lo può condurre alla sua strada spirituale."
    Un'ultima cosa: consideriamo sempre, se ormai abbiamo deciso di essere induisti, che non possiamo imporre la nostra nuova dieta alimentare a tutta la famiglia!

    http://www.vedanta.it/induismo/stori...induisti_l.htm

  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    COME SI DIVENTA INDUISTI
    L’induismo non esercita mai il proselitismo e quindi l’adesione ad esso è una libera scelta di vita e di pensiero. La vera conversione non è un semplice cambiamento di opinione religiosa, ma una trasformazione interiore di mente e di cuore. L’induismo è alieno all’idea di conversione, perché ogni persona che segue le leggi eterne o sanatana dharma è un induista.
    Da tempi immemorabili l’induismo è conosciuto come sanatana dharma.

    Dharma è l’eterna verità che sostiene la vita nella sua pienezza e bellezza.L’induismo come eterna verità ha una lunga storia di accettazione di chiunque sia sulla via sostenuta dalle leggi divine del sanatana dharma. L’induismo nella sua vera essenza non discrimina nessuno. In qualsiasi tempo e luogo, se un individuo è devoto a questa verità eterna, egli sta abbracciando la religione induista. L’induismo è probabilmente la fede più universale ed accogliente di tutti i tempi.
    Un famoso Shankaracarya di Kanci affermava con un certo umorismo: "Tutti nasciamo indù, ma i nostri genitori poi ci convertono". Naturalmente vi è una profonda verità dietro queste parole: sanatana dharma è ciò che nutre e sostiene la nostra vita, è la parola che alimenta i nostri cuori, che è eternamente presente nella volontà divina.


    Quindi, è un devoto induista colui che:
    • segue le eterne verità contenute nei Veda e negli Agama;
    • crede nella unicità di Dio;
    • crede nella legge del karma, nella reincarnazione e nella liberazione, moksha;
    • pratica l’adorazione interiore ed esteriore;
    • crede nella protezione della vita ad ogni livello;
    • purifica ogni stadio dell’esistenza con i dovuti samskara.
    Chi desidera formalizzare la sua appartenenza e vivere pienamente la sua aspirazione spirituale, rendendo la sua fede evidente e quindi viverla con coerenza, può diventare induista con la cerimonia formale della namakarana samskara (ricevere sacralmente il nome), preceduta dalle dovute purificazioni e officiata da svami o pandit dell’U.I.I. In questo modo egli aderisce pienamente e lealmente ai principi della religione induista sia socialmente che individualmente.

    http://www.godrealized.com/Translate.../Hinduism.html
    http://www.hinduism.it/

  3. #3
    Vittima del kali yuga
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    (su segnalazione di Galatos)

    Samskara

    I riti vedici dalla nascita alla morte


    Jatakarma - la cerimonia della nascita
    Questa cerimonia viene eseguita prima che venga reciso il cordone ombelicale. Le differenti fasi prendono il nome di:
    · Medh janana o produzione dell'intelligenza. Il padre porge al neonato del miele mescolato a ghi [burro chiarificato]. Alcune volte vengono aggiunti latte cagliato, riso, orzo. Gli ingredienti propiziatori vengono offerti con questa formula sacra:
    " Bhuh , io ti infondo: Bhuvah , io ti infondo: Svaha , io ti infondo: Bhur bhuvah Svaha : ogni cosa io metto dentro di te" .
    Questo è il momento rituale più importante perché è di buon auspicio per il benessere intellettuale - prima ancora che materiale - del fanciullo . Il ghi ed il miele, nella cultura indù, sono ritenuti il cibo più puro.
    Le Vyharithi [le enunciazioni proferite] sono altrettanto degne del più alto rispetto in quanto si riferiscono al Gayatri mantra , l'invocazione alla luce, sia materiale che intellettuale.
    A questo punto, il padre sussurra all'orecchio del neonato il nome segreto, pronunciando queste parole: "Tu sei il Veda!"
    Questo nome segreto sarà conosciuto solamente dai genitori del fanciullo , in quanto si ritiene che in mano ad eventuali nemici potrebbe essere oggetto di pratiche magiche che nuocerebbero al suo possessore.

    · Ayushya .
    Con questa fase si propizia al fanciullo una lunga vita. Vicino all'ombelico o, semplicemente, accanto all'orecchio destro il padre sussurra:
    " Agni è longevo; attraverso gli alberi esso è longevo . E' per questa longevità che io ti assicuro lunga vita. Soma è longevo ; attraverso le piante esso è longevo. Il Brahman è longevo; attraverso l'ambrosia esso è longevo . I Rishi sono longevi; attraverso le osservanze essi sono longevi . Il Sacrificio è longevo; attraverso il fuoco sacrificale esso è longevo. L'Oceano è longevo; attraverso i fiumi esso è longevo . E' per questa longevità che io ti assicuro lunga vita".
    E così tutte le possibili circostanze vengono citate in questo modo dinanzi al fanciullo.
    Rivolto alla moglie, il coniuge recita in suo onore i versi seguenti: "Tu sei Ida, la figlia di Mitra e Varuna . Tu, donna forte, hai dato alla vita un fanciullo pieno di forza. Che tu sia benedetta da una forte progenie, tu che hai benedetto noi con un figlio vigoroso". Il cordone ombelicale viene tagliato, il neonato lavato ed affidato alle cure della madre.

    Namakarana - l'attribuzione del nome
    Sin dalle origini, controversa è stata la teoria della composizione del nome. Alcuni autori sostengono che per il maschio esso debba essere composto da due o quattro sillabe le quali debbono iniziare con una consonante, debbono contenere una semivocale e terminare con una vocale lunga. Secondo altri non c'è un numero limitato di sillabe.
    Il nome attribuito ad una ragazza deve contenere un numero dispari di sillabe e terminare con una "a" od una "i" lunghe. Manu [ Manavadharmashastra ] sostiene: " deve essere facile da pronunciare, il suono non aspro, di chiaro significato, affascinante, auspizioso , terminante con una vocale lunga. Non deve essere simile al nome di una costellazione, di un albero, di un fiume, di una montagna, di un uccello, di un servo, di un demone".
    Lo stato sociale dell'individuo rappresenta un fattore determinante nella composizione del nome:"Il nome di un bramano deve essere auspizioso , quello di uno kshatrya deve suggerire potenza, quello di un vaishya ricchezza e quello di uno shudra obbedienza" [ Manu ]
    Il nome è quadruplice e deriva: dall' asterismo lunare [ nakshatra ] sotto il quale il fanciullo è nato; dalla divinità del mese; dalla divinità familiare; dall'uso popolare.
    Vi sono differenti opinioni nell'identificazione del giorno nel quale celebrare il rito:
    - al decimo, dodicesimo, centesimo giorno dalla nascita o prima dello scadere dell'anno;
    - al decimo, dodicesimo, tredicesimo, sedicesimo, diciannovesimo, trentaduesimo giorno dalla nascita. In questo caso prevale la necessità di celebrare il namakarana solo dopo aver celebrato quei riti [differenti per le varie caste] di purificazione della casa a seguito dell'impurità derivante dalla nascita stessa.
    La madre dopo aver bagnato il capo del fanciullo con acqua pura, lo porge al padre il quale sussurra all'orecchio:
    "Tu sei il devoto della divinità familiare, per cui il tuo nome è…;
    tu sei nato in questa famiglia, nel mese di…, per cui il tuo nome è…
    tu sei nato sotto la costellazione di…, per cui il tuo nome è…
    il tuo nome comune è…"

    Upanayana - l'iniziazione.
    Senza questo samskara , nessuno può definire sé stesso "due volte nato" [ dwija ]. Essa rappresenta un vero e proprio lasciapassare all'accesso allo studio della vasta letteratura religiosa indù.
    Questa trasformazione della personalità dell'individuo potrebbe essere paragonata, mutatis mutandis , al battesimo cristiano. Il concetto dell' upanayana ha subito molti cambiamenti nel corso del tempo, ma il significato principale è quello dell'iniziazione di uno studente da parte del suo maestro, alla conoscenza sacra.
    Solo gli appartenenti alle prime tre caste possono ricevere questo sacramento in età variabile: un bramano tra otto anni e sedici; uno kshatrya tra undici e ventidue; un vaishya tra dodici e ventiquattro.
    La ricerca del maestro è particolarmente accurata in quanto lo scopo principale di questo sacramento è la formazione della conoscenza e del carattere dello studente.
    La cerimonia viene eseguita, naturalmente, in un periodo astrologico favorevole, generalmente quando il sole si trova nell'emisfero nord; nel caso di un vaishya anche se questo si trova nell'emisfero sud.
    Un bramano la celebra durante la primavera; la moderazione di questa stagione simboleggia quella del carattere dell'iniziato.
    Uno kshatrya in estate, dove il caldo rappresenta il fervore del suo carattere . Un vaishya in autunno, quando la vita commerciale riprendeva, anticamente, al termine della stagione delle piogge .
    Il giorno prima della cerimonia vengono eseguiti svariati riti, tra cui quello di Ganesha . Durante la notte al candidato viene richiesto l'assoluto silenzio, mentre al mattino successivo esso resta insieme alla madre, consumando un pasto insieme. Segue il rito della tonsura [ Shuddakarana ] e quello del bagno.
    Quindi il fanciullo viene condotto dinanzi al suo futuro maestro spirituale [ acharya ] annunciando la volontà di diventare un brahmacharin . Accettandolo, l' acharya gli offre vesti nuove con questi versi:
    "Come Brihaspati offrì le vesti dell'immortalità a Indra ,
    così io le porgo a te per la ricerca della lunga vita,
    della forza e dello splendore".
    Viene quindi legata una fascia all'altezza della vita e quindi indossato l'oggetto più sacro e significativo di questo sacramento: un cordone di cotone, lo Yajnopavita .
    Il cotone è indicato per il bramano, mentre sono previsti la lana per lo kshatrya ed il lino per i vaishya . Lo yajnopavita che lo studente indosserà è filato da una vergine bramana e intrecciato da un bramano. E' formato da tre corde che rappresentano i tre guna , realtà, passione ed oscurità dai quali evolve l'universo, ma ricorda al tempo stesso i tre debiti che l'uomo deve pagare agli antichi saggi, agli antenati e a gli dei. I tre fili sono legati insieme da un nodo, chiamato " Brahma granthi " il quale simboleggia Brahma , Vishnu e Shiva .
    Gli altri nodi indicano i vari " Pravara " , clan familiari. Un brahmacharin può indossare solamente un sacro cordone, mentre un grihasta - capo famiglia - uno per sé ed uno per sua moglie. Il modo di indossare dipende dalla circostanza: Upaviti , durante una cerimonia auspiziosa : dalla spalla sinistra al fianco destro; Prachinaviti , in occasione di una circostanza sfavorevole: dalla spalla destra al fianco sinistro; Niviti , attorcigliato al collo, a mò di ghirlanda.

