esteri
Embargo all’Iran: due valutazioni
Maurizio Blondet
26/12/2006
Il presidente iraniano AhmadinejadPutin s’è piegato, accettando su pressione americana di votare la sanzioni all’Iran al Consiglio di sicurezza?
Non è questa la valutazione del Washington Post. (1)
«L’amministrazione Bush», scrive il giornale con dispetto, «ha passato quasi quattro mesi a cercare il consenso dei russi per la misura iniziale, piegandosi sempre di nuovo all’intransigenza di Mosca. Anzitutto, il grande reattore nucleare [di Bushehr] che la Russia sta costruendo per l’Iran è stato esentato dall’embargo delle importazioni nucleari, anche se Teheran può un giorno usare l’impianto per fornirsi di plutonio militare. Poi, gli Stati europei che appoggiano la risoluzione hanno dovuto lasciar cadere il proposto divieto dei viaggi, la sola misura ormai che avrebbe potuto danneggiare i mullah. Intanto, l’amministrazione ha accettato di sostenere l’entrata della Russia nella World Trade Organization, una concessione che - Mosca l’ha detto chiaro - era necessaria per ottenere il suo voto».
«Gli ambasciatori europei, dopo aver ceduto su quasi tutto, hanno annunciato il voto… ma l’ambasciatore russo Vitaly Churkin ha detto che lui ancora non era disposto… dicono che cercasse di annacquare il congelamento dei beni della imprese direttamente collegate al programma nucleare. O forse stava solo dimostrando, ancora una volta, che la Russia ha la capacità e la volontà di tenere in ostaggio il Consiglio di Sicurezza.
Il risultato di questa cinica politica è che ogni risoluzione ONU contro l’Iran è una vittoria di Pirro per gli Stati Uniti. […]
La Russia appare una potenza mondiale. E l’amministrazione Bush, che non ha nemmeno osato lagnarsi pubblicamente dell’ostruzionismo russo, riesce ad apparire stupida. Bush ha lasciato che un vitale interesse americano fosse indebolito da uno Stato e da un leader che avrebbe dovuto cessare di coccolare molto tempo fa».
Interessante commento per molti versi.
Anzitutto il Washington Post, che sembrava pendere per il «realismo» del rapporto Baker, torna (è pur sempre ebraico) sulle posizioni neocon più intransigenti: esprime di nuovo il disprezzo per l’ONU che fu tipico di Rumsfeld e Bolton, minaccia brutalità contro la Russia, che accusa di «cinismo» per la sua abilità diplomatica.
Come noto, i neocon israelioti si ritengono «idealisti».
Ma soprattutto, si indispettisce dello status di potenza assunto di nuovo da Putin, che avrebbe dovuto essere punito «già da tempo».
Insomma, il giornale dell’establishment constata che gli USA sono diplomaticamente deboli e sconfitti sul piano globale - evitando accuratamente di ricordarne il motivo, le due guerre d’aggressione con risultati vergognosi sul piano militare, umano e politico, il servilismo cieco verso i sionisti, l’arroganza provocatoria inutile verso gli altri Paesi.
«Il declino dell’influenza americana» è segnalato anche da un altro commentatore, Stevens Clemons, sul suo Washington Note.
«Ciò che gli americani non riescono a capire», scrive, «è che la pugnacità spaccona di Bush e l’invasione dell’Iraq con false scuse hanno reso il mondo molto, molto arrabbiato verso di noi.
I leader mondiali sanno che oggi ottengono maggiore popolarità interna opponendosi e indebolendo le richieste americane, com’è accaduto all’ONU per l’Iran».
E anche lui nota «il potere crescente della Russia, che è chiaramente di ritorno sulla scena diplomatica».
Opposta, all’apparenza, la valutazione di Israele.
L’ambasciatore sionista all’ONU, Dan Gillerman, ha definito le sanzioni «ottime per Israele».
Gillerman s’è ostentatamente astenuto dal presenziare alla riunione ONU. (2)
Lo scopo, sottolineare che l’Iran nucleare non è un problema israeliano, ma - come vuole la loro propaganda - «per il mondo intero», essendo Ahmadinejad «il nuovo Hitler» e Teheran «peggio della Germania nazista».