    Antyeshti - il rito funebre
    L'indù considera la cremazione come assolutamente necessaria per il benessere dell'anima del defunto, ad eccezione dei fanciulli sotto i due anni che sono puri e senza peccato e dei Sadhu che si suppone abbiano raggiunto un alto livello di realizzazione.
    A costoro viene riservata la sepoltura, così come alle donne defunte in stato di gravidanza. Coloro che muoiono di malattia epidemica vengono , generalmente, lasciati decomporre nelle acque, in quanto si ritiene che gli spiriti maligni che hanno provocano questo male si infurierebbero se il corpo della loro vittima venisse bruciato.
    La cerimonia della cremazione viene chiamata Aurdhvadaihika - kriya , "la cerimonia che libera l'anima dal corpo" per il suo viaggio verso il mondo dell'aldilà. Finché questa non viene celebrata si ritiene che l'anima continui ad indugiare nella sua ultima abitazione aggirandosi sconsolato come fantasma [ Preta ]
    Anche questo rito - come d'altronde tutti gli altri descritti - è molto complesso; ne riportiamo i passaggi principali.
    Quando un indù sente che la morte è prossima, invita parenti ed amici per rivolgere loro le ultime amichevoli parole facendo regali ai bramani presenti.
    Tra questi il dono di una vacca è il più ragguardevole. Essa viene chiamata Vaitarani e si ritiene sia la conduttrice del defunto nel mondo degli inferi.
    Nell'antichità essa veniva chiamata Anustarani e veniva sacrificata sul rogo funebre insieme al corpo del defunto [costume che in seguito è stato abbandonato, per la proibizione di uccidere vacche] o lasciata libera di vagare per il campo crematorio.
    Il giaciglio dove viene disteso il moribondo è sistemato in prossimità dei tre fuochi sacri o accanto al fuoco domestico, con il capo rivolto verso sud, il regno dei morti [ Yama ].
    Accanto ad esso vengono recitati versi tratti dalla Bhagavad Gita e dal Ramayana . Quando il decesso è avvenuto i parenti lasciano scolare nella bocca del defunto alcune gocce d'acqua ed inseriscono poche foglie di Tulsi , il basilico sacro.
    Anticamente veniva costruita una lettiga con il legno di " udambara " [ficus glemarata ] sopra la quale veniva posta una pelle di antilope nera con i peli rivolti verso il basso. Sopra di esso si disponeva il cadavere.
    Attualmente la lettiga è costruita con il legno di bambù senza collocarvi sopra la pelle animale.
    Un figlio, un fratello o un qualsiasi altro parente o, in assenza, chiunque voglia assumersi il compito, si avvicina al corpo per togliere il vecchio abito e vestirlo con un nuovo:
    "Abbandona gli abiti che hai indossato fino ad ora; ricorda i sacrifici Ishta e Purta che tu hai celebrato, il cibo che hai offerto ai brahmani e i dono che hai offerto ai tuoi amici".
    Il corpo viene quindi coperto con un panno integro e non scolorito, con frange ad entrambi i lati.
    Il corteo funebre è aperto generalmente dal figlio maggiore, seguito dalla lettiga portata a spalla [in tempi attuali non è raro vedere il corpo trasportato su un carretto di metallo]; seguono i parenti e amici del defunto. L'ordine del corteo, composto solo da maschi, è in base all'età: i più anziani davanti.
    Durante il tragitto vengono ripetuti mantra ad alta voce da tutti i partecipanti.
    Giunti al campo crematorio, in prossimità di un corso d'acqua, occorre scegliere il terreno per sistemare la pira. Il tipo di legno usato - generalmente costoso; da qualche anno sono stati costruiti dal Governo crematori funzionanti ad elettricità - la grandezza e l'orientamento della pira e tutti gli altri procedimenti relativi, sono assolutamente regolati dai sacri testi e mai lasciati alla discrezione dei parenti od amici.
    Seguono gli atti della purificazione pareggiando le unghie, i capelli ed immergendo il corpo nell'acqua.
    Pronto per essere deposto sulla pira, i fili che legavano i pollici vengono sciolti; le corde che tenevano la lettiga vengono tagliate; la lettiga lanciata in acqua oppure posta sopra la pira.
    Viene attizzato il fuoco con questa invocazione:
    "Possa l'organo della vista procedere verso il sole; possa il respiro fondersi nell'atmosfera; possa tu procedere, secondo le tue virtù, verso il cielo, nella terra o nella regione delle acque, qualunque luogo sia benefico".

    http://madhur.altervista.org/samskara.html

  4. #4
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    Ascetismo Indù

    (Articolo)
    Nella società indiana da millenni la figura spirituale più importante è quella del monaco asceta. Questa figura è strettamente connaturata con le filosofie indiane ed è sempre stata equidistante fra il potere temporale dei Rajà e quello religioso dei bramini.
    La figura del sadhu1 è l'elemento che insieme le scardina e unifica il rigido sistema indiano delle caste (varna). Mentre la figura del sacerdote-bramino ha assunto il vertice del sistema durante il periodo bramanico, soppiantando la casta guerriera sino ad allora dominante.
    In Occidente come in Oriente sono esistite fasi in cui nascevano delle tendenze ascetiche che col tempo o scomparivano assorbiti dalla secolarizzazione dei movimenti di cui spesso erano la punta o divenivano a loro volta dei movimenti organizzati.
    La tendenza innata dell'uomo di ricercare un contatto, una strada verso l'Assoluta Realtà, forse mai come in India ha trovato massima espressione, questo grazie anche alla presenza di innumerevoli culti che hanno permesso uno sviluppo orizzontale, fra le genti di ogni livello sociale. Se un asceta in occidente viene visto come elemento disadattato, che con la sua presenza mina e contesta le basi del vivere sociale con tutte le sue inerenti necessità, abitudini e convenzioni, in India un asceta è considerato l'espressione più dell'uomo nella sua eterna ricerca dell'immortalità.
    Questo perché l'asceta indiano difficilmente è un personaggio in cerca di pubblico, se non per quelle prime necessità come il cibo, ove non è l'ambiente stesso a fornirlo. Ovviamente nel novero occorre considerare anche persone che dell'apparire come sadhu hanno fatto un mestiere, senza alcuna attinenza con un percorso spirituale o religioso.
    Nonostante la rigida struttura sociale, con tutte i privilegi e i doveri che questa comporta, gli asceti vengono considerati al di là delle caste. Sino a quando una persona si identifica con il propri ruolo sociale è soggetto a delle rigide norme, quando invece attraverso un atto di rinuncia se ne mette al di fuori, automaticamente viene considerato superiore al più alto rappresentante di ogni casta. Le caste sono considerate comunque strutture tese a salvaguardare gli usi e le abitudini umane, l'asceta è colui che distaccatosi dall'umano tende ad avvicinarsi al Divino.
    Sono caduti gli aspetti istintuali, i bisogni sociali di discendenza e successo, di plauso... l'uomo ha concluso le prime parti della sua vita, identificate dai Veda col termine purusharta. Ha già conseguito il benessere attraverso l'equanimità, adesso dovrà sviluppare il desiderio per la liberazione dalla molteplicità.
    Non stiamo parlando della figura che conseguito il successo sociale adesso cerca il successo e la soddisfazione emotiva, non stiamo parlando della figura del monaco che si rivolge al benessere sociale, alla cura dei bisognosi, anche se queste sono certamente delle figure encomiabili, stiamo invece pensando a coloro che ad un certo momento della loro vita (e, sebbene raramente, questo può avvenire anche nella più tenera età) decidono che si è esaurita la fase in cui si sono dedicati al molteplice ed è iniziato il conseguimento dell'Assoluto.
    Innanzitutto bisogna considerare che l’istinto dell’animale sociale, l’istinto di procreazione e di salvaguardia della specie è molto forte nell’uomo ed è quello che ovviamente sostiene l’organizzazione sociale, mentre il bisogno di rivolgersi a Dio va esattamente nella direzione opposta. Infatti quando un uomo sente l’esigenza di una vita rivolta al Divino normalmente si allontana dai vincoli che più lo legano al mondo: la famiglia ed il successo sociale.
    Il prete, il frate, il monaco, l'anacoreta, l’asceta, il rinunciante, quale sia la sua origine (religiosa o filosofica) si allontana dai legami della vita sociale per poi, a volte, rientrare eventualmente con un ruolo impersonale ed operare per il benessere comune. Ancora, questo benessere comune può venire perseguito sia per conseguire un merito nei confronti dell'Ideale Divino, oppure per semplice aderenza ad un dharma.
    Altre volte possiamo constatare come esistano dei percorsi spirituali che non contemplano un rapporto con il mondo, ma piuttosto prevedono un ritiro da ogni rapporto sociale, nel più completo isolamento. Vediamo questo stesso percorso nell'esicaismo ortodosso o nei monasteri cattolici di clausura.
    L’India, da sempre, è la patria dell’ascetismo, infatti nella tradizione indiana già in periodo pre-vedico è presente l’ascetismo per trascendere il dualismo della molteplicità. L'ascetismo si presenta in così tante forme che coinvolgono i diversi culti, caste, religioni, sistemi filosofici, che è difficile tracciarne un lista chiara, perché spesso le varie caratterizzazioni si sovrappongono l'una con l'altra.
    Nell’India moderna si contano diversi milioni di asceti. In origine rappresentavano i più alti valori di conoscenza della società indiana, a tutti i livelli. Oggi col processo di urbanizzazione e modernizzazione della società, queste persone vanno perdendo quella posizione che in passato li qualificava come mistici o anche autorità spirituali e sempre più vengono relegati ai margini della società indiana.
    Nelle scritture si trovano termini che definiscono vari tipi di asceti e molti altri titoli che sono usati in senso generico non definendo una determinata corrente, mentre il termine di Swami viene usato solo da coloro che hanno ricevuto una ordinazione religiosa in un ordine ortodosso.
    Esistono numerosi ordini di molte specie, alcuni dei quali sono estremamente antichi, risalgono sino ai tempi vedici, mentre altri sono di più recente istituzione. In genere, gli ordini religiosi prendono i loro insegnamenti dai Veda o dai rishi che vissero in tempi antichi, alcuni attribuiscono la loro origine ai saggi Vyasa, Vishvamitra, Vasishtha, Bhrigu, altri, invece, si sono sviluppati all’interno dei culti shaiva e vaishnava. Altri ancora si ispirano a Brahma come supremo creatore o alla Shakti, la madre divina.

    I diversi ordini ascetici, monastici e sacerdotali
    Per dare una idea della vastità delle varie categorie di asceti et similari, qui di seguito diamo un elenco dei vari termini presenti nell'Induismo.
    Acharya - è colui che osserva le regole del suo Ordine. Un istruttore e guida religiosa o spirituale che istruisce nei Veda e dà l'iniziazione ai suoi seguaci. Tradizionalmente viene considerato uguale a dieci upadhyaya. Acharya vengono considerati i pontefici degli Shankara Math, che sono a capo dei dieci ordini degli Swami conosciuti anche come dashanami. Al tempo di Shankara, il bramanesimo stava soccombendo sotto gli attacchi del buddismo e del jainismo, fu lui che diede un nuovo corso all'Induismo codificando i suoi sistemi e presentando per la prima volta la filosofia dell'Advaita (non dualismo) che allineò tutte le altre. Al fine di perpetuare i dashanami, Shankara fissò diversi cenobi nei diversi punti dell'India che a tutt'oggi rappresentano i centro dell'ortodossia vedica.
    Advaitin - colui che pratica l'Advaita
    Algari - sadhu che hanno fatto voto di non stare mai fermi e indossano delle campanelle intorno ai fianchi e alle caviglie per ricordarsi del loro voto. Anche quando sono assonnati muovono continuamente i loro piedi.
    Ajivika - setta dei dandin.
    Arhat - "valente", un santo del giainismo, nel buddismo Hinayama è un santo che ha rotto i dieci legami e così ha ottenuto il nirvana.
    Avadhuta - "liberato", termine usato generalmente per indicare gli asceti non bramini che hanno raggiunto la liberazione, siano essi shivaiti che visnuiti. Indica anche una setta di sadhu nudi.
    Bhatta - "portatore" di grande saggezza; titolo dato ai maestri religiosi. Spesso si accompagna ad altri titoli come Bhattacarya o Kumarilabattha.
    Bhagat - termine usato solitamente usato per indicare un devoto, solitamente visnuita, non necessariamente ritiratosi dal mondo sociale.
    Bhekdari - termine usato per indicare degli asceti visnuisti.
    Bhiksu - un medicante religioso, solitamente buddista.
    Bhiksuni - una mendicante religiosa, solitamente buddista.
    Brahmacarin -
    Brahmin - appartenente alla casta sacerdotale indù.
    Chaturvedi o Chaube - colui che conosce i 4 Veda. Entrambi i termini si usano per indicare i bramini della sottocasta di Mathura, seguaci del Quarto o Atharva Veda.
    Dandin - colui che porta il danda o bastone. Gli asceti Vaisnava sono detti generalmente eka-dandin (portatori di una canna), mentre gli Shivaiti tri-dandin perché portano il tridente o trisula.
    Dashanami - Ordini di swami discendenti da Shankara. Alcuni asceti dell’ordine dei dashanami si rasano barba e capelli il giorno di luna piena, altri portano lunghe barbe e capelli come ai tempi vedici.
    Dvivedi - coloro che conoscono i due Veda.
    Eka-dandin - vedi dandin.
    Goswami - "precettore dei buoi", istruttore religioso vaisnava. Fra i seguaci di Caitanya, si indica un discendente dei discepoli originali di Caitanya.
    Lakulisa - setta dei dandin.
    Guru - genericamente indica il Maestro o istruttore spirituale o religioso.
    Hamsa - antico ordine ascetico prevedico. Vedi paramahamsa.
    Jangama - un prete della setta lingayat.
    Jina - un santo giainista.
    Jodi - una forma di yogi, spesso riferito ad un sadhu.
    Kaivalin - colui che ha raggiunto lo stato di kaivalya o realizzazione del proprio sé.
    Kandarishi - un istruttore specializzato in un kanda, una parte dei Veda.
    Kabir panti - seguaci della via di Kabir, protestano contro l’adorazione degli idoli, il sistema delle caste e, in un caso, contro la pratica dello yatra o pellegrinaggio.
    Kesin - titolo dato a diversi tipi di mendicanti dai capelli lunghi.
    Lingayat - setta di asceti shivaiti che adorano Shiva nella sua forma primordiale, il lingam.
    Mahant - abate, capo di un monastero o cenobio (math).
    Mahatma - "grande anima", titolo onorifico dato a coloro che mostrano elevate qualità spirituali.
    Mankha - asceta errante che porta una tavola o una pezza con dipinte immagini di una divinità o eroe, o scene mitologiche o epiche, che accompagna con canti.
    Maskarin - setta dei dandin.
    Muni - "anacoreta", colui che si è ritirato nel silenzio o mauna. Il termine si riferisce a quei rishi che hanno poteri sovrannaturali.
    Naga - sono sadhu nudi o coperti di cenere e vengono chiamati "vestiti di cielo", considerati il simbolo estremo della rinuncia, all'origine erano un gruppo semimilitante con compiti di protezione nei confronti dei samnyasin.
    Naishthika - un asceta supremo, così detto per il suo voto di eterna castità.
    Namadhari - sono sadhu che tatuano i loro corpi dal capo ai piedi con il mantra ramnam.
    Nirgrantha - colui che è senza nodi di passione e possessi, un asceta giainista o buddista, spesso appartenenti a sette nudiste.
    Panda - prete e guida del tempio indù, che amministra i rituali religiosi in favore dei pellegrini che visitano i luoghi sacri.
    Pandit - l'erudito nelle scienze tradizionali indù.
    Paramahamsa - "supremo cigno", un asceta del più alto livello o colui che ottenuto il controllo di tutti i suoi sensi. Gli Hamsa e i Paramahamsa sono degli antichi ordini ascetici di origine dravidica, tantrica di nudi asceti che vivevano sugli alberi, nei cimiteri, indifferenti alla salute, al benessere, al piacere, casta e persino della salvezza finale.
    Parivrajaka - "vagabondo", un devoto itinerante e mendicante, spesso si riferisce a chi si trova nell'ultimo stadio della vita, il samnyasin. Il termine si usa anche per indicare i sofisti erranti che affermano di essere in grado di dimostrare qualsiasi cosa.
    Pauranika - colui che è versato nei purana ed è in grado di spiegarne almeno sei.
    Pujari o Pujaka - colui che conduce le cerimonie nei templi indù e officia cerimonie pubbliche. La professione del pujari, così come quella del cuoco, sembra essere il rifugio economico per i bramini illetterati. Pochi di costoro conoscono il sanscrito, mentre la maggioranza sono analfabeti.
    Purohita - in passato il prete personale del re. Oggi è il prete familiare, colui che custode dei rituali tradizionali indù e dei regolamenti delle caste.
    Rishi - una classe di semi-leggendari saggi. Il termine ancor oggi si usa per indicare grandi maestri.
    Ritviji - sono i preti che officiano particolari e antiche cerimonie vediche.
    Sadhu - colui che ha raggiunto il compimento, che ha rinunciato ai beni e i conforti del mondo e cerca l'illuminazione spirituale o i poteri occulti attraverso la mortificazione della carne. Quelli shivaiti indossano vesti di color zafferano, una ghirlanda, mala, di semi di rudraksha, a volte un bastone, un vaso per l’acqua e una pelle di animale sulle spalle, sulla fronte portano il segno delle tre linee orizzontali, tripundra, distintivi di Siva. I sadhu vaishnava, che adorano Visnu, indossano una ghirlanda di legno di tulasi, un segno verticale sulla fronte, a forma di U, formato da due linee bianche ornate da un tratto rosso e nero. I visnuiti si suddividono in numerosi sottogruppi come dvara, secondo l’inclinazione filosofica del fondatore del culto. Ramanuja, Madhvacarya e Caitanya sono i principali fondatori di differenti culti vaisnava. Le diverse correnti sono contraddistinte sempre dai segni distintivi ad esempio il colore giallo rappresenta gli appartenenti a shri vaishnava e rosso a ramanandi. I seguaci di Ramanuja portano il segno di triphala. Vi sono inoltre i kapalin, i pashupati, esistono diramazioni dei dashanami, come i naga, sadhu nudi, che possono appartenere sia ai gruppi saiva che a quelli vaisnava. I karttikeya o subrahmanya sono una parte del movimento sivaita, mentre gli aiappam costituiscono un movimento indipendente. Nella storia dell’ascetismo ci furono dei momenti di riforma anche che si opposero all'imperante bramanesimo, alcuni furono: radhavallabhi, rshaka, dhami, dadupatna, karunadasi, ramanandi, vairagi, akhadamalla, garibadasi e shvaminarayana. I sadhu erano ordini ascetici prevalentemente maschili, ma ci sono anche sottoclassi esclusivamente femminili e altre miste.
    Sadhvini - Una donna sadhu.
    Sakhin - colui che è dedito all'insegnamento di particolari scuole vediche.
    Samnyasin - colui che è entrato nel quarto asrama o stato della vita, solitamente è un asceta mendicante che lasciato da parte le regole religiose, sociali e ogni possesso. Ha rinunciato al mondo dei nomi e delle forme, pertanto non è più soggetto alle sue convenzioni.
    Sastri - colui che è versato nelle scritture o sastra.
    Sramana - asceta buddista o giainista, un sadhu dedito al fachirismo.
    Srotriya - colui che appreso i Veda o una loro parte grazie all'ascolto.
    Suri - epiteto che in antichità si aggiungeva al nome personale per indicare un insegnante spirituale o religioso. E' anche un titolo dei pontefici giainisti.
    Swami - precettore spirituale o uomo santo. Oggi indica alcuni iniziati a degli ordini religiosi e monastici come ad esempio l'Ordine Ramakrishna. Solitamente indossano vesti di color zafferano, una ghirlanda, mala, di semi di rudraksha, a volte un bastone, un vaso per l’acqua e una pelle di animale sulle spalle, sulla fronte portano il segno delle tre linee orizzontali, tripundra, distintivi di Siva. Possono far parte anche di un ordine di sadhu.
    Svamini - una donna svami .
    Tapsvin - colui che si sottopone ai tapas, discipline ascetiche che mortificano il corpo.
    Tirthankara - un santo giainita.
    Trivedi - colui che conosce i tre Veda.
    Tyagi - colui che è un rinunciatario errante.
    Upadhyaya - colui che recita i testi sacri; un istruttore di alcune sussidiarie Sastra; di grado inferiore rispetto ad un acarya.
    Vadin - colui che segue una particolare scuola, pensiero, insegnamento.
    Vaidika - recitatore dei Veda.
    Vaikhanasa - un eremita che vive nella foresta, nutrendosi di radici e frutti.
    Vairagi - ordine ascetico di alcune sette vaisnava.
    Vedantin - studioso del vedanta
    Vipra - "ispirato", riferito a prete, insegnante, maestro, bramino, etc.
    Vratya - setta dei dandin.
    Yajnika - colui che officia i sacramenti o samskaras.
    Yati - colui che pratica l'autocontrollo, che ha rinunciato al mondo. Talvolta vivono insieme in un monastero o cenobio.
    Yogi - colui che pratica lo yoga, il termine spesso indica ogni sadhu o asceta.
    Yogini - colei che pratica lo yoga.
    Siddhi o poteri
    Molti asceti ritengono che una sadhana intensa li possa portare alla realizzazione on duale, ma molti in realtà cercano dei conseguimenti appartenenti comunque alla dualità, siano essi aspetti del Divino, la beatitudine o dei poteri psichici, chiamati siddhi, attraverso i quali possono sviluppare facoltà extrasensoriali, prosperità psichica e grande ricchezza.Questo ottenimento è chiamato riddi. Vi sono innumerevoli manifestazioni delle siddhi e in realtà non sono affatto sinonimo di evoluzione spirituale, anzi possono opporsi ad uno sviluppo spirituale.

    http://www.vedanta.it/induismo/storia/ascetismo_01.htm

  5. #5
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    la discussione per ora sta chiusa: se si vuole parlare di quiesto argomento, aprire un thread e inserire il link di questa discussione

  6. #6
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    Predefinito come diventare hindù: iniziazione e glossario ascetico

    XCIV.