In realtà, è riuscito a mostrare al mondo che Israele come al solito era certo che i suoi servi noachici - Europa ed USA - avrebbero fatto il lavoro richiesto.
«Sì, le sanzioni sono leggere», ha detto, Gillerman alla fine, «ma sono un passo decisivo nell’atteggiamento internazionale verso l’Iran. Questo passo ha ricevuto l’approvazione unanime, anche di Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Katar».
Gillerman ha ragione.
L’Iran è stato messo in stato di inadempienza e di accusa, e quindi ciò giustificherà altri «passi decisivi» futuri, forse imminenti.
Della perdita di prestigio e credibilità americana, Israele se ne infischia.
Ora punta sui «passi» ulteriori che portino al bombardamento dello Stato-canaglia. Etichettato come tale dall’ONU.
Tali passi sono già cominciati; gli americani in Iraq hanno arrestato quattro diplomatici iraniani, più due con regolare accreditamento presso il governo di Baghdad, poi rilasciati (tanti saluti al principio dell’immunità diplomatica).
La provocazione - anche il fantoccio iracheno ha protestato - serve come segnale e prodromo?
Sembra infatti che i preparativi di Cheney per un attacco preventivo a Teheran, interrotti per il risultato del voto americano e l’atmosfera creata dal rapporto Baker, paiono essere riavviati. (3)
Alla forza navale guidata dalla portaerei «Eisenhower» (armata con 800 missili da crociera Tomahawk) e alla secondo forza aeronavale già presente nel Golfo da due mesi, Cheney ha aggiunto un’altra squadra, quella d’appoggio alla portaerei «US Stennis»; ed anche gli inglesi hanno mandato nuove navi davanti alle coste dell’Iran.Fornite di tutti i mezzi anfibi per uno sbarco.
Washington avrà lo stomaco per quest’ultimo colpo di testa?
Fatto sta che basta aspettare l’occasione.
E tale occasione può essere un attentato «islamico»: da giorni la polizia britannica e l’FBI ne parlano come di una possibilità imminente, precisamente a Londra. (4)
Cheney ha dato da tempo disposizioni che «qualunque» attentato, anche di «Al Qaeda» sunnita, riceva come risposta l’attacco all'Iran (sciita).
Anche il nuovo ministro della Difesa, Robert Gates (un presunto «realista»), è andato in Iraq a dire ai militari: «Dobbiamo essere sicurissimi che i vicini intendano bene: siamo qui per starci a lungo. E con ‘qui’, intendo il Golfo Persico».
I generali USA sono preoccupatissimi.
Israele non ha che da aspettare «l’occasione», prendendosi anche il lusso di microscopiche «concessioni distensive» ai palestinesi, clamorosamente pubblicizzate dai media noachici: tanto, appena scoppierà l’«occasione», si riprenderà tutto quel che ha ceduto.
In questo senso, la soddisfazione di Gillerman è rivelatrice.
Se avverrà, sarà con la complicità degli europei.
Bisogna infatti ricordare - per quanto inutile - che lo sviluppo nucleare in corso a Teheran non ha, almeno fino ad ora, violato i trattati di non-proliferazione sottoscritti dall’Iran: l’aggiunta di 3 mila centrifughe a cascata non basta ad arricchire l’uranio per uso militare (ne occorrono 50 mila).
La condanna e la imposizione di sanzioni è dunque un abuso deliberato, a cui i servi euro-noachici si sono adeguati, creando la base giuridica speciosa per le «occasioni» e le provocazioni ulteriori. Come vogliono i padroni.
Maurizio Blondet
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Note
1) «‘Nyet’ on Iran - Russia has turned a U.N. sanctions resolution on Tehran’s nuclear program into a demonstration of Western weakness», Washington Post, 23 dicembre 2006. Editoriale non firmato.
2) «Sanctions against Iran ‘good for Israel’», Arutz Sheva, 24 dicembre 2006.
3) Dave Lindorff, «Are Bush and Cheney planning early attack on Iran?», OpEdNews, 23 dicembre 2006.
4) Jeff Edwards, «FBI warns if a UK attack», Mirror, 23 dicembre 2006.
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