    1. A householder, when he sees his skin has become wrinkled and his hair turned grey, must go to live in a forest.
    2. Or (he must do so) when he sees the son of his son.
    3. Let him (before going into the forest) entrust the care of his wife to his sons, or let her accompany him.
    4. Let him keep the sacred fires in his new abode as before.
    5. He must not omit to perform the five sacrifices,
    [XCIV. 1, 2. M. VI, 2.--3, 4. M. VI, 3, 4; Y. III, 4; Âpast. II, 9, 22, 8, 9.--5. M. VI, 5, 16; Y. III, 46; Gaut. III, 29.--6. M. VI. 8; Y. III, 48.--7. M. VI. 26; Y. III, 45; Âpast. II, 9, 21, 19.--8. M. VI, 6; Âpast. II, 9, 22, 1; Gaut. VI, 34.--9, 10. M. VI, 6; Y. III, 46, 48.--9, 11. Gaut III, 34, 35.--11. M. VI, 18; Y. III, 47.--12. M. VI, 15; Y. III, 47; Âpast. II, 9, 22, 24.--13. M. VI. 28; Y. III, 55. 'The duties of a householder having been declared, he now goes on to expound the duties of an hermit.' (Nand.)
    5. See LIX, 20 seq.]
    p. 277
    but (he must perform them) with (fruits, herbs, or roots) growing wild.
    6. He must not relinquish the private recitation of the Veda.
    7. He must preserve his chastity.
    8. He must wear a dress made of skins or bark.
    9. He must suffer the hairs of his head, of his beard, and of his body, and his nails to grow.
    10. He must bathe at morning. noon, and evening.
    11. He must either collect provisions, after the manner of the pigeon, for a month, or he must collect them for a year.
    12. He who has collected provisions for a year, must throw away what he has collected on the day of full moon in the month Âsvina.
    13. Or an hermit may bring food from a village, placing it in a dish made of leaves, or in a single leaf, or in his hand, or in a potsherd, and eat eight mouthfuls of it.



    (istituzioni di Vishnu)



    XCV.

    1. An hermit must dry up his frame by the practice of austerities.
    2. In summer he must expose himself to five fires.
    [6. The use of the particle ka implies, according to Nand., that the practice of distributing gifts should likewise be continued.
    11. The particle vâ here refers, according to Nand., to a third alternative mentioned by Manu (VI, 18), that he should gather provisions sufficient for six months.
    XCV. 1. M. VI, 24.--2-4. M. VI, 23; Y. III, 52.--5, 6. M. VI, 19; Y. III, 50.--7-11. M. VI, 5, 21; Y. III, 46; Âpast. II, 9, 22, 2; Gaut. III, 26.--12, 13. M. VI, 20; Y. III, 50.--14, 15. M. VI, 17; Y. III, 49.--16, 17. M. XI, 235, 239.]
    p. 278
    3. During the season of the rains he must sleep in the open air.
    4. In winter he must wear wet clothes.
    5. He must eat at night.
    6. He may eat after having fasted entirely for one day, or for two days, or for three days.
    7. He may eat flowers. 8. He may eat fruits.
    9. He may eat vegetables.
    10. He may eat leaves. 11. He may eat roots.
    12. Or he may eat boiled barley once at the close of a half-month.
    13. Or he may eat according to the rules of the Kândrâyana.
    14. He shall break his food with stones.
    15. Or he shall use his teeth as a pestle.
    16. This whole world of deities and of men has devotion for its root, devotion for its middle, devotion for its end, and is supported by devotion.
    17, What is hard to follow[1], hard to reach, remote, or hard to do, all that may be accomplished by devotion; since there is nothing that may not be effected by devotion.
    [6. Nand. considers the particle vâ to refer to the precept of Yâgñavalkya (III, 50), that the fast may also extend over a half-month or an entire month.
    13. The particle vâ, according to Nand., implies that he may also perform Krikkhras, as ordained -by Yâgñavalkya (III, 50). Regarding the Kândrâyana, see XLVII.
    17. 'Duskara has been translated according to the usual acceptation of this term. Nand. interprets it by 'hard to understand.' This proverb is also found Subhâshitârnava 109, Vriddhakânakhya's Proverbs XVII, 3. See Böhtlingk, Ind. Sprüche, 5265.]
    p. 279


    (ibidem )










  7. #7
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    XCVI.

    1. After having passed through the first three orders and annihilated passion, he must offer an oblation to Pragâpati, in which he bestows all his wealth (upon priests) as fee for the performance of the sacrifice, and enter the order of ascetics.
    2. Having reposited the fires in his own mind, he must enter the village, in order to collect alms, (but never for any other purpose).
    3. He must beg food at seven houses.
    4. If he does not get food (at one house), he must not grieve.
    5, He must not beg of another ascetic.
    6. When the servants have had their meal, when the dishes have been removed, let him beg food (consisting of the leavings).
    7. (He must receive the food) in an earthen vessel, or in a wooden bowl, or in a vessel made of the bottle-gourd.
    8. He must cleanse those vessels with water.
    9. He must shun food obtained by humble salutation.
    [XCVI. 1. M. VI, 38; Y. III, 56.--2. M. VI; 38, 43; Y. III, 56, 58.--4. M. VI, 57.--6. M. VI, 56; Y. III, 59; Gaut., III, 15.--7, 8. M. VI, 54, 53; Y. III, 60.--9. M. VI, 58.--11. M. VI, 44.--12. Gaut. III, 21.--13. Gaut. III, 18.--14-17. M. VI, 46.--18. M. VI, 45.--19, 20. M. VI, 47.--23. Y. III, 53; Mahâbhârata I, 4605.--24. M. VI, 49; Y. III, 201.--25-42. M. VI, 61-64; Y. III, 63, 64.--43. Y. III, 72.--45-50. M. VI, 76, 77.--51, 54-79. Y. III, 70, 84-90.--80-88. Y. III, 100-104.--80-89, 91. Y. III, 93-95.--92. Y. III, 96-99.--93-95. Y. III, 91, 92.--96. Y. III, 179.--97. M. XII, 12; Y. III, 178.--97, 98. Bhagavad-gîtâ XIII, 1, 2. This chapter treats of ascetics. (Nand.)
    4. 'This implies that he must not rejoice if he does get it, as Manu (VI, 67) says.' (Nand.)]
    p. 280
    10. He must live in an empty house.
    11. Or (he must) live at the root of a tree.
    12. He must not stay for more than one night in one village (except during the rainy season).
    13. His only dress must be a small piece of cloth worn over the privities.
    14. He must set down his feet purified by looking down.
    15. He must drink water purified (by straining it) with a cloth.
    16. He must utter speeches purified by truth.
    17. He must perform acts purified by his mind.
    18. He must neither wish for death nor for (a long) life.
    19. He must bear abuse patiently.
    20. He must treat no one with contempt.
    21. He must not pronounce a benediction.
    22. He must not salute any one reverentially.
    [10. 'Empty' means 'inhabited by no one else,' and implies that the house in question should be situated in a dark place, difficult of access. (Nand.)
    11. 'The article vâ implies that he must live there alone.' (Nand.)
    14, 15. Nand. assigns as the reason of both these rules, 'lest he should not kill some insect.' Kullûka (on M. VI, 46) gives the same reason for the second rule, but the looking down, according to him, is ordained in. order that be may not accidentally tread upon a hair or other impure substance.
    17. The sense of this Sûtra is, that in doubtful cases he must act as his mind prompts him to do. (Nand.)
    21. 'The meaning is, that he must not utter a benediction when he has been reverentially saluted by any one. He must confine himself to saying, "O Nârâyana." Others explain, that he must not utter a benediction in begging food.' (Nand.)
    22. 'The sense is, that he must not salute any one reverentially who has reverentially saluted him, nor return his greeting {footnote p. 281} otherwise than by saying, "O Nârâyana." Others explain, that he must not make an obeisance in begging food.' (Nand.)]
    p. 281
    23. Should one man chop his one arm with an axe, and another sprinkle his other arm with sandal, he must neither curse the one in his mind, nor bless the other.
    24. He must constantly be intent upon stopping his breath, upon retention of the image formed in his mind, and upon meditation.
    25. He must reflect upon the transitoriness of the passage through mundane existence;
    26. And upon the impure nature of the body;
    27. And upon the destruction of beauty by old age;
    28. And upon the pain arising from diseases bodily, mental, or due to an excess (of the bile, &c.)
    29. And upon (the pain arising from) the (five) naturally inherent (affections).
    30. On his having to dwell in an embryo, covered with everlasting darkness;
    [24. Nand. quotes a passage of the Yogasâstra, which states that one Dhâranâ = three Prânâyâmas (stoppings or regulations of the breath). A passage of the Gâruda-purana quoted in the Petersburg Dictionary) states that one Dhâranâ = sixteen Prânâyâmas. I have taken the term dhâranâ in its ordinary acceptation of 'retention of an idea' (cf. Wilson, Vishnu-purâna V, 237) with regard to an analogous passage of Yâgñavalkya (III, 201), which is also quoted by Nand.,
    28. According to Nand,, the particle ka is used to include other diseases, love, anxiety or wrath, caused by enemies, and other mental pangs.
    29. They are, ignorance, egotism, love, wrath, and dread of temporal suffering (Nand., according to Patañgali). The particle ka, according to Nand., is used in order to imply meditation upon the thousand births which man has to pass through, as stated by Yâgñavalkya (III, 64).]
    p. 282
    31. And on (his having to dwell) between urine and fæces;
    32. On his having to suffer, (as an embryo,) pain from the cold and hot. (food and drink, which his mother happens to have taken);
    33, On the dreadful pain which he has to suffer, at the time of his birth, while the embryo is coming forth from the narrowness of the womb;
    34. On his ignorance and his dependency upon his (parents and other) Gurus in childhood;
    35. On the manifold anxieties arising from the study of the Veda (and from the other obligations of a student);
    36. And (on the anxieties arising) in youth from not obtaining the objects of pleasure, and upon the abode in bell (ordained as punishment) for enjoying them, after they have been obtained unlawfully;
    37. On the union with those whom we hate, and the separation from those whom we love;
    38. On the fearful agonies of hell;
    39. And (on the agonies) that have to be suffered in the passage of the soul through the bodies of animals (and of plants).
    40. (And let him reflect thus that) there is no pleasure to be met with in this never-ceasing passage of the soul through mundane existence;
    41. '(And that) even what is called pleasure, on account of the absence of pain, is of a transient nature;
    42. (And that) he who is unable to enjoy such pleasures (from sickness or some such cause), or who is unable to procure them (from poverty), suffers severe pangs.
    p. 283
    43. He must recognise this human frame to consist of seven elements. blood, flesh,
    44. Those elements are, adeps, scrum of flesh, bone, marrow, and semen.
    45. It is covered with skin.
    46. And it has a nasty smell.
    47. It is the receptacle of (the above-named) impure substances (adeps and the rest).
    48. Though surrounded by a hundred pleasures, it is subject to change.
    49. Though carefully supported (by elixirs and the like), it is subject to destruction.
    50. It is the stay of carnal desire, wrath, greed, folly, pride, and selfishness.
    51. It consists of earth, water, fire, air, and ether.
    52. it is provided with bone, tubular vessels (carrying bile and phlegm through the body), tubes (conducting the vital airs), and sinews.
    53. It is endowed with the quality of ragas (passion).
    54. It is covered with six skins.
    55. It is kept together by three hundred and sixty bones.
    56. They are distributed (as follows):
    57. The teeth together with their receptacles are sixty-four in number.
    [46. The particle ka, according to Nand., refers to the fact that the human body is defiled by the touch of impure objects.
    48. 'The meaning is that, though food and drink and other sensual enjoyments abound, they may cause pain as well as pleasure by producing phlegm, &c.' (Nand.)
    51. 'Earth,' i.e. the flesh and bone, &c.; 'water,' i.e. the blood; 'fire,' i. e. the digestive faculty, the eyesight, &c.; 'air,' i. e. the five vital airs; 'ether,' i. e. the space enclosed by the airs, in the mouth, in the belly, &c. (Nand.)]
    p. 284
    58. There are twenty nails.
    59. There are as many bones to the hands and feet (one at the root of each finger and toe).
    60. There are sixty joints to the fingers and toes.
    61. There are two (bones) to the two heels.
    62. There are four to the ancles. {sic}
    63. There are four to the elbows.
    64. There are two to the shanks.
    65. There are two to the knees and two to the cheeks.
    66. (There are two) to the thighs and (two) to the shoulders.
    67. (There are two) to the lower part of the temples, (two) to the palate, and (two) to the hips.
    68. There is one bone to the organs of generation.
    69. The backbone consists of forty-five (bones).
    70. The neck consists of fifteen (bones).
    71. The collar-bone consists of one (bone on each side).
    72. The jaw likewise.
    73. There are two (bones) at its root.
    74. There are two (bones) to the forehead, (two) to the eyes, and (two) to the cheeks.,
    75. The nose has one bone, the nose-bone.
    76. The ribs together with the joints called 'arbuda,' and with the joints called 'sthânaka,' consist of seventy-two (bones).
    77. The breast contains seventeen bones.
    [76. 'There are thirteen ribs to each flank, which makes in all twenty-six ribs. There are twenty joints to them in the breast, called "arbuda," and twenty-six joints in the back, called "sthânaka." which makes a total of seventy-two bones.' (Nand.)]
    p. 285
    78. There are two temporal bones.
    79. The head has four skull-bones. Thus (the bones have been enumerated).
    80. There are in this human frame seven hundred tubular vessels (carrying bile and phlegm through the body, or arteries).
    81. Of sinews, there are nine hundred.
    82. Of tubes (conducting the vital airs, or nerves), there are two hundred.
    83. Of muscles, there are five hundred.
    84. Of tubular vessels (or arteries), the branches of the smaller tubular vessels, there are twenty-nine Lakshas (two millions nine hundred thousand) and nine hundred and fifty-six.
    85. Of hair-holes, of the hair of the beard and of the head, there are three hundred thousand.
    86. Of sensitive parts of the body, there are one hundred and seven.
    87. Of joints, there are two hundred.
    89. Of (atoms of) hairs (of the body), there are fifty-four Kotis (or five hundred and forty millions) and sixty-seven Lakshas (making in all five hundred and forty-six millions and seven hundred thousand).
    89. The navel, the principle of vital action (which dwells in the heart), the anus, semen, blood, the temples, the head, the throat, and the heart are the seats of the vital airs.
    90. The two arms, the two legs, the belly, and the bead are the six limbs.
    91. Adeps, marrow, the left lung, the navel, the right lung, the liver, the spleen, the small cavity of the heart, the kidneys, the bladder, the rectum, the stomach, the heart, the large cavity (intestine), the
    p. 286
    anus, the belly, and the two bowels in it (are the inner parts of the body).
    92. The pupils of the eye, the eyelashes[1], the outer parts of the cars, the ears themselves, the tragus of each ear, the cheeks, the eyebrows, the temples, the gums, the lips, the cavities of the loins, the two groins, the scrotum, the two kidneys and breasts of females, which are composed of phlegm, the uvula, the hindparts, the arms, the shanks, the thighs, the fleshy parts of the shanks and thighs, the palate, the two bones (or muscles) at the upper end of the bladder, the chin, the soft palate, and[2] the nape of the neck: these are the 'places' (of vital energy) in the body.
    93. Sound, tangibility, form or colour, savour, and odour are the (five) objects of sense.
    94. Nose, eye, skin, tongue, and ear are the (five) organs of perception.
    95. Hands, feet, anus, parts of generation, and tongue are the (five) organs of action.
    96. Mind, intellect, the individual Self, and the indiscrete' are 'that which exceeds the senses.'
    97. This human frame, O Earth, is called 'field.' He who knows (how to enter and how to leave) it is denominated, by those conversant with the
    [92. 1 Others interpret akshikûte, 'the eyelashes,' by 'the joints between the eyes and the nose.' (Nand.) See also Böhtlingk's new. Dictionary.--2 The use of the particle ka implies, according to Nand., that the feet, hands, and other limbs mentioned in an analogous passage of Yâgñavalkya (III, 99) have also to be included in this enumeration.
    96. 1 Nand. interprets avyaktam, 'the indiscrete,' by pradhânam, 'the chief one.' Both terms are in the. Sânkhya system of philosophy synonyms of prakriti, 'that which evolves or produces everything else.']
    p. 287
    subject, 'the knower of the field' (i.e. Self or Soul).
    98. Know me, O illustrious one, to be the Self of all fields (whether born from the womb, or arisen from an egg, or from sweat, or from a germ or shoot). Those striving after final emancipation must constantly seek to understand the 'field' and to obtain a knowledge of the knower of the field.






    XCVII.

    1. Sitting with the feet stretched out and crossed so as to touch the thighs, with the right hand (stretched out and) resting upon the left, with the tongue fixed in the palate, and without bringing the one row of teeth in contact with the other, with the eyes directed to the tip of the nose, and without glancing at any of the (four) quarters of the sky, free from fear, and with composure, let him meditate upon (Purusha), who is separate from the twenty-four entities,
    [XCVII. 1. Y. III, 198-200.--9. Y. III, 111, 201. This chapter treats of the means for obtaining that knowledge of the Âtman or Self, which has been declared at the end of the last chapter to be the road to final emancipation. (Nand.)
    1. 'The twenty-four (it should be twenty-five) entities are stated in the Sânkhya to consist of the root-principle (mûlaprakriti), the seven productions evolved from it (vikritayah), the sixteen productions evolved from these, and Purusha (the soul), who is neither producer nor produced. (1) The "root-principle" is composed of the three qualities in equipoise: sattva, ragas, and tamas (the most accurate rendering of these terms is perhaps that proposed by Elliot, "pure unimpassioned virtue," "passion," and "depravity inclining to evil." See Fitz-Edward Hall, Preface to Sânkhyapravakanabhâshya, p. 44 (2) The "great entity" (Mahat) is the cause of apprehension. (3) The "self-consciousness" (ahamkâra) is the cause of {p.188} referring all objects to self. (4-2) The "subtile elementary particles" (tanmâtras) are identical with sound, tangibility, form, taste, and odour. (9-19) The eleven senses (i. e. the organs of perception and action enumerated in CXVI, 94, 95, and manas, "the mind"), and (20-24) the five "grosser elements" (ether, air, fire, water, and earth) are productions (from the former entities). Purusha, who is neither producer nor produced, is the twenty-fifth entity.' (Nand.)]
    p. 288
    2. He who is eternal, beyond the cognisance of the senses, destitute of qualities, not concerned with sound, tangibility, form, savour, or odour, knowing everything, of immense size,
    3. He who pervades everything, and who is devoid of form,
    4. Whose hands and feet are everywhere, whose eyes, head, and face are everywhere, and who is able to apprehend everything with all the senses.
    5. Thus let him meditate.
    6. If he remains absorbed in such meditation for a year, he obtains the accomplishment of Yoga (concentration of the thought and union with the Supreme).
    7. If he is unable to fix his mind upon the being
    [2, 3. According to Nand., all the properties of Purusha mentioned in this Sûtra are such as distinguish him from the rest of the entities, the first two distinguishing him from 'self-consciousness' (ahamkâra), the voidness of quality distinguishing him from the 'root-principle' (mûlaprakriti), which is composed of three qualities, &c.
    4. The properties of Pûrusha here mentioned are faculties only, so that there is no contradiction to the 'voidness of form' and the other properties enumerated in the preceding Sûtras. (Nand.)
    6. The external signs of the accomplishment of Yoga, as stated by Yâgñavalkya (III, 202 seq.), are, the faculty of entering another body and of creating anything at will, and other miraculous powers and qualities. (Nand.)]
    p. 289
    destitute of form[1], he must meditate successively on earth, water, fire, air, ether, mind, intellect, self[2], the indiscrete[3], and Purusha[4]: having fully apprehended one, he must dismiss it from his thoughts and fix his mind upon the next one in order.
    8. In this way let him arrive at meditation upon Purusha.
    9. If unable to follow this method also, he must meditate on Purusha shining like a lamp in his heart, as in a lotus turned upside down.
    10. If he cannot do that either, he must meditate upon Bhagavat Vâsudeva (Vishnu), who is adorned with a diadem, with ear-rings, and with bracelets, who has the (mystic mark) Srîvatsa and a garland of wood-flowers on his breast, whose aspect is pleasing, who has four arms, who holds the shell, the discus, the mace, and the lotus-flower, and whose feet are supported (and worshipped) by the earth.
    11. Whatever he meditates upon, that is obtained by a man (in a future existence): such is the mysterious power of meditation.
    12. Therefore must he dismiss everything perishable
    [7. 1 The term nirâkâra, 'the being destitute of form,' evidently refers to Purusha here (cf. Sûtra 3), though Nand. interprets it as an epithet of 'Brahman.'--2 Intellect' (buddhi) and 'self' (âtman), according to Nand., mean 'the great entity' (mahat) and 'self-consciousness' (ahamkâra), cf. note on Sûtra 1.--3 'The indiscrete' (avyaktam) means 'the chief one' (pradhânam), i. c. the Sânkhya 'root-principle' (see XCVI, 96).--4 Nand. takes Purusha, in this Sûtra and in 13, 15 to mean 'the twenty-sixth entity;' but it appears clearly from Sûtra 1, as from 16 also, that the Vishnu-sûtra, like the Sânkhya system, assumes twenty-five entities only, not twenty-six, like Yama, upon whose authority Nand.'s statement is based.
    9. 1 Nand. interprets the term Purusha here by âtman. 'self.']
    p. 290
    from his thoughts and meditate upon what is imperishable only.
    13. There is nothing imperishable except Purusha.
    14. Having become united with him (through constant meditation), he obtains final liberation.
    15. Because the great lord pervades the whole universe (pura), as he is lying there (sete), therefore is he denominated Puru-sha by those who reflect upon the real nature (of the Supreme Spirit).
    16. In the first part and the latter part of the night must a man bent on contemplation constantly and with fixed attention meditate upon Purusha Vishnu, who is destitute of (the three) qualities (sattva, ragas, and tamas[1]) and the twenty-fifth entity.
    17. He (or it) is composed of the entities, beyond the cognisance of the senses, distinct from all the (other) entities, free from attachment (to the producer, &c.), supporting everything, devoid of qualities and yet enjoying (or witnessing the effect of) qualities.
    18. It exists without and within created beings (as being enjoyed and as enjoyer), and in the shape both of immovable things (such as trees or stones) and of movable things (such as water or fire); it is undistinguishable on account of its subtlety; it is out of reach (imperceptible), and yet is found in the heart.
    [16. 1 See Sûtra 1, note.
    17. Thus according to the reading asaktam, which is mentioned and explained as a var. lect. by Nand. He himself reads asaktam, 'independent of Sakti, power, i. e. the producer, the power of creation (prakriti), or illusion (mâyâ).' Mâyâ and prakriti are occasionally used as synonymous terms in the Sânkhya.]
    p. 291
    19. It is not distinct from creation, and yet distinct from it in outward appearance; it annihilates and produces by turns (the world), which consists of everything that has been, that will be, and that is.
    20. It is termed the light of the sidereal bodies and the enemy of darkness (ignorance), it is knowledge, it should be known, it may be understood (by meditation), it dwells in every man's heart.
    21. Thus the 'field,' knowledge (or meditation), and what should be known[1] have been concisely declared; that faithful adherent of mine who makes himself acquainted therewith, becomes united to me in spirit.



    (ibidem)

  8. #8
    Vittima del kali yuga
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    I Sadhu
    Testo e foto di Dolf Hartsuiker, autore del libro "Sadhus, Holy Men of India" 1993, pubblicato da Thames & Hudson, 30-34 Bloomsbury Street, Londra WC1B 3QP - UK.

    Mettendo il mondo sulla sua testa, Shiva Giri pratica lo yoga ogni giorno. Questa postura è emblematica per vita di un sadhu, perché invertendo tutti i valori, agendo contrariamente alla natura umana, intende giungere all'illuminazione.
    La santità è ancora comune in India. In molte case, negozi e uffici, dove è possibile trovare altari e piccoli tempietti, le attività del giorno iniziano solo dopo avere compiuto le debite cerimonie di venerazione alle Divinità e al Maestro.
    Ci sono montagne, fiumi, rocce e alberi considerati sacri, così come delle intere città, oltre ovviamente a milioni di templi e idoli. Anche alcuni animali sono considerari sacri, come ad esempio la mucca, il toro, la scimmia, l'elefante, il pavone, il serpente, il ratto. Pertanto non ci si deve stupire se esistono anche delle persone che sono considerate sacre.
    Per gli Indù, l'Illuminazione spirituale è il più altro scopo della vita, quello che le dà significato e motivazione. L'Illuminazione è ottenibile in linea di principio da chiunque. La maggioranza degli individui, tuttavia necessita di diverse incarnazioni prima di potersi illuminare, vedere Dio, divenire uno con l'Assoluto, per immergere la propria mente nella Coscienza Cosmica - in poche parole per divenire santi.
    Da tempo immemore esistono delle "scorciatoie" disponibili per coloro che vogliono raggiungere l'illuminazione in questa vita piuttosto che nelle successive.
    Chi segue queste scorciatoie, in maggioranza uomini, sono i sadhu, i 'sacri uomini' dell'India.


    Una postura dell'Hatha Yoga Esistono da migliaia di anni, una volta molto più numerosi, oggi ridotti a 4-5 milioni, sono organizzati in diverse sette e tutti fanno riferimento a varie tecniche yogiche per fonderis con l'Assoluto.
    Il sadhu rinuncia radicalmente al mondo, per centrarsi interamente sulla Realtà Suprema che lo manifesta. Si astiene del sesso, recide ogni legame familiare, non ha alcuna proprietà o abitazione, indossa qualche straccio o non indossa niente, si nutre di poco cibo e semplice. Vive da solo, ai margini della società, dedicandosi devozionalmente alla Deità prescelta.
    Alcuni praticano dei rituali magici per essere più vicini alla Divinità, altri praticano delle intense forme di yoga e meditazione per aumentare i poteri spirituali e acquisire la conoscenza metafisica.
    Janaki Jivan Sharan, un sadhu considerato un jivanmukta, (un anima liberata in vita)


    Bajrang Das, un baba in piedi, che non siede mai, né di giorno né di notte.
    Dorme in piedi e una cintura di castità metallica gli copre i genitali. Per un normale essere umano, queste basiche autonegazioni sono già difficili da comprendere, ma veramente inimmaginabili sono le pratiche estreme di automortificazione usate da alcuni gruppi di sadhu per spingere e affrettare ulteriormente il processo di auto illuminazione.
    Ci sono quelli che tengono il braccio teso in alto per anni, fino a quando diviene una sorta di bastone rinsecchito insensibile, altri che non si siedono o sdraiano mai, alcuni che rimangono in silenzio per anni o indossano cinture di castità per sempre...
    Molti sadhu tuttavia seguono un percorso più semplice e per molti l'auto mortificazione sembra consistere nel fumare l'hashish.
    Secondo le antiche tradizioni, i sadhu seguono le gesta di Shiva. Per costoro Shiva non è solo il Signore degli Yogi, ma anche il Signore della Cenere.
    Shiva è il Dio della Distruzione come della Creazione, che in un ciclo perpetuo si susseguono l'un l'altra. Il suo corpo è ricoperto di ceneri, simbolo della morte e della rigenerazione.
    Hari Giri, un Naga baba, coperto di cenere, mentre fuma una chilam riempita di cenere e tabacco.

    Shiva è sempre nudo, a simbolizzare la sua condizione primordiale, il suo non attaccamento al mondo.
    Il suo corpo mostra anche caratteristiche femminili, come il corpo morbidamente arrotondato e la mancanza di barba, simbolo della sua capacità di trascendere gli opposti, in quanto primeva unità delle polarità.

    Con gli occhi mezzo chiusi, è immerso nella meditazione, in beatitudine.
    Il Gange scaturisce dai suoi lunghi capelli come una fontana, bagnando le montagne dell'Himalaya in lontananza. La luna crescente (luna nuova o luna di Shiva), sulla testa, il cobra intorno al collo, il toro bianco Nandi, il fiume Gange e la luna piena sono i simboli che indicano la funzione di Shiva come Dio della fertilità, un dio lunare.

    Sulla sua fronte ci sono tre linee orizzontali, dipinte con le ceneri, che rappresentano le tre divinità principali, i tre mondi, etc. Al suo collo c'è una collana di 108 perle, i 108 elementi della creazione materiale, in mano regge un rosario di 50 perle, le 50 lettere dell'alfabeto sanscrito. I due grandi orecchini indicano le sue percezioni extra.sensoriali.
    Siede su una pelle di tigre, un simbolo di potere che mostra il suo dominio sul mondo animale.

    Shiva è spesso mostrato seduto in un campo di cremazione (shamashana), che simbolizza la corretta attitudine di uno yogi nei confronti della vita. Shmashana è la fine della fase fisica della vita. E' un prerequisito per ogni nuova creazione.

    In apparenza i sadhu cercano di assomigliare alle divinità per come sono descritte negli antichi miti e legende popolari, specialmetne Shiva.
    Nonostante Shiva sia polarmente conosciuto come il Dio della Distruzione, per i Sadhu è innanzitutto il Maestro degli Yogi.


    Shyam Giri e Ram Giri, due Naga baba dello Juna Akhara.
    Seguendo il suo esempio, alcuni sadhu vanno in giro nudi, a mostrare la loro rinuncia al mondo dei mortali, e coprono il loro corpo con le ceneri dei loro fuochi sacri, simbolo della morte e della rinascita successiva.
    Molti sadhu portano i capelli molto lunghi (jata), ancora in emulazione di Shiva, le cui lunghe ciocche di capelli sono considerate la sede dei suoi poteri sovrannaturali.
    Anche altre divinità oltre a Shiva vengono adorate, ad esempio Rama e Krishna, entrambe incarnazioni di Visnu, una Divinità in competizione nel pantheon Indù per la posizione prevalente. Altri ancora seguono una delle divinità femminili come Kali o Durga.
    La fede dei sadhu puo essere può essere capita dai differenti marchi che portano tracciati sulla fronte e dai colori delle vesti.

    In passato ci sono state grosse rivalità fra le varie sette di sadhu, che hanno portato anche a delle battaglie. Ma in realtà tutti i sadhu hanno le stesse radici.
    L'elaborata maschera facciale dipinta di Bhagavan Das lo individua come devoto di Rama, una avatara del Dio Visnu..

    Holy Women

    E' raro trovare una donna giovane e bella nella fratellanza dei sadhu. Solo il 10% dei sadhu sono donne (sadhvis), ma la maggioranza sono anziane, divenute sadhu solo dopo la vedovanza.
    Questo riflette la posizione generalmente subordinata delle donne nella società indiana, -- la credenza popolare ritiene che una donna debba rinascere come uomo per poter ottenere l'illuminazione spirituale -- e ancor più marginale nel caso delle vedove.
    La vita del sadhu era -- ed è -- l'unica rispettabile maniera per fuggire dalla morte vivente della vedovanza.
    Tuttavia sin dai tempo immemorabili ci sono state delle donne sadhu. E diverse, come le loro controparti maschili, hanno scelto di divenire sadhu durante l'adolescenza, avendo avvertito allora la vocazione per il cammino spirituale.
    Non poche sette non ammettono donne, perché temono che la corruttiva influenza sul celibato; alcune sette sono miste, ma le donne sadhu hanno alloggi separati, e infine ci sono sotto-sette costituite solo da donne.
    Sebbene la loro posizione nella gerarchia spirituale sia inferiore agli uomini, ci sono sempre state delle donne che sono state delle grandi sante, e le donne sadhu sono trattate con molto rispetto.
    Questa aggraziata donna sadhu, Sobhna Giri, appartiene allo Juna Akhara. E' entrata nello stiel di vita dei Sadhu, quando era ancora bambina e ha dedicato se stessa ad una lunga vita di celibato e ad altre pratiche ascetiche.


    Rama-priya Das, un americano divenuto sadhu da quattro anni, che ha già raggiunto il rango di Mahant, in una postura yoga. Il corpo e i capelli sono coperti delle ceneri dei sacri fuochi dei sadhu.
    Sadhu stranieri

    Fin dagli anni sessanta sorse in occidente un forte interesse per il mistico oriente e moltitudini di giovani occidentali scontenti dalla materialismo dell'occidente si sono recati in India alla ricerca del significato della vita e spesso giungendo a trvare un Maestro.
    Molti sono diventati discepoli di famosi guru internazionali come Maharishi Mahesh Yogi, Bhagwan Rajneesh, e Saï Baba, ma altri hanno scelto il cammino più individuale dei sadhu e si sono dedicati alle durezze della vita ascetica.

    Così oggi ci sono almeno alcune centinaia di sadhu di origine straniera, uomini e donne, alcuni da oltre vent'annim e sembra che il loro numero sia in crescita. Essi sono stati formalmente iniziati nelle varie sette, ricevendo il loro nuove nome sadhu e uniforandosi allo stile di vita e condotta dei sadhu.
    I pii indù, specialmente delle aree rurali trattano questi sacri uomini e donne stranieri conlo stesso rispetto che hanno per i sadhu indiani. Nonostante siano rappresentate tutte le nazionalità (Americani, Tedeschi e Giapponesi), la maggioranza sono di origine italiana e francese.
    Alcuni dei sadhu stranieri, lo sono part-time, nel senso che abbracciano sì lo stile di vita dei sadhu, ma tengono ben saldi i legami con casa. Altri bruciano tutti i legami, così come dovrebbe essere fatto, e dedicano se stessi interamente alla realizzazione degli ideali dei sadhu.

    Illuminazione
    Certamente non tutti i sadhu sono illuminati, ma i fedeli li considerano comunque tutti santi in ogni caso, anche se solo per il loro tipo di vita cui si sono dedicati. Un sadhu che raggiunge la meta viene venerato come una divinità in terra.

    Ai fedeli basta avere una semplice vista di un sadhu per ricevere parte della sua energia spirituale. Vengono fatte delle donazioni ai sadhu -- esattamente come alle divinità -- per avere in cambio le loro benedizioni. Così da tempi immemorabili la società indiana ha supportato gli uomini sacri, che non si dedicano al lavoro.
    Ma anche in India i tempi stanno cambiando.
    Se questi acrobati sostenuti da Rameshwar Giri, a prima vista sembrano privi di ogni significato spirituale, occorre ricordare che la spiritualità nell'Induismo, a tutti i livelli di religione -- dal più basso materialismo alla più sublime spiritualità -- può essere esperita ed espressa simultaneamente.




    Le sette Sadhu
    Testo e foto di Dolf Hartsuiker, autore del libro "Sadhus, Holy Men of India" 1993, pubblicato da Thames & Hudson, 30-34 Bloomsbury Street, Londra WC1B 3QP - UK.

    Principali sette dei sadhu:
    I Sadhu appartengono a molteplici sette ed ordini.
    Al momento di unirsi ad una setta, un aspirante-sadhu deve sottoporsi ad un rito di iniziazione, considerato come morte simbolica e rinascita. Egli muore alla sua precedente vita terrena per rinascere alla vita divina. Il segno visibile di questa rinascita è la testa rasata del novizio, calvo come un neonato.
    Dopo l’iniziazione il novizio viene distolto da ogni parola o pensiero relativo alla sua precedente esistenza che è divenuta per lui estranea; la sua età viene ora calcolata dalla nuova nascita.
    Il vincolo con il suo guru è divenuto ora la sola cosa importante. Il Guru è colui che “dissolve le tenebre”, la guida per lacerare il Velo dell’illusione. E’ padre, madre e maestro ed è l’oggetto di adorazione del discepolo, come incarnazione divina; egli lo servirà in ogni maniera possibile, sempre nel migliore dei modi.
    La maggior parte delle sette sono abbastanza moderate nelle loro pratiche, ma alcune possono raggiungere veri eccessi.

    ________________________________________
    The Naga sadhus or 'warrior-ascetics'

    2136 Saraswati Giri è un vero maestro del damaru. Suona contemporaneamente due tamburi di diversa grandezza, ognuno con un ritmo diverso creando un ritmo particolare. Si tratta di una forma attiva di meditazione per mantenere la quale è richiesta grande concentrazione e vigore fisico. Una grande ed importante setta Shivaita è quella dei ‘guerrieri asceti', o Naga ( ‘i nudi'), che esiste fin dalla preistoria.
    Sebbene i sadhu siano in genere amanti della pace, i Naga sono stati sempre estremamente combattivi nei confronti delle sette rivali, dei Mussulmani e anche degli invasori Inglesi. Non avendo alcun timore della morte, erano eccellenti guerrieri.
    Tracce di questo comportamento virile possono trovarsi ancora ai nostri giorni. La setta dei Naga è suddivisa in Akhara, (reggimenti), come una vera armata.
    Il loro bellicoso passato è visibile nell’esibizione delle armi – bastoni, lance, spade e soprattutto il tridente – ma ai nostri giorni esse hanno soprattutto una funzione simbolica.
    Tra i Naga – come il loro nome ci lascia immaginare – troviamo ancora molti sadhu che camminano completamente nudi. Essi rappresentano l’immagine ideale del sadhu, rimasta immutata da migliaia di anni.
    Tra I ghiacci dell’ Himalaya, eppure completamente nudo, Bhola Giri Naga baba soffia nel corno a forma di serpente, chiamato nagphani, 'il cobra-incappucciato', che produce una nota acuta e penetrante. Questo strumento è connesso al cobra (naga), intimo compagno del Signore Shiva, sempre avvolto al suo collo.
    Santosh Giri Nagaji, una sadhvi appartenente alla setta dei Naga-sadhu, fuma il chilam come un uomo.
    Il chilam, una pipa d’argilla fumata attraverso le mani poste a forma di coppa, è riempita di tabacco e hashish. E’ fumata da molti sadhu, ad imitazione di Shiva, il Signore dell’ Hashish, egli stesso in perenne stato di ebbrezza. Con una certa dose di esibizionismo questi Baba stanno mostrando la loro “penitenza del pene”. In realtà essi stanno dando qui il loro darshan, per mostrare sé stessi ai fedeli, con i segni evidenti della loro ascesi; manca qui ogni riferimento sessuale.
    Nella loro nudità essi non emanano alcuna sensualità. Al contrario essi controllano ed inibiscono ogni ‘vibrazione’ sessuale, conservando tale energia in modo da trasformarla in potere psichico e spirituale.Il Baba sulla sinistra indossa un anello metallico attorno al suo pene, un residuo ornamentale delle grosse catene che alcuni asceti erano soliti indossare in passato.
    Il Baba sulla destra esegue un esercizio logico che va sotto il nome di chabi, che significa 'chiave'. Lo scopo di questo esercizio non è la semplice ritenzione dell’energia sessuale, ma la sua ascesa.
    Detto in parole semplici, costringere meccanicamente il pene in posizione abbassata, permette l’innalzamento della kundalini.

    Lal Baba sostiene una speciale pietra triangolare per il suo lingasana (vedi a lato), sulla quale è la scritta "30 kilos". Egli esegue regolarmente tale esercizio in uno ‘show’ e addirittura pubblicizza sé stesso come "lingasana Naga Baba" sui cartelli disegnati (alle sue spalle). Essendo di bassa statura è costretto a stare su due mattoni per poter sollevare la pietra da terra per alcuni centimetri. Questa tuttavia non viene considerata un’impresa: trenta chili dovrebbe essere più della metà del suo stesso peso. Sollevare pesi con il proprio pene, come mostrato qui da Shyam Puri, è sostanzialmente lo stesso esercizio del chabi (vedi sopra). E’ un miracolo che il pene non venga strappato via. Quest’immagine ricorda le catene usate in passato per appesantire continuamente il pene, ma questo esercizio oggi viene fatto occasionalmente e solo per qualche un minuto. Abbastanza a lungo per mostrare il potere del sadhu, la sua capacità di trascendere la sessualità.

    Stranamente il sollevamento di pietre con il pene non ha un nome particolare ma è genericamente definito come kriya (esercizio yogico). Lal Baba (vedi sopra) usa il termine lingasana (postura-del-pene), che ha probabilmente inventato lui stesso.
    In un certo senso si tratta della rievocazione dello storico kara-lingi, la palla-e-catena con cui il pene veniva appesantito. Come rileva Abbé Dubois, un missionario Francese che visse in India dal 1792 al 1823, nel suo libro Usanze Hindu : "essi appendono ai loro organi genitali un grosso peso e lo trascinano fino a che la forza dei muscoli e dei nervi è completamente distrutta."
    Così lo scopo di questi esercizi (lingasana and chabi) certamente non è quello di ingrossare il pene, come sostengono certe dicerie, ma piuttosto quello di desensibilizzare il pene, per distruggere la sua capacità erettile. E’ difficile dire se questo scopo venga ancor oggi ricercato, ma è un fatto che le dozzine di sadhu che ho osservato praticare questo esercizio, non avevano un pene più grande del normale.

    ________________________________________

    I Gorakhnathis o Jogi


    0153 Pagal Mauni Baba appartiene alla fazione Aghori dei Gorakhnathis. Come mostra il suo nome questo Baba è ‘pazzo’, divinamente drogato (pagal) e 'non-parlante' (mauni).
    Il nome Gorakhnathis è comunemente riferito agli Yogi (o Jogi).

    Sebbene l’aspetto sia molto simile a quello dei Sannyasi, gli Jogi non seguono l’insegnamento dei Veda e di Shankara, ma aderiscono al Tantrismo insegnato dal loro Guru-fondatore, Gorakhnath. Tuttavia essi sono devoti di Shiva, nella sua manifestazione di Bhairava, e adorano Hanuman e Dattatreya.

    Essendo una incarnazione di Shiva, Gorakhnath è adorato dagli Jogi come una divinità, ed esistono numerosi templi a lui dedicati. Gli Jogi sono perciò spesso chiamati 'Gorakhnathis', o più semplicemente come 'Nath-Babas'.

    ________________________________________
    Gli Udasin


    0619 Vital Das, un Udasin baba, con il corpo coperto di cenere. La principale setta degli asceti Udasin in origine non era Shivaita – e neanche Hindu – ma apparteneva alla religione Sikh. Fu fondata nel sedicesimo secolo da un figlio del Guru Nanak – il fondatore dei sikh – chiamato Shrichandra.
    Gli Udasin pertanto sono conosciuti anche come Nanakputras, I 'figli di Nanak', e venerano il Grantha Saheb, il sacro libro dei Sikh.
    Essi furono scomunicati dal successore di Guru Nanak e gradualmente aderirono all’Hinduismo.
    Gli Udasin adorano panchayatana, una combinazione di cinque divinità, Shiva, Vishnu, il Sole, la dea Durga, e Ganesh; adorano inoltre il loro Guru-fondatore Shrichandra.
    La loro filosofia è essenzialmente il Vedanta monistico insegnato da Shankara, ed in effetti assomigliano molto ai sannyasis Shivaiti.
    2035 La scena di un tranquillo mattino attorno al dhuni di Udasin Babas, nel cui ashram si raccolgono in giugno, durante l’annuale celebrazione di Shivaratri.

    Come tutti i sannyasi Shivaiti, gli Udasin indossano solitamente vesti rosse o nere, si cospargono di cenere, si lasciano crescere i capelli e così via, ma differiscono per alcuni dettagli quali ad esempio i loro berretti di lana lavorata ed un piccolo orecchino d’argento, a forma di semiluna, all’orecchio destro. Inoltre in ogni disputa con le sette rivali, hanno sempre parteggiato per gli Shivaiti.

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    Gli Aghori


    2389 Bere da un teschio umano è solo una delle sorprendenti peculiarità che distingue Gauri Shankar Mishra dalla maggior parte degli asceti. Egli beve alcolici (proibiti alle caste degli Hindu e soprattutto agli asceti), mangia la carne degli animali morti che trova per strada ed insulta la gente con le peggiori oscenità. La santità può essere non solo austerità ma anche ‘follia,’ possessione divina, come dimostrano i membri di una piccola e oscura setta, quella degli Aghori.
    Essi imitano la qualità più eccessiva di Shiva, il Vincitore della Morte: il loro rifugio preferito sono i campi-di-cremazione, fanno il bagno nelle ceneri delle cremazioni, indossano ghirlande di ossa e teschi, sono amici di spiriti e fantasmi, si drogano continuamente, si comportano da pazzi.
    Gli Aghoris trasgrediscono volentieri tutti I tabù degli asceti, convinti come sono che, rovesciando tutti i valori, essi raggiungeranno l’illuminazione. Mentre tutti i sadhu sono vegetariani ed astemi, (come del resto ogni hindu), gli Aghoris mangiano carne e bevono alcolici.

    Altre orribili abitudini sono attribuite agli Aghoris: mangiano la carne dei corpi putrefatti, escrementi ed urina, anche di animali come il cane; praticano rituali con prostitute mestruate nei luoghi di cremazione, dove sono soliti vivere, meditano seduti su di un cadavere.
    Non sappiamo se queste pratiche vengano effettuate regolarmente, ma pare certo che occasionalmente ed in un contesto ritualistico, una sorta di ‘eucarestia’, vengano ancora praticati questi atti cannibalici e inumani.
    Gli Aghoris vivono preferibilmente nei campi di cremazione e si circondano con simboli di morte come teschi umani, nei quali sono soliti bere e con i quali praticano riti magici.
    Nonostante tutto questo, gli Aghoris rappresentano una tradizione vecchia di millenni e ci sono stati periodi in cui la setta è stata molto numerosa.
    Nota della Redazione "Pagine Vedanta": Queste abitudini che risultano così atterrenti sono una specifica disciplina spirituale, che serve a rompere qualsiasi schema, attitudine e abitudine mentale di casta, di rito e religiosa. In questa maniera il praticante riesce ad andare oltre le sue opinioni mentali. Chiaramente nel momento in cui questa modalità divenisse a sua volta una abitudine mentale, diventa del tutto inutile.

    ________________________________________
    I Ramanandi

    All’inizio del quattordicesimo secolo una setta ascetica di grande successo fu fondata da Ramananda: la Ramananda Sampradaya, meglio nota come la setta dei Ramanandis.

    Oggi, a causa della sua posizione dominante, viene considerata come una organizzazione separata ma ufficialmente è ancora parte dello Shri Sampradaya, poiché Ramananda iniziò il suo cammino ascetico come membro di questa setta. Essa è rimasta fedele alla filosofia del suo fondatore Ramanuja, ma ha scelto Rama e Sita come divinità personali, facendo della loro devozione il nodo centrale della pratica religiosa della setta. 1877 La setta può essere riconosciuta dai simboli dipinti sulla fronte ma all’interno della setta raramente troviamo simboli identici. Molti saduh danno un loro tocco personale ed alcuni fanno modifiche importanti al simbolo fondamentale della setta. Il risultato può essere abbastanza impressionante come mostra Hanuman Hari Das, ma ciò non implica necessariamente un livello gerarchico più elevato. E neppure, questo singolo aspetto, sta ad indicare un più alto grado di spiritualità.


    Nell’immagine in basso Rama e Sita sono circondati dai principali personaggi del Ramayana e del pantheon Hindu.
    Inginocchiato di fronte a loro c’è il fedele servitore Hanuman, il dio-scimmia, generale dell’armata delle scimmie.
    Il poema epico Ramayana, con le numerose avventure simboliche di Rama, rappresenta la principale fonte di ispirazione per foggiare l’attitudine ad una intensa devozione nei confronti di Rama, che contraddistingue i suoi devoti.

    Rama gioca un ruolo importante nell’Hinduismo moderno. Egli vive nel cuore della gente comune e regola la vita dei sadhu a lui devoti. Per molti di essi memorizzare, analizzare e studiare il Ramayana rappresenta lo sforzo di una vita ed alcuni di loro diventano commentatori di professione che recitano e commentano in pubblico i sacri testi.

    Si ritiene che il solo ascolto delle sacre parole del Ramayana sia di per sé fonte di liberazione e possa conferire la grazia di Rama. Più semplicemente la recitazione continua, con devozione del nome di Rama, può condurre all’illuminazione. Infatti, in questa Epoca Oscura i devoti di Rama ritengono questa pratica la sola strada per raggiungere l’assoluto.
    E se l’illuminazione non avviene durante la vita, essa può giungere al momento della morte e ciò avviene se uno muore pensando a Rama e pronunciando il suo nome.
    Nei funerali viene salmodiato il canto: “Rama nama satya hai!”, “il nome di Rama è Verità.”

    La castità è senza dubbio la più importante penitenza praticata dai sadhu. Secondo la metafisica-Yoga, l’energia sessuale, il fuoco delle passioni, è potenzialmente la principale fonte di energia spirituale.
    Ma per aiutare il controllo mentale della sessualità, deve talvolta essere utilizzata la repressione fisica ed un metodo è rappresentato dall’uso continuo di una ‘cintura di castità’.


    1076 Questa cintura (arbandh) di legno con l’astuccio (langoti) attaccato, può essere considerate una vera cintura di castità, ovviamente autoimposta.
    Il langoti può essere staccato per ragioni igieniche ma l’ arbandh resta sempre addosso.
    Jaganath Das ha indossato questa cintura per tredici anni ed ha fatto voto di restare così per tutta la vita.
    Questa pratica, come spesso avviene, viene di solito mantenuta per almeno dodici anni.
    Solitamente un modesto pezzo di stoffa copre questa ‘biancheria di legno’ ma questi Baba sono in procinto di fare un bagno ed hanno buone ragioni per toglierlo. 1074 Kailas Das ha indossato questa cintura di castità d’acciaio per cinquant’anni.
    Egli è anche conosciuto come Mauni Baba, perchè ha fatto voto di silenzio da dodici anni.


    ________________________________________
    I Sakhis o i travestiti religiosi


    143 Un sakhi, che considera il Signore Rama come il proprio amante I sadhu che hanno scelto Rama o Krishna come loro divinità, sono caratterizzati da una forte, profonda devozione e da un totale abbandono nei confronti dell’incarnazione terrena del signore Rama e del divino pastore Krishna.
    La divinità è considerata una 'persona' con la quale i devoti possono stabilire un intimo legame che di solito prende la forma di un rapporto Maestro-discepolo.
    Alcuni sadhu, comunque, osano rivolgersi a Dio come al loro amante e, dal momento che la divinità è maschile, è logico che essi debbano giocare il ruolo della ‘donna di Dio’.
    Vengono chiamati sakhis. Essi immaginano di avere una relazione erotica con dio. Alcuni sakhis vanno anche oltre fino ad affermare di avere regolari rapporti sessuali con il loro Signore – salvo che nei giorni del loro ‘ciclo’. Chiaramente i sottintesi del loro comportamento sessuale vengono guardati con sospetto dagli altri asceti per i quali la repressione sessuale rappresenta la norma, anche se tali comportamenti sono rivolti ad una divinità.
    Nondimeno essi sono riconosciuti quali manifestazione devozionale rivolta ad una divinità e la devozione è la caratteristica di tutti i sadhu.

    Questi sadhu-travestiti devono essere distinti da un altro gruppo di transessuali o eunuchi che praticano la prostituzione ed una disgustosa forma di accattonaggio.
    Gli hijras, come vengono chiamati, vengono castrati subito dopo l’iniziazione al loro ordine. Vengono considerati ‘nè-uomo-nè-donna’ ma si vestono da donna e si atteggiano in maniera esageratamente effeminata. Come in quasi tutte le cose indiane, esiste un significato religioso della loro volontaria mutilazione e del comportamento che ne segue.
    Durante le festività di Rama, gli hijras si travestono talvolta da sakhis al fine di elemosinare denaro.

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    Sadhu stranieri

    Ogni straniero in India, non importa quanto a lungo rimane o quanto riesce ad ‘indianizzarsi’, resterà per sempre un alieno.
    Tuttavia anche gli stranieri possono diventare sadhu, e i locali li considerano santi, come i sadhu indiani. Soprattutto i contadini ingenui (il 75% della popolazione totale vive ancora nelle campagne) li tratta con grande rispetto e chiede la loro benedizione. Gli abitanti delle città, i moderni indiani occidentalizzati, mostrano spesso una minore tolleranza.
    Sebbene siano presenti in India molti stranieri, sia maschi che femmine, la maggior parte di loro sono italiani o francesi.


    1590 Mohan Das (a sinistra), un sadhu giapponese, mentre viene benedetto dal suo guru, Mathura Das. Secondo le antiche tradizioni l’allievo deve svolgere per il proprio insegnante i lavori più umili, e Mohan Das si comporta come lo schiavo del suo Maestro. Comunque lo fa volentieri perché ciò gli conferisce un "karma" positivo per cancellare i peccati delle sue vite precedenti.
    1957 Charan Das, di origine americana, ha vissuto in India come un sadhu per più di venti anni. Sempre cordiale e privo di affanni, vagava per la campagna per una parte dell’anno, andando da un luogo sacro all’altro, visitando i fratelli-sadhu. E’ morto pochi anni fa.


    Alcuni sadhu stranieri sono 'part-timers', che si immergono per un periodo nell’avventura della vita da sadhu ma mantengono un legame con la vita precedente.
    Altri invece bruciano ogni ponte, come in effetti andrebbe fatto, e si dedicano interamente alla realizzazione.


    4396 Parvat Giri, un sadhu italiano, allievo di Dipak Giri (a destra) e che è stato un khareshwari -- un sadhu immobile – per più di due anni.
    E’ stato il primo sadhu straniero che abbia mai praticato un esercizio così severo.
    4423 Dipak Giri, un baba di origine Italiana che è un Mahant dell’ Avahana Akhara.
    Ha anche un ashram in Italia, su di una montagna nel mezzo di un parco nazionale..

    Traduzione dell'Articolo a cura di F.N.

  9. #9
    Vittima del kali yuga
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    Predefinito

    e ora cito pure il Conte Pio Filippani Ronconi


    ... Quindi non è possibile, secondo un hindù ortodosso, <<convertirsi>> allo induismo- secondo il concetto occidentale e cristiano di <<conversione>>. Si può, bensì, trascendere la condizione della propria nascita, la situazione esistenziale etc ecc., mediante l'ascesi, il cosidetto tapas, l'ardore meditativo.
    -------
    L'induismo, di Pio Filippani Ronconi

 

 

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